Wait for the Blackout, 2009 Photo: Herman Feldhaus - Courtesy the artists
To breathe in always even though it kills, 2006 Joined megaphones, leather straps, black car paint finish Photo: Roberto Marossi
Insidiuos [sic], 2011, Cashmere wool, laser cut, mirror.Photo: David Oliveira - Courtesy the artists
La verita è figlia del tempo non dell'autorità 2012, veduta dell'installazione, courtesy Museo Marino Marini, photo credit Valentina Grandini
CANDIDATE: Lovett/Codagnone and Michele Pauli - Photo: David Graham
Give Me the Night, 2011, Steel barricades, disco ball, leather, black paint Photo: Eric Gleason - Courtesy the artists
Hanged, 2009 - Digital print for Billboard
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LOVETT \ CODAGNONE
La verità è figlia del tempo non dell'autorità / truth is born of the times, not of authority Museo Marino Marino, 4 maggio / 23 giugno 2012
L'installazione La verità è figlia del tempo non dell'autorità / truth is born of the times, not of authority, a cura di Alberto Salvadori e prodotta per la cripta del museo, nasce dalla lettura e dall'interpretazione di un testo fondamentale del teatro moderno, la 'Vita di Galileo', di Bertolt Brecht.
Lovett\Codagnone non danno mai delle risposte come elemento preordinato, esprimono piuttosto la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo critico, offrendogli varie possibilità interpretative, secondo il pensiero di Brecht. Testimonianza di ciò le parole di Feuchtwanger, amico del grande drammaturgo tedesco, in un'edizione speciale della rivista Sinn und Form, a lui interamente dedicata: "Era convinto che qualsiasi opera d’arte cresca e continui a lavorare per forza propria, che cambi con ogni ascoltatore e lettore che raggiunge. Le sue opere sono costruite su questa premessa cosicché solo il futuro renderà visibile tutta la grandezza e la profondità dell'opera stessa."
L’interesse per i
grandi processi della storia si lega nella Vita di Galileo al tema dominante del primo Galileo, quello della
propagazione della verità in condizioni di censura e violenza. La selezione dei
brani, che gli artisti hanno fatto del testo brechtiano, focalizza l’attenzione
sulla relazione tra verità e potere e il lacerante e lacerato rapporto che
scaturisce tra la ricerca come espressione di libertà e la cultura del potere
come elemento reazionario e inviso al cambiamento. (Da CS)
Cowfish, 2011 - 16mm film, colour, no sound, 2'25''
Colaboration with Lamu Palm Oil Factory, production Museo Marino Marini
Eye Model, 2006, Courtesy Flavio Albanese
Getting into bed, 2011, Frac Ile-de-France / Le plateau, Paris
Hand, smaller than hand, 2009
35mm film transferred to 16mm, colour, no sound, 1'48''
Production Inhotim Cultural Center, Minas Gerais, Brazil
Motion of Astronomical Bodies, 2010
Wave, 2011, Coproduzione Bienale de Sao Tomé è Prìncepe e Frac Ile-de-France / Le plateau, Paris
Spaghetti Tornado, 2010, Produzione Fondazione Brodbeck
Dream of a rayfish, 2011
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Voler tentare di raccontare o descrivere l'indicibile, l'indefinito, l'inimmaginabile, è un impresa non da poco. Leggendo il breve testo che accompagna la mostra di João Maria Gusmão e Pedro Paiva al Museo Marino Marino - a cura di Nuno Faria e Alberto Salvadori - si incappa in molte di queste parole. Artisti che lavorano o si confrontano su temi quali l'esulare dall'ordine delle cose, che investigano l'irragionevole o l'improbabile, mi hanno sempre affascinato. Ingorda di 'inimmaginabile' soprattutto in letteratura, quando degli artisti dichiarano, come Gusmão e Paiva, di percorrere la difficile strada dell'indecifrabile, penso a quanto siano coraggiosi e impavidi. Coraggiosi perchè una delle cose più difficili, penso, sia proprio quella di voler speculare sull'inafferrabile. (scusate l'eccesso di -bile) Se raccontato, possiamo liberare l'immaginazione. Se mostrato, però, lo spettro di possibilità si ristringe inesorabilmente. In ogni caso, invito tutti a vedere la mostra per constare se, il loro intento di 'personificazione di una visione materialistica del mondo', priva di qualsiasi 'metafisica', abbia posto quegli interrogativi universali a cui da sempre l'uomo cerca di dare una risposta.
