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02/02/12

D'Apres Giorgio / Roma

 Casa- museo di Giorgio De Chirico
 Benny Chirco, Cavalli in riva al mare, 2012
Giulio Frigo, Il discreto insistere di una testa all'interno di un campo visivo, 2012
  
Dan Rees, O Brother, 2012
 Luca Vitone, Natura morta con Punt & Mes, 2012
 Nicola Pecoraro, Untitled (23 Skidoo), 2006-2012
 Nina Beier, Dead Drop, 2012
 Olaf Nicolai, Lettere dallo studiolo, 2012
Foto di Alberto Savino con foglie secche
 Luigi Ontani, SeniSeminodo, 2012
 Tobias Madison - Kaspar Müller, Hospitalily (Doorstopper), 2012


Luca Trevisani, Placet Experiri con Giorgio #1, 2012
 
Paul Armand Gette, La toilette de ka Nymphe, 2012
***
Era la prima volta che ci mettevo piede.  Mi avevano raccontato che era un luogo molto affascinante oltre che bellissimo. Senza contare che, l’illustre padrone di casa, Giorgio De Chirico, non si sbagliava di molto quando scrisse: “Dicono che Roma sia il centro del mondo e che piazza di Spagna sia il centro di Roma, io e mia moglie, quindi si abiterebbe nel centro del centro del mondo, quello che sarebbe il colmo in fatto di centrabilità ed il colmo in fatto di antieccentricità.”
Piazza di Spagna, giornata assolata. Prima di guardare dentro, guardo fuori e giù, per ammirare il ‘centro del centro’.
Sono qui grazie all’ambizioso progetto del curatore Luca Lo Pinto, che ha coinvolto una lunga lista di artisti – italiani e stranieri – per dialogare idealmente con il grande artista, con i suoi oggetti e la sua casa-museo. D’après Giorgio si propone di creare un secondo livello di lettura della Casa-museo per le persone che la visitano e di offrire un nuovo punto di vista su de Chirico, attraverso il dialogo instaurato con gli artisti contemporanei” – spiega Luca Lo Pinto – “Il titolo della mostra fa riferimento ai famosi ‘d’après’ dello stesso de Chirico ed è un modo di rendere omaggio a una figura cardine dell'avanguardia del Novecento, la cui influenza sulle nuove generazioni di artisti persiste ancora oggi. Nel contempo è l’occasione per far conoscere la Casa-museo a un pubblico sempre più ampio, attraverso una mostra pensata come una lunga storia, con le opere a fungere da capitoli, al fine di produrre una narrazione al tempo stesso dilatata e frenetica, didascalica e sfuggente, intima e concettuale”.
La mia visita è stata guidata dallo stesso curatore che mi ha raccontato brevemente come sono nate alcune opere, il loro punto di partenza od osservazione. Si inizia con l’opera di Luca Trevisani, Placet Experiri con Giorgio #1, al quadro ‘smontato’ con cavalli di Benny Chirco (anche lui presente all’opening, racconta che da ragazzino era rimasto impressionato da un quadro di De Chirico nel salotto dello zio), all’interessante ritratto che Giulio Frigo dedica al grande maestro, alle foglie secche incollate sulle finestre di Dan Rees (citano una fotografia di Alberto Savino che si trova al piano superiore). Continuiamo la visita con l’opera ‘divertente’ di Luca Vitone: in una piccola sala da pranzo, dove alle pareti ci sono per lo più nature morte, l’artista ligure ha inscenato una sorta di omaggio a De Chirico. L’installazione ‘Natuta morta con Punt & Mes’ consiste in una tavola preparata con tovaglia, posate, torta e panino (quelli che De Chierico era solito ordinare al baretto sotto casa) e, con il suo liquore preferito. Tutte le cose commestibili sono in realtà di plastica. In un angolo un’opera di Alek O. realizzata quando l’artista era ancora studente.

