Visualizzazione post con etichetta Mars. Mostra tutti i post
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18/04/12

Valentina Brenna / Yari Miele / Mars

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Valentina Brenna / Yari Miele

MARS, Milano
21/03 - 31/03

Si abita come un environment. Si percepisce come un flusso energetico. Si respira come un luogo. Lo spazio marsiano rivela la sua libera dimensione immergendoci in una sorta di realtà virtuale. Yari Miele adopera la fluorescenza come emblema mediatico di uno stato di inerzia, da lui felicemente definito quiescenza. I suoi oggetti fosforescenti sono in grado di comunicare solo in particolari condizioni specifiche, attraverso l'irraggiamento della lampada di Wood e in assenza di luce. Due fili percorrono lo spazio invadendolo e corroborandolo di una misteriosa fonte energetica luminescente che si arrampica in linee spezzate fatte di spigoli e incroci, di piani e angoli progettando un'intricata architettura impossibile. È come se all'improvviso fossimo colti dalla consapevolezza di una terza dimensione palpabile. Lo spazio espositivo prescinde dalle proprie pareti manifestandosi nella sua estensione di densità. Ulteriore dimensione è data dalla proiezione video di Valentina Brenna, che ci mostra una giostra sbilenca che gira su se stessa. Nel vortice di questo carillon e si esibiscono delle interiora iridescenti e specchianti, protagoniste di una pièce comico-decadente. Il difficile intento, pienamente riuscito, è quello di svelare una parte della “macchina cinematografica” ponendo lo spettatore in una condizione a metà tra dentro e fuori dalla composizione. Così come per Gondry, l'arte del sogno si rende libera dimensione e nuova costituzione del reale.

Alice Ginaldi

10/03/12

I 12, 94 MQ di Franco Menicagli

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Aristotele afferma che “la natura rifugge il vuoto” e, perciò, lo riempie costantemente; ogni materia, gas, liquida o solida, tenta costantemente di riempire ogni spazio, evitando di lasciarne parti vuote.
È una lotta che si protrae tra il fare umano e la natura: quest’ultima, continuamente, è tesa a soggiogare l’uomo.

Partendo da questi concetti il progetto ospitato da MARS di Franco Menicagli '12, 94 MQ': la sua opera  vuole quantificare fisicamente e metaforicamente il rapporto tra l’opera d’arte e lo spazio che la ospita. Le installazioni sono composte da fogli di cartoncino che rivestono, misurano il perimetro del pavimento ma nello stesso tempo, elevandosi, riempiono tridimensionalmente lo spazio, assumono nuove forme.

Lo spazio è nell'opera stessa, lo cattura in un primo momento, lo rileva fino al punto in cui l'opera, dal misurare lo spazio va a modificarlo. E' un processo per il quale si cerca di superare la sovente subordinazione spaziale dell'opera allo spazio fisico entro cui essa è collocata. 
(Da CS)

07/12/11

I can't take my eyes off you ❖ Daniele Carpi e Jacopo Casadei

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Doppia intervista tra Daniele Carpi e Jacopo Casadei in occasione della loro mostra 'I can't take my eyes off you' nello spazio MARS di Milano.
Daniele Carpi: Perché ti sei fissato sul brigante, oggi? Siamo nel 2011? 
Jacopo Casadei: La figura del brigante mi ha sempre affascinato e la considero un ''ever green''. In realtà quello che mi ha sempre colpito è il suo stretto rapporto con il ''nascondiglio''.

J.C.: Perché nelle tue sculture non trovo gli occhi? 
D.C.: Perchè non hanno più bisogno di guardarsi intorno, sono diventate l' ”intorno”.

D.C.: Come fa a venirti in mente una qualsiasi cosa con un tema simile?
J.C.: Son nato nella terra del '' Passator Cortese'', etichette di aziende vinicole a parte, e quindi.... 

