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05/06/12

Andrea Bellini va oltralpe / Short Interview

Andrea Bellini e Thomas Schütte nella Manica Lunga del Castello di Rivoli durante l'allestimento della mostra 'Thomas Schütte. Frauen'
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Andrea Bellini lascia la co-direzione del Castello di Rivoli (Torino) per assumere la direzione del Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra. “Sono fiero – commenta Bellini – di essere stato scelto come direttore del CAC di Ginevra. Lascio il Castello di Rivoli soddisfatto del lavoro svolto: nonostante la crisi Beatrice Merz ed io, sotto la guida determinata del presidente Giovanni Minoli e del Consiglio di amministrazione, abbiamo chiuso il bilancio del 2011 con un utile di oltre 450mila euro e con un aumento dei visitatori del 5%“.
Fonte: AGI

Velocissimo Andrea Bellini risponde...
ATP: E' vero che  stai lasciando il Castello di Rivoli: puoi confermarlo? La destinazione è la Svizzera?
Andrea Bellini: Si è vero, vado a Ginevra.
ATP: Due parole sull' esperienza personale a Rivoli?
AB:Molto positiva e molto complessa, con un epilogo che mi fa pensare.  
ATP: Cosa ti fa pensare?
AB: Che - come diceva il compianto Ennio Flaiano -  una qualità degli italiani è quella di correre in soccorso al vincitore.
ATP:
Co-dirigere un museo impegnativo come  Rivoli è fattibile?
E' fattibile anche se non è semplice. Un po' come il matrimonio.
ATP: Hai suggerimenti per la tua successione al Castello?
AB: Se mi mettessi a dare suggerimenti dovrei far finta di ignorare di quali larghe riserve di indifferenza disponga questa nostra classe politica.
ATP: Qualche pensiero sulla nuova esperienza che ti aspetta
Un pensiero? Penso a Cesare Pavese quando scriveva che l'unica gioia al mondo
è cominciare. E' bello vivere perché è bello cominciare, sempre ad ogni istante.

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Andrea Bellini goes beyond the Alps / A Short Interview
Andrea Bellini and Thomas Schütte at Castllo di Rivoli (Turin), during the installation of the exhibition 'Thomas Schütte. Frauen '

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Andrea Bellini walks away from the co-direction of Castello di Rivoli (Turin) to take over the administration of  the Centre for Contemporary Art of Geneva. "I am proud - comments Bellini – to have been chosen for director of the CCA of Geneva. I am leaving Castello di Rivoli satisfied with the work that has been done. Despite the crisis Beatrice Merz and I, under the leadership of the president John Minoli and the administration board, we made a profit of over 450.000 euros in 2011 and we saw an increase of 5% of our visitors."
Source: AGI

Some brief answers by Andrea Bellini...
ATP: Is it true that you're leaving Castello di Rivoli? Do you confirm it? And the destination, Switzerland?
Andrea Bellini: It is true, I am going to Geneva.
ATP: A few words on your personal experience at Rivoli?
AB: Very positive and very complicated, with an end that makes me wonder.
ATP: Wonder about what?
AB: That – as Ennio Flaiano said – one of the qualities of the Italians is that they always run to win.
ATP: Co-directing a challenging museum like Rivoli, is feasible?
AB: It 's feasible, though not simple. It is a bit like the marriage.
ATP: Do you have any suggestions to your successors at Castello di Rivoli?
AB: If I were to give advice, I should pretend to ignore how indifferent is our political class.
ATP: Any thoughts on the new experience that awaits you?
AB: Any thoughts? I think of Cesare Pavese when he wrote that the only joy in the world is to begin. It 's good to live because it's nice to begin, always and at any time.

20/05/12

FIT / Domenico Mangano / Velan, Torino

 
War Game, 2012, Still da video, Courtesy artista e Magazzino, Roma

Estratto dal video War Game
Dalla serie Un Giuramento sigillato con il burro è un giuramento che si dimentica presto, 2010, 
Courtesy Artista e Magazzino, Roma
 
