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16/07/12

Donnerwetter ♦ Riccardo Beretta alla Galleria Zero...

 Riccardo Beretta Donnerwetter, Galleria Zero...
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Ci accoglie con un 'Accidenti!' - traduzione dal tedesco del titolo della mostra Donnerwetter - Riccardo Beretta alla Galleria Zero...
Tre le opere esposte: due claviciteri e un ricamo su velluto. Il testo che accompagna la mostra, sottolinea più volte quanto questi siano dei lavori corali, frutto di tante e diverse collaborazioni artigianali. Si evidenzia anche l'importanza dell'incontro ecc. 
Se incontro, diversità, relazione, locale-globale e tante altre belle parole sono state spese per corroborare l'importanza del progetto di Beretta, mi chiedo, perchè c'è solo il suo nome nel comunicato stampa? Se questa mostra è l'occasione per unire saperi ed esperienze diverse, perchè abbiamo come protagonista solo e unicamente l'artista? 

Accidenti, quanto è facile per noi ragazzi dell'epoca del disimpegno, usare (e abusare) di tante buone e oneste parole. Detto questo, mi chiedo anche perchè scomodare il doloroso e intoccabile 'Se questo è un uomo' di Primo Levi. Uno dei libro che più mi hanno sconvolto in assoluto e che farei leggere obbligatoriamente nelle scuole. Beretta ne prende un estratto tradotto in tedesco e lo fa ricamare seguendo un font da lui stesso creato.  Sempre da CS, si motiva la scelta di questo brano perchè Primo Levi, oltre che alla professione di scrittore, era anche chimico. Perchè allora non scelgliere e citare il libro 'Sistema Periodico' di Levi, che è più calzante?
"La nobiltà dell'uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l'universo e noi stessi: e quindi il Sistema Periodico di Mendeleev [...] era una poesia." (Primo Levi da Il Sistema Periodico)

A parte queste domande legittime, mi concentro sulla richezza dei dettagli delle due sculture. Cesellate, intarsiate, curate fin nei minimi particolari, queste forme definite e magistralmente rifinite sembrano veicolare un'ossessione per il connubbio perfezione-decorazione. La coppia di claviciteri o arpe a cembalo - due strumenti desueti e ricercati - dovrebbero in realtà affascinarmi per la dovizia del racconto, per la seducente storia che le eleganti forme emanano. No, non sento né storie nè racconti. Scorgo invece maniacalità e casualità, esuberanza e aleatorietà, confusione e caparbietà... Non in mostra ma visibili - in una stanza in cui, senza chiedere a nessuno accendo la luce (la porta era socchiusa), tre grandi tavole appese, una sopra l'altra. Mi avvicino e osservo i maniacali intarsi che creano una sorta di geografia astratta. Pura ricerca formale: piace o non piace. 
Esco dalla mostra con dei dubbi che non sono riuscita a risolvere nemmeno ora che son qui a riflettere. Ma forse, il vero e unico potere dell'opera è forse questo: lascire lo spettatore in balia dell' irrisolto, del misterioso, del conturbante ecc.  Forse.  
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The show is greeting us with a 'Wow!' – The translation of the German title of the exhibition Donnerwetter - Riccardo Beretta at Galleria Zero ... 
Three works are exhibited; two clavicytherium and an embroidery on velvet. The text accompanying the exhibition, mentions several times that these are choral works; the outcome of the collaboration, between many diverse crafts. Additionally, it underlines the importance of the encounter, etc.. Either the words; encounter, multiplicity, relationship, local-global or the many more, fine words that have been written to support the importance of Beretta’s project, I still wonder why there is only his name on the press release? If this show is about the opportunity to combine knowledge and experiences, then why the artist is the only protagonist?  

Wow, how easy it is for us, people from the time of withdrawal, to use (and abuse) so many nice and honest words. That said, I also wonder why it should be involved the painful and untouchable 'If This Is a Man', by Primo Levi. One of the books that shocked me most and that I would introduce in schools as obligatory. Beretta takes an excerpt translated into German and he embroiders it, using a font that he created. Also from the Press Release, it is overwhelming the choice of this song, because Primo Levi, in addition to writing, was also a chemist. So why not choose and quote the book 'The Periodic Table' of Levi, which is more suitable? 

