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19/05/12

Ipotenusa / Massimo Antonaci / Collezione Maramotti

Opus, Massimo Antonaci, Serpente, 2011, colore ad olio su papiro vergine fermentato

  Cammino dentro un corpo solo. Da est a ovest 33 stazioni in terra straniera
Massimo Antonaci, El Camino de Santiago, Spagna 11 marzo - Milano 11 aprile 1991 

 Massimo Antonaci, Swastika-Polo 1994, vetro, catrame, colore acrilico
 
 Veduta della mostra alla Collezione Maramotti, Reggio Emilia
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Non conoscevo Massimo Antonaci e la sua mostra alla Collezione Maramotti, 'Ipotenusa', è stata una buona occasione per capire il suo lavoro.
I percorso alla Fondazione si divide in tre parti: 'Dal Nero alla Trasparenza', 'Cammino dentro un corpo solo. Da est a ovet 33 stazioni in terra straniera' e 'Opus'. Dico, un po' sfrontata :) a Massimo che la stanza dove mi sento più 'centrata' è quest'ultima dove 4 trittici - Spertente, Cerchio, Porte Alchemiche e Stobe - sono stati realizzati appositamente per la Collezione. Non avevo mai visto del papiro vergine fermentato.
L'artista è cordiale, umile e disponibile. In due secondi mi cita Plotino, Seneca e un altro filosofo che lui -  sicuramente più di me  - conosce e utilizza pe trovare ristoro e conforto. Gli dico che di Opus mi è piaciuto il fatto che lui abbia sottolineato come sia rimasto colpito "dal gesto di srotolarlo, svolgerlo sul muro per segnarlo e infine riarrotolarlo e riporlo in custodia. Un atto più che un gesto, fermo, senza movimento, che ogni volta mi sorprende come una profonda intuizione”.

Apre la mostra 'Dal Nero alla Trasparenza': una raccolta modulare-minimale che racconta, sopra ogni cosa, la potenza del colore. Dal nero denso e spesso del catrame alla fragilità della trasparenza, ci sono rossi intensi, blu profondi e gialli. Dal nero alla trasparenza, dalla durezza alla fragilità, l'artista motiva con l'ambiguità alchemica questo abissale trapasso. Come dire che tra vita e morte - abisso dunque - c'è di mezzo un'infinità di somme e miscugli da fare.
A Massimo, di una città come NY, lo ha colpito la luce (racconta a Marco Belpoliti nel nutriente saggio che accompagna il catalogo 'Odos'). Nutriente come lo sono questa serie di opere, rigorose, rifinite (ma non tanto da renderle fredde): condensazione e frutto di "un processo di vita, come respirare, alzarsi al mattino: semplici atti di purificazione."

Questa mostra mi ha fatto compiere non poche involuzioni, come quella di pensare ad un artista che 'fuori dal coro', continua imperterrito a sentire ed esprimere attraverso la sua opere. E' raro, penso. Era da molto che non mi ricordavo di fare questi pensieri. Per lo più mi capita di incontrare artisti che, tra ansia da prestazione e successo, lasciano in un angolo l'opera.
Questa occasione (o incontro), invece, mi ha ricordato che l'arte, e l'azione che la compie, è anche volontà, pure e semplice, di espressione spirituale.
 

"Mario Diacono: E il nero, nei quadri a cosa lo associ?
Massimo Antonaci: LO associo ad un acerta 'confusione', se posso utilizzare questo termice, alla confusione che era dentro di me quando ero govane. Quando ho iniziato i lavori sul ner avev 26 anni, avevo tante tante energie, tante idee (...) non vaevo un'idea chiara di cosa sarebbe stata l amia vita.di cosa fossero veramente i problemi che cercavo di risolvere in quel momento. Qunado sono arrivato a Milano, qualcuno mi disse: "Guarda che se vuoi fare l'artista ci dev'essere una galelria che ti sostiene".  Benchè sembri essere questa una regola, penso che l'arte ha sopratutto la necessità dimanifestare la propria utilità e darsi un senso di appartenenza, non solo in questo mondo, non solo alla natura, ma anche alla divinità."


Un'altra serie di opere è la raccolta di polaroid che Massimo Antonaci ha scattato durante il pellegrinaggio a Santiago di Compostela: frammenti di paesaggio, di corpi, di abiti.. a volte nulla, a voltre dei capitelli, delle finestre, delle piantre.

