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25/05/12

Pics from Roma Contemporary #2

 
Di Caro, Salerno
 Fluxia, Milano
 
amt _ project, Bratislava
 Chert, Berlino
 Collica Ligreggi, Catania
 Luce, Torino
 Frutta, Roma
 Jarach Project, Venezia
 Laveronica, Modica
 Saks, Genevre
Sariev, Plovdiv
Federica Schiavo, Roma
 Tosin, Berlino
Societe, Berlin
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"Le regole del gioco oramai credo si sappiano". Suona laconico l'inizio dell'introduzione alla sezione Start Up Project Space 2012 curata da Luca Cerizza. Parto dal 'fondo' della fiera Roma Contemporary - negli spazi della Pelanda - perchè, tra tutto ciò che ho visto, è la parte, indubbiamente, più interessante di tutta la fiera. Buona la selezione delle gallerie, interessanti le opere, agevole (anche se a volte un pò confuso) l'allestimento. 
Cerizza ha selezionato 20 gallerie italiane e straniere nate dal 2007 - alcune hanno poco più di anno di vita - e ognuna la potute esporre solo 3 artisti su un muro di 25 mq. Il curatore si dice soddisfatto: "Il coraggio di questa scelta è stato premiato da una risposta positiva dalla quasi totalità delle giovani galleria italiane più interessanti che compongono un ritratto fedele della scena italiana 'di ricerca'.." -
"Bisogna saper cambiare le regole del gioco, se il gioco ha bisogno di nuove regole, se la realtà te lo chiede." 

Interessante la pittura ad hoc di Andrea Kvas da Chert, di Curtis Mann da Luce, u, fin troppo ermetico la doppia tela di Leotta da Collica Ligreggi. Più meritevole la doppia installazione di Hugo Canailas sempre da Collica Ligreggi. Mi è piaciuto lo stand di Fluxia, di Frutta, si Saks e la 'quadreria' da Campagne. 
Opere interessanti e 'pericolose' da Dude + Fruit & Flowers (c'è un'istallazione in vetro con punte vive veramente rischiose... l'opera mi piace), e nella galleria Sariev dove ho apprezzato molto l'opera 'di pioggia' di Stefania Batoeva.

24/03/12

In giro per Roma a metà marzo

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Ariel Orozco Detras Cristal a cura di Chris Sharp
Febbraio - Marzo 2012
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Jacqueline Doyen  
 
Jacqueline Doyen  
 Stian Ådlandsvik
Giuseppe Pietroniro
 Keren Benbenisty
Sarah Ortmeyer
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so near the garden but still miles away
Stian Ådlandsvik, Keren Benbenisty, Jacqueline Doyen, Sarah Ortmeyer, Giuseppe Pietroniro
a cura di Carmen Stolfi
1/9unosunove - Fin al 7 aprile
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Tomaso De Luca — The Monument
Monitor - Fino al 21 aprile
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Eddie Peake Martin Creed 

25/12/11

28/09/11

Short Interview n° 10 > Andrea Sala - Galleria Federica Schiavo

Empire 97 134, 2011
Strutture 1, 2011
Empire 140 225, 2011
Empire 130 245, 2011
Per tutte le foto, courtesy of Federica Schiavo Gallery, Roma
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ATP: Mi spieghi la mostra in poche righe?
Andrea Sala: In ‘L’ultima sigaretta’ ho voluto continuare la mia ricerca su quelle forme misteriose e quotidiane che costituiscono la nostra memoria visiva, sulle qualità quasi alchemiche dei materiali e sulla loro resistenza e reazione alle diverse tecniche di lavorazione. Attraverso un processo di riduzione di questi elementi all’essenziale ho cercato di creare delle scene che indicano simultaneamente più spazi e più tempi e capaci di trasformare lo spazio della galleria in una sorta di paesaggio interno.

ATP: Le opere in mostra partono da una tua riflessione sulle tavole dei 'camini' dell'architetto Giovanni Battista Piranesi. Cosa ti ha affascinato di questo argomento?
AS: Mi interessa la capacità di stratificazione formale e linguistica di Piranesi.  Nelle sue tavole il camino diventa pretesto e display del complesso sistema culturale di riferimento legato a elementi stilistici desunti dal passato, ma che l’incisore al contempo organizza in scene capaci di coinvolgere lo spettatore entrando in risonanza con lo spazio (specialmente con l’espediente dei fumi). Allo stesso modo in mostra presento una serie di gruppi scultorei che, nel loro insieme, mettono in scena la stessa idea di display quale sistema di presentazione del mondo coordinato e ambiguo di forme e segni che costituiscono la base di un linguaggio visivo comune stratificato e soprattutto il loro rapporto con lo spazio.  