J.C.: Il brigante veniva ''inghiottito'' dalla natura, suo rifugio e sua condanna: oggi l'ambiente che ci circonda potrebbe ''mangiarci'' ancora secondo te? 
D.C.:Si, ma noi potremmo rimanergli sullo stomaco. Non riuscendo ad assimilare o evacuare crea delle “zone” di espulsione interne, un paradosso che nasce perché non c'è più un corpo con un dentro e un fuori ma persiste la necessità di trovare l' “altro” e insistere sull'identità.
D.C.:Chi o cosa è il brigante? Dov'è ora?
J.C.: Il brigante è un nascondiglio che cerca un dialogo, e penso sia esattamente dove vorrebbe trovarsi, per sua fortuna. 

J.C.: Hai mai lasciato delle ''impronte'' in giro? 
D.C.: Una volta sola, parte dell'impronta genetica; per il resto solo tracce insignificanti. 

D.C.: Chi o cosa non puoi smettere di guardare? 
J.C.: Le vecchie cancellate. Anche i palloni sonda: quando di notte c'è il cielo sereno li cerco sempre.
J.C.: Secondo te può dare piacere dissolversi nel paesaggio? 
D.C.: Non ho mai provato ma “dissolversi” dà sempre piacere, almeno finché confidiamo nella ricomposizione. Pochi hanno il coraggio o la disperazione per la dissoluzione definitiva, vedi il film “Somewhere to disappear” con Alec Soth, in questo caso il piacere non è più importante. 

D.C.: I tuoi quadri si possono mimetizzare? Se si, dove? Con che cosa? 
J.C.: Non si possono mimetizzare e non possono mimetizzarmi. 

J.C.: Nelle tue sculture vedo crescere muschio e funghi: hai qualcosa che ti cresce addosso? 
D.C.: Muschio e funghi, il nostro corpo era una foresta ora è un'aiuola. 

D.C.: Come sei riuscito a venir fuori dai tuoi paesaggi? Sei sicuro di
esserne uscito? 
J.C.: Non penso mi sia possibile uscirne. Volevo aggiungervi lo sguardo. Forse gli occhi li hanno solcati verso l'interno. 

J.C.: Com'è stato lavorare assieme? 
D.C.: Piacevole. Come quei fiumi che scorrono fluidi e scelgono il percorso adattandosi al terreno. Come una  fortunata coincidenza. 

J.C.: Mi son chiesto se il concetto di presenza e di assenza abbiano giocato un un ruolo fondamentale nello sviluppo  del nostro progetto.... 
D.C.: Nel racconto mitologico del brigante questi concetti sono “letteralmente” fondamentali, nel senso che ne sostengono il mito. Il bandito, l'uomo selvatico, il lupo cattivo: attraverso la loro evocazione si concretizza la minaccia esterna, il fascino dell'ignoto, il pregiudizio dell'ignoranza.

19/10/11

Marta Pierobon ♦ Mars, Milano

 
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Pensata come installazione site-specific, l'opera di Marta Pierobon sfrutta nel migliore dei modi il piccolo spazio di Mars. Ricettacolo di molti talenti milanesi e no, negli anni l'artist run space Mars, è diventato un appuntamento molto frequentato da artisti, curatori e appassionati. Decine le mostre ospitate, a volte di buonissimo livello, altre volte, prove post accademiche (ma questo capita anche nelle migliori gallerie!). Al di là delle singole occasioni espositive, più volte ho avuto occasione di lodate la persevaranza e la professionalità dei tanti artisti che sostengono questa piccola ma meritevole realtà. A volte danno l'impressione di essere molto 'chiusi' e gelosi del loro 'territorio', in realtà mi hanno spiegato più volte quanto l'accessibilità dello spazio sia veramente aperta a tutti. Basta un pò di pazienza e aspettare il proprio turno.
Grazie a Mars, dunque, ho potuto apprezzare quest'ultimo lavoro di Marta Pierobon, attiva non solo come artista ma anche come sostenitrice di un altro spazio no-profit di Milano, lo Spazio Morris.  La Pierobon espone a Mars due piedistalli di legno fasciati con del tessuto nero. Sopra ad ognuno, due masse materiche di terra cruda che danno forma a due gargoyles (mostri presenti nelle cattedrali gotiche). Speculari e quasi simili, queste due masse conservano nella materia le tante pressioni delle mani dell'artista.

05/03/11

Girare, cambiare, mutare ♺ Ettore Favini

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Girare, cambiare, mutare: tutto si trasforma. Cambiano le stagioni, si nasce cresce e muore. Circolare è la vita dell'uomo, piena di eterni ritorni. La Natura e il suo corso. Circolarità. La piccola mostra Vertumnus di Ettore Favini da Mars, tocca questi grandi temi. Giocoso l'atteggiamento dell'artista che, spiazzando tutti, costruisce una buffa imitazione del famoso quadro dell'Arcimboldo Vertunno (Ritratto di Rodolfo II), 1590. Mi raccontava l'artista che con il tempo, la frutta & verdura sarebbero marciti diventando compost (concime), che si sarebbe depositato in un sacchetto di plastica posto sotto l'accumulo di verzura.
Nell'ambiente il suono di uccellini, rumore del vento, fruscii: l'artista ha registrato il suono delle quattro stagioni. Chissà se a Favini è sfuggito che l'Arcimboldo, con questo quadro voleva glorificare l'impero del tal Rodolfo.... non gli è sfuggito invece, un curioso aneddoto riguardo Albert Einstein: ad un convegno di fisici, subissato dalle critiche per la sua balzana concezione di uno spaziotempo a quattro dimensioni, egli propose il seguente problema: dati sei stuzzicadenti, costruire 4 triangoli equilateri. Nessuno dei presenti riuscì a posizionare su di un piano gli stuzzicadenti per formare i triangoli richiesti, il che è infatti impossibile, al che Einstein compose un tetraedro coi sei stuzzicadenti e disse: Se non sapete usare la terza dimensione, che sperimentate tutti i giorni, come sperate di capire la quarta? (copioeincollodawikipidia)
L'aneddoto ha incuriosito non poco Favini che ha appeso alle pareti un piccolo tetraedro con gli stuzzicadenti. Ma non dimentichiamoci che il triangolo è una forma simbolica dai molteplici significati, uno su tutti la Terra. Insomma, in questo piccolo spazio c'era tanto, c'era Tutto... e mi domando come ha fatto Favini a farci stare tutto, il Tutto!
Per approfondimenti, vedi 'Walden Method'

27/05/10

La Sirena Urlante di Alis/Filliol



Ieri ho scoperto i Alis/Filliol ('entità artistica divisa in due, il primo numero ad indicare la possibilità del molteplice'). La loro presentazione nel comunicato stampa è alquanto astrusa. Si bada bene a 'mettere le mani avanti', chiarendo che questa entità è 'lungi dal riconoscersi in una volontà chiarificatrice e razionale'. La chiosa: 'Alis/Filliol scava per dilatare l'oscurità in cui si muove'. Bando alla presentazione.. l'entità ha portato a Mars una grande installazione che consisteva in un enorme palla composta da vari materiali. Ogni 5 minuti, nel piccolo spazio espositivo, si sentiva l' 'urlo' di una sirena proveniente dall'ammasso di materiali. (Mi hanno spiegato che è una vera e propria sirena industriale che si usa in caso di pericolo).
Questa l'oscura spiegazione: "Puoi tagliarle la testa, strappare le corde vocali, farne pezzetti, mozzare la lingua, riempire la bocca di materia pesante, la mandibola spaccarla in due, schiacciare tutto sotto il peso più grande, triturare i resti fino a fare poltiglia... ma credo che urlerebbe ancora":

13/05/10

SURPRISE...sotto la pioggia





Ore 19.00 e inizia a piovere a dirotto. Arrivo da Mars per Surprise di Sabine Delafon. Come sempre, a parte l'invito, non c'è un comunicato stampa. Tutto sommato, meglio così (a volte). Sabine mi viene incontro vestita con giacchetina bianca, vestito azzurro pallido a stelle arancioni di seta. Stivaletti tempestati di strass. Mi spiega che il fatto che sia vestita così aveva un significato, ma non ho capito benissimo. La fotografo sperando che il mio scatto abbia un senso (!). Entro nello spazio e un bellissimo oggetto di vetro riempie la mia attenzione. Fragilissimo e delicato, con dell'acqua all'interno tra una voluta e l'altra, merita sicuramente una visita.

