30/04/11

Short interview n. 5 > Deborah Ligorio 'Lungomare'



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Art * Texts * Pics: Mi spieghi in poche righe questo progetto?
Deborah Ligorio: Ho camminato lungo il Golfo di Napoli, da Miseno a Sorrento, per circa 100 km in 10 giorni.
ATP: Perchè hai scelto il Golfo di Napoli?
DL: Mi sono interrogata molto sulla vecchia “questione meridionale” e sulla visione del sud che corrisponde ad una costruzione fatta dall'esterno, simile a quella dell'Oriente nei termini di Edward Said. Mi interessa il paesaggio, che oltre ad essere fatto di natura e edifici è anche un luogo psicologico, il sud Italia è anche il posto dove sono nata e cresciuta. Il Golfo di Napoli in particolare per la sua densità: tra cartolina e degrado, tra zone ricche e aree popolari, aree industriali e zone turistiche, porti commerciali e turistici, spiagge, abusivismo, ferrovia, inferriate e ringhiere; comprende non solo un luogo ma palesa anche una mentalità.
ATP: Perchè hai scelto la 'passeggiata' come modo per attuare il tuo progetto?
DL: Devo ammettere che non è stata esattamente una passeggiata. Ho voluto percorrere questo pezzo di territorio a piedi per osservarlo da vicino. Altre volte ho filmato un tragitto dal finestrino di una macchina, da una barca o dall'aereo. Ognuno di questi mezzi permette di guardare il paesaggio con una misurazione diversa. Camminare è l'unico modo per essere in un luogo e percorrerlo allo stesso tempo.
ATP: Il progetto è possibile grazie all'utilizzo della ripresa video, un mezzo che hai sempre privilegiato. Documentazione o vera e propria riscrittura della realtà?
DL: La versione integrale del video, quella mostrata in galleria, dura 6 ore e si avvicina di più alla camminata in tempo reale e all'idea di persistenza. Nella versione online sono invece percepibili le variazioni e la complessità del percorso. Nel guardare alla realtà credo di riuscire sempre e solo a documentarne un punto di vista. E ci si potrebbe interrogare sul se esiste una realtà oggettiva.
ATP: Hai fatto delle scoperte?
DL: Mi è successo più di una volta di chiedere indicazioni a persone che non erano mai state nella strada accanto alla propria perché la considerano un'area già troppo diversa e da cui vogliono prendere le distanze.

27/04/11

The Dark Side of the Moon*

Sergio Lovati, 'all we ever wanted was everything
all we ever got was cold_in burning light white light
'
Claudia Pozzoli, 'In to my arm'
Claudia Pozzoli, 'Invito al Cielo'
Claudia Pozzoli, 'Dark is the night, cold is the ground'


Installazione 'Ciò che disse il suono' di Claudia Pozzoli, Marcello Mariana e Saverio Monti

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Doppia mostra fotografica nel nuovo spazio Kolima Contemporary Culture (Via Piranesi, 10, Milano): GRAvitational VAcuum STAR, a cura di Mauro Mattei e Federica Tattoli. Atmosfere dark, un pò manichee, un pò solfuree... sicuramente siderali. Protagonisti: Claudia Pozzoli e Sergio Lovati.
La nota che, a mio parere, ha dato profondità all'intera mostra: un circolo di piastre con dei 'dischi' di cartone che riprendevano la forma di un terreno. Solitamente preferisco un utilizzo della fotografia che mostra, anzichè nascondere o astrarre, ma nell'insieme, il dialogo tra i due fotografi non mi è dispiaciuto.
* titolo che non c'entra nulla.. tant'è che Lovati cita, per il suo lavoro i Bauhaus (“all we ever wanted was everything, all we ever got was cold”)!

25/04/11

Short interview n. 4 > Charles Avery - S.A.L.E.S

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Charles Avery - New Drawings of Onomatopeia, Galleria S.A.L.E.S, Roma