A seguire un poggiapiedi i Martino Gamper, un libro d’artista di Nicola Pecoraio ecc. ecc.
Al secondo piano, un’opera curiosa di Olaf Nicolai, ‘Lettera dallo studiolo’: una macchina da scrivere con fogli bianchi utilizzabili dai visitatori. Nella camera, sopra il letto matrimoniale, un capello leopardato in finta pelliccia di Nina Beier, ‘Dead Drop’.
Disseminati un po’ dovunque, dei fermaporte di Tobias Madison e Kaspar Müller.
La visita finisce nello studio di De Chirico che ospita una fotografia di Ontani, una piccola scultura di Raphäel Zarka, un disegno di Carola Bonfili e un’opera di Trevisani.

Consiglio vivamente una visita, senza fretta. Abbiamo tempo fino a gennaio 2013 per fissare un appuntamento.


Luca Lo Pinto, Luca Trevisani, Raphäel Zarka e Benny Chirco

23/01/12

La pittura che sfonda i muri / Giulio Frigo / Galleria Francesca Minini

 
Giulio Frigo, Chora, 2012  - Exhibition view at Francesca Minini, Milan
  Prestigiatore, 2012 - 2 parts - Oil on canvas, gouache on linen
 La presenza dell'assenza del signor F in contemplazione di una personalissima idea di bellezza, 2012 - luce, tetraedro
 Prestigiatore, 2012 - 2 parts - Oil on canvas, gouache on linen
Per tutte le foto, Courtesy Galleria Francesca Minini, Milano 
Campo di girasoli sospeso, 2012
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"È una mostra intesa come  una sorta di spettacolo in cui però l’unico trucco è quello della pittura e l'unico mistero è ciò che si ha davanti agli occhi in ogni singolo secondo che esistiamo." da CS

Per la sua prima personale alla galleria Francesca Minini, Giulio Frigo  (Arzignano, Vicenza, 1984), ha pensato di dipingere lo spazio completamente di nero. Ha fatto spegnere i freddissimi neon e ha posto qualche faretto qua e là per risaltare i tre quadri esposti. C'è anche un occhio di bue che cerchia l'ombra 'impossibile' di un uomo che osserva una piramide appesa.

Ma andiamo per ordine.

Mi sono cercata il significato del titolo della mostra, Chora: dal greco, 'regione', la parte fuori dalle mura della polis; era il luogo dove i contadini coltivavano i campi e si dedicavano all'agricoltura. Ma forse mi sbaglio e prendo una direzione sbagliata rispetto a quella dell'artista...

L'artista, da comunicato stampa, mi invita ad immaginare la mostra come una sorta di spettacolo  di illusionismo, quelli che andavano di moda a fine '800. In realtà, andando così indietro nel tempo, non posso che avere qualche sfuggente immagine cinematografica, magari anche sbagliata.

Oltre a questo, a complicare ancor più le cose -  dopo aver visto la mostra - c'è anche un testo scritto da Giulio, PITTURA. Con molto semplicità, l'artista esordisce ponendosi un quesito: come e perchè l'uomo ha cominciato a dipingere. Stimolata, riapro un vecchio testo universitario  (De Vecchi  - Cerchiari) e cerco la prima immagini da cui si fa partire 'tutto'. Tutto inizia dal Bisonte Ferito - pittura rupestre - 13.000 11.000 a.C. Grotta di Niaux (Ariège): "L'arte del Peleolitico è essenzialmente naturalistica, tende cioè alla riproduzione del reale, proprio perchè attraverso le raffigurazioni si manifesta espicitamente la volontà di dominare la realtà, che deve quindi presentarsi come ben identificabile e riconoscibile".

Non so se ho risposto alla sua domanda. Forse mi sbaglio di nuovo e prendo una direzione sbagliata... Forse la sua è una domanda retorica. L'artista cita Plinio secondo il quale la pittura ha avuto origine nel momento in cui sua figlia ha tracciato il profilo del suo innnamorato prima che partisse.

