Linda Fregni Nagler, The Yokohama Photographer, 2011 - Courtesy Galleria Monica De Cardenas, Milano
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Mostra perfetta e cristallina quella di Linda Fregni Nagler alla galleria Monica De Cardenas. Il titolo, se non spiegato, sembra un suono onomatopeico, ‘Shashin no Shashin’: che significa, in giapponese, fotografare la fotografia. L’artista parte da così lontano, sia nel tempo che nello spazio, per indagare la tradizione, le convenzioni iconografiche e lo statuto dell’immagine fotografica. Il comunicato stampa è chiarissimo nel raccontare la provenienza dell’immaginario dal quale Linda attinge con scrupolo scientifico, con piglio analitico ai limiti dell’ossessione.
Cancello tutto quello che so e guardo la mostra. Ripeto, perfetta nei minimi dettagli, marbosamente curata per ricreare scene stereotipate di ritratti giapponesi di fine ‘800, primi del ‘900. Inevitabile pensare, guardando le fotografie, al grande lavoro che ogni scatto ha richiesto all’artista. Dalla ricerca dei modelli agli abiti, dalle scenografie allo studio della luce, Linda ha messo in moto un teatro della rappresentazione, congelando in uno scatto delle immagini indubbiamente molto belle. Ho apprezzato molto i piccoli inganni visibili, come ad esempio i fili di plastica che sostengono maniche e panneggi, che ingannevolmente sembrano mossi da una leggera brezza. Tutto perfetto dunque, tutto bellissimo! Forse è questo il problema della mostra: questa serie di 20 immagini rapiscono la nostra attenzione per la troppa maniacale perfezione, facendoci dimenticare invece, l’obbiettivo vero che muove il senso della mostra: indagare lo statuto della fotografia.
Ma alla fine – mi vien da pensare – è così importante ragionare, indagare, sviscerare lo statuto della fotografia? La serietà professionale dell’artista, la commerciabilità delle opere, l’incisività dell’immaginario che queste opere veicolano, non viene meno se ci dimentichiamo i ragionamenti dello statuto della fotografia ecc. ecc., anzi, lasciamo che le immagini raccontino quello che vogliono: di bellezza, di stereotipi, di falsità, di inganni...
Più in generale, invece, è tutto il percorso dell’artista che si concentra sui meccanismi, le tensioni, i tecnicismi del linguaggio fotografico. Come ad esempio ristampare vecchie foto, fotografare immagini già stampate, proiettarle con le lanterne magiche...
Per tutte le foto, courtesy Galleria Monica De Cardenas
Cancello tutto quello che so e guardo la mostra. Ripeto, perfetta nei minimi dettagli, marbosamente curata per ricreare scene stereotipate di ritratti giapponesi di fine ‘800, primi del ‘900. Inevitabile pensare, guardando le fotografie, al grande lavoro che ogni scatto ha richiesto all’artista. Dalla ricerca dei modelli agli abiti, dalle scenografie allo studio della luce, Linda ha messo in moto un teatro della rappresentazione, congelando in uno scatto delle immagini indubbiamente molto belle. Ho apprezzato molto i piccoli inganni visibili, come ad esempio i fili di plastica che sostengono maniche e panneggi, che ingannevolmente sembrano mossi da una leggera brezza. Tutto perfetto dunque, tutto bellissimo! Forse è questo il problema della mostra: questa serie di 20 immagini rapiscono la nostra attenzione per la troppa maniacale perfezione, facendoci dimenticare invece, l’obbiettivo vero che muove il senso della mostra: indagare lo statuto della fotografia.
Ma alla fine – mi vien da pensare – è così importante ragionare, indagare, sviscerare lo statuto della fotografia? La serietà professionale dell’artista, la commerciabilità delle opere, l’incisività dell’immaginario che queste opere veicolano, non viene meno se ci dimentichiamo i ragionamenti dello statuto della fotografia ecc. ecc., anzi, lasciamo che le immagini raccontino quello che vogliono: di bellezza, di stereotipi, di falsità, di inganni...
Più in generale, invece, è tutto il percorso dell’artista che si concentra sui meccanismi, le tensioni, i tecnicismi del linguaggio fotografico. Come ad esempio ristampare vecchie foto, fotografare immagini già stampate, proiettarle con le lanterne magiche...
Per tutte le foto, courtesy Galleria Monica De Cardenas






Sicuramente emerge "tutto" un lavoro che sta "dietro" queste foto. Uso le virgolette perchè in realtà si tratta di set di posa all'ordine del giorno per qualsiasi fotografo professionista. Un telo, una gallina gigante, un fondo cielo, un paravento giapponese...