01/04/10

Un piatto di Amedeo Martegani: Capisco


Arrivo verso le 19.30 nello spazio no-profit MARS. Poca gente. Vedo Amedeo Martegani che parla, dinoccolato come al solito. Lo saluto. Saluto un pò di persone, conoscenti (Eva Fabbris, Giovanna Silva, Andrea Balestrero, Antonella Bruzzese. In seguito saluto Vincenzo De Bellis, Bruna Roccasalva, Dragana Sapanjos, Mattia Matteucci, Diego Perrone, Francesca Pagliuca ecc. Gli altri non me li ricordo). Sono molto curiosa e piena di aspettative. Già dall'invito via posta elettronica, non si capisce molto bene cosa abbia in mente di proporci l'artista. Un portone chiuso con il suo nome e delle biciclette (foto in bianco).


Mi avvio verso lo spazio espositivo. Un piatto con del pepe è collocato al centro della stanza. Scopro che è pepe dopo la conversazione che ho avuto con Martegani, che più o meno è andata così:
E: Ciao Amedeo, mi racconti un po' il lavoro?
AM: Non c'è molto da raccontare...
E: Capisco, ma un po' me lo devi, no?
AM: Ho preso un piatto e del pepe speciale, trovato in uno dei miei viaggi. Veramente speciale.
E: Certo, capisco, è speciale qui... Non avevo capito che fosse del pepe.
AM: Si capisce che è pepe, se ne sento il profumo.
E: Sai com'è, io fumo. L'olfatto se ne è andato a quel paese.
AM: Ho preso questo pepe speciale e l'ho messo sopra un piatto. Ne è uscita una sorta di costellazione. O per lo meno, lo è per me.
E: Certo, capisco, e...
AM: Il piatto non è semplicemente messo a terra. E' appoggiato sopra un tappo di bottiglia rosso. Dunque è alzato dal pavimento di pochi millimetri.
E: Certo, capisco...
AM: Poi c'è un piccolo catalogo, lo hai visto? Te lo vado a prendere.
E: Grazie Amedeo. Molto bello. Capisco.


Ho il catalogo tra le mani. In effetto è un delicato libricino. Ben stampato e amorevolmente rilegato da Giulia Di Lenarda, che è poi anche l'autrice degli scatti. Il catalogo è stato stampato in 15 copie.

Chi c'era?

19/03/10

A chi siamo alternativi?



Mercoledì 17 marzo ho assisto alla una tavola rotonda ospitata al PAC (Milano) ‘Nuove, Vecchie Frontiere: gli Artist Run Space’. (Ho preso alcuni appunti, frammentati e un po’ sconnessi).

Molti interventi sono stati interessanti. Peccato che la scelta non era così eterogenea come speravo. Ovviamente buona la presenza milanese: Peep-hole, Brown Project, L’indiano in giardino, Mars e Motel Lucie. Extra Milano erano presenti: Cherimus (Sulcis Iglesiente, Sardegna), Cripta747 (Torino), Gum studio (Carrara) e Paloma Presents (Zurigo).



Nonostante le premesse (chiarite anche dal titolo dell’incontro), fossero quelle di parlare di ‘vecchie’ e ‘nuove’ realtà no-profit, non sono stati invitati relatori che potessero raccontarci, per l’appunto, delle esperienze autogestite, come ad esempio: La casa degli artisti e Lazzaro Palazzi o realtà, citate dallo stesso Farronato, come Via Fiuggi e Via Boerio (anche se non sono da considerare alla stregua di veri e propri collettivi, ma bensì come gruppi di artisti che condividevano gli stessi spazi abitativi, che si frequentavano come gruppi di amici di ‘scorribande’).