Fit, 2012, Courtesy Artista e Magazzino, Roma
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ATP: Nella tua mostra personale al Centro d'Arte Contemporanea VELAN, tratti argomenti che spaziano dal personale al sociale. Approfondisci in modi diversi la dinamica tra adattamento/adeguamento. Iniziamo dal personale. Ti sei adattato alla vita di Amsterdam?
Domenico Mangano: Psicologicamente ho una naturale tendenza alloplastica, nella mia concezione della vita, ma se la posta in gioco è il clima nord europeo naturalmente sono costretto a virare verso un atteggiamento autoplastico. Vivere ad Amsterdam è molto più semplice e comodo che a Palermo, cosi come per certi aspetti nella capitale olandese c’è molta meno tensione in superficie rispetto la mia tanto contrastata città. Non sono andato nei Paesi Bassi per residenze o alla ricerca di una vita culturale migliore anzi sono arrivato nel momento peggiore corrispondente ai tagli alla cultura, che qui è un problema molto serio per il tipo di sistema costituito basato su delle sovvenzioni statali. Se non avessi conosciuto una matta olandese non avrei mai pensato di trasferirmi in Olanda e fare famiglia. Comunque se vuoi un prova effettiva del mio adattamento ti invito ad ascoltare il mio lavoro sonoro “Nederlands op straat” ( Olandese sulla strada) dove ho praticamente registrato un corso di olandese “straordinario”.Un lavoro molto sottile e divertente in quale ho mescolato la mia personale esperienza di allievo di un corso di integrazione per stranieri, dove oltre lo studio della lingua ti inculcano le regole comportamentali della società olandese e lo stereotipo tipico del siciliano che ancora persiste all’estero che è sinonimo di mafioso.
ATP:  In un’opera in mostra affronti la realtà dello stabilimento FIAT a Termini Imerese (vicino a Palermo). Mi racconti brevemente com'è nata quest'opera?
DM: La SicilFiat oltre ad essere stata una delle più grandi contraddizioni del Italia meridionale è parte della mia storia personale. Sono cresciuto a Termini Imerese durante il boom della Panda, mio padre e mia sorella sono termitani. Molti miei cari amici o lavoravano proprio nello stabilimento o nelle fabbriche dell’indotto. Quello che a me interessa di questa storia dal destino già deciso è il processo che ha catalizzato e plasmato, dagli anni settanta a oggi, una comunità di contadini mutandoli in operai e trasformato spiagge, carciofeti, agrumeti etc in agglomerato industriale. L’adattamento/adeguamento per scelte politiche ed economiche di una collettività. Questa foto che ho preso nel 2010 e come una cartolina dal sud per Torino che testimonia quello che è rimasto di un “miraggio” palme comprese. Poi L’amministratore delegato della Fiat Marchionne ha detto in un’intervista in che “le fabbriche italiane si salvano solo se esporteranno in America” quindi ho pensato che questa foto della SicilFiat, l’unica che ha chiuso gli stabilimenti in Italia, con l’elaborazione naturale del famoso logo da FIAT in FIT era un’operazione di marketing perfetta da suggerire.
ATP: Non senza ironia, avvicini l'Olanda alla Sicilia nell'opera 'Un giuramento sigillato con il burro è un giuramento che si dimentica presto' (2010). Perché sei partito proprio da questo alimento per raccontare la diversità/vicinanza di due località così disparate?
DM: Questo lavoro non ha nulla a che fare con la Sicilia. Ho raccolto l’invito di Claudio Libero Pisano a pensare un lavoro da realizzare utilizzando della vecchia carta oleata con il marchio dell’ECC (Ente comunale di consumo). Ente che riforniva alimenti a basso costo alle famiglie indigenti del dopoguerra italiano. Nello specifico questo tipo di carta serviva ad avvolgere il burro. Il burro nei Paesi Bassi è un elemento alimentare primario e gli olandesi sono stati i primi a esportarlo in tutta Europa. Questo lavoro prende forma dopo uno studio di paremiologia su alcune frasi olandesi che hanno come soggetto il burro. Ho utilizzato questa carta oleata come supporto per realizzare dei “ finti manifesti” dipinti a mano, come quelli che si facevano una volta per identificare una lotta di classe o un gruppo ideologico. Traendo spunto da una serie di poster pubblicitari, vignette satiriche olandesi del periodo equivalente alla nascita dell’ECC e relative all’argomento burro come bene di consumo primario, ho elaborato delle composizioni che mescolano ideali, diverse culture e memorie. Questa serie di “nuovi manifesti” sono una sorta ironico bricolage compositivo, un processo di consapevolezza nei confronti dell’immagine ma senza nessun portato ideologico che decontestualizzate e riformulate attivano nuovi codici e nuove testimonianze. Faccio l’elenco di proverbi che ho usato anche perché li trovo molto divertenti. Burro al patibolo (un compito impossibile), cadere con il culo nel burro (fare inaspettatamente una buona riuscita), non imburra tra di loro (non vanno d’accordo), avere il burro sulla testa (essere ipocrita), cadere con il naso nel burro (fare inaspettatamente una buona riuscita), burro con il pesce (pagare in contanti), piccolo burro all’albero (una buona situazione) e un giuramento con il burro è un giuramento che si dimentica presto.
ATP: Per la mostra hai prodotto anche un video nuovo, 'War Game'. Sei partito da un accadimento particolare che succede in Olanda. Me lo racconti?
DM: Ogni primo lunedì del mese in tutta l’Olanda suona un sistema di pubblica sicurezza, 4275 sirene estese in tutto il paese. Nato durante la seconda guerra mondiale, l'allarme verrà poi usato successivamente a partire dagli anni 80 come prevenzione del pericolo atomico relativo alla Guerra Fredda. Adesso questa "prova", secondo i comunicati odierni, è in uso in caso di catastrofi naturali o ambientali (ad esempio esplosione di una centrale nucleare, etc). Durante questa ricerca ho trovato molto spiazzante la sensazione di pericolo in condizioni di normale routine. Un doversi adattare a una tensione fittizia che poi finisce per implodere nella quotidianità. Il video in questione tratta una serie di otto Table vivant di Amsterdam non convenzionale “musicata” da questo fastidioso e surreale allarme.
ATP: Sei attratto spesso da antieroi, emarginati, dal fascino del reietto o dalle situazioni di estremo degrado. Pensi che sia più attraente la ‘miseria’ che la normalità?
DM: Dipende dai punti di vista, spesso la miseria che qualcuno nota in alcuni dei miei progetti è la normalità.
Ipse dixit: “Torno nella miseria, però non mi lamento: mi basta di sapere che il pubblico è contento”.
ATP: Ultima, ma forse più difficile domanda, cosa pensi dell'arte etichettata come 'sociale'?
DM: Pensi che i miei progetti sono “arte sociale”?
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DOMENICO MANGANO
FIT