Art * Text * Pics: You have been defined "an explorer", do you feel like one.
Charles Avery: The protagonist of my fiction in characterized as an explorer, and I am naturally identified with him, as he is the narrative voice. Only McPhew as he is known, could be thought of as representing the artist, but also the viewer. He is the subject who gives form and sense to the world though his perception of it. He simultaneously discovers and invents the Island.
When I started the project there was nothing, of course, so I had to invent the parameters of the Island and its nature. Once I had established basic facts about it, other facts obviously ensued, and further facts were corollaries of these e.t.c. The more the Island takes shape , the more I feel it is an independently existing entity which I am 'discovering' and recording. It is nice to feel relieved of the responsibility of having to ' invent', and simply have to perceive.
ATP: Why in your works, do you solicit the eternal dialectic between "duty" and "identity".
CA: I don't know why, but I like this interpretation.
ATP: The necessity to create a reality like "the islanders", what should this lead us to think.
CA: I have no strong feelings about this. I want to create a structure for thinking, one without an answer, but I am not interested in attempting answers to questions that have proven to be intractable.
There is no point to my project in the world at large. I am not proposing a Utopian state, nor am I promoting any political tendency, protesting against anything, or lamenting world poverty, nor do I, despite a predisposition, want to attempt any grand metaphysical system. It is simply, to the viewer/perceiver, what they want to make of it. However, internally, it is utterly meaningful. Any work that I make, for example the One-armed Snake , (which is, as the name suggests, a snake with an arm) when it goes into the world will have various meanings attached to it, over which I have no control, but within the Island, its meaning is utterly clear and explicit. I enjoy the friction between these two types of meaning, the analytic and the synthetic.
I would be most proud if the Islanders in book form were to be adopted in schools as a basis for philosophical discussion, not for teaching, but for expansive thinking. I love to think. Answers are irrelevant, although one always thinks in the name of truth ; this is the contradiction!
ATP: Why did you choose drawing as a tool of expression.
CA: Drawing comes naturally, I didn't choose it. For me it is the most direct means of expression, the quickest. One can draw at the speed one thinks. I think of it as a form of photography, and I am aware of imbuing my drawings with that feeling, but obviously I can't take a camera to the Island. I draw from my imagination, and that is a great freedom. One worries less about imitating reality, and it helps achieve a natural coherence within the work itself.
Charles Avery

23/04/11

I can no longer associate myself ❂ Spazio Morris

▲Valentina Dotti, Risme
Valeria Cavagnoli, Geminazione
◼ Silvia Inselvini, La schiuma dei giorni
☾Lucia Seghezzi, Due tempi, due pesi
Lucia Seghezzi, Il carbonio dice tutto a tutti
Francesca Longhini, Cavallo Sauro

● Paolo Richetti, Adoro Ancora
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Luca Trevisani racconta la mostra 'I can no longer associate myself' allo Spazio Morris a cura di Stefano Mandracchia.

Nel comunicato stampa della mostra avevo letto di Rosemary's Baby. Sapevo di Spazio Morris come di una casa abbandonata da tempo, e dell’amore di Stefano per l’horror. Gli ingredienti che prevedevo li ho trovati tutti, ma quando sono arrivato in via Crivelli li ho trovati mescolati in modo strano, e la cosa mi ha spiazzato.

L’atmosfera era davvero piacevole; era come essere un bambino piccolo che va a trovare una vecchia parente, che teme di passare il pomeriggio a mangiare biscotti secchi, innaffiati da del thè con troppo limone e, invece, si ritrova a giocare con lei a twister, o a sentire racconti semplici ma spassosi.
Si, lo so, mi diverto con poco. Ma, in fin dei conti, non è una dote ?

E poi, lasciatemelo dire, I Can No Longer Associate Myself non è mica poco. E poi, lasciatemi dire anche questo: freschezza mezza bellezza.
E con questo non intendo che si tratti di una cosa leggera. Noi italiani - e il povero Calvino insegna - questa strana idea di leggerezza c’è la siamo ritrovata addosso e non ce la stacchiamo più.
Non parlerei di una mostra leggera, no, perché la vita non si misura in grammi, ma di una mostra lieve, senza retorica, senza zavorra.
Non chiedetemi di dirvi cosa mi è piaciuto di più, non è interessante dividere gli ingredienti: la somma è sempre più dell’unione delle sue parti.
Andate a toccare con mano, siamo sotto pasqua, copiate da san Tommaso.
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22/04/11

