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02/04/12

Alcune riflessioni di Giorgio Andreotta Calò...

 Veduta dell'instalalzione, Maxxi, Photo: PatriziaTocci
 Senza Titolo, 2010, Installazione, Amsterdam, Photo by Willem Vermaase, Courtesy of G.A.C.
 Senza Titolo, 2009, Intervento proiezione mediante foro stenopeico, Teatro Margherita, Bari Photo by Domingo Milella - Courtesy of G.A.C.
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ATP: Ciao Giorgio, come va? Immagino un momento veramente sottopressione. 
Giorgio Andreotta Calò: Ora sono appena tornato ad Amsterdam. Ho una relativa distanza da tutto non essendo a Roma. Mi è scesa l’andrenalina. Se me mi chiedevi come stavo 5 minuti dopo l’annuncio della vittoria... non sarei stato molto obiettivo. 
ATP: Penso che uno dei motivi per cui la tua opera ha vinto, sia perché è molto coinvolgente. E’ molto diretta, colpisce il visitatore anche poco avvezzo all’arte contemporanea. E’ comprensibile, non ha bisogno di essere spiegata. Crea un’atmosfera molto eterea, elevata. 
GAC: Al di là del premio, è stata un’esperienza molto positiva. Le persone che mi hanno seguito del museo, sono state molto disponibili. Era molto rischioso il mio progetto. L’aspetto di ricerca e sperimentazione era molto alto e non sapevo se tutto sarebbe andato bene. Non avevo mai fatto un’opera di questo tipo, dunque l’esito non erano molto prevedibile. Il Maxxi  si è preso il rischio di realizzare l’opera senza la certezza che il lavoro fosse stato possibile. Che avrebbe funzionato. Sono molto grato, dunque, che mi abbiano selezionato per questo premio...a prescindere dall’averlo vinto. 
Senza contare che sono molto contento che questo lavoro resti a Roma. E’ stato pensato per quel museo. Se fosse stato smantellato e ridotto in macerie alla fine della mostra, non avrebbe avuto un senso farlo... invece ora cambia tutto visto che entrerà a far parte della collezione. Penso, in ogni caso, che anche le altre opere del premio dovrebbero entrare a far parte della collezioni, il livello è molto alto e sarebbe stata una cosa senz’altro utile. 
... 
In questo momento sto pensando alla ‘forma’ finale che l’opera dovrebbe avere. Nel momento in cui smantellano l’installazione, il lavoro non è più fruibile. L’immagine del paesaggio non si vedrà più. Quindi anche capire la modalità di ripensare il lavoro non è facile. Voglio tradurlo in qualcosa che rimanga sempre. Da molto tempo sto cercando di trovare un ‘forma’, una soluzione per far si che l’opera non perda d’intensità. 
ATP: Capisco, non è un’opera che è facilmente spostabile essendo nata per una posizione molto precisa all’interno del Maxxi. 
GAC: Non si può spostare, ma si può adattare in un altro luogo. Non sarà mai la stessa cosa. Questo lavoro ha avuto un lungo e articolato periodo di progettazione, essendo stato pensato in stretta relazione con l’architettura del museo. 
Lo sviluppo dell’opera è avvenuto in stretta connessione con lo spazio del Maxxi, sia interno che esterno. Al di al della bellezza estetica dell’immagine, quello che mi interessa è ragionare sul presente. Quello che mi interessava quando stavo pensando al progetto da proporre, non era quello di sviluppare un discorso revisionista– come sta accadendo spessissimo in alcuni artisti della mia generazione, che riprendono un fatto storico e lo rielaborano e restituirlo in un contesto contemporaneo  – ma bensì di fare un discorso sul presente. Volevo riflettere sul trascorrere del tempo, riflettere su un paesaggio che è contemporaneo al momento in cui lo stai guardando. Un paesaggio anonimo ma che allo stesso tempo viene ribaltato, sconvolto... e riportato ad una nuova visione. 
E’ molto più difficile affrontare il presente, che è sfuggente.. il paesaggio è lì davanti a te, ma sfugge in continuazione.. non riesci a coglierlo nella sua totalità. 
ATP: Certo, perché la realtà è caotica. Siamo troppo immersi nel presente per restituirlo nella sua complessità e densità. E’ probabile che con quest’opera tu hai cercato di rappresentare, in una forma molto poetica e suggeriva, di afferrare il presente,  nella sua mutevolezza. Senza giudizi o interpretazioni, ma semplicemente nel suo farsi, attimo dopo attimo. E’ come se tu avessi voluto mostrare l’insensatezza della realtà che, trova appunto il proprio senso, nel suo succedersi. 
GAC: Certo, questa è una delle considerazioni su cui ho riflettuto molto. 
ATP: A proposito dei tuoi progetti futuri, a cosa stai lavorando. 
GAC: Prima del premio Maxxi, sono stato a Zagabria per una mostra collettiva (Silences where things abandon themselves / Silenzi in cui le cose s'abbandonano, MSU, Zagabria). Ho realizzato un lavoro che mi ha aperto ad altri possibili sviluppi, dunque ora sto elaborando quell’esperienza. Poi... a settembre, andrò in una residenza che ho vinto due anni fa, in Francia  a Villa Arson (Nizza). 
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Fondazione Maxxi
Premio Italia Arte Contemporanea
Fino al 20 Maggio

