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16/05/12

Between a Rock and a Hard Place / Marc Bijl

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Presentato come trasgressivo, l’olandese Marc Bijl nella sua personale 'Between a Rock and a Hard Place' da Alessandro De March – a cura di Maria Chiara Valacchi – presenta una serie di opere che tentano, a volte riuscendoci di essere disubbidienti. In un’eta come la nostra, in cui è molto più difficile essere corretti che scorretti, cattivi piuttosto che buoni, maleducati più che educati ecc. Marc sfida l’eta contemporaneo prendendosi gioco dei simboli culturali del secolo presente e passato.
 
Con chi se la 'prende'? Con le danze e relative gocciolamenti di Pollock, con le celebri iconografie De Stijl, con le rigorose e metodiche geometrie di Sol Lewitt ( in mostra un’istallazione che sberleffa un’opera che Lewitt scelse di collocare davanti al the River Center di Davenport nel 1984).
La mostra è coerente e cromaticamente parca (bianco-nero-grigio). 

Appartenenti a periodi ed espressioni artistiche frutto di elucubrazioni molto lontane tra loro, le ‘citazioni’ violentate da Marc Bijl rivelano quanto delle opere storiche non restano che forme, colori e volumi.
Cinica più che trasgressiva, l’operazione i Marc rivela una sorta di non ritorno, come se l’unica ‘carta’ spendibile dell’arte contemporanea sia prendersi gioco di chi, invece, con quelle opere aveva non solo contribuito a fare un passo avanti nello sviluppo critico, teorico e pratico della pittura e scultura, ma che aveva già a sua volta compiuto un gesto di ribellione.
Non erano forse trasgressivi i gesti negativi di Pollock? O il riduzionismo di Mondrian?
Ai posteri l’enigmatica sentenza... 

29/09/11

Mauro Vignando 15 : 09 : 11

Untitled, 2011
A0_Il Primo e il Precedente, 2011

 
A0_Series (128 Variations), 2011 
Base irregolare di una Piramide, 2011
Informi, 2011 
Courtesy Galleria Alessandro De march - Photo: Giacinti Floriana
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"Chi formula un indovinello percorre una strada a ritroso e ti chiede, una volta arrivato, di ricostruire il percorso che ha fatto. L'indovinello, si potrebbe dire, parte dalla risposta: e di lì tenta di complicare le strade, di incrociare le pupille, sino a rendere introvabile e confuso il punto di partenza. L'idea di un indovinello senza risposta è simile a quella di un indovinello senza punto di domanda: insensata, o quasi. Non è così dell'enigma: che viene posto senza avere una risposta in mente, ed è costitutivamente aperto a più soluzioni, tutte legittime.
Curiosamente, questa differenza si vede ribaltando i termini, per dir così, in controluce: data la risposta a un indovinello, e non la domanda, potremo sforzarci di ricostruire quale quest'ultima fosse. Nel romanzo Guida galattica per autostoppisti, al contrario, Douglas Adams immagina una civiltà che, dopo lungo cercare, trovi la risposta alla grande domanda sul senso della vita. Quella risposta, calcolata da un computer potentissimo lungo decine di migliaia di anni, è 42. Nel romanzo, nessun computer sarà mai in grado di calcolare la formulazione della domanda. Il problema, ovviamente, è che a partire da una risposta è impossibile dire se risolva un indovinello o un enigma: e si può solo sperare che sia il primo. 'Di ogni domanda che può essere formulata', scrive Ludwig Wittgenstein, 'può formularsi anche la risposta. L'enigma non v'è.' Wittgenstein sta consapevolmente confondendo le acque, con questa asserzione. Certo, certo, la risposta si trova sempre, prima o poi; ma la domanda?" 
Vincenzo Latronico
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Mi hanno sempre indispettito le mostre pretenziosamente misteriose, ostiche e 'ingannevoli'. Ultimamente ne sto vedendo molte. Tutte caratterizzate da 'no sense, make a sense', lirismo esasperato ed esoterico, astrusità pseudo scientifiche, citazionismo a vanvera ecc.
 
