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25/05/12

Pics from Roma Contemporary #2

 
Di Caro, Salerno
 Fluxia, Milano
 
amt _ project, Bratislava
 Chert, Berlino
 Collica Ligreggi, Catania
 Luce, Torino
 Frutta, Roma
 Jarach Project, Venezia
 Laveronica, Modica
 Saks, Genevre
Sariev, Plovdiv
Federica Schiavo, Roma
 Tosin, Berlino
Societe, Berlin
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"Le regole del gioco oramai credo si sappiano". Suona laconico l'inizio dell'introduzione alla sezione Start Up Project Space 2012 curata da Luca Cerizza. Parto dal 'fondo' della fiera Roma Contemporary - negli spazi della Pelanda - perchè, tra tutto ciò che ho visto, è la parte, indubbiamente, più interessante di tutta la fiera. Buona la selezione delle gallerie, interessanti le opere, agevole (anche se a volte un pò confuso) l'allestimento. 
Cerizza ha selezionato 20 gallerie italiane e straniere nate dal 2007 - alcune hanno poco più di anno di vita - e ognuna la potute esporre solo 3 artisti su un muro di 25 mq. Il curatore si dice soddisfatto: "Il coraggio di questa scelta è stato premiato da una risposta positiva dalla quasi totalità delle giovani galleria italiane più interessanti che compongono un ritratto fedele della scena italiana 'di ricerca'.." -
"Bisogna saper cambiare le regole del gioco, se il gioco ha bisogno di nuove regole, se la realtà te lo chiede." 

Interessante la pittura ad hoc di Andrea Kvas da Chert, di Curtis Mann da Luce, u, fin troppo ermetico la doppia tela di Leotta da Collica Ligreggi. Più meritevole la doppia installazione di Hugo Canailas sempre da Collica Ligreggi. Mi è piaciuto lo stand di Fluxia, di Frutta, si Saks e la 'quadreria' da Campagne. 
Opere interessanti e 'pericolose' da Dude + Fruit & Flowers (c'è un'istallazione in vetro con punte vive veramente rischiose... l'opera mi piace), e nella galleria Sariev dove ho apprezzato molto l'opera 'di pioggia' di Stefania Batoeva.

24/05/12

Pics from Roma Contemporary #1

 