Ad aprire le discussioni, dopo la presentazione di Milovan Farronato, Cecilia Alemani, Direttrice di X-initiative (New York) e co-curatrice di No Soul for Sale - A Festival of Independents. Chiara e diretta nello spiegare le varie realtà che ha gestito e ideato, Alemani ha raccontato come spazi alternativi e autogestiti possono convivere e a volte alimentarsi a vicenda. Il prossimo appuntamento del Festival No Soul for Sale sarà dal 14 al 16 maggio alla Tate Modern e rientra nel programma che celebra il decimo anniversario del museo. Avrà luogo nell’immensa Turbine Hall. Invitati oltre 50 tra collettivi e spazi indipendenti, da Shanghai a Praga, a realizzare progetti specifici per questo festival globale dell’arte.


Dopo Alemani, la parola è passata a Lorenza Boisi, direttore e fondatore di Mars: un collettivo di artisti che si auto finanziano e hanno un piccolissimo spazio espositivo. Boisi ha raccontato che dopo molte esperienze all’estero (Edimburgo, Nizza, Glasgow, Parigi ecc), tornata a Milano, ha sentito la forte frammentazione del panorama artistico milanese: “Ho avuto l’impressione di un ambiente diviso e settario. Nonostante incontrassi artisti con una grande dignità artistica, avevo l’impressione che non ci fosse né dialogo né collaborazione. Ho come avuto la percezione che a Milano, forse per la crisi economica in corso, ci fosse l’atmosfera che c’era a Londra durante il governo Thatcher. Era percepibile un profondo gap tra gli artisti che lavoravano con galleria istituzionalizzate e quelli con spazi no-profit.. come una sorta di terra di nessuno. Con l’aiuto e la partecipazione di molti artisti (inizialmente circa 20, ora 40), sto cercando di fare qualcosa per colmare questa ‘terra di nessuno’.” Mars è uno spazio no profit, senza introiti (ha sottolineato più volte Boisi), che si finanzia con quelle che la stessa direttrice ha definito ‘lotterie’ d’arte’ (ridendo, ovviamente), o con la vendita di multipli d’artista. Il suo obbiettivo è quello di creare un network di artisti che collaborano, interagiscono tra loro. In poche parole si aiutano a vicenda. Mars dunque si presenta a Milano come una realtà inclusiva dove, anche ‘l’aspetto umano è tenuto in considerazione tanto quanto quello professionale’.


Luigi Presicce di Brown Project è stato molto più sintetico nel descrivere il progetto che ha fondato con Valentina Suma e Luca Francesconi. Una frase, però tra le poche, mi ha colpito: “E’ stata una cosa naturale aprile questo spazio indipendente. Nonostante avessi già una galleria e fossi coinvolto in un circuito di relazioni professionali, ho sentito l’esigenza di aprire questo spazio per creare un luogo in cui gi artisti si potessero relazionare tra loro. La considero un’impresa collettiva. Se dovessi citare una realtà che mi ha ispirato, parlerei del Gruppo Oreste. Per me è stata una grande soddisfazione sentire persone che mi dicevano: io vengo da Brown anche se non ci sono delle mostre”.