Detto questo, torniamo alla mostra alla galleria Alessandro De March di Mauro Vignando, che già dal titolo '15 : 09 11' mi suggerisce che, più di un particolare, in questa mostra mi resterà oscuro. 
La data, infatti, 15 settembre 2011, altro non che è il giorno dell'inaugurazione. Come dire, non fosse chiaro che proprio quel giorno l'artista ci invitava a entrare nel suo labirinto concettuale studiato nel minimo dettaglio. 
La mostra è introdotta da una brillante e (guarda un pò!) misteriosa argomentazione sull'indovinello, l'enigma e la problematicità del loro formularsi. La questione,  al di là della piacevolezza indubbia nel leggere questo testo (?), è: cosa c'entra con la mostra di Vignando? 
E' un avvertimento? Un'introduzione? Una postilla? 
Non chiarisce, non spiega. Suggerisce, certo, il contesto in cui Vignando vuol collocare il suo lavoro. Forse lo pone lassù in alto dove, caro visitatore, potrai spaziare con l'immaginazione e la fantasia. Non penso che sia così, in realtà. 

Guardando e cercando di comprendere le opere si evicente quanto l'artista cerchi, in tutti i modi, di appannarci la 'vista' interpretativa. Come cerca di farlo?
Lo fa 'negando' degli specchi e costruendo una serie (finita) di combinazioni con i formati A1 A2 A3 A4 A5 (vedi schemino pubblicato). Espone il primo e l'ultimo della serie assieme ad un video dove si capisce il 'gioco' delle varie combinazioni.

Lo fa cadendo nel facile gioco 'interno' (forma della finestra di casa) 'esterno' (foto del palazzo dove abita) e fondendo le due cose. Forse per relazionare, per l'ennesima volta, 'in e out' in una sorta di '8' (simbolo) dell'infinito?
Lo fa ridipingendo d'oro e modificando dei dettagli di una serranda: bell'oggetto e...?
Nello spazio interrato della galleria, l'artista colloca 5 parallelepipedi non perfettamente squadrati, ricavati da altrettanti pezzi di marmo. La dimensione dei parallelepipedi è ricavata dall'ingombro totale delle forme perfette dentro ai massi impefetti. (non penso di essermi spiegata benissimo...)

Cosa mi è piaciuto dunque di questa mostra? Mi è piaciuto il testo suggestivo, l'elegante pulizia delle installazioni, la semplicità delle forme mnemoniche, la ricerca e l'accostamento dei materiali dei vari lavori (marmo, specchio, legno, alluminio, smalto) ecc. 
Intrigante la continua e iterata volontà di creare sempre nuovi meccanismi ad incastro.
Mi è piaciuto quasi tutto, a parte ovviamente, l'alone misterioso, il comunicato che non mi spiega un accidente e la consapevole volontà di apparire problematici quando in realtà è tutto chiaro come il sole!
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“La pallottola era stata altre cose, giacché la trasmigrazione dei pitagorici non è esclusiva degli uomini.”
J. L. Borges, In Memoriam J.F.K.