Foto delle installazioni della mostra di Chris Sharp Out of Range
 Location della presentazione di Roma Contemporary
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Ore 12 e sotto un sole cocente c'è stata la presentazione di Roma Contemporary. Apre la conferenza Pietromarchi che, invitato, loda l'ottimo lavoro del team che ha messo in piedi questa quinta edizione della fiera d'arte contemporanea di Roma. Parla di energia della città, messa in campo proprio dalla fiera, che, per molti versi deve essere concepita come un termometro della giovane arte. 
La parola più utilizzata sia da Pietromarchi, sia da Casiraghi che dall'assessore alla cultura Dino Gasperini, è stata proprio GIOVANE. Si punta il dito sulla giovinezza degli artisti, delle gallerie, dei curatori. Calzante in alcuni casi, meno in altri.
Casiraghi esordisce citando "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... 97 anni ergeva la barriera contro il nemico". Come allora la fiera deve 'combattere il nemico'. Che nemico? Più che avversario, meglio chiamarla concorrenza. 
Continua Casiraghi dicendo che il ruolo della 'sottiletta' alla fiera non gli si addice per niente. Essere stretta tra la fiera di Hong Kong e Art Basel, non gli piace per nulla. Allora si sbandiera la freschezza e giovinezza che non guasta mai. E qui si dilunga sui meriti dei curatori - Ascari in primis, Sharp e Cerizza - che hanno redatto un ottimo percorso collaterale alla fiera. Parla di sentimento a proposito del lavoro svolto da Ascari: "convogliatore di energie ed esperienze diverse".
Anche se molte gallerie (soprattutto romane hanno disertato), le presente giovani sono molte e interessanti. 
"Cosa fondamentale", ribadisce il direttore, "è di puntare sul cambiamento di coscienza del sistema. La fiera è poca cosa se non è sostenuta da musei, collezionisti, fondazioni, riviste, gallerie ecc. Tutti assieme si riesce a fare qualcosa di duraturo e solido. Non bastano i 4 giorni della fiera a 'combattere il nemico', ma un lavoro continuativo e coerente. Ricordiamoci che i primi galleggianti sono proprio le gallerie... romane!".
Il microfono passa a Luca Cerizza che racconta di come ha concepito il suo progetto. Spiega che dopo una lunga e approfondita ricerca è riuscito a coinvolgere una serie di gallerie giovanissime - alcune nate l'anno scorso, le altre tutte entro il 2007. Su modello della fiera Sunday di NY, ha pensato di far esporre le gallerie con il modello a 'walls': semplici muri dove presentare le opere e non attraverso i classici stands. Racconta come, da berlinese- milanese, ha notato l'effervescenza che caratterizza Roma nell'ultimo periodo. 
Chris Sharp esordisce dicendo che, dopo qualche incertezza avuta dopo essere stato invitato a curare un progetto collaterale, ha accetato la sfida. Si dice molto contento del risultato finale, della mostra - che ha per titolo Out of Rangesoprattutto per la grande collaborazione e impegno degli artisti. Ha cercato, nella scelta degli artisti da coinvolgere, di differenziarli sia per età che per esperienze.  Le opere a cielo aperto - presentate come di grandi dimensioni, ma non tutte esaudiscono questa caratteristica - sono state installate negli spazi antistanti ai padiglioni della fiera. La mostra è stata strutturata sul tema del doppio, coniugato in modi e forme abbastanza imprevedibili. Chi speculare, chi concentrandosi sull'emulazioni del reale, chi lavorando sul concetto di 'oggetto prezioso e unico' ... Gli artisti: Stano Filko, Rainer Ganahl, Hannah James, Marco Bruzzone, Banjamin Valenza, Renato Leotta, Francisco Tropa, Michel Francois, Ariel Orozco, Esther Klas, Michael Dean
Ultimo, in ordine di sedie, Alessio Ascari che brevemente ha raccontato come ha concepito-gestito il progetto. "Fondamentale, nella serie di iniziative che si sviluppano in parallelo alla fiera è che nascano collaborazioni, contatti, progetti.. relazioni tra artsiti, galleristi, curatori, giornalisti ecc. 
Il microfono ritorna in centro per la chiosa dell'assessore alla cultura che snocciola tanti pensieri ottimisti. Ringrazia tutti. Mi sono segnata un lista di parole che ha detto: evoluzione, esposizione, educazione, approfondimento, dibattito, intrecci, forza di Roma, arrichimento, momenti magico e felice, entusiasmo, superare le difficoltà assieme a tanti amici ecc ecc. 
E' quasi l'una, battiti di mani, molte strette e via.. verso i padiglioni della fiera.      

01/06/11

Alighiero e Boetti Day - Part Two 'Se le cose non sono segrete, s'annacquano'

Photos Enrico Cattaneo
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Siamo a metà pomeriggio circa. Sul palco la 'mano destra' di AeB: Salman Alì, Mariangela De Gaetano, Andrea Marescalchi, Rinaldo Rossi, Guida Fuga e la fotografa Randi Malkin Steinberger. E' stato uno degli appuntamento più emozionanti dell'intera giornata. A turno hanno ricordato l'artista, hanno raccontato aneddoti e qualche follia di AeB. Sinceramente ho capito poco di ciò che raccontava il fido Alì, che ha ripetuto almeno 20 volte 'famiglia'. L'amico grafico genovese, Rinaldo Rossi: "Non ervamo degli esecutori, eravamo la sua mano destra. Alighiero ci lasciava molta libertà anche se le regole che poneva erano indiscutibili. Per lui, ogni opera era importante perchè voleva dire coinvolgere molte persone. La complessità di ogni lavoro era altissima, e c'erano sempre grandi problemi da risolvere perchè Alighiero era molto esigente, ma si fidava." Mariangela De Gaetano, ha collaborato con AeB per la realizzazione delle opere a penna Biro. Oltre ad aver realizzato molti lavori, lei reclutava le persone per eseguire le opere. AeB non voleva conoscere le persone, spettava a lei sceglierle. Il disegnatore Guida Fuga: "Alighiero metteva in moto dei desideri, partiva sempre alla grande con molto entusiasmo ed era coinvolgente. Ascoltava tutti e non aveva la verità in tasca".
Luca Cerizza in conversazione con Salman Alì, Mariangela De Gaetano, Andrea Marescalchi, Rinaldo Rossi, Guida Fuga e Randi Malkin Steinberger

Frammento del video nello studio di Alighiero Boetti di Randi Malkin Steinberger

Non poteva mancare l'omaggio di Luigi Ontani, 'L'Ombrofago'


Frammento video di Luigi Ontani 'L'Ombrofago' - Omaggio ad Alighiero Boetti
Toccante il testo scritto da Francesco Clemente 'Albicocche e Melograni': "Le idee ci dividono, le immagini e le forme ci fanno incontrare... AeB collezionista di immagini, le ingoia con frenesia... la sua etica è puritana...l'immagine è un lusso...la sua intelligenza è razionalista (disprezzo francese per tutto fuorchè il pensiero discorsivo)...la sua sensibilità è islamica (un mondo austero senza icone). Eppure lui non è nè francese, nè protestante, nè musulmano, ma italiano. il suo scetticismo è fisiologico. E' scettico verso le immagini, ma pensa con la loro fisicità... ama insegnare ma i suoi pensieri sono troppi arcani per essere isegnati...anarchico...va nei posti più lontani nel mondo ma manda sempre la stessa cartolina... musicalità delle sue forme d'espressione..."
Laura Cherubini e Luca Cerizza
Emozionata Laura Cherubini, ricorda AeB alla Biennale di Venezia del 1990. Ricorda 3 elementi chiavi del suo lavoro: la casetta (?), la scala e l'anello rosso. La sua vera casa era il One Hotel.
Pier Luigi Sacco: "AeB delocalizza il lavoro non per ottimizzare le spese, ma per produrre signifcato. Mette in moto un meccanismo di senso 'sottile' attraverso la condivisione (senza retorica). Lui, come Beuys, Warhol è un artista 'virale' ".
Luca Cerizza e Corrado Levi
Cerizza chiede a Corrado Levi perchè AeB è importanti per i giovani artisti. "perchè era anti-accademico. Ho amato Boetti, lo sentivo come una cosa nuova. Lui era partito dal proprio corpo... ha condotto il 'sè' nell' 'altro'. Lo vedo, per molti versi, in parallelo ai movimenti politici di allora: il femminismo, l'omosessualità, le rivolte giovanili.
Il suo era un gioco 'senza vittoria'...nella sua opera c'è contemporaneamente 'organizzazione' e 'bellezza'... estasi intellettuale... estasi del bello e della forma.
Frame dalla video intervista di Michele Robecchi ad Hans Ulrich Obrist
Hans Ulrich Obrist è presentato come uno dei più illustri 'traghettatori' della 'mission Boetti'. Ad intervistarlo Michele Robecchi. Il curatore racconta che ha incontrato AeB a Roma nel 1986, vicino al Pantheon; era poco più che diciottenne. Obrist, forse più di ogni altro curatore, incarna lo spirito nomade boettiano. Su suggerimento di Fischli e Weiss, incontra Boetti, dopo essere stato 'rimbalzato' da Pistoletto perchè non parlava bene l'italiano. Racconta che ha imparato da AeB sopratutto 3 cose: primo, che gli artisti sono le persone più importanti del mondo. secondo: non basta amare l’arte, bisogna produrre realtà. Terzo: non si può solo organizzare mostre. "A Boetti interessava cercare progetti che non rientravano nelle solite caselle dell'arte. Mi disse che come curatore avrei dovuto cercare di realizzare con gli artisti i progetti non realizzati, chiedere a loro non le solite opere ma le loro utopie. Solo cosi avrei potuto essere utile all’arte." Racconta che il primo progetto che ha realizzato con lui è stata una mostra su una linea aerea. "L'Alitalia gli aveva proposto un progetto di calendario ma lui non era convinto. Attraverso degli amici riuscii ad aver un contatto con Austrian Airline e riuscimmo a far mettere dentro la loro rivista una doppia pagina con questo puzzle di aereo di Boetti. Diventò una mostra planetaria.". Unprogetto non realizzato da AeB: "«L’agenzia fax. A quei tempi il fax era la rivoluzione, come Internet adesso. Voleva fare una sorta di mostra via fax, con le persone che si scambiavano e vedevano le opere via fax. L'arte sarebbe stata inviata così in tutto il mondo con il formato A4, raggiungendo migliaia di persone a casa loro senza che dovessero muoversi per vedere la mostra". Obrist si dilunga sull'influenza che ha avuto su di lui AeB: "Mi ha dato coraggio, emanava una grande energia... posso dire che è stato come una scintilla per la mia carriera... ricordo che mi diceva della necessità di trovare nuovi formati per l'arte. da qui ho capito che ogni mostra sarebbe stata il tentativo di trovare nuovi formati.. dovevo inventarli.. Boetti aveva una cuorisità infinita per tutto... era un catalizzatore per nuovi formati... Con l'arte, ho capito, che bisogna produrre soprattutto realtà, lui mi ha reso cosciente... ricordo che mi disse di non diventare un curatore noioso.... "La velocità costa zero"... qualsiasi cosa si fa, ci vuole coraggio... dai sui suggerimenti sono nati moltissimi progetti che ho fatto... libro di ricette per l'arte... 'Do it'...l'arte che potesse viaggiare senza 'oggetto'... incontrare Alighiero Boetti mi ha cambiato la vita e sono quello che sono anche grazie a lui..."
Stefano Arienti, Mario della Vedova, Cerizza e Francesca Pasini
L'ultimo incontro a cui assisto, sono qausi le 20, è quello tra Stefano Arienti, Francesca Pasini e Mario della Vedova. Arienti: "la prima volta che ho visto le opere di Boetti è stato in biblioteca mentre sfogliavo un brutto catalogo in bianco e nero. Non mi erano piaciuti per niente! In seguito, leggendo vari testi ne ho compreso l'importanza. Mi ha incuriosito, ero alle prime armi e non avevo neanche una formazione artistica... provenivo dagli studi di agraria e a quel tempo mi interessavo soprattutto di musica pop... La curiosità verso Boetti mi è nata anche durante le lezioni di Corrado Levi... ricordo che per me fu un vero e proprio shock quando è venuto Buren a fare una lezione... decine e decine di opere a righe... una gran noia... Boetti per me era l'anti-stile... ha rinunciato alla sua mano negli anni '80, periodo in cui imperversava la pittura in Italia.... idea di libertà..." Ad un certo punto Arenti cita Martegani, a proposito della 'mobilità' di Boetti. Nel mio quaderno ho scritto, stanchissima .. "piacevolezza, vivacità.. essenzialità nell'essere decorativo"... sono stremata... tocca a Francesca Pasini, che racconta che una delle opere che più l'ha colpita di Boetti è 'Io che prendo il sole a Torino il 19 Gennaio 1969'.. lo ricorda, al suo primo incontro nel '85, vestito completamente di bianco... fragilità e precisione.. grande forza...pezzi sul quotidiano il Manifesto.... mettere all'infinito i verbi... l'emancipazione di un attività emarginata come quella di fare i ricami... gesto anche politico.. porta fuori dal chiuso delle case i ricami.. pratica femminile, debole, decorativa...
Durante la maratona, girava questo libro 'galeotto' 'Alighiero Boetti - Materiali inediti raccolti', 2011. Lettere, disegni, fotografie, opere inedite, appunti, foglietti... contattare a+m bookstore