La cosa che più mi lascia sorpresa è il motivo per cui l'artista innalza la pittura a linguaggio 'divino' ('La Pittura è capace di sfondare i muri facendo posto alla Visione', scrive Giulio), quando poi la rinchiude dentro un teatro del mistero e dell'illusione. Come se la Pittura (P maiuscola) avesse bisogno di stampelle e cornici e occhi di bue...
Mimesi? Verosomiglianza? Inganno? Sembra che leggendo il testo, l'artista parli di una pittura gestuale e istintiva che non di una tecnica che diventa un mezzo di rappresentazione come un altro.

I quadri di Frigo trasfigurano e deformano la realtà: guardandoli bene, mi ricordano De Dominicis, Bacon e, per spostarci più prossimi all'oggi, Roccasalva (un eccellente pittore non-pittore).

Penso che la pittura, più di altri linguaggio, abbia bisogno non tanto di 'nero/mistero' attorno, bensì di tanto silenzio. Non va nè spiegata nè raccontata. E' intenso pensare che non abbia una vera e proprio origine.. una grotta, degli animali, delle ombre, l'amore, la scienza o la committenza.

Tiro una tenda nerissina e i miei occhi si strizzano all'improvviso. Nella sala adiacente a quella principale, una luce bianchissima quasi mi traumatizza. La stanza è vuota. No, non è vuota. Appesi al soffitto con sottilissimi fili trasparenti, dei piccoli semi.
Dimenticavo. C'è anche un timer con un conto alla rovescia. Non ho avuto la prontezza di chiedere a cosa si riferisse.
(La mostra è) "un ultimo artificioso tentativo di salvaguardare la poesia dell'esperienza del mistero." da CS.

Penso che la vita è un mistero irrisolto continuo e costante. Giulio non ti preoccupare troppo, possiamo ancora stare tranquilli o, meglio, inquieti.
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Dimenticavo. A scanso di equivoci: Giulio Frigo resta uno tra gli artisti giovani italiani tra i più promettenti. La mia non è una critica nè personale nè dettata da nessun rancore. La sua mostra mi ha  lasciato un pò perplessa. Ho espresso alcuni dubbi e mi auguro che servano a rendere più interessante e dialettico il suo lavoro.

03/03/10

Giulio Frigo - La razionalità...quando è troppa assomiglia alla pazzia o all'allucinazione.


E' inaugurata il 25 febbraio la mostra di Giulio Frigo Impersonale in Viafarini DOCVA (a cura di Milovan Farronato). Dopo aver letto il comunicato stampa, gli ho chiesto delle spiegazioni su alcune aspetti della mostra, a mio avviso un pò oscuri. Prontamente mi ha risposto. Ringrazio.

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Mi spieghi con parole tue questo estratto dal comunicato stampa della mostra? "...visualizzare un senso di vertigine nell’ordine. Uno spazio di razionalità così rigoroso da debordare verso uno stato di percezione allucinatoria." Cosa vuol dire voler dare una percezione allucinatoria?

L'idea di fondo della mostra è quella di dare forma scultorea e fisica a griglie concettuali elaborate dall'uomo nel corso della storia in modo da creare fisicamente un paesaggio concettuale e rarefatto. Lo spazio della mostra è attraversato da fili che incrociandosi creano griglie concettuali e in qualche modo ingabbiano e modulano la sua apertura originaria. I fili vanno da parete a parete oppure da soffitto a parte o da parete a pavimento, poi ci sono dei telai con fili tirati al loro interno e vetri incisi. Ciò che accomuna questi segni è il fatto di essere segni geometrici e privi di espressività gestuale. Sono segni razionali a cui l'uomo nel corso del tempo ha conferito anche significati religiosi e spirituali. C'è un affascinate disciplina che si chiama geometria sacra che analizza i rapporti le forme geometriche e il senso religioso.

