31/05/11

Alighiero e Boetti Day - Part One 'Amazzare il tempo'

Photo Isabella Gherardi
Photo Isabella Gherardi
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28 Maggio 2011, ore 12.00 - 00.00
Auditorium RAI, Torino
Luca Cerizza, Francesco Manacorda e Massimiliano Gioni aprono l' 'Alighiero Boetti Day' (Artissima e Fondazione Trussardi), davanti ad un centinaio di persone. Sembravamo pochi nel grande e bellissimo Auditoriom RAI, disegnato da Carlo Mollino nel 1952. Sulle 10 sedie messe sul palco di quest'ultimo, si sono avvicendati decine di ospiti radunati per rendere omaggio ad uno degli artisti più significativi e misteriosi del '900. La giornata faceva parte del più grande progetto dedicato all'artista: 'Giorno per Giorno' (in varie sedi a Torino).
Ho preso alcuni appunti, ho trascritto alcuni aneddoti e frasi a random!
Il primo a raccontare in pochissimo tempo dei ricordi risalenti a 40 anni fa, Michelangelo Pistoletto. L'artista incontrò Boetti nel '67: "Si avvicinò e mi chiese: Come si fa ad avere successo? Come/dove devo indirizzare la mia opera?. Gli risposi che l'opera non ha direzioni... e lo invitai nello studio in Via Raimondi per partecipare, con altri artisti, alle prime manifestazioni di quella “collaborazione creativa” che in seguito mi portò a a sviluppare il Manifesto della collaborazione."
Racconta invece Piero Gilardi (tra le immagini che scorrono mentre parla anche un frame che lo immortala con Viva Superstar) che un astuto AeB, per sbarcare il lunario, comprava a Vallauris (Provenza francese) delle edizioni in ceramica di Picasso e - con qualche trucchetto per 'scansare' la dogana - le vendeva in Italia.

Viva Superstar (Janet Susan Mary Hoffman) e Piero Gilardi
Dai racconti di Pistoletto, Gilardi, Clino Castelli, emerge un AeB vivace/ombroso, che amava i vestiti, la 'scena'... che parlava per rima, per filastrocche... che leggeva riviste di moda... che, il suo 'passo a lato' lo ha compiuto andando in Afghanistan. AeB 'scappa' dall'Occidente e dalla società fordista in quanto rifiutava il sistema dominante.
Excursus universaleastrofisico per Tommaso Trini. Ricorda che Boetti diceva: "Il mio problema non è quello di fare delle scelte dettate dal mio gusto, ma quello di trovare un sistema che scelga per me".
Brevissimo e pacato Salvo, ricorda che quando divideva lo studio con AeB, si lavorava/giocava/studiava. "Si viveva lavorando e giocando". Ricorda la 'balla' che AeB raccontava in giro: che avevano un gruppo muscale. In realtà Salvo sì e no se riusciva a tenere una chitarra in mano. Questa del gruppo, era un capriccio che AeB amava raccontare in giro. Hanno anche fatto un'audizione alla Cetra. Gli hanno chiesto: "Ma perchè suonate?"... tanto erano incapaci! I due artisti, avevano anche tentato di inventare un artista farlocco - tale Alessio - specializzato in animali-giocattolo. Hanno iniziato a ipotizzare un curriculum e produrre alcuni disegni. Si sono stancati lasciando perdere. (Questo fatto mi ha ricordato AnnLee di Huyghe e Parreno)
Disegno del (finto) artista che Salvo voleva 'creare' con AeB.

Racconta del Piper di Torino l'architetto Pietro Derossi. In questo luogo sono passati tantissimi artisti tra cui anche AeB. Mentre raccontava, ha mostrato alcuni abiti creati da AeB in plastica, tra cui quello con i pesci. In questo luogo si sperimentava un tipo di ricerca in cui moda/arte/musica/teatro si fondevano-confondevano
Piper a Torino (architetto Piero Derossi)
Emidio Greco, regista e sceneggiatore italiano, conosce AeB una lontana mattina persa nell'adolescenze, quando sia lui che AeB hanno marinato a scuola. Da lì nasce una lunghissima amicizia. Ricorda che già da giovanissimo AeB voleva fare l'artista ma aveva il problema che doveva 'imparare' ad esserlo. Racconta che alla fine degli anni '50, assieme ad AeB aveva visto due importanti mostre: una di Bacon e una di Nicholas De Stael. AeB è rimasto fortemente impressionato sopratutto da quest'ultimo, producendo una serie di dipinti (andati distrutti) che si ispiravano all'artista russo. Greco gira "Niente da vedere niente da nascondere" (1978): film sull'opera di AeB.