...lascio la via della beatificazione di AeB, 'mollo la spugna', e prendo il treno per Milano allo 21:50.
Bravi i conduttori della maratona Luca Cerizza, Francesco Manacorda e Massimiliano Gioni. Impeccabili anche nella mise, pantaloni neri e camicia bianca.
Luca Cerizza, Francesco Manacorda e Massimiliano Gioni

p.s mi sono limitata a trascrivere i miei appunti... ;) perdonatemi errori e imprecisioni!

31/05/11

Alighiero e Boetti Day - Part One 'Amazzare il tempo'

Photo Isabella Gherardi
Photo Isabella Gherardi
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28 Maggio 2011, ore 12.00 - 00.00
Auditorium RAI, Torino
Luca Cerizza, Francesco Manacorda e Massimiliano Gioni aprono l' 'Alighiero Boetti Day' (Artissima e Fondazione Trussardi), davanti ad un centinaio di persone. Sembravamo pochi nel grande e bellissimo Auditoriom RAI, disegnato da Carlo Mollino nel 1952. Sulle 10 sedie messe sul palco di quest'ultimo, si sono avvicendati decine di ospiti radunati per rendere omaggio ad uno degli artisti più significativi e misteriosi del '900. La giornata faceva parte del più grande progetto dedicato all'artista: 'Giorno per Giorno' (in varie sedi a Torino).
Ho preso alcuni appunti, ho trascritto alcuni aneddoti e frasi a random!
Il primo a raccontare in pochissimo tempo dei ricordi risalenti a 40 anni fa, Michelangelo Pistoletto. L'artista incontrò Boetti nel '67: "Si avvicinò e mi chiese: Come si fa ad avere successo? Come/dove devo indirizzare la mia opera?. Gli risposi che l'opera non ha direzioni... e lo invitai nello studio in Via Raimondi per partecipare, con altri artisti, alle prime manifestazioni di quella “collaborazione creativa” che in seguito mi portò a a sviluppare il Manifesto della collaborazione."
Racconta invece Piero Gilardi (tra le immagini che scorrono mentre parla anche un frame che lo immortala con Viva Superstar) che un astuto AeB, per sbarcare il lunario, comprava a Vallauris (Provenza francese) delle edizioni in ceramica di Picasso e - con qualche trucchetto per 'scansare' la dogana - le vendeva in Italia.