"That the nobility of Man, acquired in a hundred centuries of trial and error, lay in making himself the conqueror of matter, and that I had enrolled in chemistry because I wanted to remain faithful to this nobility. That conquering matter is to understand it, and understanding matter is necessary to understanding the universe and ourselves: and that therefore Mendeleev's Periodic Table [...], was poetry."  (Primo Levi, “The Periodic System”)  

In addition to these legitimate questions, I focus on the richness of the details of the two sculptures. Chiseled, carved, and meticulous, these forms seem to have been defined and masterfully finished, so that to affirm the obsession for the engagement of perfection and decoration. The pair of clavicytherium or harpsichord - two outdated and much-studied instruments - should really fascinate me, for the richness of their history and the captivating account of their radiant, elegant forms. No, I am not really into stories or tales. Instead, I see craziness and randomness, unpredictability and disorder, confusion, and stubbornness... 
Not on display but still visible - in a room where, without asking I turned on the light, three large panels were hung one above the other. As I approach to have a look, I notice the hectic imprints that create a kind of an abstract geography. A pure research of the form: like it or not. I walk out from the exhibition, having doubts that I have not been able to reach for an answer, not even now that I am here to reflect upon it. But, perhaps, the only true power of the work is this; leave the visitor at the mercy of the unresolved, the mysterious, the perturbing and so on... Could be.

29/04/12

La malattia del ferro / Yuri Ancarani / Zero...

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Tanto era massiccio, severo, squadrato Il Capo - che orchestrava imponenti massi di marmo di Carrara sotto un sole cocente - quanto sembrano piccoli topi in gabbia gli operatori tecnici subacquei che vediamo nel film Piattaforma Luna che Yuri Ancarani ha esposto alla Galleria Zero... (è stato presentato l'anno scorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia - prodotto da Maurizio Cattelan).

Girato in tre giorni dentro ad una camera iperbarica, il film mostra la ritualità dei gesti di un gruppo di sei sommozzatori specializzati in lavorazioni a grande profondità (100 metri sotto il mare). Se a Carrara Ancarani incorniciava il capocantiere dentro a quinte (quasi) teatrali dove dominavano linee rette, spigoli vivi e sfuggenti prospettive, sotto al mare, dentro allo spazio chiuso (e soffocante per chi guarda il film) della camera iperbarica, a dominare le inquadrature sono la sfilza di oblò, botole circolari, passaggi tondi, volti cerchiati da inquadrature lentissime.

Il film è molto bello ed emozionante. Il ritmo, seppur lento, ipnotizza perchè, gesto dopo gesto, rito dopo rito, ci porta a scoprire le condizioni estreme del gruppo di sommozzatori. Dopo averne seguito i movimenti abitudinari e metodici (come dimenticare i lunghi minuti in cui un somozzatore controlla, seguendo degli ordini 'dall'alto', tutte le volvole se sono chiuse o  aperte),  dentro a una sorta di labirinto senza uscita, verso la fine del film, finalmente, qualche minuto d'aria. Luce e aria durano poco. La cella iperbarica viene emersa a metri di profondità per traghettare i somozzatore verso un guasto da riparae.
Dopo minuti neri, bui e profondi, soffocati da un respiro-ansimo molto forte e angosciante, siamo giunti nell'abisso. Il film termina con un insistente frastuno di un martello che batte.
Se Il Capo finiva con delle bellissime immagini di montagne a volo d'uccello, Piattaforma Luna termina con queste angoscianti immagini scure e ossessive. In un'intervsta Yuri ha raccontato: "L'unica scena che non ho ripreso io è stata quella finale: una ripresa soggettiva presa direttamente dalla telecamera di controllo posizionata al centro del casco del sommozzatore. La scena più bella è girata dall'operaio.”

Prima di giungere alla saletta allestista di tutto punto per una visione cinematografica del film, in galleria sono presenti altre due opere di Ancarani: la video proiezione 'A' e il totem formato da un vide a tre canali, dove le inquadrature mostrano la schiusa di migliaia di farfalle attorno alla pesante struttura in ferro della piattarma. Questa opera da il titolo alla mostra, 'La malattia del ferro'. Chiedo a Yuri in cosa consiste e mi racconta che è una sorta di sindrome che colpisce chi trascorre tanto tempo in mare, su una piattaforma o una nave. Capita che le persone che ritornano nella terra ferma sentano dopo un breve periodo di ritornare in mare.
Yuri Ancarani davanti all'installazione La malattia del ferro, Zero...