Alle 15, circa due artisti rendono omaggio al grande. Il primo è Patrizio Di Massimo. Su due proiettori scorrono decini di fotografie che ritraggono il sosia del sosia del sosia.
Patrizio Di Massimo
L'intervento di Maurizio Cattelan, è introdotto da Massimiliano Gioni che racconta di essere stato il 'gemello diverso' di Cattelan. Dal 1998 al 2005, Gioni parlava, rispondeva, spiegava facendo le veci di Maurizio. Svela che gli artisti a cui 'rubava' idee, pensieri e risposte erano: Alighiero Boetti, Gino De Dominicis e Carmelo Bene.
Gioni racconta anche che Maurizio Cattelan ha incontrato AeB in occasione della Biennale di Venezia nel 1990, dentro al Padiglione statunitense accanto ad una pila di poster di Jenny Holzer. Hanno chiaccherato un pò e prima di salutarsi, AeB ha preso un poster, ha aggiunto un nuovo truismo alla lista della Holzer - "Non scrivere mai cazzate" - l'ha firmato e glielo ha regalato. Per questa gionata, Cattelan ha commissionato a due gemelli di leggere l'intervista immaginaria che ha fatto ad AeB, 'Infiniti Noi' (la potete trovare in Flash Art n. 230, 2001. All'entrata del teatro era possibile prendere una copia del poster.

Toccante, profondo, asciutto l'intervento di Lawrence Weiner. Ha esordito dicendo che trova assurdo cercare di capire le opere d'arte attraverso ciò che dicono gli artisti. Con AeB comunicavano con un pessimo francese, forse non serviva che si dicessero troppe cose.. Secondo lui, AeB voleva creare delle 'messe in scena'.
Lorence Weiner
16:00 In diretta da Venezia, il 'padre' dell'Arte Povera Germano Celant via skype. Gioni lo incalza a raccontare quegli anni. Lui dice che era un pò come un ritrovo al bar 'galleria Sperone'. Gli artisti si radunavano lì per stare assieme. Si era creata una comunità di artisti con gli stessi intenti e sensibilità... e forse di 'disperati' con le stesse idee. Ricorda un AeB individualista, grande anticipatore; non cercava una coeranza di stile o il riconoscimento di uno stile preciso. AeB ha rotto con il sistema di 'riconoscimento', tanto che da 'fuori' il suo modo di lavorare sembrava una contraddizione.
Germano Celant in diretta da Venezia by skype
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Chi c'era?
Francesco Manacorda e Luca Cerizza, Michelangelo Pistoletto, Di Fabio Derek Maria Francesco e Luca Trevisani, Bruna Roccasalva e Vincenzo De Bellis
Jonathan Monk e Patrizio Di Massimo, Pier Luigi Sacco e Laura Cherubini, Amedeo Martegani, Francesco Garutti e Alice Guareschi

30/05/11

Domani > Report Alighiero e Boetti Day

Photo Paolo Mussat Sartor, Torino

Io suono i tamburi. Il tanburo è l'unico strumento usato ovunque nel mondo dagli stregoni, perchè è un modo di andare in trance attraverso la ritmica. A volte quando suoni, e sei diventato bravo, ti ritrovi proprio in levitazione a un metro di altezza.
AeB
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I 549 Kg di bacche di Pratchaya Phinthong - Gamec di Bergamo