Mi interessava l'idea di "ingabbiare" lo spazio all'interno di queste strutture. In fin dei conti queste griglie sono tentativi di gestire e ordinare lo spazio e la materia. Oppure griglie con cui l'uomo ha cercato di costruire e ingabbiare la bellezza (sezione aurea, sistema prospettico) oppure con il quale ha cercato di gestire e ordinare la società e i suoi riti. Inoltre mi interessava dare fisicità a qualcosa di molto astratto e implicito come può essere un proiezione intellettuale. In molti libri di storia dell'arte o dell'architettura vengono sovrapposte griglie concettuali alle immagini. Come se fossero ossature implicite che sostengono il dipinto o l'edificio. Mi interessa l'idea di come certi schemi mentali come l'idea di griglia, oppure i rapporti aurei oppure la struttura dialettica con cui funziona la ragione siano alla base di moltissime creazioni umane come piani urbanistici, composizioni pittoriche o architettoniche, strutture di campi da gioco sportivi oppure sistemi cosmologici. Visti come immagini tutte queste strutture sono variazioni di forme geometriche semplici. Da un lato sembrano segni incomprensibili lasciati da una civiltà aliena e dall'altro sono segni profondamente umani che funzionano come una sorta di impalcatura implicità per il funzionamento di una società. Percezione allucinatoria perchè spesso le assunzioni intellettuali che si fanno sulla visione diventano effettivamente reali. Ho letto su una rivista scientifica che la sensazione della profondità è una specie di "allucinazione ragionevole che l'uomo proietta sull'immagine bidimensionale disponibile sulla retina."

Moltissimi di questi schemi sono "strutture" collettive che sono state usate da moltissimi individui singoli ma che non appartengono a nessuno in particolare. Molte di queste allucinazioni ragionevoli sono state abbandonate, alcune sono ancora in uso. In ogni caso rimane la memoria della loro esistenza. Sono partito da questa fascinazione e ho cercato di sfruttarne l'aspetto formale e scultoreo e usarli per creare un paesaggio razionale e rarefatto.

La razionalità però quando è troppa assomiglia alla pazzia o all'allucinazione. Nello spazio della mostra bisogna stare attenti e muoversi con attenzione per non andare a sbattere contro le maglie di queste griglie o contro le lastre di vetro.

"Un vano tentativo di incapsulare un bisogno atavico": quale bisogno atavico?

Il bisogno atavico è come dici il bisogno di portare ordine al disordine.C'è un libro interessante che si chiama la vertigine dell'ordine. Uno dei punti che toccava l'autore è che ordinare l'ambiente intorno a noi corrisponde a estendere la nostra identità all'esterno. Il mio ordine collide con l'ordine di un'altra persona apparendo come disordine e viceversa. Mi interessava in questa mostra esplicitare sistemi per ordinare il mondo che sono stati usati collettivamente e che quindi appartengono a tutti e a nessuno.


Sei proprio sicuro che il bisogno d’ordine ha influenzato l’ossatura portante della Storia dell’Arte, dell’Architettura e della società occidentale?

Certamente non è l'unica chiave di lettura. Ma certamente il bisogno di ordine è un'impulso umano fondamentale. L'ordine spesso procura piacere, se portato alle estreme conseguenze può produrre noia o anche paura e soffocamento. Quando io parlo di ordine non mi riferisco all'ordine banale di cose disposte in fila ecc..o a quello paranoico del controllo, ma mi riferisco all'istinto dell'uomo di disporre le cose in relazione al suo pensiero, creando una concordanza tra il soggetto e il mondo. Penso che nell'uomo ci sia una sorta di fiuto per la forma, un piacere nel vedere e riconoscere forme nel caos. Il processo della comprensione è qualcosa che funziona in maniera simile.

Non ho visto la performance. In cosa consisteva?

Ero a terra privo di sensi, in abito elegante sotto l'effetto di un sonnifero. Un pò come se fossi stato contemporaneamente dentro e al di fuori di quella gabbia oppure come se la mostra fosse un paesaggio rarefatto e mentale prodotto da una specie di mio sogno.