19/03/12

Michael Sailstorfer / Solarkatze / Galleria Zero... ☁ ☁

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Una nuvola sopra la testa che gira, un gatto impagliato che fissa  da molto vicino un neon, un rumore di fondo fastidioso e un pò inquetante. Un ventilatore che gira e una casetta in lamiera che respira. 
La mostra Solarkatze di Michael Sailstorfer alla Galleria Zero... è proprio bella. Mi piace perchè non ha bisogno di spiegazioni, perchè è coinvolgente, imprevedibile, giocosa senza essere banale. Le sculture dell'artista coinvolgono per la loro semplice e grezza bellezza: dei copertoni che girano furiosi, l'odore acre della gomma bruciata, esplosioni, rumori assordanti. Alberi che scoppiano, lanci violenti, spostamenti o piegamenti di pesanti lamiere. Unendo la forza della natura e il suo essere 'una forza della natura' l'artista attrae sempre l'interesse dello spettatore, spesso appiattito e insensibile (assuefatto da manierismi sterili e scopiazzature inutili). Sailstorfer decide invece di raccontare delle storie semplici e molto aperte a complesse o altrettanto semplici interpretazioni. Con ironia e un pizzico di sadismo (pensiamo al povero gattino costretto fino all'eternità a starsene immobile a rimirare il soffitto), l'artista inscena brani di straordinaria realtà. Una nuvola fatta di copertoni - minacciosa, sporca e nera - segue in circolo un ipotetico sfigato spettatore (magari un pò fantozziano) che si domanda da dove arrivi l'assordante rumore di fondo. 
Il suono disturbatore altro non è che il 'normale' rumore amplificato del ventilatore appeso al soffitto. Tutto normale dunque, tanto quanto vedere una casina respirare o ansimare magari prima del botto (l'artista ha ripreso i secondi precedenti alla distruzione della casa mediante dell'esplosivo). Poetiche, esagerate senza essere eccessive, quasi favolistiche, le opere di Sailstorfer mi sono proprio piaciute.


 
Michael Sailstorfer

03/01/12

The Best 2011 by... Galleria Zero... Milano

Danh Vo, WE THE PEOPLE (detail), 2011 - Installation view Kunsthalle Fridericianum
Courtesy of Galerie Chantal Crousel - Photo: Nils Klinger
 Danh Vo, JULY,IV,MDCCLXXVI, 2011. Installation view Kunsthalle Fridericianum
with 41QSCI11279008, 2011, and HS341, 2011. Photo: Nils Klinger
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Paolo Zani / Galleria Zero..., Milano

Danh Vo, JULY, IV, MDCCLXXVI
01.10.11 - 31.12.11

25/11/11

People have the power ♠ Galleria Zero...

 Navid Nuur, Broken Circle, 2011
Navid Nuur, ‘When doubt turns into destiny’,1993–2011, 3 channel color video

