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04/06/11

Le stanze dell'Arsenale - 54° Biennale di Venezia

Annette Kelm
Song Gong
Roman Ondàk
Rashid Johnson
Ida Ekblad
Andro Wekua
Mai-Thu Perret
Bice Curiger ha deciso di strozzare il lungo respiro dell'Arsenale con tanti piccoli nuclei monotematici. Si inizia con la labirintica installazione - che è anche uno dei 4 para-padiglioni presenti in questa 54° edizione della Biennale - di Song Dong. Segue Roman Ondàk con due forme di riflessioni sullo spazio: un video che riprende gente che entra ed esce da una sala e una scultura che riproduce la capsula di salvataggio dei minatori rimasti intrappolati in Cile a 700 metri di profondità.
Nella prima grande sala dell'arsenale, 5 piccole personali: Mai-Thu Perret, Rashid Johnson, Andro Wekua, Ida Ekblad e Annette Kelm. L'inzio, a mio avvio, si presenta con una sobria eleganza... senza nè chiasso nè clamori. Stupisce l'opera di Wekua. L'artista ci aveva abituati a manichini, sfondi rossi-neri-viola, grandi monoliti. Per questa edizione presenta una serie di modellini di fanta-architettura di edifici della sua città natale nell'ex-Georgia. Non stupisce invece Rashid Johnson con le sue mensole specchianti e il tappeto di zebra. Belle le versioni in legno con abrasioni circolari (più accattivanti rispetto a quelle in specchio).
Birdhead
Meris Angioletti
Para-padiglione di Franz West
Nella sala successiva, a fianco del muro fotografico dedicato a Shanghai dei Birdhead, la stanza di Meris Angioletti. Mi metto all'ascolto - visto che non c'è nulla da vedere - il complesso intreccio di voci e suoni che compongono la sua opera, 'Stanzas', che si presenta come una riflessione su ciò che è percepibile e quello che non lo è in arte. Unica ed eterea presenza, oltre al suono, un fascio di luce che disegna un quadrato sul pavimento.
Mi imbatto nel secondo para-padiglione, quasta volta di Franz West che presenta la sua cucina viennese in forma estroversa. Ospita le opere di altri artisti, tra cui le fotografie (a colori) di Dayanita Singh. Poco lontano l'installazione di Luca Francesconi che, in tutta sincerità, mi lascia abbastanza indifferente (no, dai, i manichini no....!!!).
Rebecca Warren
Nicholas Hlobo
Fabian Marti
Shannon Ebner
Luca Francesconi
Mi fermo davanti alla grande parete dedicata a Shannon Ebner che presenta 28 fotografie di grandi lettere, nel suo tipico modo di rappresentazione: segni e lettere formate da mattoni.
Raggiro un brutto e grandissimo pipistrello di Nicholas Hlobo, così come i piccoli uccellini azzurri immortalati da Jean-Luc Mylayne.
Mi guardo attorno e, come dicevo all'inizio, mi manca un pò l'affascinante prospettiva dell'Arsenale.. suddivisa dalla curatrice in tante piccole stanze. Finora niente di spettacolare o particolarmente 'pungente'.. tutto scorre tranquillo, senza asperità... Altra personale, questa volta di Rebecca Warren che alle sculture sinuose-formose di donne, accosta installazioni astratte e minimali.
Eccola l'opera gigante (forse fin troppo), dello svizzero Fabian Marti: una montagna altissima di parallelepipedi che ospitano alcune ceramiche in bianco e nero collegate da un sottile segno nero; la montagna ha un accesso che porta all'interno, dove è collocato un video (fatto con telefonino) che mostra un tramonto tra le palme. Leggo che 3 sono gli elementi a cui, provocatoriamente, l'artista si riferisce: l'ossessione per il primitivismo (la grotta), Op Art (ceramiche a righe) il pioniere del cut-up Brian Gysin. Mah...questo lavoro lo trovo assurdamente grande per dire molto poco.
Sono più o meno a metà 'strada'....