a cura di Francesca Referza

opening mercoledì 23 maggio 2012 ore 18.30
VELAN Centro d’Arte Contemporanea, Torino     

17/05/12

Short Interview / Ilaria Bonacossa nuova curatrice di Villa Croce / Genova

  Art at work Luca Conzato, Ilaria Gianni, Ilaria Bonacossa, Paola Clerico e Riccardo Ronchi Photo credit Simona Cupola
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ATP: Congratulazioni Ilaria, mi fa piacere apprendere che sei stata nominata curatrice di Villa Croce a Genova. La prima impressione a 'caldo'?
Ilaria Bonacossa: Entusiasmo e adrenalina per una nuova sfida! 
ATP: Te lo aspettavi?
IB: Torno dopo 3 anni in un museo, devo dire che mi mancava la possibilità di dedicarmi ad un'istituzione, certo in questi tre anni ho imparato a trovare fondi e gestire progetti indipendenti, capacità che saranno importanti per Villa croce
ATP: Hai già qualche idea per il programma? Ce lo racconti?
IB: Creare un dialogo serrato tra generazioni diverse, artisti affermati e giovani emergenti, artisti degli anni sessanta e talenti di oggi. Riscoprire e rivalutare la Collezione Ghiringhelli  
E per l'estate trasformare Villa Croce in una Summer Accademy per artisti con due talenti giovani come visiting professors, Villa croce come un laboratorio, uno studio aperto o forse una grande scuola come quelle dei maestri del passato.
ATP: Ti hanno già paragonato - ma possiamo anche non farci caso - come un vessillo di Bonami a Genova. Immagino che sia chiacchericcio di bassa lega.
IB: Francesco Bonami é stato il mio capo, mi ha insegnato una professionalità 'americana' e soprattutto a coinvolgere gli artisti nelle mostre per avere lavori nuovi e sorprese ma anche per avere mostre energiche e uniche. Non lavoriamo più insieme da 3 anni e le teorie del complotto ...lasciano il tempo che trovano... 
ATP: Hai la fama di 'tosta' e lo dimostra il tuo curriculum. Dicono che quando ci sono pochi soldi, bisogno spremersi doppiamente le meningi. Cosa pensi?
IB: Stasera no..niente spremitura di meningi... Da domani iniziamo, anzi..ci sarà anche la possibilità di far lavorare altri giovani curatori... Nei progetti...

08/05/12

Luca Bertolo / A Painting Cycle / Nomas Foundation / Roma

Luca Bertolo |A painting cycle, Installation view - Nomas Foundation 2012.
Photo credit: Giuliano Pastori
 
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ATP: Il tuo è stato l’ultimo appuntamento di ‘A painting cycle’  - a cura di Cecilia Canziani e Ilaria Gianni - ospitato alla Nomas Fondation (Roma). Mi rendo conto che è  una domanda difficile da rispondere in poche righe, ma come spiegheresti il tuo approccio ‘concettuale’ alla pittura?
 Luca Bertolo: Sono abbastanza d'accordo col presupposto implicito della tua domanda: definire come (anche) concettuale il mio approccio alla pittura. Come spiegarlo? Forse come necessità. Uno vorrebbe anche che il divorzio tra natura e cultura non si fosse verificato (e che già Shiller e Goethe non sentissero il bisogno di parlarne nelle loro lettere), ma, a quanto pare, c'è stato. E cosa contrapponiamo alla nostalgia per quell'Unione, per quello stato edenico? La riflessione. Curiosamente, l'equilibrio - sempre instabile - che si viene a formare tra questi due termini è inconsistente a priori, perchè il primo (nostalgia) agisce su un piano emotivo/estetico/psicologico mentre il secondo (riflessione) si sviluppa su un piano razionale/epistemologico/politico. Ma forse è questa incoerenza di fondo a rendere il processo creativo così affascinante, misterioso e potente.
ATP: Oltre alla pubblica discussione con Pierluigi Tazzi, hai avuto la possibilità di esporre alla Nomas delle opere. Le hai selezionato per esemplificare la tua ricerca pittorica?
LB: Le opere in mostra sono state selezionate insieme da Ilaria, Cecilia e me: certamente con l'intento di antologizzare un poco il mio percorso legato alla pittura, tenendo però molto in considerazione lo spazio della fondazione e le caratteristiche del Cycle stesso.
ATP: Che opere hai scelto?
LB: Abbiamo scelto un grande trittico a macchie (proof, 2007), una serie di piattini-tavolozza-paesaggi (et in arcadia ego, 2007-2009), un ovale quasi monocromo (st./natura morta, 2011 - a proposito dello stato edenico visto dal qui e ora), due piccolissimi autoritratti (st, 2003), due collage (con beneficio della memoria, 2011) e una grande "cartolina" (Il buon futuro di una volta #4, 2011). Devo dire che l'allestimento, grazie soprattutto alle curatrici, ha superato ogni mia aspettativa, perché crea le condizioni affinché una specie di brezza circoli costantemente tra le varie opere, che così si impollinano di significato le une con le altre.
ATP: In questo blog, in passato, ho più volte detto che è molto difficile parlare-scrivere di pittura. Si racconta il soggetto, si indica il colore, si approfondiscono le tecniche, ma come si può spiegare la pennellata, lo spessore materico, l’umore della mano/mente  mentre traccia con i pigmenti i soggetti o i non-soggetti. Stesso ho pensato che avvicinarsi alla pittura è come leggere delle poesie.  Si giunge sempre all’abisso dell’indicibilità. Condividi il mio pensiero?
LB: Lo condivido. Tra l'altro, forse, a questo "abisso di indicibilità" si giunge con la (buona) poesia o con la (buona) pittura più velocemente che non con altri mezzi, la cui differente complessità (che spesso si rivela piuttosto una "semplice" complicazione) funziona, nel bene e nel male, come diversivo. Penso ai grandi film: impiegano cento volte più tempo di Leopardi a portarmi su quell'abisso. Eppure spesso magnificamente, quindi viva il grande cinema!

A Painting Cycle
Narrating, Abstracting, Representing, Composing, Placing,
Structuring, Pausing, Hanging.

Curato da Cecilia Canziani and Ilaria Gianni
3 Maggio | Luca Bertolo

19/04/12

Short Interview / Andreas Angelidakis / Domesticated Mountain


Vedute dell'installazione della mostra 'Domesticated Mountain' di Andreas Angelidakis alla Gloria Maria Gallery, Milano


 Domesticated Mountain, 2012, still from short animated film, 6,10m. Courtesy the artist and Gloria Maria Gallery, Milan
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ATP: Can you explain to me the show in a few lines? 
Andreas Angelidakis: 'Domesticated Mountain' refers to a moment when we are so saturated with consumption that we go back to an almost primitive state of being. This primitive state could be the internet, where we consume just by clicking, and our desires are satisfied in an ephemeral may, maybe without needing the object. The exhibition traces this journey to a non-material reality by following the suburban story of overconsumption, a house so full of things that it disappears.
As a parallel narrative, the exhibition questions the compulsion of the architect to always propose a built structure. So the show we made architectural drawings and a 3dprint of a precisely resolved "domesticated mountain", a house designed down to it's cupboards and kitchen cabinets and bathroom etc, but we call the "unproposed home" because in the main narrative of the video, there comes a moment when we dont need buildings anymore.
ATP: The title of the exhibition is fascinating, 'Domesticated Mountain'. Obviously this is a metaphor. It’s a great mountain that symbolizes human stupidity?
AA: Mountain refers to the accumulation of objects, but also to the idea of the most primitive house or the last house: the grave. So yes you could say that the constant and unnecessary accumulation of objects makes an inhabitable grave. There is a quote of Aldo Rossi from his Scientific Autobiography, about a man walking in a forest and coming upon a mount. The first thought of that person is  "a man is buried here". This for Rossi was the definition of architecture. 
ATP: Internet seems to have changed our perception of reality: to buy, to experience, to learn. Do you think also the way we love have changed?
AA: Of course it has changed, because the way we appreciate has changed. Maybe internet makes love stronger, maybe it becomes a fresh primitive feeling again. 
ATP: In the critical introductive text to your exhibition, tones are often apocalyptic. Stories of people who are lost between real and virtual consumption, of people whom fall asleep on their iPad, consumerism and oblivion. Where do you think we are going? Will we wake up? :)
AA: A lot of the stories in the text and the video come from my own experience. Ok maybe I did not fall asleep on the ipad, but I have often bought books as the last thing before closing my eyes at night, so really half asleep, sleepshopping like sleepwalking. I think the internet will make us less of consumers in the end. We will just satisfy our consumer desire by selecting things without completing the purchase. There is a infinite landscape of online information to satisfy our desire for objects.

Domesticated Mountain
a cura di Maria Cristina Didero
fino al 28 maggio 2012  
 
Gloria Maria Cappelletti e Andreas Angelidakis, Flavio De Monte, Carlo Antonelli 
 
Adelina von Fürstenberg e Angelo Plessas, Andreas Angelidakis e Maria Cristina Didero, Gloria Maria Cappelletti

30/03/12

Short interview / Marcello Maloberti / 'I am the Happiness of the World'

 
Marcello Maloberti, 'I am the Happiness oft he World', Performance, 'Demonstrations. Making normative Orders', Frankfurter Kunstverein, 24.03.2012 -  Photo: Norbert Miguletz, © Frankfurter Kunstverein
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Art Texts Pixs: Hai partecipato alla mostra 'Demonstrationen making normative orders' - organizzata dal Frankufurt Kunstverein - con un progetto dal titolo 'I am the Happiness of the World'. In cosa consiste?
Marcello Maloberti: Il progetto di Francoforte appartiene a quella serie di lavori che sono vicini alla dimensione della manifestazione, in questo caso una parata, una dimostrazione pacifica e danzante che dalla sede del Kunstverein conduce una deriva per la città, per terminare poi davanti al palazzo della borsa. I protagonisti erano un gruppo di ragazzi che portavano con se meloni gialli e sorreggevano una bandiera delle Germania con una lunga coda da leopardo, tipo un lungo drago cinese. Il gruppo aveva in testa un body builder che sosteneva uno stereo portatile che scandiva il ritmo della marcia al suono di disco music rumena.  Diverse volte il gruppo si fermava ad un incrocio o davanti a qualche negozio arabo e iniziava un ballo coordinato. All'ultima fermata davanti alla Borsa ci aspettava un fila di pantere di ceramica. Finita la musica, silenziosamente, alcuni ragazzi hanno sollevato le pantere e, al mio segnale, le hanno lasciate cadere.  
ATP: Disco music rumena?  
MM: Sia la musica sia molti altri elementi dentro il gruppo, hanno un aspetto ambiguo che mi interessa: essere comuni ed esotici allo stesso tempo, come se appartenessero ad una lingua sempre e necessariamente barbara. Oltretutto è una musica perfetta quando non si vuole capire dove finisce la marcia e dove inizia il ballo.
ATP: Perchè il titolo 'I am the Happiness of the World' (Io sono la felicità del mondo'?   E' una citazione?
MM: Il titolo è lo stesso di un opera di Rainer Werner Fassbinder che non è mai stata portata a termine.  E' una frase semplice che porta con se un pensiero enorme, stupendo e triste. Quello dell'individuo perso nel mare del suo prossimo e del suo desiderio di sentirsi amato. 
ATP: Come ha reagito il pubblico tedesco?
Il bello di questi lavori è che per quanto siano diverse le città e le comunità con cui si lavora, sembra che l'entusiasmo non manchi mai, è come se ogni colore, ogni forma, ogni volto, fosse al posto giusto nel momento giusto. Anche per il pubblico tedesco è stato così.

23/03/12

Short Interview / LABORATORIO / Macro / Roma

 Veduta di Laboratorio presso lo studio di Luigi Presicce - MACRO, Roma. Foto: Jacopo Menzani
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APT: Cos'è Laboratorio? 
Andrea Kvas/Nicola Martini: Laboratorio nasce spontaneamente, dal desiderio di un gruppo di artisti di lavorare in uno stesso luogo, al fine di confrontarsi sulla propria metodologia di lavoro. È iniziato quando Vittorio Cavallini, Nicola Martini e Jacopo Menzani invitarono nel loro studio - adiacente alle cave di argilla di Marti (PI) - Attila Faravelli, Andrea Kvas e Luigi Presicce a condividere quel luogo e un approccio specifico al lavoro. In seguito Laboratorio è stato ospitato da Brown Project Space, a Milano, e al momento si trova all'interno del programma di residenze del Macro, presso lo studio di Luigi Presicce.
ATP: Vi presentate come un organismo formato da molte 'cellule' (artisti). In che modo ogni artista contribuisce al gruppo?
 