Yuri Ancarani, Thema Thessalonica, 2005
Massimo Grimaldi, November 2011 Playlist
Gedi Sibony, Minor Maestranti, 2008
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Sfiora il complesso e attulissimo tema del 'potere' la mini collettiva presentata alla galleria Zero... Sfiora con ironia la grande illusione di massa che crede nello slogan 'PEOPLE HAVE THE POWER'. Ribalto la frittata e mi chiedo, ha potere l'arte del popolo? Il popolo ha potere attraverso l'arte? L'arte ha dei poteri? E gli artisti e la loro opera hanno potere?
Potere di fare cosa? Di cambiare cosa? 
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Conferma le mie aspettative Yuri Ancarani con il breve video Thema Thessalonica: tre sintetici minuti per raccontare, attraverso bellissime immagini di una Grecia bruciata dal sole, i gesti quotidiani di un pastore. Bucolito, perfetto e molto poetico. 
Conferma le mie aspettative Gedi Sibony con al sua scultura 'leggera, semplice, povera e vuota'. Presentata con un ironico 'Venite signori e signore, bimbi e bimbe accorrete, Minor Maestrani è arrivato in città', lascerà senza dubbio il pubblico non avezzo al 'potere' dell'arte con più di un interrogativo.
Conferma le mie aspettative e mi coinvolge la grande installazione di Massimo Grimaldi 'November 2011 Playlist'. Ogni dieci minuti di intervallo, un brano tra una selezione di 20 è riprodotto ad alto volume. Mi piace pensare Massimo mentre, perso in ricordi più o meno recenti, seleziona canzoni 'promemoria'.
Due le opere di Navid Nuur. 'Broken Circle' consiste in un neon la cui forma circolare è mancante di una parte. I frammenti di questa parte sono stati posti all'interno del neon... "quindi in questo modo il neon fa riferimento più alla sua sostanza e concetto stessi che a ciò che puoi realizzare con lettere luminose e altre cose funzionali..." (A volte pretendo un minimo di spiegazione, ma spesso quando c'è, sarebbe meglio che non ci fosse!).
L'altra opera, più 'complessa', mostra su tre proiezioni video, l'artista in giro a Berlino di notte. Le immagini mostrano l'artista mentre si muove lentamente tra dei sensori di movimento che fanno scattare le luci nei garage o nelle entrate. Inscenando una sorta di slow-motion di se stesso, Nuur "cerca di essere più lento della luce, in modo da essere più veloce di essa."

ps. The words have the power

22/09/11

AL DI LA // Amir Mogharabi // Zero


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Amir Mogharabi
AL DI LA


AL DI LA di La Donna in Bianco

Di questo non posso esserne sicura
Sarà non solo doppiato, ma anche moltiplicato in modo esponenziale.
il suo sguardo in bianco.
Sarà:
nei paramentri del narrativo stesso (che quasi tutto permette)
che:
la donna sospesa, tesa o semplicemente assorta
sopra (ma anche dentro, dietro e sotto)
il tutto.

La donna vestita in un bianco negato (e anche di un nero sintomatico).

Un bianco (nero) che sta diventando un 'non.' (è sempre più affascinante negare che affermare)

Un colore suggerito.
Suggerire un colore.

Che diventa una parte totale

del chiasmo appena detto.
del chiasmo appena detto.
Che Sparisce.

ecc. ecc.

Pablo Picasso, Donna in bianco, 1923

12/04/11

Lo spazio 'intermedio' di Neïl Beloufa


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Mi hanno fatto notare dei pompieri che spengono un edificio in fiamme, un concerto con della gente che si butta da un palco, un elefantino che, capovolto, spruzza simpaticamente dell'acqua dalla proboscide. Mi hanno fatto notare delle cose che non vedevo e, girovagando nel 'labirinto' di corridoio e nicchie, non ho più smesso di vedere cose che non sono ma che potrebbero essere. Nella personale del giovanissimo Neïl Beloufa 'Changes of administrations' alla galleria Zero..., c'è proprio di che divertisti a immaginare o afferrare l'intreccio visionario dell'artista. Sembra si sia divertito anche lui a costruire piccole scene di ordinaria o eccezionale (come nel caso dell'incendio) follia. Un cubetto, ovvio, è una piccola televisione che, ovvio, sta sopra ad un altro cubetto che sarebbe un mobile, accanto ad una pianta, vicino ad un tappeto... Siamo in un salotto, in una terrazza, lungo la strada. Beloufa crea uno spazio 'intermedio' dove interpretare, rivoluzionare e assemblare la realtà. Crea teatrini che mi stimolano a creare continue e giocose relazioni. Delle opere 'sbagliate' (una sedia? una scultura? una giocattolo?) o dei tentativi approssimativi, i suoi lavori destabilizzano per la (finta) ingenuità, per la caotica e continua sottrazione o 'distillazioni' di oggetti, cose, scene, concetti, arte, scultura, teoria, mostra, allestimento, video... Tutto trema e sembra che cada. Tutto sta in piedi e chiude, apre... L'artista crea un 'mondo parallelo', assuefatto e stanco di essere confrontato con questo mondo qui, dove vige la stretta (e noiosa) 'regola' intellegibile. Lui racconta e immagina. Peccato che non abbia lasciato qualche pezzo non incollato per permetterci di testare la temperatura della nostra immaginazione.