Stomaco o mente? Scultura Lingua - Marsèlleria, Milano

Simone Berti
Samuele Menin
Alessandro Roma
Sergio Breviario
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Entrando, mi hanno invitato a sputare e io, ovviamente, l'ho fatto. Sono davanti all' opera 'sputacchiera' di Sergio Breviario.
Scultura Lingua si presenta come un sfida, le cui premesse partono da quello che nel tempo è diventato uno slogan: che l'artista ritorni a 'sporcarsi le mani'. E non solo, ma anche che quello che fa, 'ci arrivi allo stomaco'.
Curioso che il progetto muova da due clichè dell'arte: sporcarsi le mani e arrivare allo stomaco. Entrambi percepiti come 'plus' nel fare arte. Non condivido tanto, nè l'una nè l'altra cosa, ma nulla toglie che in mostra c'erano dei lavori che mi sono piaciuti. Simpatico anche il titolo Scultura Lingua e l'associazione (alquanto misteriosa, visto che non c'è una vera e propria spiegazione) tra arte e culinaria.
"La mano rispetto alla mente, la tattilità rispetto alla vista, la materia rispetto alla teoria". Le opere dunque, dovrebbero avere una consistenza palpabile, visibile, tangibile.
4 gli artisti alla Marsèlleria: Simone Berti, Sergio Breviario, Samuele Menin e Alessandro Roma, orchestrati dalla curatrice Barbara Meneghel. Partiamo dal piccolo catalogo, che oltre al testo della Meneghel presenta le ricette per fare una bistecca tartara, un timballo, un arrosto di maiale a corona, una faraona alla creta, un buon bollito misto, un budino, un fritto ecc.
Si citano nel testo Arturo Martini, Henri Focillon, Rodin, Michelangelo e Bernini, e soprattutto Brancusi che, invitato a fare da assistente a Rodin ha detto: "Niente cresce bene all'ombra di un grande albero"... per ribadire che seguire gli andazzi non paga. Pagava invece, l'amicizia che lega gli artisti tra loro, il confronto e i ragione. Forse.
Mi sono piaciute molto quelle di Simone Berti: dei grandi bassorilievi che l'artista installa sul soffitto, sostenuti da alte impalcature. Il tutto ricoperto da velluto, polvere di marmo o alluminio. Magmatiche e misteriose le sculture vaso/fontana di Alessandro Roma. Funziona di più quella in cui cresce l'erbetta, ma non mi dispiace anche quella più grande dove, se guardata con attenzione, ricorda i muschi e le rocce che si trovano lunghi i fiumi. Queste sculture sembrano crescere spontaneamente. L'effetto è molto accattivanete.
Forme organiche e strane geometrie nel caso delle sculture di Samuele Menin: tra tutte, quello che a mio avviso funziona di più è quella formata da un'intricata struttura di ferro nero con sopra dei peduncoli aerei. Vige, se non sbaglio, il fatto male, ma con sentimento in quasi tutte le opere in mostra. Come dire: non solo mi sporco le mani, ma faccio anche sì che questa cosa si veda. Non rifinire, lasciare l'errore, lo sbaglio, la sbrodolatura, la macchia, la muffa, la piega...
Non è un caso che le chiaccherata degli artisti siano avvenute, dunque, proprio davanti al grande maestro del non-finito, il caro Michelangelo.
La mostra mi è piaciuta e sono contenta che uno spazio 'altro' sia diventato contenitore per questo stretto dialogo (e bevute, scrivono) tra gli artisti.

21/04/11

Short interview n. 3 > Jacopo Miliani - SCENA & DUNGEON - Madrid

SCENA & DUNGEON / Jacopo Miliani, Luc Mattenberger
A cura di Javier Duero - Galeria Raquel Ponce - Madrid, 2 aprile - 21 maggio
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Dialogo e mostra 'a distanza'

Jacopo Miliani risponde

Art*Texts*Pics: Mi racconti la mostra in poche righe?
Jacopo Miliani: Il tema principale della mostra è la presenza/assenza dell'attore e il suo rapporto con lo spettatore. Il progetto espositivo si struttura attraverso la costruzione della 'mise en scène', installazioni a carattere effimero dove il corpo scenico è presente per evocazione. Importante è poi la relazione tra lo spettatore e le immagini presentate, che sono aperte a un processo di interpretazione e soggettivazione dello sguardo.
ATP: Cosa pensi potrebbe provare un visitatore vedendo un punto nero su una tenda arancio?
JM: Bhe vedi, per me il punto è una palla e la tenda è gialla. Ma non è importante! Le immagini sono sempre in continuo cambiamento. Guarda ...guarda!
ATP: Nel comunicato stampa c'è questa frase che mi rende un pò perplessa: "Through the representation of the human body or his absence, the work shows the eroticism implied in the narcissistic recreation of it. The body, as object and subject of representation, maintains a sexual tension on the viewer." Cosa c'entra la relazione sessuale?
JM: L'immagine di un corpo e il suo spettatore per me condividono tra loro una tensione erotica attraverso lo sdoppiamento, che è anche conoscenza del sè. Il passaggio di un corpo sulla scena enfatizza questo aspetto, rendendolo fugace.
ATP: Pensi (veramente) che un visitatore abbia delle responsabilità mentre guarda o giudica un'opera?
JM: Lo spettatore ha una grandissima responsabilità e un potere rivoluzionario fortissimo. Sopratutto se pensi ai blog, a google, a internet in generale, dove le immagini e l'informazione sono molto irresponsabili. Se ci riappropriamo delle immagini tutto diventa molto pericoloso.
ATP: Una metafora per la tua mostra.
JM: In una stanza buia buia un bambino sui pattini a rotelle con in mano una candela, o forse no...un fumogeno. C'è della musica.