L’indiano in giardino invece è un gruppo di artisti senza uno spazio fisico vero e proprio. Difficili da definire, ammirevole quello che potrebbe essere il loro motto: ‘L’unione fa la forza!’ Nato all’ombra di Isola Art Center (zona Garibaldi), questo gruppo eterogeneo si è unito grazie a rapporti di amicizie ed esperienze condivise. Contano un progetto, per l’appunto ‘L’indiano in giardino’ che consisteva in una mostra ‘diffusa’ per le vie del quartiere Isola a Milano. “L'indiano e' il soggetto di una fantasia innocente e spericolata che entra nel nostro quotidiano; gli spazi dove compare sono tutto fuorche' casuali.” Il progetto, di Alek O. e Santo Tolone, ha coinvolto: Pedro Barateiro, Dafne Boggeri, Marco Colombaioni, Camilla Candida Donzella, Alessandro Di Giampietro, Lucie Fontaine, Francesco Fossati, Matteo Rubbi, Manuel Scano, Mauro Vignando e Zhou Tao. “Non c’era l’intenzione di creare un vero e proprio collettivo. La nostra idea era nata dalla necessità di avviare un confronto, di attivare delle relazioni. La mostra nel quartiere Isola è nata come una sorta di associazioni continue: è nato un lavoro che ‘funzionava’ bene in un certo spazio.. e poi ne se ne sono aggiunti degli altri. Abbiamo coinvolto edicole, bar, entrate di palazzi. Il progetto si è sviluppato naturalmente grazie alla collaborazione degli artisti, alle loro discussioni e confronti”. Una sorta di arcipelago, nel quale perdersi per ritrovare il senso di un quartiere assediato dove diffondere le opere d’arte per renderle ‘eventi’ quotidiani e accessibili.


Motel Lucie: “La sua caratteristica principale è la velocità degli accadimenti.” La presentazione di questo spazio, è stata un po’ oscura. Sinceramente non ho capito perché è nato lo spazio e quale sia il loro ‘credo’ di base. L’unica cosa chiara è quella di rendere tutto dinamico e veloce, un po’ ‘senza tregua’!

A descrivere il progetto Cherimus (Sulcis Iglesiente, Sardegna), Cleo Fariselli, artista che ha partecipato ad uno dei progetti promossi da questa associazione. Non conoscendo Cherimus, copio e incollo dal loro blog una breve presentazione: “CHERIMUS (...è una parola sarda che in italiano significa ‘vogliamo’) persegue la finalità di integrare territorio e arte contemporanea. L'associazione, radicata nel Sulcis Iglesiente, si propone di promuovere l'incontro con artisti che operano nella scena internazionale, al fine di arricchirsi delle reciproche esperienze e differenze. Crediamo che la Sardegna, aprendo i propri confini culturali al dibattito internazionale, possa valorizzare la propria identità e offrirsi al mondo come una terra che ha ancora molto da proporre.” Cleo Fariselli: “E’ stata un’esperienza molto forte. Mi sono confortata con una realtà veramente dura. Sulcis Inglesiente è un luogo sperduto e completamente staccato dal mondo dell’arte contemporanea. La zona è caratterizzata da ex-miniere, devastata da queste strutture abbandonate a se stesse. Il progetto a cui ho partecipato, consisteva nello stabilire un contatto reale con la popolazione. Il gruppo di artisti che ha lavorato con me, si è preso l’incarico di organizzare i festeggiamenti di Natale. E’ stata un’esperienza veramente entusiasmante”. Il progetto era Niniendi su pippieddu cu Santa Iacu e Sant’Anna. Hanno partecipato il gruppo folk Maria Munserrara di Tratalias e Marco Colombaioni, Cleo Fariselli, Diego Perrone e Matteo Rubbi.


Una buona scoperta: GUM studio di Carrara. Li ho incontrati poco prima dell’inizio della tavola rotonda. Timidi e giovanissimi, hanno brevemente raccontato in pubblico la loro attività. GUM è uno spazio che ospita gli artisti in residenza, invitandoli così a pensare un progetto appositamente per lo spazio. (E’ in corso il progetto di Robert Pettena*, ‘Underground’ a cura di Matteo Chini)