RispondiEliminaCiò nonostante credo che si debba avere anche uno sguardo ingenuo e spietato:
http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/70132323
Questa foto dell'ikea propone un possibile set perfetto per un'altra foto di questa serie; alcune opere in mostra potrebbero essere l'evoluzione dell'immagine dell'ikea.
Che ruolo hanno certe convenzioni iconografiche oggi? E' sufficiente il loro quoziente esotico,elegante ed ammiccante?
Luca, sarà perchè vuoi essere come il prezzemolo (onnipresente e onnicomprensivo) scadendo in giudizi affrettati... tu la mostra non l'hai vista. Non conosci il lavoro della Fregni e le appiccichi un giudizio scadente.
RispondiEliminaCome scadenti sono tutti quelli che ti citano come pulpito attendibile (vedi ultimo e arzigogolato articolo di Roberto Ago), quando in realtà sei solo un ex-artista frustrato (come l'altro ex-artista poco sopra citato). Un giudizio espresso da persone 'rifiutate' dal sistema non è attendibile perchè frutto di rancore ed astio. Scrivo questo perchè è evidente che tu, la mostra della Fregni non solo non l'hai vista, ma non l'hai nemmeno capita. Ma che ti rispondo a fare.... bha!
all'ordine del giorno per qualsiasi fotografo professionista oggi c'è photoshop... accendiamo il cervello prima di scrivere, please!
RispondiEliminaSe l'immagine non vi interessa
RispondiEliminachiudete gli occhi
hm, ti consiglio di leggere il comunicato stampa, così almeno se vuoi (gratuitamente) sparare a zero su questa artista, lo fai sapendo di cosa si sta parlando!
RispondiEliminahttp://www.monicadecardenas.com/current_press.php
non sono copie delle vecchie fotografie, gli scatti sono stati rifatti, riutilizzando i set e i costumi originali
RispondiEliminache 2
RispondiEliminabeh speravo di capirlo dal post senza lo sbattimento di leggermi il comunicato stampa, cmq ora ho capito grazie del consiglio, sta sbobba incolore preistorica non è decisamente il mio genere . forse delle due aveva più senso l'appropriasionismo + photoshop, più veloce efficace ed economico .
RispondiEliminaMostra bellissima! Brava Linda
RispondiEliminaSabrina
Anonimo Uno: Prezzemolo cosa? Che seguo 3 siti in croce? E dal telefonino...ma perfavore,,,,
RispondiEliminaPrezzemolo sono quei 3 soliti noti selezionati da altri 3 soliti noti. Poi non ci possiamo lamentare di Sgarbi e Beatrice, quando il sistema "buono" italiano è litigioso, piccolo, autoreferenziale e lontano dal pubblico.
Io ho posto interrogativi e qualcuno inizia a parlare di me. Forse sono io dovrei dire "bha" :)
Questa cosa dell'artista frustrato vi rassicura tremendamente, ben per voi :)
Non si capisce frustrato rispetto a che cosa. Quando il sistema italiano , a detta di personalità più autorevoli di me (G. Romano per esempio) , sembra non esistere. Quello che esiste non funziona e gli artisti sono costretti dentro a codici anacronistici. Non aspiro assolutamente al ruolo di artista che avete in testa voi, anche se lo rispetto criticamente. Molto più interessante in italia è fare lo "spettatore interessato" visto che NON ce ne sono e quelli che ci sono sono addetti ai lavori e aspiranti artisti.
Non credo che suggerire immaginari raffinati, esotici ed eleganti sia sufficiente. Credo che l'artista debba porsi alcuni interrogativi rispetto al suo ruolo. Debba mettersi sinceramente in discussione. E la stessa cosa andrebbe fatta rispetto alla funzione dell'arte e dei suo format.
Concordo con un giudizio sopra. Luca Rossi (o meglio, gli amichetti che di volta in volta ne interpretano il ruolo patetico) sono semplicemente dei frustati. La loro accidia è inversamente proporzionale alle mostre che fanno. Se non fossero così impegnati a scrivere il loro stupidario quotidiano, davvero cialtronesco, si potrebbero anche porre il problema di come essere degli artisti migliori.