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Nello spazio Eldorado della Gamec di Bergamo, i curatori Pierre Bal-Blanc e Alessandro Rabottini, hanno voluto raccontarci una storia. Il proganista è Pratchaya Phinthong, artista di Bangkok che, invece di trascorrere due mesi di residenza nei sobborghi di Parigi (invitato dal CAC Brétigny e dalla Gamec), decide di farsi assumere da una ditta della sua città d'origine e vivere per il periodo di residenza nella Lapponia svedese raccogliendo bacche polari.
Si immerge così nella dura realtà della manodopera sfruttata e sottopagata; mangia per terra animali cacciati, sventrati e cotti all'aperto; compie lunghe e faticose passeggiate tra i boschi; socializza con persone umili e condivide con loro sforzi e momenti di riposo... Tutto ciò è documentato, con fotografie e video, sia in mostra che nel sito temporaneo givemorethanyoutake, che è anche il titolo della mostra.
Come si struttura questa storia che, raccontata attraversa centinaia e centinaia di immagini, ci mostra l'artista che, rinunciato al suo statuto di artista, evidenzia la crisi di un modello sociale al tempo della globalizzazione?
Phinthong semplicemente, decide di 'lavorare per sopravvivere piuttosto che lavorare come artista'. Solidale con i lavoratori sfruttati, decide di diventare (temporaneamente) come loro, raccogliendo tutti i giorni chili di bacche nelle foreste nordiche. Quotidianamente manda un sms ai curatori con i peso dei frutti raccolti. Alla fine dei due mesi, ne raccoglierà ben 549 Kg, e con questa lunga esperienza da vita allla mostra 'Give more than you take' (Dai più di quello che prendi).
L'artista ha chiesto ai due curatori di 'tradurre' questo quantitativo con oggetti o materiale di scarto, e di metterlo in mostra. Rabottini, come Pierre Bal-Blanc a suo tempo al CAC di Bétigny, ha deciso di allestire alla Gamec, 549 Kg di terra scavata per creare le fondamenta dell'edificio che costituirà l'estensione del nuovo Museo dell'Accademia Carrara (attualemente chiuso per restauri). La terra è stata sparsa, tra le pareti e il pavimento nella sala alla Gamec.
Oltre a questa 'traduzione', diventata opera a responsabilità del curatore, c'era un'altra installazione di cui Rabottini doveva preoccuparsi. Nel centro della sala, sospesa a metri dal pavimento, il lavoro 'Allemansrätten': termiche che sta ad indicare il 'Diritto al Pubblico Accesso' presente nell'ordinamento giudiziario svedese, che garantisce a chiunque la possibilità di camminare in spazi naturali. Phinthong, con l'aiuto dei altri raccoglitori nomadi, ha smontato una torre di vedetta - costruite dai cacciatori nel paesaggio lappone - trasformandola un punto di osservazione, ma anche di protesta, per i raccoglitori di frutta. L'artista trasforma questa torretta a simbolo di una contraddizione: in un paese come la Svezia, attentissimo al rispetto della natura, accade che aziende straniere o locali, sfruttino dei lavori costretti a guadagnarsi il pane in condizioni quasi disumane.
Invito, quanti siano interessati al progetto di Phinthong, a leggere il testo di Pierre Bal-Blanc, scritto in occasione della mostra.
“Le società sono progredite nella misura in cui esse, i loro sotto-gruppi e gli individui che ne facevano parte hanno imparato a rendere stabili i loro rapporti secondo il modello del dare, ricevere e infine ricambiare. Per prima cosa hanno dovuto imparare a deporre le armi, in modo che fosse possibile scambiare beni e persone, non solamente tra clan, ma anche tra tribù, nazioni e – soprattutto – individui. Solo allora le persone hanno imparato a creare e a soddisfare interessi reciproci e a difendersi senza dover ricorrere alle armi. In questo modo i clan, le tribù e le nazioni hanno appreso – proprio come in futuro lo impareranno classi, nazioni e individui - come opporsi l’un l’altro evitando massacri e a dare senza sacrificare se stessi agli altri”. (Marcel Mauss, Il dono, 1925)*

*Citazione dal testo di Pierre Bal-Blanc per la mostra di Pratchaya Phinthong, CAC Brétigny; Parigi, Dicembre 2010

28/05/11

Alighiero e Boetti Day - Torino

Alighiero Boetti, Photo: Paolo Mussat Sartor, Torino
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Martha Rosler InPublic - Galleria Raffaella Cortese

Martha Rosler - Off the Shelf: Utopian Science Fiction, 2008; Off the Shelf : Gardering Fantasia, 2008; Point and Shoot, 2008; Invasion, 2008; Prospect for Today, 2008 - Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano
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La rappresentazione della vita quotidiana di Martha Rosler è disarmante. Immortala la follia o, peggio, la confusione che si nasconde dietro alla normalità, al quieto vivere. Nelle serie esposte alla Galleria Raffaella Cortese, l'artista ci racconta - ma ci interroga, anche - sulle problematiche che ci affliggono da decenni: gli sterotipi, il qualunquismo, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la follia pubblicitaria, i clichè del sistema capitalistico, la super-commercializzazione.. e tanto altro. Toccante il video in fondo al lungo corridoio che immortala distese si campi in fiori con piccolissimi e sfruttatissimi operai che lavorano sottopagati. Mostra da vedere!