Andrea Kvas/Nicola Martini: Laboratorio è considerabile come organismo, ma chi lo compone non agisce col fine di modificarlo direttamente. Ogni partecipante al progetto mette continuamente in discussione la propria pratica condividendola con gli altri.  Grazie a questo costante confronto ogni artista plasma il proprio metodo, modificando inevitabilmente la struttura di Laboratorio.
Davide Daninos: Ogni partecipante contribuisce perciò al progetto grazie ad una propria visione soggettiva dell'insieme. Laboratorio è infatti un insieme formato dalla totalità dei lavori che i singoli partecipanti portano avanti all'interno del progetto. Ho recentemente definito Laboratorio un organismo per la sua capacità di crescere e di svilupparsi anche in base alle condizioni con cui si trova a confrontarsi. Questa sua attitudine dinamica è collegata all'analisi della processualità dei lavori sviluppati dai singoli partecipanti. Siamo infatti interessati a guardare i lavori nel loro presente, nella loro condizione di potenzialità e nella loro capacità di svilupparsi in una linea temporale. Laboratorio vuole dare quindi alla produzione e all'opera conclusa lo stesso valore.  
ATP: Siete interessati al 'come' più che al 'cosa'. Immagino che le vostre relazioni siano basate su continue e lunghe discussioni. In parole povere cosa significa che tra di voi esiste una connessione fondata sul come e non su cosa viene fatto?
Andrea Kvas/Nicola Martini: Laboratorio non è un collettivo né un progetto curatoriale, siamo un gruppo di persone che condividono un approccio, un metodo, che attraversa trasversalmente i nostri singoli lavori. Il punto focale del progetto, come la sua nascita, deriva da un'attenzione a ciò che sta prima del lavoro, a come ognuno si rivolge ad esso.
ATP: Siete attualmente al Macro 'dentro' alla residenze di Luigi Presicce (anche lui cellula dell'organismo). In concreto, cosa state facendo?
Andrea Kvas/Nicola Martini: Ognuno sta continuando a portare avanti le proprie ricerche autonomamente, esattamente come nelle prime due tappe del progetto (lo studio a Marti e presso Brown Project Space). Laboratorio è una situazione fluida che si adatta dinamicamente alle caratteristiche dello spazio,sia fisiche che funzionali, in cui si trova ad operare.
Davide Daninos: Il nuovo ambiente con cui Laboratorio si trova infatti a rapportarsi è lo studio di uno degli artisti invitati dal Macro all'interno del programma di residenza denominato studio in progress, che offre agli artisti invitati una sala espositiva come luogo di lavoro. Il mio apporto all'interno del progetto sarà dunque rivolto alle nuove variabili derivate dal sviluppare tale progetto all'interno di una istituzione pubblica. In particolare sono interessato ad analizzare la fruizione del processo di lavoro all'interno di uno spazio espositivo, e, di conseguenza, alla mediazione di tale processo, attraverso strutture preesistenti quali la didattica museale.

Laboratorio
Vittorio Cavallini, Davide Daninos, Attila Faravelli, Andrea Kvas, Jonatah Manno, Nicola Martini, Jacopo Menzani, Luigi Presicce, Fabrizio Prevedello, Maurizio Vierucci (Oh Petroleum).


Artisti in residenza. Studio in progress.
Luigi Presicce Studio #3.
contact.laboratorio@googlemail.com

24/01/12

Short Interview / Gino De Dominicis / ...

L’artista e il suo doppio, anni ottanta tecnica mista su foto, 23,5 x 36 cm Collezione privata, Tezze di Arzignano

Calamita cosmica, 1988-1989 - gesso, polistirolo, resina sintetica, anima di ferro, collante vinilico, 8,7 x 24 x 6,3 cm

Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno
 Senza titolo (I gemelli), 1973 Persone viventi fotografia, 14 x 14 cm Collezione Silvio Sansone, Salerno Curtesy Lia Rumma
 ***
Al bookstore della Triennale, mercoledì 25 gennaio è presentato il primo Catalogo Ragionato dedicato all'opera di Gino De Dominicis. Ci troviamo là alle 18.30.


Franco Fanelli: Signor De Dominicis, lei ha recentemente sottolineato l’estraneità di certi linguaggi all’arte visiva. A quali canoni, secondo lei, deve corrispondere l’identikit dell’artista contemporaneo?
Gino de Dominicis: Nonostante la rarità di importanti opere d’arte oggi nel mondo, solo chi riuscirà a stabilire un rapporto non superficiale e più rispettoso per le arti maggiori, pittura, scultura (opere tridimensionali) e architettura potrà capire e decidere il proprio futuro, il proprio presente e il proprio passato.Per quanto riguarda l’identità dell’artista e delle mostre d’arte, va detto che ogni espressione artistica nasce da una peculiare mentalità e da un desiderio che la differenziano ulteriormente da tutte le altre. In particolare la pittura, la scultura e l’architettura che sono immobili, materiali e mute, hanno origine dalla non accettazione della corruttibilità e della morte. Creano forme che non assecondano il tempo e fondano e perpetuano il desiderio di immortalità. Le altre espressioni invece si svolgono nel tempo, lo accompagnano e non confrontandosi con la materia non creano la forma.
FF: Chi considera oggi “artisti”?
GdD: Oggi si crede che chiunque, approfittando delle facilitazioni date dall’ambiente dell’arte, possa entrare a far parte del mondo dei grandi artisti e che con questi verrà confrontato anche se si esprime esclusivamente con performance, video, installazioni multimediali, fotografie, moda ecc. Si scambia la creazione con la creatività. Nelle ultime edizioni della Biennale di Venezia sono stati invitati a esprimersi: registi, fotografi, ballerini, ecologisti, giornalisti, scenografi, poeti, attori, critici, galleristi, stilisti, sociologi, musicisti, commediografi, performer, filosofi, video artisti ecc., e spesso è stato loro addirittura concesso uno spazio maggiore di quello riservato agli artisti visivi. Si crede anche che gli spazi deputati all’arte visiva abbiano il potere di compiere il miracolo di tramutare in opera d’arte qualunque cosa vi venga esposta. E per finire in bellezza, sono stati assegnati il premio per la migliore pittura a un video, il premio per la scultura a delle fotografie e ancora il premio per la pittura a una scultura. Tutte queste balordaggini evidenziano l’incomprensione e la mancanza di interesse per le opere d’arte visiva da parte di chi se ne vuole occupare. Negli spazi che dovrebbero essere destinati all’arte il pubblico, come in un incubo, ritrova invece proprio quei linguaggi che dominano e assorbono ormai quotidianamente l’immaginario collettivo occidentale. Linguaggi più congeniali e forse anche praticabili dagli organizzatori di mostre così da potersi sentire finalmente anche loro un po’ artisti.
 Tentativo di Volo, 1970

FF: Pur essendo per scelta uno degli artisti più appartati tra quelli oggi attivi, sia pure da grande solitario per antonomasia avrà galleristi, critici, collezionisti, colleghi che sente (o sono fattivamente) vicini al suo lavoro. O no?
GdD: Io non lavoro, non ho abbastanza tempo libero per farlo. Creo delle opere e questo posso farlo da solo.
FF: Come vive in un ambiente che reclama dai suoi protagonisti presenzialismo a oltranza?
GdD: Bene. Ho notato invece che nelle occasioni e nei luoghi più interessanti non erano mai presenti persone del cosiddetto mondo dell’arte.
FF: In sostanza, perché ha scelto di “chiamarsi fuori” da anni dal cosiddetto circuito?

GdD: Il “circuito” tra l’altro sforna periodicamente dei piccoli personaggi (che avrebbero molto interessato Sigmund Freud) che vogliono provare il brivido di scocciare gli artisti. Adesso è il turno di Bonito Oliva che non fa altro che parlare di me. Se continua così dovrò disdire l’abbonamento all’“Eco della Stampa” altrimenti il mio studio sarà invaso da ritagli di giornale pieni delle sue banalità.
Ritratto di A. Canaletti
FF: Che rapporti ha con critica, musei, mercato, quotazioni, vendite e tutto ciò che fa dell’arte un lavoro?
GdD: Non mi piace né esporre né vendere le mie opere. Ogni tanto però lo faccio. Ho sempre cercato di non diventare famoso per poter poi un giorno ricomprare le mie opere a poco prezzo. Comunque le opere d’arte per esistere e per avere un buon rapporto con il mondo non avrebbero neanche bisogno di esser viste, e non essendo partecipi della dimensione temporale sono tutte contemporanee.
FF: Da un artista che appare rarissimamente in pubblico e che non concede interviste, il lettore si aspetta qualche ragguaglio… biografico. Qual è stata la sua formazione di artista?
GdD: Si sbaglia, sin da piccolo appaio tutti i giorni in pubblico e, come vede, rilascio interviste. Ho sempre dipinto e disegnato e anche realizzato opere tridimensionali. A 17 anni, in una mostra personale, ho esposto un centinaio di opere che in quell’occasione furono tutte vendute.
FF: Quali sono i suoi progetti futuri? A cosa sta lavorando attualmente? 
GdD: Un extraterrestre disse ad un Sumero: “Non è mai esistita e mai potrà esistere un’astronave senza un quadro”. Farò alcuni viaggi con Clementina.