26/01/12

LE OPERE / MOTIVAZIONI / Premio Italia / Maxxi /Roma

ADRIAN PACI
Adrian Paci, The Visitors - Photo: Cecilia Fiorenza
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Adrian Paci
L’esperienza dell’emigrazione, il nomadismo, l’identità, il rapporto tra privato e dimensione collettiva sono le tematiche al centro del lavoro di Adrian Paci artista a albanese, giunto in Italia nel 1992. Le sue opere vanno dalla  scultura alla  fotografia, dal video alle  installazioni, con capacità iconica fuori dal comune. Il suo lavoro è impregnato della  forza poetica del ricordo e della lontananza,  del senso di solitudine e il desiderio che si prova per ciò che si è stati costretti a lasciare. L’artista affronta da una parte un’adesione alla realtà  quasi da reportage, dall’altra una chiara apertura ad una lettura metaforica, che vada oltre il fatto individuale.  Frequente è la riflessione sui temi della casa, del lavoro e  dei vincoli affettivi, intesi sia come valori della vita privata che come argomenti del dibattito sociale. Attraverso le sue opere, Paci costringe a ragionare su cosa voglia dire per ciascuno di noi appartenere a un contesto, su come interagisca la nostra dimensione privata in relazione a tutto quel che ne è esterno, sul rapporto con le radici, non necessariamente sulla condizione di migrante in senso stretto, ma in senso più aperto sul disor
ientamento e sulla fatica ad individuare una propria "casa”.
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LUCA TREVISANI
 
Luca Trevisani, Il dentro del fuori del dentro, Photo: Cecilia Fiorenza
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Luca Trevisani
I suoi lavori comportano lunghe e articolate operazioni di ricerca, Trevisani non teme che siano incapaci di comunicare sensazioni. I suoi lavori hanno spesso riguardato il tema della collettività, indagando gli spazi e le dinamiche della condivisione. Tratta temi che si ispirano a fenomeni naturali, costruendo le sue "sculture" attorno all'idea di flusso, di gorgo: situazioni in cui il confine si perde. Artista mai sazio di nuovi stimoli, attinge liberamente, in modo puntuale e non scontato, alla storia, l'attualità, i testi scientifici, la letteratura. Privo di ossessioni particolari e aperto a incontri imprevedibili, può far entrare ogni cosa nel suo lavoro. Pieno di idee e di sangue freddo, è sicuro di sé. Non dimentica il tema del fallimento: lo esplora nella pratica quotidiana del suo lavoro reinventando i progetti che non lo soddisfano , senza sfuggire alla sensazione di incapacità  che necessariamente ne deriva.
I progetti di Luca Trevisani, mossi da intenzioni poetiche di fondo e sviluppati per sensorialità e sensibilità, mostrano l’attenzione che l’autore capta durante la loro realizzazione. Il residuo, il frammento quale strumento di riattivazione di energie latenti o sopite, liberate attraverso un progetto processuale  induce lo spettatore a sintonizzarsi su di una frequenza evocativa e sospesa.
Tutto è variazione, incessante esplorazione di un ‘grado potenziale della forma’ e in questo senso il fattore strutturale e non lineare risulta strettamente connesso alla costruzione dell’opera, alla sua densità e variabilità.
I suoi interventi sono interstiziali e si connotano per pause, intervalli, possedendo pertanto una loro logicità intuitiva non razionale. Fisicità della materia e allusività sono infatti i due strumenti attraverso cui rendere concreta l’Idea, per dare sostanza a delle visioni che non rappresentano vere utopie ma variabili inespresse, e pertanto semplicemente ancora non verificate, di realtà. Luca Trevisani impiega la destrutturazione del linguaggio con un intento apparentemente perverso: far collassare un mondo ordinato per generare una differente piattaforma di operatività, funzionale ai cambiamenti in atto.
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PATRIZIO DI MASSIMO
 