Chiude il percorso un catalogo a frammenti. Antonaci ha pensato per quseta mostra ad un libro d’artista, 'Odos', che è la sintesi di un percorso di immagini e parole tracciato in vent’anni di ricerca. Consiglio la lettura dell'intevista tra l'artista e Mario Diacono.

Apro il libro a caso. Dietro un'immagine che potrebbe essere roccia, acqua, ma anche un dettaglio di una scultura medioevale del Duomo di Modena, una scritta: " Sappi che tu vieni riconosciuto secondo la frequenza delle vibrazioni; quindi, secondo l'altezza e l'ampiezza sonora del Fuoco-luce, la purezza del tono e la limpidezza del timbro." 

Immagini del libro 'Opus', pubblicato in occasione della mostra alla Collezione Maramotti

27/02/12

Photo Report / Kaarina Kaikkonen / Huma Bhabha / Collezione Maramotti

Kaarina Kaikkonen,  Are We Still Going On?, veduta della mostra. Collezione Maramotti, Reggio Emilia, Ph, C. Dario Lasagni

Kaarina Kaikkonen, We Are All in The Same Boat, 2008 - Eskilstuna Art Museum, Eskilstuna (Svezia)
 
Kaarina Kaikkonen, And It Was Empty, 2007 - Art Museum, University of Wyoming, Laramie (WY, USA)
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Kaarina Kaikkonen 
Are We Still Going On?

Pensata per la ex fabbrica di abbigliamento Max Mara, ora sede della Collezione Maramotti, la grande installazione Are We Still Going On? di Kaarina Kaikkonen segue e accompagna la struttura compositiva dell’edificio, esempio peculiare di architettura brutalista e organicista degli anni Cinquanta.
L’installazione si compone di due strutture simmetriche che evocano lo scheletro di una grande barca. La semplice carena è sezionata in due parti che si sviluppano dal soffitto fino a tangere il pavimento, con un medesimo ritmo compositivo semicircolare realizzato con abiti annodati tra loro. Per la scelta dei colori che delineano le due strutture complementari, gli abiti suggeriscono un dialogo simbolico tra il maschile e il femminile: chiari da un lato, dai toni più freddi dall’altro. Dal tutto emana una combinazione coloristica di armonica bellezza.

(da CS)
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 Huma Bhabha, Players, Veduta della mostra Courtesy: Collezione Maramotti Ph. C. Mattia Quartieri
 Huma Bhabha, Count, 2006, legno, polistirolo, ferro, rete metallica, argilla, collage e acrilico
Courtesy Collezione Maramotti
 
Huma Bhabha,  Humwawa, 1995 - Courtesy of the artist and Salon 94 Gallery
 Huma Bhabha, Untitled, 2011 - Courtesy of the artist and Salon 94 Gallery
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Huma Bhabha 
Players 

"Mi sono sempre piaciuti i film horror e di fantascienza. Mi ricordo di aver visto Star Trek da bambina e dopo di essere stata influenzata da 2001: Odissea nello spazio. Poi, mano a mano che il mio lavoro si sviluppava e mi rendevo conto che esso aveva affinità con i film di David Cronenberg o quelli della serie "Alien", iniziai a esplorare la fantascienza in maniera più profonda. Divenne chiaro che i temi affrontati dal genere – lo stato del mondo, il futuro e il destino degli esseri umani – avevano corrispondenza con i miei interessi e sensibilità. Quando guardavo film e fumetti di fantascienza, mi appariva chiaro come gli artisti che li creavano si servissero di maschere africane e dell’arte di altre epoche e culture per sviluppare i loro personaggi. Così iniziai a comprare maschere di plastica dozzinali per usarle come armature per sculture fatte a maschera molto più elaborate che incorporavano carta pesta, pasta per modellare e oggetti di recupero.
A queste opere seguì alla fine degli anni ‘90 una serie di sculture più intime, sacrari personali in scala ridotta, realizzate con materiali di recupero e oggetti che dipingevo o alteravo. I tempietti avevano una qualità figurativa, quasi paesaggistica che anticipava i lavori più recenti, ma non avevo ancora pensato di poterli costruire in un modo più aperto e meno rifinito."
  