Estratti dell'intervista tra
Franco Fanelli e Gino de Dominicis. Si prega di non disturbare gli artisti, in “Il Giornale dell’arte”, n. 136, settembre 1995, p. 7 dal Catalogo Ragionato Gino De Dominicis, 2012, Skira

07/12/11

I can't take my eyes off you ❖ Daniele Carpi e Jacopo Casadei

***
Doppia intervista tra Daniele Carpi e Jacopo Casadei in occasione della loro mostra 'I can't take my eyes off you' nello spazio MARS di Milano.
Daniele Carpi: Perché ti sei fissato sul brigante, oggi? Siamo nel 2011? 
Jacopo Casadei: La figura del brigante mi ha sempre affascinato e la considero un ''ever green''. In realtà quello che mi ha sempre colpito è il suo stretto rapporto con il ''nascondiglio''.

J.C.: Perché nelle tue sculture non trovo gli occhi? 
D.C.: Perchè non hanno più bisogno di guardarsi intorno, sono diventate l' ”intorno”.

D.C.: Come fa a venirti in mente una qualsiasi cosa con un tema simile?
J.C.: Son nato nella terra del '' Passator Cortese'', etichette di aziende vinicole a parte, e quindi.... 

J.C.: Il brigante veniva ''inghiottito'' dalla natura, suo rifugio e sua condanna: oggi l'ambiente che ci circonda potrebbe ''mangiarci'' ancora secondo te? 
D.C.:Si, ma noi potremmo rimanergli sullo stomaco. Non riuscendo ad assimilare o evacuare crea delle “zone” di espulsione interne, un paradosso che nasce perché non c'è più un corpo con un dentro e un fuori ma persiste la necessità di trovare l' “altro” e insistere sull'identità.
D.C.:Chi o cosa è il brigante? Dov'è ora?
J.C.: Il brigante è un nascondiglio che cerca un dialogo, e penso sia esattamente dove vorrebbe trovarsi, per sua fortuna. 

J.C.: Hai mai lasciato delle ''impronte'' in giro? 
D.C.: Una volta sola, parte dell'impronta genetica; per il resto solo tracce insignificanti. 

D.C.: Chi o cosa non puoi smettere di guardare? 
J.C.: Le vecchie cancellate. Anche i palloni sonda: quando di notte c'è il cielo sereno li cerco sempre.
J.C.: Secondo te può dare piacere dissolversi nel paesaggio? 
D.C.: Non ho mai provato ma “dissolversi” dà sempre piacere, almeno finché confidiamo nella ricomposizione. Pochi hanno il coraggio o la disperazione per la dissoluzione definitiva, vedi il film “Somewhere to disappear” con Alec Soth, in questo caso il piacere non è più importante. 

D.C.: I tuoi quadri si possono mimetizzare? Se si, dove? Con che cosa? 
J.C.: Non si possono mimetizzare e non possono mimetizzarmi. 

J.C.: Nelle tue sculture vedo crescere muschio e funghi: hai qualcosa che ti cresce addosso? 
D.C.: Muschio e funghi, il nostro corpo era una foresta ora è un'aiuola. 

D.C.: Come sei riuscito a venir fuori dai tuoi paesaggi? Sei sicuro di
esserne uscito? 
J.C.: Non penso mi sia possibile uscirne. Volevo aggiungervi lo sguardo. Forse gli occhi li hanno solcati verso l'interno. 

J.C.: Com'è stato lavorare assieme? 
D.C.: Piacevole. Come quei fiumi che scorrono fluidi e scelgono il percorso adattandosi al terreno. Come una  fortunata coincidenza. 

J.C.: Mi son chiesto se il concetto di presenza e di assenza abbiano giocato un un ruolo fondamentale nello sviluppo  del nostro progetto.... 
D.C.: Nel racconto mitologico del brigante questi concetti sono “letteralmente” fondamentali, nel senso che ne sostengono il mito. Il bandito, l'uomo selvatico, il lupo cattivo: attraverso la loro evocazione si concretizza la minaccia esterna, il fascino dell'ignoto, il pregiudizio dell'ignoranza.