Patrizio Di Massimo, Una Turandiade Buzziana (in forma di note), 2011 
Still da video-animazione in alta definizione 44 minuti, Courtesy l'artista
Patrizio Di Massimo, Una Turandiade Buzziana (in forma di note), 2011 - Photo: Cecilia Fiorenza
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Patrizio di Massimo
Il lavoro di Patrizio di Massimo rappresenta un unicum in Italia per la sua capacità di fondere un’efficace critica alla storiografia del nostro paese con una sperimentazione linguistica innovativa. Il suo sguardo decostruisce la forma mentis italiana che la narrazione storica ufficiale ha prodotto, mettendo in luce le sue debolezze. A Di Massimo interessa la revisione storica dei fatti nella  relazione tra il linguaggio e la situazione. Attraverso la rivisitazione di alcuni luoghi emblematici della storia dell’arte nel dopoguerra ma soprattutto delle tracce lasciate dal fascismo nella cultura italiana di oggi, Di Massimo si confronta con le modalità subdole con cui si è articolato un certo immaginario collettivo italiano. Analizzando i fatti storici del colonialismo italiano l’artista parla in realtà non solo del passato ma del nostro presente storico e dell’identità nazionale percepita in gran parte come naturale e universale. Nei suoi lavori di Massimo avanza una tesi che non è solo estetica ma una ricerca socio-politica sul ruolo propagandistico del ‘ritorno all’ordine’ delle avanguardie artistiche durante periodi di conservatorismo. Il ricorso al passato come espediente viene svelato da Di Massimo come la strumentalizzazione del fatto storico trasfigurato in un’elaborazione mitologica, falsata per motivi ideologici. 
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GIORGIO ANDREOTTA CALO'
Giorgio Andreotta Calò, senza titolo 2011 - veduta del quartiere Flaminio dalla vetrata del
MAXXI, Roma Foto Simone Settimo
Giorgio Andreotta Calò, attraverso le sue sculture e installazioni e video ha creato opere che si collocano tra la poesia e la politica con un  legame molto stretto  alla questione del paesaggio, alla realtà clandestina dell’uomo. L’artista esplora quasi  ossessivamente i limiti e i confini dello spazio e del corpo nel loro sviluppo nello spazio temporale. I suoi lavori testimoniano il suo modo di affrontare la realtà delle periferie cittadine e la desolazione di alcuni ambienti naturali mettendo in risalto l’insopportabile solitudine dell’animo umano nel contesto sociale e psicologico del nostro tempo.
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La giuria del Premio Italia arte contemporanea 2012 è composta da:
Udo Kittelmann, Direttore Staatliche Museen, Berlin - Luigi Ontani artista - Jessica Morgan curatore Tate Modern, Londra - Elena Filipovic curator at WIELS Contemporary Art Center in Brussels - Anna Mattirolo, Direttore MAXXI Arte

ha selezionato i 4 finalisti del Premio Italia: Giorgio Andreotta Calò (proposto da Chiara Parisi, Direttore Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière), Patrizio Di Massimo (proposto da Francesco Manacorda, Direttore Artistico della Tate Liverpool), Adrian Paci (proposto da Cristiana Perrella, curatore indipendente) e Luca Trevisani (proposto da Andrea Bruciati, Direttore artistico della Galleria comunale d’arte di Monfalcone)

Gli artisti sono stati scelti tra le 15 candidature proposte da otto direttori e curatori delle maggiori istituzioni di arte contemporanea italiani ed europei:

Lorenzo Benedetti, Direttore del Art Centre di Vleeshal, Middelburg (NL) - Chiara Parisi, Direttore Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière (FR) - Alessandro Rabottini, Curatore GAMEC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo - Andrea Bruciati, Direttore artistico della Galleria comunale d’arte di Monfalcone - Irene Calderoni, Dipartimento curatoriale  della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Francesco Manacorda, Direttore Artistico Tate Liverpool - Cristiana Perrella, curatore indipendente - Mario Codognato curatore Museo MADRE, Napoli

La giuria decreterà poi il vincitore, valutato anche sulla base dell’opera realizzata per il museo. All’artista vincitore verrà dedicato un catalogo monografico su tutto il suo percorso artistico, in edizione bilingue, e la sua opera verrà acquisita nella collezione del MAXXI.