Viva Superstar (Janet Susan Mary Hoffman) e Piero Gilardi
Dai racconti di Pistoletto, Gilardi, Clino Castelli, emerge un AeB vivace/ombroso, che amava i vestiti, la 'scena'... che parlava per rima, per filastrocche... che leggeva riviste di moda... che, il suo 'passo a lato' lo ha compiuto andando in Afghanistan. AeB 'scappa' dall'Occidente e dalla società fordista in quanto rifiutava il sistema dominante.
Excursus universaleastrofisico per Tommaso Trini. Ricorda che Boetti diceva: "Il mio problema non è quello di fare delle scelte dettate dal mio gusto, ma quello di trovare un sistema che scelga per me".
Brevissimo e pacato Salvo, ricorda che quando divideva lo studio con AeB, si lavorava/giocava/studiava. "Si viveva lavorando e giocando". Ricorda la 'balla' che AeB raccontava in giro: che avevano un gruppo muscale. In realtà Salvo sì e no se riusciva a tenere una chitarra in mano. Questa del gruppo, era un capriccio che AeB amava raccontare in giro. Hanno anche fatto un'audizione alla Cetra. Gli hanno chiesto: "Ma perchè suonate?"... tanto erano incapaci! I due artisti, avevano anche tentato di inventare un artista farlocco - tale Alessio - specializzato in animali-giocattolo. Hanno iniziato a ipotizzare un curriculum e produrre alcuni disegni. Si sono stancati lasciando perdere. (Questo fatto mi ha ricordato AnnLee di Huyghe e Parreno)
Disegno del (finto) artista che Salvo voleva 'creare' con AeB.

Racconta del Piper di Torino l'architetto Pietro Derossi. In questo luogo sono passati tantissimi artisti tra cui anche AeB. Mentre raccontava, ha mostrato alcuni abiti creati da AeB in plastica, tra cui quello con i pesci. In questo luogo si sperimentava un tipo di ricerca in cui moda/arte/musica/teatro si fondevano-confondevano
Piper a Torino (architetto Piero Derossi)
Emidio Greco, regista e sceneggiatore italiano, conosce AeB una lontana mattina persa nell'adolescenze, quando sia lui che AeB hanno marinato a scuola. Da lì nasce una lunghissima amicizia. Ricorda che già da giovanissimo AeB voleva fare l'artista ma aveva il problema che doveva 'imparare' ad esserlo. Racconta che alla fine degli anni '50, assieme ad AeB aveva visto due importanti mostre: una di Bacon e una di Nicholas De Stael. AeB è rimasto fortemente impressionato sopratutto da quest'ultimo, producendo una serie di dipinti (andati distrutti) che si ispiravano all'artista russo. Greco gira "Niente da vedere niente da nascondere" (1978): film sull'opera di AeB.


Alle 15, circa due artisti rendono omaggio al grande. Il primo è Patrizio Di Massimo. Su due proiettori scorrono decini di fotografie che ritraggono il sosia del sosia del sosia.
Patrizio Di Massimo
L'intervento di Maurizio Cattelan, è introdotto da Massimiliano Gioni che racconta di essere stato il 'gemello diverso' di Cattelan. Dal 1998 al 2005, Gioni parlava, rispondeva, spiegava facendo le veci di Maurizio. Svela che gli artisti a cui 'rubava' idee, pensieri e risposte erano: Alighiero Boetti, Gino De Dominicis e Carmelo Bene.
Gioni racconta anche che Maurizio Cattelan ha incontrato AeB in occasione della Biennale di Venezia nel 1990, dentro al Padiglione statunitense accanto ad una pila di poster di Jenny Holzer. Hanno chiaccherato un pò e prima di salutarsi, AeB ha preso un poster, ha aggiunto un nuovo truismo alla lista della Holzer - "Non scrivere mai cazzate" - l'ha firmato e glielo ha regalato. Per questa gionata, Cattelan ha commissionato a due gemelli di leggere l'intervista immaginaria che ha fatto ad AeB, 'Infiniti Noi' (la potete trovare in Flash Art n. 230, 2001. All'entrata del teatro era possibile prendere una copia del poster.