20/04/11

L'andata e il ritorno... di Studio Guenzani

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Lo Studio Guenzani propone la mostra andata-ritorno, con opere realizzate da alcuni artisti della galleria negli anni passati. Per questa mostra, a sensazione, vale il motto "meglio un'opera vecchia ma buona, piuttosto che una nuova ma zoppicante". Ha infatti il merito di far riflettere sui ritmi spaventosi che il sistema dell'arte impone, sia alle gallerie che agli artisti. Vigono, come non mai, le regole della novità, del premio, della giovinezza, dell'artista 'griffato' da un altisonante curatore... e cos'altro? Se così non fosse, al caro Claudio Guenzani - da sempre gallerista attento e puntuale nel proporre alcuni tra i più bravi artisti italiani in circolazione - ribadisco il consiglio che più volte ho avuto l'occasione di dirgli: di rituffarsi nel 'parapiglia'!!

Il percorso della mostra inizia con l'opera 'Trefili' di Stefano Arienti, una scultura semplicissima composta da giornali arrotolati e intrecciati che formano una lunga fune adagiata su se stessa. Ricorda vagamente le corde navali di barche e velieri; fa pendant 'Honey I rearranged the collection…' di Allen Ruppersberg. La mostra prosegue nell'altra stanza con 'Senza Titolo', l'affascinante scultura di Giovanni Kronenberg. L'opera consiste in un dente di narvalo, su cui l'artista ha fatto incidere un minuziosissimo autoritratto realizzato con una tecnica ottocentesca di incisione dell'avorio. A fianco l'installazione di Patrick Tuttofuoco, 'Levi', che segue le ultime ricerche dell'artista incentrate sulle maschere. A parte il grande quadro di Yasumasa Morimura, 'An Inner Dialogue with Frida Kahlo (Gift 2),' a far da padrona a questa collettiva, l'opera del quotatissimo Salvatore Scarpitta: 'Incident at Castelli'. Grande artista americano, scomparso da pochi anni, che attende di essere adeguatamente celebrato.

19/04/11

5 gallerie al Fuori Salone

Prometeo Gallery con la mostra di Kevin van Braak 'History is made of different shades of grey'
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IM-MOBILI, Francesca Minini
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A Lunatic on bulbs, kaufmann repetto
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Premetto che ne ho viste solo 5. Cominciamo con due che, presa la palla al balzo, si sono svuotate per fare largo al mastodontico fuori Salone. Si sgombrano Pianissimo e De March, mentre restano in pista repetto kaufmann, Francesca Minini e Prometeo Gallery. Spiacente con tutte le altre che per 'poca curiosità' non ho visitato.
Le Kaufmann repetto presentano con il difficilissimo incipit del comunicato stampa - "l'arte incontra la funzionalità" - A Lunatic on bulbs: termine con cui Emily Dickinson definiva sé stessa per indicare la sua passione per i fiori da giardino.. E di fatto, le panche e panchette di Tom Burr, Liam Gillick, Joel Shapiro, Rirkrit Tiravanija, Aaron Young e Rob Wynne, sono state collocate nel cortine davanti alla galleria. I sei artisti hanno realizzato degli oggetti da giardino: chi facendo un'altalena con copertone e oro (Aaron Young), chi dei simpatici funghetti (Rob Wynne), chi con griglie minimali come Joel Shapiro... Su tutti, il tavolo da ping-pong di Tom Burr ricoperto di gomma liquida.
Francesca Minini, invece, allestisce una collettiva ad hoc con artisti della galleria che più di altri costruiscono, ragionano o toccano il design: Alessandro Ceresoli, Stefano Arienti, Daniel Buren, Riccardo Previdi, Haim Steinbach e Ali Kazma, tra gli altri. IM-MOBILI: "Il titolo è quasi un gioco di parole, che riprende l'idea del mobile inteso come oggetto di design, ma traslato dal suo significato originale per assurgere ad icona, a segno immobile, statuario ed incisivo che ci proietta nel mondo altro dell'interpretazione artistica."
Premio, tra le 5, o meglio tra le 3 concorrenti Prometeo Gallery con la mostra di Kevin van Braak 'History is made of different shades of grey', dove ha ricostruito quattro scrivanie di altrettanti leader storici controversi – Hitler, Stalin, Mao e Nixon – e il mappamondo che Hitler aveva nel suo ufficio presso la Cancelleria del Reich a Berlino. "L’intenzione dell’artista non è di rimuovere la memoria dei fatti da queste scrivanie; al contrario, il loro aspetto simile fa emergere prepotentemente la storia che è stata letteralmente “scritta” su di esse, ma non in senso letterale o in un rapporto diretto con essa. In questa loro nuova veste le scrivanie perdono la connotazione di supporto su cui venivano prese, a firma dei loro proprietari, decisioni riguardanti la vita e la morte di milioni di persone."