Il lavoro di Mauro Vignando sottolinea il rapporto, a volte doloroso, che lega un oggetto al suo passato, alla storia che ha attraversato, alla traiettoria che lo ha condotto dove è. Di questo passato si serbano tracce. Che queste siano o meno visibili è un dettaglio in fondo trascurabile: ci sono, sono lì. Frank Stella, in una frase famosa, ha detto dell’arte minimalista (anch’essa, certo, composta da oggetti) che “ciò che vedi è ciò che vedi”. Non c’è nient’altro, sembrava dire Stella: non c’è passato, non c’è storia, non c’è nulla che sia quasi invisibile. Naturalmente, Frank Stella si sbagliava.
Forse è il desiderio di riscattare questa negazione dell’invisibile che porta Mauro Vignando a confrontarsi proprio con le forme del minimalismo. Un piccolo parallelepipedo di ebano lucidato, una scultura in pietra sottilissima e quasi quadrata, una disposizione geometrica di rettangoli in legno su una parete, una griglia di riquadri neri con alcune strisce bianche: dalla loro descrizione, questi sembrerebbero proprio gli oggetti specifici di cui scriveva Donald Judd, che offrono allo spettatore la loro muta geometria come pura coordinata spaziale. Ma nel lavoro di Vignando queste geometrie sono tutt’altro che mute: al contrario, si raccontano, e raccontandosi mettono in crisi la presunzione di autonomia che le caratterizzava, l’idea, sottolineata da Stella, che non ci sia altro che ciò che si vede.
Questo è ciò che c’è: l’ebano è ricavato dalla levigazione di una statua religiosa; la pietra era una scultura di forte valenza politica; i rettangoli sono le ante di un armadio costruito su misura per la casa della propria famiglia; i riquadri neri sono le foto di un rullino scattato chissà quando, dimenticato chissà dove, chissà quanto tempo fa. Queste informazioni e queste storie non sono denunciate immediatamente allo sguardo del pubblico: se ne trova, in certi casi, qualche traccia nascosta, come nel piccolo parallelepipedo specchiante che pare proprio una scultura di Judd in miniatura, finché non si notano le incisioni di una dedica cancellata con forza, ma ancora visibile sul fondo dell’objet trouvé.
Soprattutto quando sono invisibili, e rivelate tramite altri canali (un testo, una didascalia, il telefono senza fili di commenti e mezze ipotesi su cui si basa tanta parte della trasmissione di informazioni circa questi lavori), le storie legate ad ognuno di questi oggetti assumono tutta la loro valenza: il punto è proprio che non è necessario averle di fronte per immaginarne l’esistenza; che anche se il percorso mentale che da un oggetto neutro e geometrico conduce a un fondo esperienziale carico di significati è implicito, tortuoso, solo accennato da ciò che si ha di fronte, ciononostante è quello l’unico percorso che può condurre all’attribuzione di un senso.
Un principio della tassonomia museale distingue fra gli oggetti artistici “in sé” e i resti, o le tracce, o i prop di una performance, che non “sono” l’opera dell’artista (che consisteva, appunto, nella performance) ma la rappresentano, o la rimpiazzano, nella necessaria assenza del dopo. L’opera di Mauro Vignando, in fondo, sembra mettere in crisi la fondatezza di questa distinzione. Ogni oggetto, pare sottolineare la sua pratica, è la traccia di una performance, o di una serie di azioni, o di una sequenza di eventi. È da qui che vengono i cubi.
Vincenzo Latronico

12/05/11

Le Pennellate, i colori...



Natalie Rognsøy
Sara Enrico
Riccardo Baruzzi
Alice Guareschi

Beni Bischof
Richard Aldrich
Alice Guareschi
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Reduce da incontri non senza accese discussioni sulla pittura, Davide Ferri ha pensato bene di rendere le tante parole, dei fatti. Mesi fa, con Antonio Grulli, Ferri ha curato una serie di conferenze sulla pittura – ‘La pittura è oro’ – al DOCVA. Tanti i punti di vista, convergenti o discordanti, tante le osservazioni, i compromessi, le delusioni raccontate anche da molti pittori. Da questa esperienza probabilmente, nasce l’idea di curare la mostra alla galleria di Alessandro De March ‘Ancora un altro esempio della porosità di certi confini’. In mostra opere sia di pittori, che di non pittori. Penso ad Alice Guareschi, presente con la stampa di un disegno (molto pittorico, per la verità) fatto quando era bambina. L’impressione che ho avuto, fin da subito, è quella di una mostra che utilizza la pittura non tanto per ragionare su se stessa, ma bensì per espandersi altrove, per collocarsi in una terra di nessuno dove - accantonata la ricerca tradizionale del mezzo espressivo- si libera verso un territorio poetico imprevedibile dove tutto è permesso. Lo stesso curatore esplicita: “Esiste in pittura una specie di retorica dell’irrisolto, del provvisorio. Io ci ricado talvolta, forse perché per me i dipinti più belli sono spesso quelli che nascono a margine di qualcos’altro. All’insegna della velocità, o della distrazione. I tentativi, gli scarabocchi, le tavolozze. Quelli che fai mentre stai pensando ad altro.”
Suggerisce Ferri, che di questa mostra non si può dire molto di più che: le pennellate, i colori.
Mi piace questa aria dimessa o spassionata, sia della mostra che del comunicato stampa. E’ come se avessi la sensazione che, messe le mani avanti, mostra e curatore mi chiedessero di pensare a ciò che voglio, senza indicarmi o suggerirmi alcunché.
In mostra c’è un curioso lavoro di Andrea Büttner che, scomodando l’arte medioevale (per colori e grafismi) dipinge una grande parete marrone fino a dove riesce ad arrivare il suo braccio. Quest’opera le sintetizza, a mio parere, un po’ tutte. Gli altri artisti in mostra - Richard Aldrich, Riccardo Baruzzi, Beni Bischof, Sara Enrico, Alice Guareschi, Maria Morganti e Natalie Rognsoy – utilizzano la pittura ‘fino a dove arriva il loro braccio’; senza preoccuparsi di cose deve o non deve dimostrare il mezzo. Se ne fregano, sembra, di utilizzare pennelli, dita, tela, plastica, spray, legno, muro, sedie... giocano con la pittura, con le macchie, con i supporti... E’ come se avessero scritto tante poesie, dove ogni parola (colore) ha un densissimo significato, per lo meno per chi la scrive (dipinge).