13/10/10

Il morbo italiano a Grenoble... The last one


Alex Cecchetti
Manuel Scano
Francesco Arena
Linda Fregni Nagler
Diego Perrone
Luca Trevisani
Giorgio Andreotta Calò
Rosa Barba
Lupo Borgonovo
Christian Frosi

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Siamo all'ultima parte della mostra.
L'opening è stato 'animato' da 5 performance. Ha iniziato Francesca Arena. Mentre l'artista leggeva il testo di Povera Patria di Battiato, un ragazzo ripeteva, a suon di smerigliatrice, la canzone con il codice Morse. Manuel Scano, non stanco di ripetere la performance Untitled (False Allarm), ha dato vita ad un momento di confusione alzando e schiantando al suolo la sua scultura composta da cotone, scatole, stoffe, nastri, addobbi ecc. Linda Fregni Nagler ha raccolto un pò di visitatori per la performance Things that Death cannot Destroy che, nelle intenzioni dell'artista, "è un tentativo di trovare una forma magica che sta alle origini della storia della fotografia". L'unico appunto che potrei fare a questo progetto è che, la magia si perde un pò a causa dei tempi lunghi della performance stessa. C'è il rischio che le persone si annoino un po'... Detto questo, nulla toglie che le foto che, pazientemente, l'artista raccoglie da anni, siano di indubbia bellezza e fascino.
Ad un certo punto della serata, al suono della Ballata di Pinelli, un gruppo di persone si spostano in una zona del museo. Inizia la performance Sandrine and Vanessa interpreted by Florence and Constance di Sabina Grasso. Per quanti vogliano vedere la performance, rimando a questo link). Al di là dell'ostinazione dell'artista a voler fare citazioni colte e impegnate (il film di Godard Numero Deux), la performance ha avuto il merito di portare un momento danzereccio all'inaugurazione.
Coinvolgete e inaspettata la performance di Alex Cecchetti So thin cannot think of it (Apocalittica dello sguardo). L'artista parte dalla riflessione sul 'ritratto' per inscenare una coreografia sullo sguardo. Tre ballerini si muovevano a passi di danza tra il pubblico, muovendo dei sottili fili di ferro. Molto poetico.
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Giuseppe Gabellone, Meris Angioletti e Luca Trevisani
Riccardo Previdi, Francesco Arena e Renato Leotta
Rä di Martino, Patrizio di Massimo, Andrea Viliani e Alessandro Rabottini