RispondiEliminaLa loro è proprio l'essenza del metodo Boffo. Non tentare di essere migliori, ma infangare pretestuosamente gli altri per dimostrare che tutti sono allo stesso livello. Basso e sporco. Ma qui di basso e sporco ci sono solo loro. Parlano di '3 soliti noti' ma la piccola cricca malevola sono proprio loro. Oppure Luca Rossi, ci volete dire chi siete? Così, giusto per dimostrare la vostra onestà intellettuale.
chissenefrega di luca rossi. non ci vuole un genio a capire che mostre come questa non sono delle grandi mostre. a parte la retorica del livore, di cui ne abbiamo le tasce piene, credo che le opinioni, anche quelle negative, vadano sempre rispettate. tutti questi mediocri che parlano di mostre, premi, curriculum...che tristezza, chissenefrega di essere degli artisti migliori...beata gioventù ( o beato tempo libero). citare Boffo, le cui dinamiche di attuazione e di sviluppo (nello sputtanamento) sono veramente altra cosa rispetto a dei post sulla mostra della fregni nagler, dimostra purtroppo di come la gente che lavori nel sistema arte in italia sia veramente mediocre, saccente senza sapere nulla, proprio fuori dal mondo. che noia mortale che siete, mai una scintilla in sto blog
RispondiEliminaRipeto, le uniche cose basse e sporche che vedo sono le critiche che mi vengono mosse in modo gratuito e non motivato. E inoltre usciamo sistematicamente dal tema. Nel mio primo commento ho posto un problema. Potrei anche sbagliare o esagerare. Perchè non è possibile argomentare rispetto ai contenuti? Cosa avrei detto di così "cialtronesco" o di "pretestuoso"? Se queste sono le reazioni mi viene da pensare che ho veramente ragione, mentre spesso cerco di esagerare una visione.
RispondiEliminaPerchè le immagini di Fregni Nagler non sono da considerarsi "ikea evoluta"?Qualcuno mi può spiegare? Perchè non siamo in grado di accettare questo mettersi in discussione?
No, nessuno ti può spiegare. Se uno si inventa una stupidaggine non dovrebbe poi pretendere che qualcun'altro gliela spieghi. Idiota sei, idiota rimani.
RispondiEliminaBhe mi sembra un'ottima risposta, decisamente sintomatica del periodo storico che attraversa l'italia, ma non solo l'italia. E forse bisogna iniziare ad essere "idioti". O quanto meno bisognerebbe avere il coraggio di prendere in considerazione questa possibilità.
RispondiEliminadai ma la bordignon mi ha cancellato un commento molto più innocuo di quello sopra (marco), non è giusto .
RispondiEliminaCara hm, non me ne volere. A volte mi 'gusti' altre volte no. Non essendo persona fisica, ma pupazzotta che vuol far la dura, quando esageri ti cancello. Ma suvvia, abbi il coraggio di mostrare non solo le unghie ma anche la faccia!
RispondiEliminaMi dispiace che abbiamo perso il sentiero. Torniamo in 'riga' e , se qualcuno ha da commentare il lavoro di Linda, si accomodi.
cara ?.. ma quali unghie.. ooo ma qui si sta delirando.. sono un maschietto cara brodignon, la mia faccia (fotoritoccata) la trovi pure su google immagini, un gruppo di rapper romani (TRUCEKLAN noto gruppo di bambocci fintogangsta figli di avvocati) mi ha dedicato un blog di insulti 3 anni e mezzo fa spargendo i fotomontaggi su 40 blog, peccato che poi a 2500 commenti di insulti devastanti le guardie spione nell'ombra abbiano oscurato il tutto perchè stavo iniziando a divertirmi, ho pure fatto a pacche col noto musicista tossic metal 45enne eroinomane DIEGO D'AGATA aka il principe della frustration, che si era aggregato agli insulti senza invito, documentando minuziosamente la performance sul blog . poi le guardie mi sa che ci hanno preso gusto perchè hanno oscurato altri 7-8 blog di faide telematiche nati dal precedente antiheartmind . non è che mi hai cancellato per lo storpiamento del nome Fregnina Gle(mou)r? mi sembrava simpatico alla fine . ciai
RispondiEliminaun bel lavoro, a mio giudizio. fuori dal comune.
RispondiEliminaa prescondere dal risultato estetico, gradevole oggi come lo era, nella sua follia, cent'anni fa, l'operazione meta-storica è interessante.
così come la riflessione sul mezzo fotografico.
l'ossessione con cui sono stati riprodotti i set, i costumi, è affascinante.
come ogni opera d'arte contemporanea mancano i canoni di giudizio, a ciascuno perciò di valutare la bontà dell'esito. archiviata questa ricerca, sono curioso cosa lfn proporrà in futuro.
per la cronaca: l'accostamento di lr mi pare scontato. se lo fa troppo spesso finisce che suona come un disco rotto. a volte ha pure ragione, ma qui svirgola, imo.
Concordo pienamente con Kurz!
RispondiEliminaGuardate, in questo caso il mio accostamento è una provocazione (in altri casi non lo è stato). Però penso che possa essere utile anche uno sguardo più ingenuo e spietato.