Toccante, profondo, asciutto l'intervento di Lawrence Weiner. Ha esordito dicendo che trova assurdo cercare di capire le opere d'arte attraverso ciò che dicono gli artisti. Con AeB comunicavano con un pessimo francese, forse non serviva che si dicessero troppe cose.. Secondo lui, AeB voleva creare delle 'messe in scena'.
Lorence Weiner
16:00 In diretta da Venezia, il 'padre' dell'Arte Povera Germano Celant via skype. Gioni lo incalza a raccontare quegli anni. Lui dice che era un pò come un ritrovo al bar 'galleria Sperone'. Gli artisti si radunavano lì per stare assieme. Si era creata una comunità di artisti con gli stessi intenti e sensibilità... e forse di 'disperati' con le stesse idee. Ricorda un AeB individualista, grande anticipatore; non cercava una coeranza di stile o il riconoscimento di uno stile preciso. AeB ha rotto con il sistema di 'riconoscimento', tanto che da 'fuori' il suo modo di lavorare sembrava una contraddizione.
Germano Celant in diretta da Venezia by skype
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Chi c'era?
Francesco Manacorda e Luca Cerizza, Michelangelo Pistoletto, Di Fabio Derek Maria Francesco e Luca Trevisani, Bruna Roccasalva e Vincenzo De Bellis
Jonathan Monk e Patrizio Di Massimo, Pier Luigi Sacco e Laura Cherubini, Amedeo Martegani, Francesco Garutti e Alice Guareschi

28/04/10

L'italia? Pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!

Il 26 aprile ho assistito alla discussione aperta “L'Anomalia Italiana” presso la sede della NABA in via Darwin. L’incontro intendeva riproporre e approfondire le riflessioni aperte dalla ricca sezione tematica del n. 6 di Kaleidoscope: The Italian Issue (bizzarramente pubblicato solo in inglese).

Per quanti interessati...

Sono intervenuti Alessio Ascari che ha presentato e motivato l’incontro basato su 4 concetti chiave: modernità (Luca Cerizza), religione (Alessandro Rabottini), paesaggio (Barbara Casavecchia) e politica (Marco Scotini).

Chiaro e coinciso Ascari ha spiegato davanti ai molti studenti della NABA i motivi del taglio ‘italiano’ della rivista nata oramai un anno fa (marzo 2009) e distribuita per lo più all’estero. Ho scoperto che ci sono più lettori stranieri rispetto agli italiani. “Ci sono state mosse delle critiche basate sulla troppa esterofilia di Kaleidoscope, di occuparci troppo di cosa succede ‘fuori’ rispetto a ciò che succede in Italia. Abbiamo deciso allora di raccontare quelle che secondo noi ci sembrano le ‘esigenze’ italiane. Ovviamente il nostro è un punto di vista parziale, incompleto della scena artistica italiana. Ma abbiamo voluto rischiare e proporre delle questioni di ciò che può diventare una chiave di lettura per una definizione del panorama italiano. C’è una sezione nella rivista chiamata Main Theme. Questa rubrica l’abbiamo dedicata appunto all’Anomalia Italiana. Abbiamo invitato Luca Cerizza a curare questa sezione, che ospita gli interventi di Scotini, Rabottini e Barbara Casavecchia” (...) “Si potrà opinare la scelta degli artisti che abbiamo selezionati come emergenti. Non abbiamo invece grossi dubbi sulla scelta di Roberto Cuoghi come uno degli artisti contemporanei più rivelanti nella scena artistica italiana” (...)

Dalla sua esposizione sono emerse due questioni importanti: la prima è quella che riguarda il come raccontare l’Italia agli stranieri. “Un argomento che tocca da vicino il nostro lavoro e più in generale la comunicazione, i giornalisti e gli opinionisti. Perché è difficile raccontare l’Italia? La seconda questione, invece, è la constatazione dell’assenza del presente. Sembra che i temi forti considerati dagli artisti italiani siano per lo più legati alla tradizione, riguardino riflessioni più rivolte alle radici della storia italiana e non invece sulla tendenza a proiezioni verso il futuro.”

Due le domande di fondo emerse:

- Come raccontare l’Italia all’estero?

- Perché non c’e attenzione a temi legati alla stretta contemporaneità?

E’ seguito l’intervento di Luca Cerizza che ha subito iniziato la sua presentazione puntando il dito sul fatto che il tema dell’anomalia italiana è un argomento spesso ‘abusato’ giornalisticamente. Per il suo articolo sulla modernità, Cerizza non ha voluto legarsi all’ambito prettamente estetico o artistico, ma più ad un discorso politico. Ha chiarito come in Italia non ha mai avuto un rapporto stretto con l’idea di modernità, dunque con l’idea di progresso e futuro.

