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29/08/11

Summer by... n° 39 Martina Angelotti // Carlo Mollino

Photos by Mai-Linh
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La scelta di Martina Angelotti:

Carlo Mollino
Sala da ballo Le Roi (ex cinema Lutrario), 1959
Torino

21/06/11

ZimmerFrei al Mambo > Campo Largo


Le stanze sono libere, Photo: Chiara Balsamo
ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo
ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo
What we do is secret, 2004-2011, Photo: ZimmerFrei
Locations, 2011, Photo: ZimmerFrei
Senza titolo (di un dio minore), 2010 Photo: Chiara Balsamo
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ZimmerFrei - Campo Largo

A cura di Stefano Chiodi

Spazi vuoti, stanze libere e campi larghi. Luoghi, set, scenografie dove si muovono figure, animali e umane, dove esplodono scenari sottratti alla realtà. La mostra che ZimmerFrei ha realizzato al MAMbo di Bologna, è la sintesi di un percorso che dura da più di dieci anni e che ha trascinato il gruppo negli ambiti più disparati del linguaggio, facendoli approdare in una terra sospesa a metà fra lo spazio e il tempo, in un campo largo di vedute, suoni, allegorie.
Ogni lavoro presentato è una fessura aperta sul reale, che ci invita ad aprire lo sguardo, senza nessuna precauzione. Cominciamo da un indizio, la serie dei Panorami che il gruppo ha realizzato in diverse città europee, e in cui viene catturata quella bidimensionalità del tempo che appartiene al piano misterioso dei fenomeni e del reale. E’ un tempo affilato e rallentato che si sovrappone a quello in velocità, grazie alla tecnica del time-lapse, che comprime in pochi minuti il materiale girato in un’intera giornata.
Basta superare la parete centrale che reca il titolo della mostra, ‘Campo largo’ per cadere nella trappola di una rete sospesa a mezz’aria dentro allo spazio principale del museo. Non è più stanza, né luogo, né spazio. È un paesaggio, la Radura, dove è possibile ritagliarsi un momento intimo e solenne. La rete cala dal soffitto, formando dolci onde, e proiettando ombre di luce violacea a terra, cadenzate dal suono lontano di cinque carillon. È un deserto onirico, che s’impone all’improvviso contenendo tutto ciò che le sta sotto e intorno. Così, ci si può abbandonare alla visione delle altre opere dislocate nello spazio espositivo, mantenendo un legame affettivo con lo spazio simbolico ed esperienziale creato dalla rete. Compiere un giro a 360° con la mano tesa sugli occhi ed esplorare, ascoltare altre voci, altri rumori, altri paesaggi rubati.
Non sono soltanto i sensi, ma è la memoria che si attiva, il ricordo, la percezione di un deja vou e di un deja entendu. E’ il caso di 'Senza Titolo (di un Dio minore)', dove un vecchio registratore a bobine riproduce un’intercettazione telefonica di due soggetti: A e B. Due potenti, due notabili che, nella loro lunga conversazione, ci raccontano qualcosa sulle dinamiche più intime del potere, ed è automatico associare il dialogo ad uno dei tanti letti in questi anni sulla stampa.
Con lo stesso realismo, meno sarcastico, ma altrettanto pungente, guardiamo il video LKN Confidential girato a Bruxelles in un’unica strada, di cui vengono messe in luce le relazioni, i conflitti, il quotidiano, i commerci, la fragilità umana.
Passando attraverso una tenda di corde colorate, simile a quelle dei vecchi negozi di alimentari, e strisciando come un’automobile quando passa sotto i cilindri che spruzzano acqua, ci si sposta nell’ala sinistra del museo, dove una serie di fotografie giace appoggiata a terra, quasi per caso, con due soggetti ricorrenti: foto di famiglie ebree a Coney Island, sullo sfondo della ruota panoramica dello storico Luna Park, da un lato, e pecore e pastori della periferia romana, dall’altro. Scenari contrapposti, con una certa decadenza ricorrente che ipnotizza e ci fa entrare dentro alle immagini quasi fossero vive, come se potessimo accarezzare una pecora, o togliere il cappello al padre di famiglia ebreo…
Non manca la foto stereoscopica sonorizzata, o il tavolo di lavoro degli ZimmerFrei che accoglie (oltre al sudore di anni di fatica!) anche una vasta documentazione su Stop Kidding, un video mandato in onda su Blob nel 2002 e selezionato per la Biennale di Venezia dello stesso anno.
Insomma, qui dentro c’è proprio tutto: consapevolezza politica, rigore artistico, valore socio culturale, aggressività intellettuale e tantissima sensibilità.
C’è anche un buco, uno spioncino che collega il mondo di ZimmerFrei con il mondo esterno, sulla facciata del Museo.
Gli Zimmerfrei hanno i piedi per terra, anche se si divertono a farci vedere volare le pecore.