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30/06/10

Biennale di Carrara - PostMonument





















Fabio Cavallucci ha avuto il grande merito di creare, con questa XIV edizione della Biennale di Carrara, ‘PostMonument’, un precedente. Nel senso: quanti sono mai stati a vedere le precedenti edizioni? Da ora la Biennale di Carrara potrà solo migliorare (si spera). Sono stata positivamente colpita dal buon livello delle mostre che, suddivise in tanti spazi, hanno fa sì che ogni luogo vivesse in maniera autonoma e sufficiente. C’è da dire che gli spazi espositivi erano talmente suggestivi e caratterizzati che era difficile sbagliare. Un esempio su tutti l’opera di Antony Gormley nell’Ex laboratorio Corsi-Nicolai. L’opera consisteva di due corpi composti da poliedri di marmo (vedi foto). A me quest’ artista non mi interessa più di tanto, ma va da sé che, allestito in quello spazio incredibile, ha decisamente fatto ‘centro’. Le due sculture erano installate in mezzo a mattoni, damigiane, ombrelli rotti, scatoloni, sporcizia, polvere, legni ammuffiti. Insomma la cornice ha ‘fatto’ l’opera. Potrei dire la stessa cosa dell’opera di Giorgio Andreotta Calò. Ma con una bella differenza. L’artista ha proposto un intervento site-specific all'interno della Chiesa di Santa Maria delle Lacrime. “Il suo monumento ai caduti nelle cave è una non-scultura, frutto dell'esperienza diretta dello stesso artista, che ha estratto un blocco di marmo con l'antico sistema dei cavatori.” A parte la spiegazione ecc. era incredibilmente forte questa non-opera. Il grande masso sollecitava la mia immaginazione: dentro a quella materia vedevo delle Pietà, delle ‘Velate’, imperatori divelti, monumenti fatti e da fare ecc. Il tutto circondato dall’atmosfera silenziosa della chiesa sconsacrata, impolverata, abbandonata (per chi ha intenzione di andare a vederla.. fate attenzione che rischiate di passarci davanti e non accorgervi che quello è un ‘sito’ della Biennale). Questa è stata una delle opere che mi sono piaciute di più, accanto al grande merdone di Paul McCarthy (scusate la prevedibilità), lungo le vie del centro; Nemanja Cvijanovic con il suo carillon che trasmetteva la melodia dell’Internazionale comunista; Artur Zmijewski e il suo “monumento alla normalità”, con un video realizzato a Carrara seguendo come un’ombra due lavoratori del settore del marmo. Terence Koh che vede sé stesso nella spiaggia Molo di Ponente come un bambino rannicchiato e sereno (scultura in marmo bianco, il pezzo non lavorato costa all’incirca 10.000 euro); ha sofferto un po’ la grande scultura in alluminio di Urs Fisher installata in un luogo dal soffitto troppo basso nell’ ex segheria Adolfo Corsi. L’artista voleva simulare le rocce erose dalla pioggia. Deludente il muro della Bonvicini lì accanto. La preferivo nei suoi muri di cemento. Questo, in marmo lucido con vezzosi elementi decorativi, non era molto convincente. E’ stato buffo, il giorno della mia visita (25 giugno, preview per i giornalisti), vedere tutti i nasi all’insù per cercare L’uovo che non c’era di Damiàn Ortega. Sarà fuori? Appeso, nascosto, imbucato ... l’opera non era ancora installata! E’ stata invece una bella sorpresa entrare nell’altro spazio sempre nell’ex segeria Aldo Corsi: storico e contemporaneo fusi insieme in un intelligente allestimento. Leonardo Bistolfi, Libero Andreotti, Adolfo Wildt (con una penetrante scultura del volto di Mussolini), Aldo Buttino, Arturo Dazzi, Lucio Fontana ecc. dialogavano con opere contemporanee. Molte sculture storiche erano collocate dentro delle casse di legno, scelta molto apprezzata nell’economia dell’allestimento. Su tutte le opere ‘vegliava’ un Mao Zedong ad opera di Wu Maoquan e Wu Huibao e un Lenin in ottone, sempre inscatolato e installato steso! Suggestivo il grande incenso rosso di Daniel Knorr che brucerà per tutta la durata della mostra (di questo non ne sono molto sicura. Ci sono stati un sacco di problemi nei giorno prima dell’inaugurazione per le polveri che l’incenso emana, che vanno a posandosi sulle varie sculture installate nello stesso luogo). Altre opere: Rossella Biscotti che ha presentato dei tavoli tipografici su cui sono disposti caratteri mobili per la stampa, incomprensibili a una prima occhiata, che compongono frammenti di testi anarco-socialisti; l’opera omaggio di Cyprien Gaillard alla memoria dell'11 settembre: una teca contenente l'unico pezzo di marmo di Carrara superstite che ricopriva la lobby del World Trade Center.
Debolissima e un po’ noiosa la parte dedicata all’architettura. Deludente (forse perché già visto pubblicato fin troppo) il monumento funebre a Bettino Craxi di Cattelan (strategicamente non accettato nel centro di Carrara e collocato nel cimitero vattelapesca). Insomma ma chi se ne frega, mi verrebbe da dire! Non ho capito il senso della grande croce di legno di undici metri di Valentin Carron: forse una parodia monumentale del simbolo della cristianità?
Alla fine Cavallucci e la sua Biennale PostMonument ci ha convinto.

Nei prossimi post: 'niente da vedere tutto da vivere' di Lorenzo Bruni, spazio Gum e Boom Boom, Castello di Malaspina

Ps. Scusate gli errori di battitura e la punteggiature ☺