26/05/11

This is not a Short interview n. 7 > Lorenza Boisi

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Art * Text * Pics: Mi spieghi la mostra in poche righe?
Lorenza Boisi: Se fossi in grado di spiegarla “in poche righe” rendendone pure un efficace surrogato, avrei, probabilmente, sbagliato lavoro...
ATP: Cosa si intende con il titolo 'Water and me'?
LB: Il titolo è un semplice gioco linguistico che approccia senza enfasi il complesso apparato simbolico dell'elemento Acqua quale esternazione della mutevolezza del sé. Il titolo è “Water and Me”- e non- Water and I, laddove “Water” ed “Io” si configurassero come soggetto. Nel titolo troviamo un "io" che in comunanza sintetica con un immaginario vago si fa oggetto di una visione.
ATP: Cosa significa 'accanirsi' dentro alla ricerca della specificità della tecnica pittorica?
LB: È interessante la tua affezione per i comunicati stampa.
Direi che il CS si riferisca ad una mia, ed altrui, continuità di interesse verso la pittura e le sue categorie - quella "perversione" che mi mantiene testarda e vicina a me stessa ed a questa pratica amata a dispetto di molte considerazioni su quanto sia: "artisticamente spendibile" nelle attuali contingenze.
ATP: Cosa diresti a chi sostiene che la pittura è un mezzo come un altro?
LB: Che “ha ragione” e che, per logica, alla Pittura debbano essere riservato il medesimo rispetto, la medesima valorizzazione, destinati alle altre pratiche artistiche.
E' un medium artistico come altri- ma sarebbe un errore invalidarlo a ruolo di “mezzo”.
La pittura è una pratica complessa, a tutt'oggi, progressiva, rischiosa, empirica e frustrante/esaltante.
Forse per questa ragione, per questa “pericolosità” se tra gli artisti, ci sono parecchie conversioni "dalla pittura" e rarissimi i ritorni di fiamma, tra i curatori ed i critici, si possono ascoltare amenità detrattici ai danni di una forma artistica la cui validità sia invece universalmente condivisa...
Io delineo una demarcazione tra la Pittura e il dipingere.
L'uso strumentale del mezzo pittorico a veicolo priorità altre, non mi interessa, non è “Pittura”.
La Pittura è contestualmente e relativamente oggetto e soggetto di se stessa. Laddove non ci sia attenzione, coscienza e convergenza focali specifiche, l'uso del mezzo pittorico è pretestuoso e parassitario- equiparabile all'uso strumentale di ogni altro medium.
Questo approccio a me non interessa.
La polemica sulla pittura è superata da almeno 15 anni in tutta Europa e in alcuni paesi, penso alla Germania, al Regno Unito e ai paesi Scandinavi, non ha mai avuto una vera radicalità storica. Si è continuato a fare pittura, a parlarne e a scriverne, si è sempre continuato ad amarla.
Piuttosto drammatico è il fraintendimento tra la crisi della rappresentazione e un'eventuale crisi della pittura...

Se il mondo per come lo conosciamo finirà nel 2012... spero che anche in Italia ci si possa finalmente rimettere da questa mistificazione che è prossima al falso storico, visto che a guarigioni miracolose qui stiamo di molto indietro...
Per un inveterato paradosso critico, la pittura, più di altre pratiche, soffre del peso di un preconcetto storico e di una schiera di pusillanimi detrattori.
Talvolta dispiace, perché "non si inventa". Non ci si improvvisa pittori, non ci si sveglia pittori in un nuovo mattino, così come non è evidente sviluppare un sentimento critico per la pittura e la sensibilità cognitiva necessarie alla sua disquisizione.
In questa prospettiva potrebbe risultarci ovvio come dispiaccia quello che non “conosciamo” e come invece sia semplicissimo escamotage per sottrarci ad un imbarazzo, disconoscere a priori lo straniero a costo di un impoverimento del panorama artistico generale.
Forse, per questa ragione, tra gli artisti, ci sono parecchie conversioni "dalla pittura" e rarissime che procedano nel verso contrario; mentre tra i curatori ed i critici si possano tuttora ascoltare amenità detrattici ai danni di una forma artistica la cui validità sia palesemente condivisibile... ma la storia è un ineluttabile contraddanza di ricorsi ed il rischio attuale per la pittura italiana è uscire dallo stanzino buio per diventare il nuovo carro del fieno.

Spero ci sia la chance per la definizione di una terza via, una maggiore onestà intellettuale e critica verso una pratica che, anche in Italia, conosce buoni artisti.