Ha esposto, brevemente, come sono stati approfonditi i 4 temi: il paesaggio (non quello da cartolina, quello turistico, desiderabile, raccontabile… fatto mito) approfondito in modo assolutamente originale e imprevisto da Barbara Casavecchia; il rapporto tra arte contemporanea e religione (e qui ha portato come esempio assolutamente calzante la Biennale di Berlino curata da Gioni, Cattelan e Subotnick, tutta ‘giocata’ su un’iconografia cattolica ‘dalla chiesa alla tomba’) e la questione politica affrontata da Scotini con piglio decisamente analitico.

Il discorso approfondito da Cerizza indaga il rapporto tra l’Italia e il modernismo, dalle avanguardie storiche alle neo avanguardie degli anni ’70. Si è dilungato sull’affermazione di Andrea Branzi a proposito dell’idea di modernità ‘debole e diffusa’ (che è poi anche il titolo di un suo libro ‘Modernità debole e diffusa, il mondo del progetto all’inizio del XXI secolo‘, Skira, 2006). Ha motivato la possibilità che quest’idea in realtà, può essere una forza in quanto ‘propensione e sensibilità ai cambiamenti di stile’.

E’ giunto a chiedersi del perché predomina un così diffuso ‘cattivo gusto’ in ambito politico.

“L’anomalia italiana del vivere la modernità si rispecchia nell’anomalia e nel cattivo gusto della politica italiana contemporanea”.

Ha fatto anche un commento sul fatto che gli ‘emerging artists’ proposti nel suddetto numero di Kaleidoscope (Rossella Biscotti, Andrea Sala, Giorgio Andreatta Calò, Alex Cecchetti e Seb Patane), vivono tutti all’estero. Come dire: stare lontani conferisce una prospettiva sull’Italia e il suo sistema artistico (forse) più obbiettiva e lucida.

Con il suo intervento Alessandro Rabottini ha esordito con una nota molto positiva: “Ho notato che nell’ultimo periodo c’è un interesse crescente dall’estero per l’arte italiana. Sembra che l’Italia sia di nuovo interessante. Nel nostro paese, considerato parte del 1° mondo (anche se in realtà non è abbastanza ‘nuovo’ da produrre un sufficiente interesse), c’è un generazione di artisti molto giovani che sembrano indirizzare la loro ricerca artistica sulla nostra storia. Ho la sensazione che alla mia generazione nessuno abbia raccontato come sono andate le cose. Da qui probabilmente l’interesse da parte di molti giovani artisti a indagare anni sconosciuti o poco spiegati.”

Dopo questa sua constatazione ha affrontato il soggetto del suo intervento: raccontare il rapporto con la religione degli artisti italiani. Ha sottolineato come da sempre c’è una sorta di schizofrenia nell’affrontare e nel rapportarsi a questo argomento. Partendo da Fontana, artista che ha cercato di inscrivere nella materia la sua ricerca esistenziale, dunque materia come veicolo di verità, Rabottini ha constatato come dopo di lui un certo tipo di ricerca spirituale sia giunto al capolinea. Ha citato a seguire Pistoletto, Ontani ed altri artisti, per giungere fino a Vezzoli (“nel suo lavoro l’omosessualità è condannata ad intrattenere il mondo glamour, quando non strettamente eterosessuale) e Roccasalva. Di quest’ultimo artista ha citato un quadro (che è poi Frieze ha ‘santificato’ in copertina) che ha descritto, iconograficamente come un“ritratto dalla bocca piccolissima, e due occhi enormi, che sembra voler dire: sembra che in Italia si neghi il logos, ma si sgranano gli occhi perché sempre pronti a credere ai miracoli”.

Barbara Casavecchia, nel suo articolo My Dark Places, ha voluto raccontare l’anomalia italiana non tanto in un discorso prettamente legato all’arte, bensì al paesaggio. In particolare al paesaggio in relazione ad un avvenimento importante con quello del G8 a Genova. “Giorni prima del summit, Genova è stata meta di decoratori, fiorai, imbianchini ecc. per ritocchi, ritinture, imbiancature. Insomma hanno fatto un make-up alla città per renderla più appropriata ad un evento del genere.” Ha raccontato come il paesaggio sia stato mediatizzato quanto il ‘cattivo gusto’ della realtà sia scappato per molti versi dalle strette maglie del grande censore.