ATP: Perché hai deciso di suggerire un'esperienza guidata dell'intera mostra attraverso dei precisi punti di osservazione?
AS: Mi interessava poter imporre un punto di vista allo spettatore così come naturalmente succede nel caso dell'uso di media bidimensionali come disegno, fotografia, pittura. Ma, attraverso veri e propri piedistalli/sedute, nelle mie sculture lo spettatore è anche proiettato e integrato nell’opera. 

ATP: Quali tipo di display hai pensato per questa mostra?
AS: Ho pensato a una struttura capace di mettere in relazione le forme primarie su cui ho lavorato in una sorta di griglia linguistica universale capace di includere lo spettatore. Per questo l’elemento base del display è una grande griglia che io chiamo ‘supergriglia’ in omaggio alla supersuperficie teorizzata all’inizio degli anni ’70 dal Superstudio. Realizzata in ferro o in acciaio la griglia definisce il ‘campo’ rispetto al quale le figure prendono posizione costruendo una sorta di scena silenziosa.

ATP: Perché questo titolo 'L'ultima sigaretta'?
AS: ‘L’ultima sigaretta’ si riferisce a una pausa, a un momento di riflessione con il quale lo spettatore, nel ruolo di un moderno pensatore seduto su una sorta di piedistallo brancusiano, entra in dialogo con le altre forme che compongono la scultura e allo stesso tempo ne completa l’architettura. 

Andrea Sala
L'ultima sigaretta

15/06/11

Le immagini ingannevoli di Anne Hardy > Galleria Federica Schiavo, Roma

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Seducono perchè sono finte, maniacali e ingannevoli. Anne Hardy - presentata alla Galleria Federica Schiavo (Roma) nella mostra Rehearsal, Interval, Tonight - parte da piccoli fatti quotidiani che attirano la sua attenzione, per creare delle surreali ambientazioni nel suo studio. Per mesi ricostruisce dei luoghi immaginari per poi fotografarli e, in un secondo momento, distruggerli. Questa pratica - già 'battuta' in Italia da Giuseppe Gabellone e a livello internazionale da Thomas Demand - diventa per la Hardy un modo per calarsi una realtà che ha vissuto solo nella sua immaginazione. Nell'opera Tonight, che mostra delle pareti nere con dei disegni naïf, l'artista è partita da un banalissimo cartellone pubbliciatario esposto vicino a dove abita. L'affissione avvisa che c'è una stanza disponibile all'affitto per gruppi che vogliono incontrarsi. "Non ho mai visto questa stanza ma ne ho invece costruito un'immagine di ciò che succede lassù, attraverso quello che propone il cartellone: disegno dal vero, fisica delle particelle, sessioni di batteria ecc. Ho immaginato il disegno raffigurato nell'opera come la materializzazione del mondo in cui i pensieri e le esperienze che si avvicendano in quella stanza potrebbero stratificarsi sulle pareti".Parte dalle suggestioni di un mosaico tedesco del 1923 l'opera Rehearsal, dove l'artista ricrea un grande pannello con scene di esagerato ottimismo dove si vedono corpi sani e atletici che danzano. La Hardy crea attorno a quest'opera un contesto da circolo sociale popolare, con tanto di palloncini, moquette macchiata e segatura. Anche in Interval l'artista ricostruisce una scena dove l'occhio vaga tra un sottile gioco di specchi e riflessioni. Si percepisce che qualcuno c'è stato o qualcosa è accaduto, ma nello spazio rimangono solo tracce, segni minuziosi.
Ritengo che, al giorno d'oggi, sia difficile raccontare ancora qualcosa di nuovo con il mezzo fotografico. Questa artista, mescolando scultura, scenografia e linguaggio fotografico, da vita a coinvolgenti (e bellissime) immagini.
"Con i 4 lavori in mostra, sono particolarmente interessata a forzare i limiti e le proprietà dell'immagine fotografica; le relazioni fra le proprietà formali dell'immagine e le loro qualità illusorie".
Photo courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma