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24/05/12

Pics from Roma Contemporary #1

 




Foto delle installazioni della mostra di Chris Sharp Out of Range
 Location della presentazione di Roma Contemporary
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Ore 12 e sotto un sole cocente c'è stata la presentazione di Roma Contemporary. Apre la conferenza Pietromarchi che, invitato, loda l'ottimo lavoro del team che ha messo in piedi questa quinta edizione della fiera d'arte contemporanea di Roma. Parla di energia della città, messa in campo proprio dalla fiera, che, per molti versi deve essere concepita come un termometro della giovane arte. 
La parola più utilizzata sia da Pietromarchi, sia da Casiraghi che dall'assessore alla cultura Dino Gasperini, è stata proprio GIOVANE. Si punta il dito sulla giovinezza degli artisti, delle gallerie, dei curatori. Calzante in alcuni casi, meno in altri.
Casiraghi esordisce citando "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... 97 anni ergeva la barriera contro il nemico". Come allora la fiera deve 'combattere il nemico'. Che nemico? Più che avversario, meglio chiamarla concorrenza. 
Continua Casiraghi dicendo che il ruolo della 'sottiletta' alla fiera non gli si addice per niente. Essere stretta tra la fiera di Hong Kong e Art Basel, non gli piace per nulla. Allora si sbandiera la freschezza e giovinezza che non guasta mai. E qui si dilunga sui meriti dei curatori - Ascari in primis, Sharp e Cerizza - che hanno redatto un ottimo percorso collaterale alla fiera. Parla di sentimento a proposito del lavoro svolto da Ascari: "convogliatore di energie ed esperienze diverse".
Anche se molte gallerie (soprattutto romane hanno disertato), le presente giovani sono molte e interessanti. 
"Cosa fondamentale", ribadisce il direttore, "è di puntare sul cambiamento di coscienza del sistema. La fiera è poca cosa se non è sostenuta da musei, collezionisti, fondazioni, riviste, gallerie ecc. Tutti assieme si riesce a fare qualcosa di duraturo e solido. Non bastano i 4 giorni della fiera a 'combattere il nemico', ma un lavoro continuativo e coerente. Ricordiamoci che i primi galleggianti sono proprio le gallerie... romane!".
Il microfono passa a Luca Cerizza che racconta di come ha concepito il suo progetto. Spiega che dopo una lunga e approfondita ricerca è riuscito a coinvolgere una serie di gallerie giovanissime - alcune nate l'anno scorso, le altre tutte entro il 2007. Su modello della fiera Sunday di NY, ha pensato di far esporre le gallerie con il modello a 'walls': semplici muri dove presentare le opere e non attraverso i classici stands. Racconta come, da berlinese- milanese, ha notato l'effervescenza che caratterizza Roma nell'ultimo periodo. 
Chris Sharp esordisce dicendo che, dopo qualche incertezza avuta dopo essere stato invitato a curare un progetto collaterale, ha accetato la sfida. Si dice molto contento del risultato finale, della mostra - che ha per titolo Out of Rangesoprattutto per la grande collaborazione e impegno degli artisti. Ha cercato, nella scelta degli artisti da coinvolgere, di differenziarli sia per età che per esperienze.  Le opere a cielo aperto - presentate come di grandi dimensioni, ma non tutte esaudiscono questa caratteristica - sono state installate negli spazi antistanti ai padiglioni della fiera. La mostra è stata strutturata sul tema del doppio, coniugato in modi e forme abbastanza imprevedibili. Chi speculare, chi concentrandosi sull'emulazioni del reale, chi lavorando sul concetto di 'oggetto prezioso e unico' ... Gli artisti: Stano Filko, Rainer Ganahl, Hannah James, Marco Bruzzone, Banjamin Valenza, Renato Leotta, Francisco Tropa, Michel Francois, Ariel Orozco, Esther Klas, Michael Dean
Ultimo, in ordine di sedie, Alessio Ascari che brevemente ha raccontato come ha concepito-gestito il progetto. "Fondamentale, nella serie di iniziative che si sviluppano in parallelo alla fiera è che nascano collaborazioni, contatti, progetti.. relazioni tra artsiti, galleristi, curatori, giornalisti ecc. 
Il microfono ritorna in centro per la chiosa dell'assessore alla cultura che snocciola tanti pensieri ottimisti. Ringrazia tutti. Mi sono segnata un lista di parole che ha detto: evoluzione, esposizione, educazione, approfondimento, dibattito, intrecci, forza di Roma, arrichimento, momenti magico e felice, entusiasmo, superare le difficoltà assieme a tanti amici ecc ecc. 
E' quasi l'una, battiti di mani, molte strette e via.. verso i padiglioni della fiera.      

14/01/12

How does fashion look at art? Kaleidoscope risponde...

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Kaleidoscope cambia 'veste'. La nota rivista art & culture milanese, è presentata alla Triennale domenica 15 gennaio h.12. Il restyling è stato affidato allo studio grafico londinese OK-RM. Questo tredicesimo numero da ampio spazio ad una tematica 'pericolosa/scivolosa' come l'influenza esercitata dall'arte sull'industria della moda. Quattro i casi studio approfonditi: Prada, Adam Kimmel, Comme des Garçons e Proenza Schouler.  
A presentare il nuovo numero, oltre al direttore Alessio Ascari, Francesco Vezzoli e una grande esperta di moda, Maria Luisa Frisa

Ho fatto un paio di domande velocissime ad Alessio Ascari. 

ATP: Perchè avete scelto lo studio grafico OK-RM?
Alessio Ascari: La scelta è caduta su OK-RM perché sono uno degli studi grafici più interessanti sulla scena internazionale. Stanno a Londra, lavorano nell'ambito dell'arte (Barbican, Serpentine...) ma anche con grandi aziende (Nike, Swatch...). Il loro approccio è intelligente, elegante, funzionale, di ricerca e mai modaiolo: fanno cose che dureranno nel tempo.

ATP: Perchè un tema così scivoloso come arte-moda?
AA: Crediamo nell'interdisciplinarietà, nello scambio tra saperi e tra mestieri. L'arte non può e non deve rimanere chiusa in un recinto, deve comunicare con l'esterno, conquistare altri campi, e farsi conquistare.
Per questo "Main-Theme" (la nostra sezione tematica, nella quale ci occupiamo ogni volta di questioni urgenti all'interno del panorama culturale contemporaneo), abbiamo indagato l'influenza esercitata dall'arte sull'industria della moda, mostrando attraverso quattro casi studio – Prada, Adam Kimmel, Comme des Garçons e Proenza Schouler – come alcuni tra i più brillanti sperimentatori del mondo della moda abbiano stabilito con l'arte un rapporto di intensa collaborazione, divenendo avidi collezionisti e produttori visionari.
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08/11/10

Cartissima...






Tantissima la carta 'consumata' per il catalogo 'fai da te' di Artissima. Quello che doveva essere un intelligente progetto per risparmiare carta, tempo e buon senso, in realtà si è rivelato una macchinosa 'fabbrica' di fotocopie sgranate. Pochissimi i visitatori muniti di raccoglitore ad anelli. 'Sulla carta', il catalogo personalizzato - acquistabile al Bookstore o al Print-shop della fiera - poteva essere riempito con le schede e con il materiale informativo delle gallerie e delle diverse sezioni. Più azzeccato il magazine della fiera con un ricco apparato fotografico e con saggi e testi che raccontavano i progetti e le sezioni della fiera.
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Presenti in fiera tutte (o quasi) le testate di settore sull'arte. L'umore che serpeggiava negli stand non era dei più felici. Sono stati 'relegati' in una zona della fiera di poco passaggio e lontana dagli ingressi.

Michele D'Aurizio e assistente - Kaleidoscope
Chiara Leoni - Mousse
Amedeo Martegani - A+M Bookstore
Alessio Ascari - Kaleidoscope
Massimiliano Tonelli - Exibart

28/04/10

L'italia? Pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!

Il 26 aprile ho assistito alla discussione aperta “L'Anomalia Italiana” presso la sede della NABA in via Darwin. L’incontro intendeva riproporre e approfondire le riflessioni aperte dalla ricca sezione tematica del n. 6 di Kaleidoscope: The Italian Issue (bizzarramente pubblicato solo in inglese).

Per quanti interessati...

Sono intervenuti Alessio Ascari che ha presentato e motivato l’incontro basato su 4 concetti chiave: modernità (Luca Cerizza), religione (Alessandro Rabottini), paesaggio (Barbara Casavecchia) e politica (Marco Scotini).

Chiaro e coinciso Ascari ha spiegato davanti ai molti studenti della NABA i motivi del taglio ‘italiano’ della rivista nata oramai un anno fa (marzo 2009) e distribuita per lo più all’estero. Ho scoperto che ci sono più lettori stranieri rispetto agli italiani. “Ci sono state mosse delle critiche basate sulla troppa esterofilia di Kaleidoscope, di occuparci troppo di cosa succede ‘fuori’ rispetto a ciò che succede in Italia. Abbiamo deciso allora di raccontare quelle che secondo noi ci sembrano le ‘esigenze’ italiane. Ovviamente il nostro è un punto di vista parziale, incompleto della scena artistica italiana. Ma abbiamo voluto rischiare e proporre delle questioni di ciò che può diventare una chiave di lettura per una definizione del panorama italiano. C’è una sezione nella rivista chiamata Main Theme. Questa rubrica l’abbiamo dedicata appunto all’Anomalia Italiana. Abbiamo invitato Luca Cerizza a curare questa sezione, che ospita gli interventi di Scotini, Rabottini e Barbara Casavecchia” (...) “Si potrà opinare la scelta degli artisti che abbiamo selezionati come emergenti. Non abbiamo invece grossi dubbi sulla scelta di Roberto Cuoghi come uno degli artisti contemporanei più rivelanti nella scena artistica italiana” (...)

Dalla sua esposizione sono emerse due questioni importanti: la prima è quella che riguarda il come raccontare l’Italia agli stranieri. “Un argomento che tocca da vicino il nostro lavoro e più in generale la comunicazione, i giornalisti e gli opinionisti. Perché è difficile raccontare l’Italia? La seconda questione, invece, è la constatazione dell’assenza del presente. Sembra che i temi forti considerati dagli artisti italiani siano per lo più legati alla tradizione, riguardino riflessioni più rivolte alle radici della storia italiana e non invece sulla tendenza a proiezioni verso il futuro.”

Due le domande di fondo emerse:

- Come raccontare l’Italia all’estero?

- Perché non c’e attenzione a temi legati alla stretta contemporaneità?

E’ seguito l’intervento di Luca Cerizza che ha subito iniziato la sua presentazione puntando il dito sul fatto che il tema dell’anomalia italiana è un argomento spesso ‘abusato’ giornalisticamente. Per il suo articolo sulla modernità, Cerizza non ha voluto legarsi all’ambito prettamente estetico o artistico, ma più ad un discorso politico. Ha chiarito come in Italia non ha mai avuto un rapporto stretto con l’idea di modernità, dunque con l’idea di progresso e futuro.

Ha esposto, brevemente, come sono stati approfonditi i 4 temi: il paesaggio (non quello da cartolina, quello turistico, desiderabile, raccontabile… fatto mito) approfondito in modo assolutamente originale e imprevisto da Barbara Casavecchia; il rapporto tra arte contemporanea e religione (e qui ha portato come esempio assolutamente calzante la Biennale di Berlino curata da Gioni, Cattelan e Subotnick, tutta ‘giocata’ su un’iconografia cattolica ‘dalla chiesa alla tomba’) e la questione politica affrontata da Scotini con piglio decisamente analitico.

Il discorso approfondito da Cerizza indaga il rapporto tra l’Italia e il modernismo, dalle avanguardie storiche alle neo avanguardie degli anni ’70. Si è dilungato sull’affermazione di Andrea Branzi a proposito dell’idea di modernità ‘debole e diffusa’ (che è poi anche il titolo di un suo libro ‘Modernità debole e diffusa, il mondo del progetto all’inizio del XXI secolo‘, Skira, 2006). Ha motivato la possibilità che quest’idea in realtà, può essere una forza in quanto ‘propensione e sensibilità ai cambiamenti di stile’.