27/11/10

Group Show: New Panorama e SAMPLER # 1

Shana Moulton, The Galactic Pot Healer

Naama Tsabar, In Every Dream Home a Heartche
Tobias Collier, Tripleselfplex
Valerio Carrubba, Ryanayr
Steve Bishop, My Work Here is Down IX
NEW PANORAMA - PIANISSIMO
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Giovedì 25 novembre sono inaugurate due collettive nelle gallerie Alessandro De March e Pianissimo. De March ha anche inaugurato il nuovo spazio. Dove aver peregrinato in zona Isola e in un piccola appartamento, sempre in Ventura, ora apre il nuovo e speriamo definitivo spazio. Grande, luminoso e promettente. La collettiva SAMPLER # 1 comprendeva i lavori di Marieta Chirulescu, Andrea Golinsli, Stefan Hablutzel, Guillaume Leblon, Gerold Miller, Charlotte Posenenske, Florian Pumhosl, Gerwald Rockenschaub, Banks Violette e Luca Vitone. Cerco una scrivania dove trovare un comunicato stampa o una piantina per capire chi ha fatto cosa. Non c'è, nè scrivania nè piantina. Immortalo un pò di opere. Mostra di presentazione del nuovo spazio, deduco.
Cambiamenti anche da Pianissimo. Dopo la sede 'storica', ritorno nel nuovo e altissimo spazio. Disarma infatti per l'altezza dei soffitti, ma Davide Stroppa mi rassicura che ha intenzione di fare buone mostre, sfruttando appunto questa caratteristica. La collettiva New Panorama presenta le opere degli artisti della galleria. Il coloratissimo ed enigmatico quadro di Valerio Carrubba (dipinto due volte), una scultura a 'mò di Calder' di Ingo Gerken, due piccoli lavori fotografici di Lucia Uni e Alessandro dal Pont. Nella parete centrale un'opera di Steve Bishop, mentre sulle scale, il caleidoscopio fotografico di Tobias Collier. Due le opere che mi sono molto piaciute: la post-cassettiera di Naama Tsabar e il video folle di Shana Moulton. L'opera dell'artista israeliana, 'In Every Dream Home a Heartche', consiste in una scultura ricavata da un mobile; le parti interne non verniciate sono piene di scritte. L'ispirazione parte da ricordi d'infanzia, quando l'artista scriveva sotto la sua scrivania i suoi pensieri. Folle, divertente, immaginifico, surreale il video dell'artista americana Shana Moulton, 'The Galactic Pot Healer': storia di una donna che beve degli intrugli colorati, rompe un vaso, lo porta davanti ad un dio-elefante, si stressa... si fa massaggiare e dalla sua schiena si forma un vaso che prontamente viene messo in un microonde ecc. ecc.
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SAMPLER # 1 - Alessandro De March