"Il mio processo aveva sempre avuto un inizio, una parte centrale e una fine. Mi resi conto invece che ora potevo fermarmi quando trovavo qualcosa che mi interessava. Questa scoperta trasformò il mio lavoro, potevo lasciare le cose più aperte e grezze, con maggiori spazi nei quali gli osservatori potessero entrare a piacimento." 
Huma Bhabha
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Le mostre personali di Huma Bhabha e Kaarina Kaikkonen, sono ospitate alla Collezione Maramotti (Reggio Emilia) fino al 15 aprile 2012.

29/10/11

Alessandro Pessoli ☆ Fiamma pilota le ombre seguono

Fiamma pilota, 2011 - olio, smalto, vernice spray su tela, 195 x 300 cm © Alessandro Pessoli Ph. C. Fredrik Nilsen
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Alessandro Pessoli
Fiamma pilota le ombre seguono

30 ottobre - 29 gennaio 2012

Reggio Emilia

Il primo dipinto dal titolo Fiamma pilota ha generato gli altri due che, nonostante la loro autonomia, mantengono con il primo una relazione fatta di variazioni, echi, rimandi.
L’idea di questo gruppo di opere segue il mio contrastato desiderio di lavorare sul soggetto a mio avviso più complesso e difficile, la crocifissione. Soggetto chiuso, quasi impermeabile, cristallizzato da secoli di capolavori e pittura popolare. Non tutto mi è chiaro in questa mia scelta, anzi per diverso tempo ho cercato di allontanarmi da questa idea, tentando di cambiare il dipinto mentre lavoravo, ma è stato impossibile, tornavo sempre al punto di partenza, per cui mi sono arreso e ho finito il quadro secondo la sua natura. Solo alcune cose mi sono chiare, la mia pittura si è sempre costituita, aggregata attraverso una specie di resistenza del soggetto, questo incerto tentativo di formalizzare una figura che si manifesta attraverso una sorta di costruzione-distruzione linguistica, simbolica ma anche fisica, spesso le parti cancellate, coperte, sopravvissute sono la struttura portante del dipinto. Una ricerca di senso, una sorta di verità interiore, un insieme di allegria e tristezza, gioia e malinconia, dramma e comicità, delicatezza e brutalità, è questa vitalità dell’immagine, della pittura, la sua vita interna ad interessarmi, a coinvolgermi, il mio lavoro cerca di seguire e manifestare questa verità poetica.
La crocifissione in questa mostra è la matrice, la fiamma pilota. In fondo forse è una cosa naturale per un pittore italiano, ma anche una scelta eccentrica per un pittore della mia generazione.
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Fiamma pilota
Il corpo di Cristo è l’unico elemento caldo, luminoso, è la figura dominante, una anatomia sballata che entra ed esce dal paesaggio. Il viso ha la sua origine nella testa di Cristo dipinta da Guido Reni, mentre i piedi vengono dalla crocifissione dell’altare di Isenheim dipinta da Grünewald.
Due maestri molti distanti fra loro, quasi opposti, un maestro del manierismo italiano e il prototipo dell’espressionismo tedesco. Credo che il dipinto viva in mezzo a queste coordinate. Ho preso dalle loro opere senza intenti citazionisti, piuttosto la grande forza aggregativa del soggetto sembra permettere questi salti, questi innesti, o forse è la sua grande storia a permetterlo.
Tutto precipita dentro a questa figura che per quanto venga tormentata riemerge sempre. La mia figura ha qualcosa di infantile nella deformazione dei particolari, mani-piedi-corpo, ma non c’è nessun intento denigratorio, al contrario il mio è un tentativo di tenerezza, come toccare, massaggiare un corpo fermo da tanto tempo.  Le grandi mani quasi animalesche assomigliano vagamente anche a boccioli di fiori, ai bulbi prima della fioritura, sono punti di energia, protettivi o minacciosi.  Sotto di loro due figure blu, una è vista di spalle indaffarata in una specie di scavo, di lavoro umile, mentre l’altra tenta di tormentare e deridere; anche una figura sommaria più piccola sormontata da una testa ha lo stesso intento, personaggi che tentano azioni in uno stato di sonnambulismo, azioni vuote, prive di effetto.
Sul lato sinistro una sorta di banda musicale formata essenzialmente da apparizioni di teste, segue la scena. Il tono del dipinto non è drammatico, piuttosto risulta come bloccato in un fermo immagine, dentro un momento di sospensione. Ho cercato di dipingere un quadro che osserva chi lo guarda, piuttosto che essere un momento di contemplazione. Anche per gli altri due dipinti la genesi è stata simile. Più cercavo di allontanarmi da Fiamma pilota, più questi subivano la sua vicinanza, era come se cercassero la sua protezione. 