E’ giunto a chiedersi del perché predomina un così diffuso ‘cattivo gusto’ in ambito politico.

“L’anomalia italiana del vivere la modernità si rispecchia nell’anomalia e nel cattivo gusto della politica italiana contemporanea”.

Ha fatto anche un commento sul fatto che gli ‘emerging artists’ proposti nel suddetto numero di Kaleidoscope (Rossella Biscotti, Andrea Sala, Giorgio Andreatta Calò, Alex Cecchetti e Seb Patane), vivono tutti all’estero. Come dire: stare lontani conferisce una prospettiva sull’Italia e il suo sistema artistico (forse) più obbiettiva e lucida.

Con il suo intervento Alessandro Rabottini ha esordito con una nota molto positiva: “Ho notato che nell’ultimo periodo c’è un interesse crescente dall’estero per l’arte italiana. Sembra che l’Italia sia di nuovo interessante. Nel nostro paese, considerato parte del 1° mondo (anche se in realtà non è abbastanza ‘nuovo’ da produrre un sufficiente interesse), c’è un generazione di artisti molto giovani che sembrano indirizzare la loro ricerca artistica sulla nostra storia. Ho la sensazione che alla mia generazione nessuno abbia raccontato come sono andate le cose. Da qui probabilmente l’interesse da parte di molti giovani artisti a indagare anni sconosciuti o poco spiegati.”

Dopo questa sua constatazione ha affrontato il soggetto del suo intervento: raccontare il rapporto con la religione degli artisti italiani. Ha sottolineato come da sempre c’è una sorta di schizofrenia nell’affrontare e nel rapportarsi a questo argomento. Partendo da Fontana, artista che ha cercato di inscrivere nella materia la sua ricerca esistenziale, dunque materia come veicolo di verità, Rabottini ha constatato come dopo di lui un certo tipo di ricerca spirituale sia giunto al capolinea. Ha citato a seguire Pistoletto, Ontani ed altri artisti, per giungere fino a Vezzoli (“nel suo lavoro l’omosessualità è condannata ad intrattenere il mondo glamour, quando non strettamente eterosessuale) e Roccasalva. Di quest’ultimo artista ha citato un quadro (che è poi Frieze ha ‘santificato’ in copertina) che ha descritto, iconograficamente come un“ritratto dalla bocca piccolissima, e due occhi enormi, che sembra voler dire: sembra che in Italia si neghi il logos, ma si sgranano gli occhi perché sempre pronti a credere ai miracoli”.

Barbara Casavecchia, nel suo articolo My Dark Places, ha voluto raccontare l’anomalia italiana non tanto in un discorso prettamente legato all’arte, bensì al paesaggio. In particolare al paesaggio in relazione ad un avvenimento importante con quello del G8 a Genova. “Giorni prima del summit, Genova è stata meta di decoratori, fiorai, imbianchini ecc. per ritocchi, ritinture, imbiancature. Insomma hanno fatto un make-up alla città per renderla più appropriata ad un evento del genere.” Ha raccontato come il paesaggio sia stato mediatizzato quanto il ‘cattivo gusto’ della realtà sia scappato per molti versi dalle strette maglie del grande censore.

Ha parlato dello scandalo del G8 inizialmente previsto sull’isola della Maddalena e successivamente spostato all’Aquila in seguito al terremoto, delle new towns realizzate per l’occasione e del fatto che abbiano molto in comune con la retorica del ‘piano casa’, con la propaganda del periodo fascista ecc.

Continuando il suo ragionamento sul paesaggio, Casavecchia si è posta una domanda: “Il paesaggio quotidiano (non quello da cartolina o turistico) è riuscito ad emergere? C’è riuscito attraverso il cinema. Un esempio è il film e il libro Gomorra. Il paesaggio è emerso dai confini italiani verso l’estero. Mi rendo conto che è un caso limite. Il paesaggio in Gomorra sono le vele di Scampia, una mega struttura nata con l’architettura radicale utopica degli anni ‘70”.