RispondiEliminaLa trasposizione storica è sempre accattivante, e anche questa è una trappola rassicurante. E' il meccanismo del vintage. Una certa malinconia "pilotata", che non può non essere profonda ed incidente. Una forma di retorica. Ma , ripeto, in questo caso predilogo uno sguardo diretto e frontale. E da questo punto di vista, queste soluzioni potrebbero benissimo stare all'ikea. E in questo non c'è necessariamente qualcosa di negativo. Infatti non si capisce perchè "Ikea evoluta" venga sempre vista con accezione negativa...
opere noiose, perfette per una galleria noiosa e salottiera come la De Cardenas. L'arte che mi intriga ha follia, nonsense, scintille di malattia mentale e qualche tumore in fase embrionale, tutte qualità che qua non si vedranno mai. un esercizio, ma il talento è altra roba.
RispondiEliminaEddai, Linda finalmente si è messa a lavorare sulla sua collezione. per la prima volta decide di esporre qualcosa di suo, che non sia il suo corpo e la sua splendida faccia, e voi le rinfacciate di non essere Francesca Woodman??? E', come sembra, una gentile e beneducata ragazza di città che mostra, nell'affollata e beneducatissima galleria De Cardenas il candido frutto del suo ingegno, tanta fatica, tanta applicazione, tante belle cornici ben fatte e sicuramente saldate personalmente al corniciaio. Non tutti amano il chiasso qualunquista e leghista à la Nico Vascellari, a Linda piace il Rondò Veneziano, Vivaldi sì ma un po' più moderno, altro che Ikea, roba da coatti veramente, caro Luca.
RispondiEliminaSiate duri con Linda ho detto...
RispondiEliminaEddai, Linda si è messa a lavorare sulla inutile collezione. per la prima volta decide di esporre e voi le rinfacciate di essere Francesca Woodman??? E', come sembra, una gentile e beneducata ragazza di città che mostra, nell'affollata e beneducatissima galleria De Cardenas il candido frutto delle sue cornici ben fatte e sicuramente saldate personalmente dal corniciaio. Non tutti amano il chiasso qualunquista , a Linda piace l' Ikea roba da Milanesi.
La Fregni Nagler è un'artista che studia, che conosce e approfondisce le riflessioni e le problematiche della critica e della storia della fotografia. é un'artista che usa il mezzo fotografico per indagare il gesto e la memoria nell'era della sua riproducibilità tecnica. al di là dell'estetica senza dubbio affascinante ed accattivante, questo lavoro interessa per la profondità con cui l'artista si è appropriata dell'intelletto fotografico.
RispondiEliminaaltro che collezione e vintage, mi spiace vedere che in un bel blog di critica si scada in giudizi così affrettati e spietati.
sarebbe bello vedere i commentatori avvicinarsi alle opere con la delicatezza usata dalla Fregni Nagler, e non con zampe incattivite che schiacciano per puro gusto.
brava!
RispondiEliminasia Fregni Nagler che Annalisa Angelini
Seven Eyes
Dal comunicato stampa: "Le fotografie della scuola di Yokohama sintetizzano efficacemente alcune delle caratteristiche che Linda Fregni Nagler ricerca nella fotografia d’epoca che sceglie come punto di partenza: l’uso deliberato dell’artificio, che mette in luce la natura costitutivamente artificiale della fotografia stessa; l’espressione della creatività non al livello macroscopico del soggetto e dello stile, ma nei dettagli, nei margini dell’immagine; infine il complesso gioco di tramando, adattamento e interpretazione degli stereotipi iconografici. I soggetti della scuola di Yokohama erano ispirati dalle stampe Ukiyo-e; la scuola era stata però fondata da occidentali (Felice Beato, Adolfo Farsari, Raimund Von Stillfried e altri) e si rivolgeva al mercato dei collezionisti europei. Le immagini prodotte nell’ambito della cerchia di Yokohama, anacronistiche rispetto alla realtà del Giappone moderno, assecondavano un certo immaginario esotico occidentale; a loro volta, divennero presto una popolare fonte iconografica per l’Occidente. Aggiungendo un ulteriore livello, un altro passaggio a questa lunga stratificazione, Linda Fregni Nagler mira a mettere in luce la sua complessità."
RispondiEliminaHo visitato la mostra oggi e trovato l'aspetto descritto in queste righe il più interessante. Queste immagini sembrano nascere per inserirsi idealmente in un "catalogo" di ipocrisie occidentali, dalla stereotipizzazione al feticismo collezionistico dell'esotico. Un suggerimento: non fermatevi alla superficie solo perché sono belle immagini. Entrate nel portato antropologico del lavoro.