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07/07/11

Around Zurich with...

Joseph Beuys. 'Difesa della Natura' alla Kunsthaus
Sculpture Now da Eva Presenhuber
Artur Zmijewski, Andrea, Christoph, Martin, Galerie Peter Kilchmann
Roman Ondák’s 'Enter the Orbit, Kunsthaus di ZurigoAi Weiwei, Study of Perspective – Tiananmen, 1995-2010 - © Ai Weiwei
Ai Weiwei, Dropping a Han-Dynasty Urn, 1995 - © Ai Weiwe
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Il Böögg* fin'ora ci ha preso e a nord delle Alpi, oltre il Gottardo, ci si gode una soleggiata e ventilata estate tra i bagni al lago, i tuffi nella Limmat e il rito sociale più tradizionale della stagione: il BBQ.
Se spesso estate è sinonimo di mostre di poco spessore, leggere come le letture da ombrellone, qui non è proprio così, (eccezion fatta per l'inconsistente collettiva Town-Gown Conflict alla Kunsthalle) e mentre gli artist-run-spaces e gli indipendenti come Paloma Presents, Everest, Les Complices chiudono per ferie, tra le istituzioni quasi vien da dire che c'è l'imbarazzo della scelta... e se passate da queste parti non resterete delusi da:

- la retrospettiva Joseph Beuys. 'Difesa della Natura' alla Kunsthaus (fino al 14 agosto). In tempi di rinnovata partecipazione civile è un buon memento la rosa che Beuys tutti giorni teneva sulla scrivania della sua 'Organization for Direct Democracy through Referendum' durante Documenta V del 1972.

- l'installazione di Roman Ondák, 'Enter the Orbit', pensata appositamente per la Kunsthaus (visibile fino al 28 agosto) combina felicità e giocosità visiva con temi quali il potere degli oggetti-icona, della memoria e della veridicità storica, in riferimento al celebre Sputnik, satellite simbolo del progresso del suo tempo e antesignano delle centinaia di satelliti che controllano e sorvegliano oggi la nostra vita.

- la muscolosa collettiva Sculpture Now da Eva Presenhuber (fino al 30 luglio) allestita da Fischli and Weiss comprende opere di 27 artisti come Doug Aitken, Martin Boyce e Liam Gillick; forse più che per la condizione pop della scultura oggi per constatare il vivace stato del mercato internazionale.

- Andrea, Christoph, Martin i tre nuovi video di Artur Zmijewski, filmmaker, scrittore e prossimo direttore artistico della Berlin Biennial 2012. Come riuscire a parlare di lavoro, fatica e giovinezza in pochi minuti e con immagini precise. (Galerie Peter Kilchmann/ project room, fino al 30 luglio)

- e infine a 20 minuti di treno, Ai Weiwei al Fotomuseum di Winterthur (fino al 21 agosto) di lui si parla tantissimo per le sue vicissitudini politiche in patria e vale la pena vedere il perchè.

Schönen sommer mitenand!!

Francesca di Nardo

*pupazzo di neve che si brucia a fine inverno e che annuncia la durata e qualitá dell'estate; con il suo faló, in una piazza del centro, si fa la prima grande grigliata collettiva della stagione. Qui hanno delle tradizioni davvero bizzarre...