Ma un nuovo paesaggio sta anche emergendo nella letteratura, Barbara ha citato De Cataldo, Gemma, ecc. definiti scrittori di genere di una nuova ‘epica”. Partono tutti da un caposaldo, “Petrolio” di Pasolini (libro pubblicato ‘solo’ nel 1992), in cui lo scrittore da un affresco terrificante di quello che è la grottesca modernità italiana.

“Penso che l’importante sia, in un modo o nell’altro, continuare a raccontare il presente. Magari non è il presente che vogliamo, ma per lo meno si è espresso”

Dopo Casavechia, Marco Scotini. L’esposizione del suo punto di vista, con un taglio decisamente analitico (e, mi spiace, un po’ soporifero. Mi sono anche chiesta: ma perchè non si toglie mai gli occhiali?), verteva sull’anomalia politica, dunque sistematica e di metodo dell’Italia. Ha puntato il dito sulla deriva del discorso dell’arte relazionale iniziato negli anni ’90. Ha constatato che dopo quel decennio l’Italia è stata tagliata fuori dalle grandi kermesse internazionali. Ha portato come esempio Cattelan, che non ha mai partecipato ad un’edizione di Documenta (“schizofrenia molto forte”). “Senza contare che nelle varie Biennali e Manifesta la presenza italiana è per lo più scarsa, debole se non del tutto assente. Trovo che di positivo ci sia il fatto che, forse per la prima volta, l’Italia non si racconta in maniera entusiasta. E’ ancora ingabbiata in clichè. Penso a Bonami e Gioni che considerano la scena italiana attardata, ‘contadina’ insomma che ha perso il treno. (...) Noto finalmente un approccio critico, un mettersi in discussione, un non ostentazione delle glorie passate. Si è smesso di scimmiottare il cinismo di matrice americana.

Penso che da sempre il problema sia storiografico. Le ideologie hanno condizionato troppo la realtà storica e la sua ricostruzione.

Come siamo stati più o meno moderni? Questa domanda se la sono fatta già da molto tempo in altri paesi. E non solo con un taglio estetico, ma anche politico. In Italia, invece, si è perseguito per lo più il taglio estetico. Gli artisti non hanno fatto la rivoluzione, il loro è stato più un adattamento. Non c’è stato un vero e proprio carattere collettivo nell’agire, ma più disparate e sporadiche azioni di iniziativa privata.

In Italia ci sono due matrici:

- la cultura idealista (l’arte per l’arte)

- la critica di natura marxista (Rosa, Tafuri ecc)

Pensa che base si mancata la volontà di analizzare lo stato delle cose e, soprattutto, con un ampio respiro, facendo attenzione ad un sistema generale.

Il problema è di metodo: come raccontare e rappresentare le cose avendone un giudizio chiaro.

E’una questione di rappresentazione, questa è la vera sfida.”


Rabottini ha ripreso la parola sollevando la questione sulla preparazione e formazione, non tanto degli artisti, ma dei critici e dei curatori. “E’ come se la mia generazione vivesse nell’ansia e nel complesso del made in Italy. Ci dicevamo: non riusciremo mai a eguagliare quello che è stato fatto negli anni ’80. Si parla spesso che il sistema arte in Italia non supporta a sufficienza i curatori, ma i curatori? Non sono abbandonati a sé stessi? Ho constato una mancanza di formazione critica” Poi la parlato della fragilità del panorama italiano rispetto a quello internazionale.

Cerizza: “Alla fine è difficile scalfire l’idea che all’estero hanno dell’Italia: pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!”

Come chiosa dell’intera discussione, finirei con Barbara Casavecchia: “Penso che sia importante continuare a raccontare cosa succede. Continuare a raccontare da diversi punti di vista, mantenendo una pluralità di sguardi e di giudizi.”

Alla fine, nel giardino della NABA, Igor Muroni in consolle! Magico!