Lorenza Boisi
Water and me
Federico Luger Gallery

Lorenza Boisi e federico Luger

25/05/11

Short interview n. 6 > Flavio Favelli 'Hotel Giappone'

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Flavio Favelli - HOTEL GIAPPONE
a cura di Antonio Grulli

Art * Texts * Pics: Mi racconti la mostra in poche righe?
Flavio Favelli: Lo spazio di Farnè è dove c'era il Grand Hotel Brun di Bologna bombardato nell'ultima guerra. Con Bologna ho un rapporto conflittuale, la famiglia di mia madre era molto bolognese, dei parenti avevano lavorato all'Hotel Brun che era uno dei primi centri commerciali di lusso. Gli hotel poi per me sono stati sempre i viaggi, quando mia madre mi portava via da casa, i set, le carte da lettere intestate, le cartoline, mi sembrava che fosse una realtà parallela, più libera, indipendente, lontana dai problemi di famiglia.
Oltre ad essere una mostra che ha a che fare con gli hotel è una mostra sui miei ricordi e sulle mie immagini rispetto agli hotel. C'è una grande insegna con neon fucsia HOTEL, c'è un pavimento rialzato nero e decorato con disegni avorio, ci sono dei miei disegni su carte intestate originali di hotel. Ho disegnato il logo El Al sulla carta del King David di Gerusalemme, amo queste immagini.
ATP: Non è la prima volta dove affronti il tema dell'hotel. Perchè questa scelta?
FF: Come ho detto certi termini, certi luoghi, certi nomi mi catturano per il fatto che sono stati decisivi nel mio passato. Mia madre decise, quando avevo 8 anni, di farmi viaggiare con lei per tutto il paese e poi l'Europa. La vita, pensava, era meno triste con l'arte, era un'evasione dai problemi della mia famiglia. Captavo da qualche parte il vero motivo di queste visite: era legato allo stare lontano, anche con i pensieri, da casa. L'arte nascondeva, ma alla fine dava risalto, al dramma familiare. La mia infanzia e la mia adolescenza furono un continuo fuggire coi viaggi d'arte da quello che c'era in casa. Gli hotel erano i complici di questa fuga.
ATP: Spesso recuperi avvenimenti, ricordi, memorie per far rivivere oggetti desueti. Perchè?
FF: Perchè provo piacere. Tento di ricostruire immagini e ritagli delle immagini della mia memoria personale e tutto questo è molto forte e mi dà un piacere speciale. Ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza in mezzo a delle forti tensioni familiari. Da figlio unico, spesso solo, nella casa dei miei genitori prima a Firenze poi a Bologna e in quella dei miei nonni e poi nella casa delle vacanze sull'Appennino. La casa dei miei nonni era un emporio di oggetti e cose antiche, mio nonno amava possedere. Tutti quegli oggetti parlavano, le radiche, le ceramiche, gli avori, i cristalli, le cornici, la tavola imbandita. Mi ricordo tutto perchè gli incubi e i sogni ballavano con gli arredi e i tappeti e le frange delle poltrone. L'unico regalo che ho fatto a mio nonno per tutti i suoi compleanni è stata l'acqua di colonia Roger e Gallet, la metteva nel fazzoletto ogni mattina. Quel periodo secondo me tutto andò molto male. E' come se lo volessi ricostruire, riportare in vita, forse per farlo andare bene o forse per tentare di riviverlo e basta, come si vorrebbe rivivere certi momenti passati per rimetterci le mani. Gli oggetti, i pavimenti, i mobili, gli arredi a volte fanno riapparire tutto ciò.
ATP: Le tue mostre hanno sempre un'atmosfera 'd'altri tempi'. Pensando anche ad altre tue opere passate, ho la sensazione che se viste in un'ideale dimora fatta di tante stanze, le tue opere andrebbero a formare una dimora sospesa nel tempo. Cosa pensi di questa ipotetica grande casa? O grande opera totale?
FF: Sì sono luoghi legati ad un immaginario del mio passato.
E' come se mi voltassi sempre indietro. Tutti questi ricordi messi insieme e riproposti in forma di oggetti e ambienti possono diventare delle intere case....Ogni cosa che ho a casa proviene da una scelta precisa e così è per le mie opere che sono quasi sempre costituite da oggetti originali e spesso irripetibili e che comunque non ci sono più; spesso per molte mostre ho cambiato il pavimento e le luci perchè sono due elementi determinanti in uno spazio, non mi vanno mai bene i faretti o il cemento verniciato così porto spesso dei lampadari, dei neon, dei tappeti, interi parquet. Quello che passa il convento è sempre spesso troppo regolare. Fra poco inizierò un'opera -forse totale-: il progetto che ho per l'esterno di casa mia. Diventerà una grande scatola-teca fatta con vecchi infissi, telai e finestre, una grande assemblaggio-accatastamento con una cupola che ricorderà l'Atomic Dome di Hiroshima e il Mausoleo di Teodorico. Sarà il mio mausoleo, una grande baracca.

EX-BRUN - FARNESPAZIO©
Galleria del Toro, 1 primo piano
Bologna
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