04/05/11

Mai dormire con una fragola in bocca - Andro Wekua

Untitled, 2010
Floor Relief/Waves, 2010-2011
Neon with arches, 2010-2011
Blue Vase, 2010

Frame da Never Sleep with a Strawberry in Your Mouth, 2010
***
Ho visto per ben due volte il film di Andro Wekua presentato al Castello di Rivoli nella sua mostra Neon Shadow, curata da Andrea Bellini. La prima visione di 'Never Sleep with Strawberry in Your Mouth', è stata un pò distratta, ho cercato di memorizzare i dettagli, i personaggi, le atmosfere. Nella seconda, invece, mi sono concentrata sul narrato. Un ragazzo/a si muove in un appartamento. Incontra dei personaggi, li sfugge. Atmosfere cupe, quasi terrorizzanti che, inevitabilmente, ricordano dei film horror, sia per montaggio che per i colpi di scena. Anche in quest'opera ci sono le tracce indelebili del passato dell'artista. C'è la sua città, ci sono i suoi ricordi, le sue ossessioni e drammi. Senza contare che già il titolo (Mai dormire con una fragola in bocca), suona come un monito... per qualcosa di grave che deve accadere. Il film visualizza il risveglio dopo aver dormito e ingoiato la fragola o invece, visualizza un sogno fatto avendo il frutto sulla lingua?
L'artista ambienta il film nella sua città, Suhumi (Georgia), ex-cittadina balneare, distrutta dopo la guerra e tutt'ora mezza abbandonata e fatiscente. L'artista sublima il luogo reale per trasformarlo in un teatro onirico, in un palco dove ritorna non per inscenare i suoi drammi ma per amplificarli, sublimarli. L'eterno ritorno al suo passato, fa si che Wekua tutte le volte tenti una nuova prospettiva con cui ricostruire momenti dolorosi, mai del tutto smaltiti. Morte, oblio, distruzione vengono visualizzati con colori cupi, primi piani paranoici e suoni improvvisi.
Dividerei il film in due parti, quasi come se fosse composto da due storie differenti. Il primo ha protagonista una figura androgina che, dopo aver osservato un bellissimo tramonto sul mare, rientra in casa e impaurito si muove nello spazio, cercando o scappando da qualcosa. Il secondo inizia con lo stesso protagonista intrappolato da personaggi/manichini in una stanza. Ad un certo punto entra una sorta di mostro (che poco c'entra con tutto il resto), compie alcune movimenti che, magicamente, fanno scomparire tutto. Svuotato lo spazio, il mostro si avvia verso il terrazzo per ammirare sempre un bellissimo tramonto che però, ospita anche degli strani delfini volatanti su delle piattaforme.
Come le opere su carta, Wekua sviluppa anche in questo film la tecnica del collage, sommando e incastrando quelli che nel tempo sono diventati i suoi archetipi visivi: stanze vuote semi al buio, manichini, oggetti di design demodè, colori saturi (rosso, viola, grigio, nero), ragazzi/e dall'età indefinita spesso mascherati o il cui volto e alterato.
Ho trovato questo film molto intenso e perfettamente coerente con il resto delle opere dell'artista. Unico appunto: il video è un po' sacrificato sul monitor (forse era meglio una proiezione) ed è installato in una parete della stanza che non agevola la visione.
Il resto delle opere (un pò pochine...) fanno pendant con il video, che resta il pezzo forte dell'intera mostra.
Se siete a Torino, la mostra merita una visita... senza contare che, sempre al Castello di Rivoli, c'è la mostra di John McCracken: una delle più coinvolgenti mostre che ho visto ultimamente. Installata benissimo, ricostruisce con opere fondamentali il percorso dell'artista, rivelando la sua immensa capacità di visualizzare la parte più spirituale e trascendentale della materia-colore.
***
Andrea Bellini e Andro Wekua