06/05/11

Ultima fase lunare... Hangar Bicocca

Pascale Martin Tayou, Plastic Bags
Veduta d'insieme. In primo piano Ludovica Carbotta
Roman Ondàk, Resistance
Christiane Löhr, Samenball
Nari Ward, Soul soil
Alberto Tadiello, Senza Titolo (Adunchi)
Elisabetta Di Maggio, Senza Titolo
Veduta d'insieme: Massimo Bartolini, Bruna Esposito, Ludovica Carbotta
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Ultima fase lunare per Terre Vulnerabile, che si presta con quest'ultima tappa a ricordarci che 'L'anello più debole della catena è anche più forte perchè può romperla', che è anche il titolo mutuato da Stanislaw J. Lec. Ho attraversato la mostra all'Hangar Bicocca con la curatrice Chiara Bertola che, dopo mesi di sospiri, incontri, ragionamenti, si dice contenta di essere arrivata alla 'fine'. Una conclusione che, in onestà, mi dispiace un po': dopo mesi di appuntamenti, venire all'Hangar e vedere come è evoluto lo spazio, scoprire quale opera è mutata, quale solo spostata, era diventato per me un nuovo modo di fruire una mostra. C'è più luce, più percorsi e ovviamente più opere. Con un pò di ingenuità, sottolineo a Chiara che, quasi quasi, le Torri di Kiefer non si percepisco più... lei tira un respiro di sollievo.
Il labirinto di Friedman si è movimentato, ora accoglie un grande disegno di Margherita Morgantin, le eteree mappe di Elisabetta Di Maggio, una leggerissima scultura/nuvola fatta di semi di cardi di Christiane Löhr e il commovente film di Ermanno Olmi. Ma non voglio farvi la lista. Se non vi racconto proprio tuttotutto, è perchè la mostra deve assolutamente essere vista.
Pubblico invece le immagini dei lavori più imponenti: lo stupefacente bozzolo di Pascale Martin Tayou, fatto di sacchetti di plastica; la tagliente scultura di Alberto Tadiello e il buffo 'esserino' di Nari Ward, ricoperto di gambe e braccia di abiti dismessi (reduci dall'installazione di Boltanski). Un pò deludente il video di Ondàk, non tanto per l'opera in sè, ma per la poca possibilità di intervenire con un lavoro ad hoc, in quanto troppo impegnato in altri progetti. Per la mostra ha portato un video dove riprende le scarpe slacciate di alcuni visitatori ad un opening.
Nel complesso, la mostra o meglio il cammino intrapreso da Bertola e Lissoni, è risultato vincente. E scrivo questa parola a maggior ragione se penso alla 'vulnerabilità' che tanto è stata discussa, vivisezionata, rappresentata, incarnata nello spirito spesso dell'intero progetto.
Sono stati efficaci e intelligenti nel tessere, in un arco di tempo che va dal settembre 2009 al luglio 2011 (data di chiusura della mostra), un progetto denso e imprevedibile. Chiedendosi fin dall'inizio 'cosa vogliamo da questa mostra?': hanno risposto costruendo un meccanismo partecipativo e, secondo il mio punto di vista, anche giocoso. Inevitabile cercare, ad ogni appuntamento, gli indizi, i tragitti, le modifiche che nel tempo si sono intrecciati o dissolti.
Utilizzando il titolo di questa quarta tappa, vedo l'Hangar Bicocca come l'anello debole del sistema museale milanese (fragile perchè lontano dal centro, vulnerabile perchè immenso, cagionevole perchè privo dei fondi e sostegni che meriterebbe ecc.) che però si è rivelato forte nel coinvolgere tutti coloro che hanno vissuto questa mostra osservandone la crescita e stimandone la complessità. Speriamo che altri spazi museali, imparino qualcosa.
Senza contare che è previsto per il 28 giugno, un dibattito pubblico tra artisti, curatori e visitatori. Chiara Bertola vuole fortemente questo appuntamento ("... può venire chiunque anche con pomodori e uova in mano.."), per tracciare non tanto dei risultati, ma per registrare quanto le loro intenzioni sono state capite e assimilate.
Non l'ho mai fatto.... un buon motivo per iniziare. Assegno alla mostra ★★★★

26/02/11

Il mondo alla rovescia di Roman Ondàk


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E' stata un'ex discoteca, una sala biliardi, una pizzeria e, perfino, un salone di bellezza. Ora, questo spazio a dir poco sfortunato, è diventato la Fondazione Galleria Civica di Trento. In questi giorni ospita la bella mostra Eclipse dell'artista slovacco, Roman Ondàk. L'astuto direttore Andrea Viliani, è riuscito ad elaborare con l'artista un progetto ad hoc per questo spazio le cui caratteristiche sono tutto fuorché meritevoli di ospitare l'arte contemporanea. Ma si sa che "è difficile rovinare una buona idea" e devo dire che Ondàk è riuscito pienamente a realizzare un percorso espositivo semplice ed intenso. La prima opera che consentiva di 'entrare' pienamente nel suo progetto è Untitled 1998: il restringimento del corridoio di accesso allo spazio espositivo. Rivestendo e riducendo uno spazio già di per sé poco invitante, con pannellatura di finto muro, Ondàk ci presenta fin da subito l'entità della sua poetica: compiere pochi e semplicissimi mutamenti. Sottrarre, ribaltare, estrarre o tagliare, piccole fette della realtà per porre interrogativi sulle nostre percezioni. Lieve e quasi modesto, l'artista scelte oggetti banali e invisibili del nostro quotidiano, come un letto, un pavimento, una maniglia, delle prese elettriche, un divano, per accentuarne la portata immaginifica. Carico di un potere quasi animista, l'artista investe degli oggetti banali e famigliari di una forte presenza visionaria. Alcuni esempi: un cubo di 50 cm fatto con del parquet, due maniglie di una porta e di una finestra (titoli: Leave The Door Open e Went Out the Window), ritagli di giornali, quattro angoli di un letto (a cui l'artista associa nord, sud, est e ovest), alcuni angoli di un guardaroba legati assieme da un sottile filo di cotone, dei ragazzi che si spogliano, ribaltano gli abiti e si rivestono. A questa serie di opere, dove è evidente la riduzione ai minimi termini del gesto artistico, Ondàk si confronta con l'opposto, con il gigantismo e l'impossibile: sogna di portare il 'fuori', dentro; immagina tutto ciò che sta sopra, sotto. E sempre con audacia, la terra diventa cielo, il soffitto si apre e sviluppa un tetto con tanto di pesanti assi di legno e camino. Siamo davanti alla grande opera Eclipse, il progetto che Ondàk pensa appositamente per l'ex-pizzeria nella sala sotterranea. Spettacolare e divertente, astuta e coinvolgente, quest'opera è una grande opera e lui è un grande artista.
Andrea Viliani, Direttore della Civica, Roman Ondàk e Elena Lydia Scipione, curatrice