Ha parlato dello scandalo del G8 inizialmente previsto sull’isola della Maddalena e successivamente spostato all’Aquila in seguito al terremoto, delle new towns realizzate per l’occasione e del fatto che abbiano molto in comune con la retorica del ‘piano casa’, con la propaganda del periodo fascista ecc.

Continuando il suo ragionamento sul paesaggio, Casavecchia si è posta una domanda: “Il paesaggio quotidiano (non quello da cartolina o turistico) è riuscito ad emergere? C’è riuscito attraverso il cinema. Un esempio è il film e il libro Gomorra. Il paesaggio è emerso dai confini italiani verso l’estero. Mi rendo conto che è un caso limite. Il paesaggio in Gomorra sono le vele di Scampia, una mega struttura nata con l’architettura radicale utopica degli anni ‘70”.

Ma un nuovo paesaggio sta anche emergendo nella letteratura, Barbara ha citato De Cataldo, Gemma, ecc. definiti scrittori di genere di una nuova ‘epica”. Partono tutti da un caposaldo, “Petrolio” di Pasolini (libro pubblicato ‘solo’ nel 1992), in cui lo scrittore da un affresco terrificante di quello che è la grottesca modernità italiana.

“Penso che l’importante sia, in un modo o nell’altro, continuare a raccontare il presente. Magari non è il presente che vogliamo, ma per lo meno si è espresso”

Dopo Casavechia, Marco Scotini. L’esposizione del suo punto di vista, con un taglio decisamente analitico (e, mi spiace, un po’ soporifero. Mi sono anche chiesta: ma perchè non si toglie mai gli occhiali?), verteva sull’anomalia politica, dunque sistematica e di metodo dell’Italia. Ha puntato il dito sulla deriva del discorso dell’arte relazionale iniziato negli anni ’90. Ha constatato che dopo quel decennio l’Italia è stata tagliata fuori dalle grandi kermesse internazionali. Ha portato come esempio Cattelan, che non ha mai partecipato ad un’edizione di Documenta (“schizofrenia molto forte”). “Senza contare che nelle varie Biennali e Manifesta la presenza italiana è per lo più scarsa, debole se non del tutto assente. Trovo che di positivo ci sia il fatto che, forse per la prima volta, l’Italia non si racconta in maniera entusiasta. E’ ancora ingabbiata in clichè. Penso a Bonami e Gioni che considerano la scena italiana attardata, ‘contadina’ insomma che ha perso il treno. (...) Noto finalmente un approccio critico, un mettersi in discussione, un non ostentazione delle glorie passate. Si è smesso di scimmiottare il cinismo di matrice americana.

Penso che da sempre il problema sia storiografico. Le ideologie hanno condizionato troppo la realtà storica e la sua ricostruzione.

Come siamo stati più o meno moderni? Questa domanda se la sono fatta già da molto tempo in altri paesi. E non solo con un taglio estetico, ma anche politico. In Italia, invece, si è perseguito per lo più il taglio estetico. Gli artisti non hanno fatto la rivoluzione, il loro è stato più un adattamento. Non c’è stato un vero e proprio carattere collettivo nell’agire, ma più disparate e sporadiche azioni di iniziativa privata.

In Italia ci sono due matrici:

- la cultura idealista (l’arte per l’arte)

- la critica di natura marxista (Rosa, Tafuri ecc)

Pensa che base si mancata la volontà di analizzare lo stato delle cose e, soprattutto, con un ampio respiro, facendo attenzione ad un sistema generale.

Il problema è di metodo: come raccontare e rappresentare le cose avendone un giudizio chiaro.

E’una questione di rappresentazione, questa è la vera sfida.”


Rabottini ha ripreso la parola sollevando la questione sulla preparazione e formazione, non tanto degli artisti, ma dei critici e dei curatori. “E’ come se la mia generazione vivesse nell’ansia e nel complesso del made in Italy. Ci dicevamo: non riusciremo mai a eguagliare quello che è stato fatto negli anni ’80. Si parla spesso che il sistema arte in Italia non supporta a sufficienza i curatori, ma i curatori? Non sono abbandonati a sé stessi? Ho constato una mancanza di formazione critica” Poi la parlato della fragilità del panorama italiano rispetto a quello internazionale.

Cerizza: “Alla fine è difficile scalfire l’idea che all’estero hanno dell’Italia: pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!”

Come chiosa dell’intera discussione, finirei con Barbara Casavecchia: “Penso che sia importante continuare a raccontare cosa succede. Continuare a raccontare da diversi punti di vista, mantenendo una pluralità di sguardi e di giudizi.”

Alla fine, nel giardino della NABA, Igor Muroni in consolle! Magico!