Le figure tornano a casa
In origine doveva essere una versione della fuga in Egitto, ma di questa idea iniziale è rimasto solo il somarello. Ci ho lavorato molto, togliendo e aggiungendo figure, oggetti e particolari, alla fine ho cancellato quasi tutto, un dipinto iniziato in piena luce e finito in un crepuscolo color oro.
Ci sono diverse incongruenze, cambi di stile, dovuti alla somma delle versioni precedenti. Il paesaggio si è semplificato versione dopo versione, trasformandosi in uno spazio indistinto, fatto nella parte bassa di ombra e luci tenui, solo una natura morta con frutta ha resistito alla progressiva desertificazione. Questi cambi di materia pittorica sono il vissuto di queste figure, personaggi di passo, attori di strada.
Non lontani dal Sancho Panza e Don Chisciotte dipinti da Honoré Daumier, vagano cercando un
loro posto, sono come spazio che si svuota.  È il gesto improvviso del personaggio generato dal fondo oro che come un’onda sismica proveniente da Fiamma pilota risolve il dipinto, lo stesso gesto delle braccia aperte nello spazio, ne misura i confini, accompagna e ferma il vagare senza meta dei personaggi.  Come se il primo dipinto proiettasse sul secondo il suo cono d’ombra, il suo ricordo; Le figure tornano a casa è la versione onirica, evocata, notturna, di Fiamma pilota, come scaturita da una coscienza addormentata. Se uno è il giorno l’altro è la notte.
Le figure tornano a casa, 2011, olio, smalto, vernice spray su tela, 195 x 300 cm, © Alessandro Pessoli 
Ph. C. Fredrik Nilsen
 Testa farfalla su matrice locomotiva, 2011, olio, smalto, vernice spray su tela, 195 x 300 cm, © Alessandro Pessoli
Ph. C. Fredrik Nilsen
Testa farfalla su matrice locomotiva
Il titolo dell’ultimo dipinto assomiglia ai titoli futuristi (come La strada entra nella casa), condivide con questi l’intento di descrivere un movimento di compenetrazione e simultaneità. Alcuni elementi portanti dei due dipinti entrano nel terzo e si ripetono con delle variazioni.
Il quadro presenta due gruppi distinti di figure dentro un paesaggio, nella mia mente una sorta di stramba Annunciazione. Il gruppo di sinistra che assiste alla scena è molto simile a quello del primo dipinto. Entrambi occupano la stessa posizione, ma qui sono un gruppo di persone con alle spalle una casa, una staccionata, una strada, piccolo popolo di testimoni-spettatori che si radunano cercando di essere reali, presenti. Mentre il secondo gruppo si relaziona con i toni cupi e dimessi di Le figure tornano a casa.
Anche queste sembrano, in alcune parti, svuotarsi, ridursi a ombra, silhouette, entrare in un’orbita notturna, confine ambiguo fra uno stato e un altro. Il centro del dipinto è occupato da questo gruppo formato da quattro figure. Le prime tre esistono su piani diversi, anche la pittura che le descrive varia molto, sono apparentate fra loro dalla presenza di tre tamburi, che con dimensioni diverse scandiscono ritmicamente lo spazio.
Al vertice del triangolo formato dai tamburini con un passo avanza, non del tutto umana, una figura/caldaia, figura/stufa, materia in autocombustione con un tubo che parte dal ventre. La testa decorata da due orecchie farfalle, contornata da un alone di luce gialla simile ad un’aureola, la sostanza della sua pittura è novecentesca, cupa, sironiana. Le braccia si aprono sfaldandosi sciogliendosi nel paesaggio, diventando il paesaggio; alle estremità i pugni chiusi sono ancora un’eco proveniente da Fiamma pilota.
Mi piace pensare a questo gruppo come a una sorta di locomotiva, di macchina che chiude e apre nello stesso istante, divide e mette in relazione la parte sinistra, mondo degli uomini-casa-periferia, con la destra, natura indefinita-luminosa-libera, mentre avanza insieme ai suoi tamburini.
 
Alessandro Pessoli