Martina Angelotti

ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo

24/05/11

From Berlin: Rehearsing Collectivity – Choreography Beyond Dance


San Keller 'Until the last Dance'
San Keller 'Baden in der Menge'
View of the exhibition
L. Castro & Ó. Ólaffson
Ingrid Hora 'The great leap forward'
David Levine 'Yes'
Cesare Pietroiusti 'Pensiero Unico'
A.Giannotti_Tribune + performance_A Disturbance that travels through space and time_photo by Roberto Beani
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Rehearsing Collectivity – Choreography Beyond Dance
A cura di Elena Basteri, Emanuele Guidi, Elisa Ricci in dialogo con Aldo Giannotti

Durante i giorni del Berlin Weekend Galleries, la Tanzfabrik ha ospitato il progetto ‘Rehearsing Collectivity’, che ha raccolto artisti, intellettuali, performer, intorno al tema della collettività, del corpo fisico sociale. L’intenzione è stata quella di fare prove di collettività, ovvero di offrire un terreno in cui “muoversi” collettivamente e in cui praticare, riflettere e immaginare forme di condivisione di uno spazio e di un tempo. E questo senza voler celebrare la collettività ad ogni costo ma anche facendo emergere problematiche e tensioni ad essa connessi. Generate human waves in the venue you are entering (Genera onde umane nello spazio in cui stai per entrare), è il messaggio che l’artista Aldo Giannotti lancia al pubblico nel suo lavoro A Disturbance that Travels through Space and Time. Nell’ illustrazione di Giannotti raffigurata nell’invito, si osserva un gruppo di persone in attesa di unirsi in una grande hola, come compatti ultras durante una partita di calcio. La hola è stata poi effettivamente messa in scena nella tribuna che ha ospitato il pubblico degli eventi, e appositamente realizzata dallo stesso Giannotti.
Di fronte a Franco Berardi Bifo, invitato per un talk l’ultimo giorno della mostra, il pubblico ha quindi omaggiato l’ospite con una splendida hola perfettamente riuscita, come da copione. E allora, mi sembra d’immaginare e vedere la faccia di Bifo che, arruffandosi i ricci sulla fronte, esibisce tutta la sua genuina sorpresa per questa singolare manifestazione di affetto, esultanza e partecipazione, poco prima di discutere la sua nozione di moltitudine collegata all’esperienza di artisti che della collettività, e della moltitudine, hanno fatto uno statement non soltanto visivo, ma sociale.
Questa idea di collettività, che allude al concetto di comunità e condivisione, sia essa un movimento, una coreografia, un’idea, è il principio su cui nasce Rehearsing Collectivity – Choreography Beyond Dance, ma è anche a mio avviso il tema che solleva il dibattito legato al concetto di bene comune e di democrazia.
E quindi: che cos’è un corpo collettivo e come si muove questo corpo collettivo? Che tipo di comunità temporanea incarna il pubblico? Come può la dimensione politica e sociale, implicita nel concetto di collettività, essere tradotta e praticata nel contesto artistico?
A tale genere di domande hanno risposto gli artisti coinvolti, attraverso opere che hanno invitato il pubblico a farsi carico di un’iniziativa, per condividerla appunto, in nome di un progetto comune. E’ capitato, così, di fare stage diving, lanciandosi da una scala realizzata da San Keller (Baden in der Menge, 2006), per poi ritrovarci tra le braccia di un gruppo di persone radunate sotto la scala, oppure di compiere simbolicamente il grande balzo auspicato da Mao Zedong attivando l’installazione di Ingrid Hora (The great Leap forward, 2011) assieme a un gruppo di sconosciuti mossi dallo stesso identico desiderio di sentirsi parte di un’unica azione.

La sensazione che ho io è che in questo progetto non vengano condivise proprietà, ma esperienze, attraverso una ricerca che non si chiede da che parte stare nel mondo della “creatività” contemporanea, ma mescola intuizioni, sentimenti e tecnologie al fine di ritrovarsi e riconoscersi dentro a un progetto comune. La partecipazione dell’audience però, ed è questo uno dei pregi del progetto, non avviene ad un mero livello di interazione “fisica”con l’opera. Molti dei lavori presenti (l’audio installazione di Roman Óndak Announcement, 2002, o la stessa installazione di David Levine Yes, 2011) richiedono un nuovo modo di pensare ed evocare la collettività.

In mostra:
Franco Berardi BIfo, Libia Castro/Ólafur Ólafsson, Tina di Carlo, Nina Dick, Kai van Eikels, Aldo Giannotti, Ingrid Hora, San Keller, Michael Koch, David Levine, Ligna, Liquid Loft/Chris Haring, Boyan Manchev, Roman Ondák, Cesare Pietroiusti, Olivia Plender.

Martina Angelotti

* Tutte le foto che documentano la mostra sono di Martina della Valle

03/05/11

Marco Di Giovanni ✶ NORD, Distanze siderali

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Martina Angelotti ci racconta la mostra Nord - Distanze Siderali di Marco di Giovanni alla Galleria Galica e a cura di Antonio Grulli.

Prima della creazione, secondo la mitologia pre-cristiana delle culture nordiche, esisteva un varco spalancato, una voragine denominata Ginnungagap, ai cui estremi si alternavano paesaggi e temperature discordanti: il freddo gelo e le piogge battenti a nord, luci scintillanti e calore infiammato a sud. Da questa leggenda, da cui la scienza ha tratto incredibili analogie con la scoperta del Big Bang e i primi momenti di formazione del nostro pianeta, è possibile rintracciare le linee guida che ci permettono di scrutare con minuziosa e piacevole dovizia Nord – Le distanze siderali , mostra di Marco di Giovanni realizzata negli spazi della Galleria Galica.
La lettura che Antonio Grulli ci regala nel suo testo che accompagna la mostra, è un’intensa elaborazione che alterna pensieri e considerazioni attingendo dalla scienza, dal mito e dalla religione, linguaggi attraversati e mediati dall’esperienza artistica.
Ma ciò che in effetti stupisce, percorrendo gli spazi della galleria, è proprio lo stato di sospensione che questo luogo assume, con tutto ciò che contiene. E’ come se il mito di Ginnungagap non si fosse mai esaurito, come se i resti di qualche ancestrale, arcaica visione non fossero mai scomparsi, mostrandosi ai nostri occhi come opere cosmiche di un universo che ancora ci riserba sorprese.
I lavori qui esposti, intrecciano scienza e mitologia, tentando di lasciare una traccia nell’ignota visione del mondo. Ci sono buchi neri di gomma piuma, che si appoggiano sul pavimento come a far implodere l’universo, c’è anche un Progetto per Ginnungagap, fatto di fogli di carta sovrapposti con un buco al centro, all’interno del quale c’è uno specchio riflettente. Con il ferro arrugginito invece, sono stati realizzati dei pesanti cilindri, con fori che lasciano trapelare dei pezzetti di universo, un fazzoletto di cielo stellato, una piccola luna blu parzialmente eclissata. Quest’opera in particolare fa parte di un’unica installazione che porta il titolo di Superstringa, esattamente come la più piccola parte di materia finora conosciuta.
Fluttuare in un tempo e in uno spazio non bene definito, come un’astronauta, alla ricerca di un trucco, di un mistero, di una spiegazione, diventa più difficile quando ci si accorge di un corpo che giace a terra, scalzo, con la testa incappucciata dentro a un tubo di ferro conficcato in una parete. E’ Marco di Giovanni che accenna qualche timido movimento con la mano, le dita appoggiate al petto, il respiro sempre più profondo. Dentro ad uno dei due scarponi lì a fianco ai suoi piedi, si può vedere un piccolo pianeta fatto di terra e illuminato come un’oleografia. Mi preoccupo un po’ per lui, poi penso al mondo bello che starà guardando da lì dentro, un universo visto attraverso il buco di una serratura, che esiste, si materializza solo per il fatto che lo stai guardando.
E cosa se non questo ci regala la scienza? La gioia di sapere che le cose esistono solo perché le vediamo. Ma se ci crediamo e basta, a me piacciono ugualmente.

04/04/11

Alex Cecchetti ✮ The two Magicians

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Commenta: Martina Angelotti

Vi sorprenderà leggere questo inaspettato post - sul blog noto quanto la sua ideatrice Elena - ma non mi sono potuta esimere, dopo le ripetute richieste di una amica e collega, di esprimere anche io ogni tanto qualche parolina sulle cose che vedo, che sento, che mi succedono attorno, nella città in cui mi trovo a condividere con voi.
La bellissima giornata di domenica, da un calore quasi estivo più che primaverile, ha condotto me e molti altri ad assistere alla performance di Alex Cecchetti.
I due “maghi”, Alex e Julia, si sono fronteggiati in un’azione prolungata, improvvisata, volta da un lato al perseguimento di forme fisiche in equilibrio, perfettamente ricollegabili alla sfera della danza, dall’altro alla ricerca di una complicità con gli oggetti e le situazioni che Alex ha tentato di costruire, utilizzando la voce, le parole e gli strumenti più disparati: un nastro adesivo, un secchio di plastica, lastre di metallo flessibile, perle di vetro, cristalli, dentrifcio…
Ma chissà, forse per un desiderio di asciuttezza o forse semplicemente perché d’amore e di passione un po’ tutti viviamo, ad un certo punto ho immaginato che mi sarebbe piaciuto di più vedere i maghi destreggiarsi in prestigiosi numeri da cabarèt, immaginazione drammaticamente agè e assolutamente fuori luogo, che però ha ridato guizzo alla mia presenza.
Ma in effetti, io che mi lascio abbindolare addirittura dai prestigiatori del mercato, resto un’intramontabile romantica, sempre affezionata al mago Wolf e ai suoi sorprendenti giochi di mentalismo! Non sono credibile, lo ammetto! Ma vi confesso che il momento più divertente, è stato vedere la scarpa di un amico, che senza batter ciglio, si è lasciata fecondare da uno spruzzo abbondante di dentifricio alla menta.Alex Cecchetti, The two Magicians 3 aprile 2011, ore 19: performance con Julia Cima
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01/02/11

ON. LUCI DI PUBBLICA PIAZZA

Eva Frapiccini
in terra > Weaned (Svezzati)
Piazza Verdi / Portico via Zamboni



Foto di Chiara Balsamo
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Aldo Giannotti
in cielo > Compass

Cantiere via Riva di Reno incrocio via Brugnoli

ph. Chiara Balsamo
ph. Anna De Manincor

Aldo Giannotti e Martina Angelotti