Renato Leotta ha esposto la realtà CRIPTA747 (molte volte ho discusso con Leotta cercando di persuaderlo che con questo nome non sarebbero andati tanto lontano... a quanto pare mi sbaglio. Nulla toglie che il loro nome continua a non piacermi!). “Il nostro spazio è una vera e propria cripta, sotto l’ospedale xxxxxx (mi sono persa il nome!). E’ una sorta di sotterraneo. E’ un luogo molto suggestivo e tutti gli artisti che invitiamo ne restano affascinati. Tutti i progetti che abbiamo ospitato, sono stati concepiti appositamente per lo spazio, e hanno portato una grande energia. Mi rendo conto però, che il fatto di essere a Torino, ci colloca in una situazione periferica... non sarebbe la stessa cosa se fossimo a Milano. Con molto lavoro e sforzi, siamo riusciti ad ottenere una certa visibilità e abbiamo avuto una reazione molto positiva nel mondo dell’arte torinese. Il nostro obbiettivo è attivare delle forme para-curatoriali. Abbiamo pochissimi fondi e questo, per molti versi, ha fatto si che tutto fosse sotto controllo”. Non ho ben capito come, facendo di necessità virtù, il fatto di avere pochi fondi crei una situazione di ‘tutto sotto controllo. (E’ in corso da CRIPA747 ‘Titolo Grosso’, mostra collettiva con Alis/Filliol, Bèatrice Bailet, Ludovica Carbotta, Leonardo Chiappini, Luca De Leva, Loredana Di Lillo, Giovanni Giaretta, Giuseppe Lana, Samuele Menin, Igor Muroni, Adriano Nasuti, Wood, Matteo Rubbi, Manuel Scano, Santo Tolone, Cosimo Veneziano, Mauro Vignando).

Paloma Present è un artist-run space nato a Zurigo nel 2009 con l’idea di “produrre processi estetici di presentazione”. È gestito dagli artisti Mathis Altmann (Monaco, 1987), Georg Blunier (Berna, 1981), Vittorio Brodmann (Ettingen, 1987) e Gunnar Meier (Ulm, 1978). Questo gruppo di ragazzi, attualmente ospite all’Istituto Svizzero di Roma con sede a Milano, ha portato a quanto pare una ventata di aria fresca in città. Hanno già organizzato un’interessante tavola rotonda ‘Time to get Serious’, che ha coinvolto Alessio Ascari, Edoardo Bonaspetti, Mariuccia Casadio, Stefano Casciani, Giacinto Di Pietrantonio e Susanna Legrenzi. L’incontro verteva sulle attività editoriali tra arte, architettura, design e moda. (Accidenti che me lo sono perso!).

Senza avere l’obbiettivo di tirare le fila del discorso, la parola a Vincenzo De Bellis di Peep Hole, che ha esordito con al domanda: “A chi siamo alternativi?”, per tornare al senso della nascita di questi collettivi. “La mia posizione in questo ambito è un po’ eccentrica. Il nostro spazio, a differenza di quelli presentati in questa sede, è stato fondato e gestito da curatori: io, Anna Daneri e Bruna Roccasalva. Abbiamo aperto il nostro spazio sia per un’esigenza personale che professionale. Dopo anni di lavoro in ambiti istituzionali, abbiamo cercato, e stiamo cercando, di unire le nostre esperienze per dar vita ad uno spazio che a Milano mancava. Abbiamo sentito l’esigenza di colmare un gap. E’ significativo il fatto che la nascita di questo spazio è avvenuta grazie all’appoggio di moltissimi artisti che hanno creduto nel nostro progetto. Grazie alla donazione di opere, siamo riusciti a finanziarci e a dar vita al nostro spazio. 32 Artisti, che poi erano anche i nostri stessi amici, hanno contribuito a rendere reale il nostro progetto.”


La chiosa dell’incontro è stata di Cecilia Alemani: “ Negli anni ’60 aveva un senso parlare di spazi alternativi in quanto si ponevano come ‘altro’ rispetto a situazioni istituzionali come musei, fondazioni ecc. Oggi le cose sono molto cambiate e, penso che la parola ‘alternativo’ sia una parola assolutamente abusata’.

Milovan Farronato e Lorenza Boisi

Francesco Garutti