Sfiorare l'essenza delle cose, cercarne il meccanismo o il significato, perdersi nell'infinitamente piccolo o vagare con i sensi nella realtà minima del quotidiano. I due artisti portoghesi, non potevano che ispirarsi agli scritti del poeta/filosofo Alberto Caeiro, eteronimo del grande e misteriosissimo Fernando Pessoa. Tra i tanti 'personaggi' vivificati dallo scrittore, Gusmão e Paiva hanno scelto di citare proprio Caeiro in quanto 'poeta contadino', che credeva che gli esseri semplicemente sono, e niente più. Non credeva nè nella parola nè nella rappresentazione, in quanto la realtà, quella 'vera' è sempre altrove. Abbracciando un tale personaggio, per i due artisti non sarà stato sicuramente facile formalizzare l'essenza e l'origine delle cose. Teoremi, paradossi, fenomeni atmosferici, gesti, eccezionalità: tutto ciò è stato raccontato con immagini semplicissime. Una donna nuda nell'atto di stendersi a letto, riempire un bicchiere di tè, un'onda che si infrange sugli scogli, un uomo al buio che mangia una papaya, una mano che simula dei passi e che si suicida cadendo da un mobile ecc. Azioni semplici, paesaggi minimi, velocità irreale data dalla lentezza dello slow-motion (scelta tecnica un pò facile e fin troppo romantica...)
Nel piano interrato del museo Marino Marino, quasi completamente al buio, gli artisti hanno esposto quattro proiettori da 16 mm, due camere oscure e una scultura in bronzo. Oltre una decina i brevi video proiettati. Ho trovato molto coinvolgente l'opera forse meno narrativa di tutta la mostra, 'Motion of Astronomical Bodies' (2010): camera oscura che mostra in modo sobrio e spettacolare, al tempo stesso, alcune ruote di biciclette che giravano a vuoto. A proposito di quest'opera raccontano gli artisti: "Parliamo di un'immagine che, contenendo le arrazioni di tutti i tempi (tutti gli istanti allo stesso tempo), concepisce quella possibilità come reale, in modo tale da produrrre mentalmente l'immagine che sembra prefigurare l'eternità, cioè il sogno di un tempo indifferenziato, senza inizio e senza fine."
Ho apprezzato l'eroico tentativo di metterci di fronte al nostro guardarci guardare, a come giudichiamo giudicare o percepiamo percepire. E' sempre dietro l'angolo il periocolo che, l' 'opacità' delle immagini (disarmanti per la loro semplicità), rischino di essere 'sorde' o meglio chiuse nel loro essere 'solo' quello che sono.Ma forse è questo l'obbiettivo degli artisti. Poetica, semplice, complicatissima...
João Maria Gusmão e Pedro Paiva Non c'è più niente da raccontare perché questo è piccolo, come ogni fecondazione
collective prearrangement, variable countdown di Riccardo Benassi
Impressione#8 di Emanuele Becheri
Paolo Zani e Alberto Salvadori
Emanuele Becheri
Riccardo Benassi
Tra le gli eventi paralleli della Biennale di Carrara, c’era anche l’appuntamento 'Castelli in Movimento' al Castello Malaspina di Fosdinovo (tanti tornanti da Carrara) con i progetti di due artisti: Riccardo Benassi e Emanuele Becheri. Il progetto a cura di Alberto Salvadori (e grazie a Maddalena Fossombroni e Pietro Torrigiani Malaspina, proprietario del castello, che a guardarlo faceva impressione tanto assomigliava ad un antico dipinto di un discendente forse cavaliere, appeso in una delle tante sale del castello), prevedeva che i due artisti, dopo una residenza, dialogassero con l’affascinante dimora, per arricchirne la storia e la ricchezza culturale.
L’intervento di EmanueleBecheri:ha tolto due quadri appesa da decenni da una sala. Dietro alle tele si sono formate nel tempo delle grandi ragnatele che l’artista ha ‘immortalato’ pressando sopra di esse un grande foglio adesivo. Progetto bello da raccontare un po’ ‘povero’ da vedere. Ha prodotto due Impressione#8 e Impressione#9, due sorta di fotografie che ha installato esattamente dove erano i due quadri rimossi. Più coinvolgente (per me) il lavoro di Riccardo Benassi, ‘collective prearrangement, variable countdown’ che, incontrato all’inaugurazione ha raccontato da dove gli è nata l’idea per la sua grande installazione. Ha ragionato sul luogo in cui è nato il castello, il cucuzzolo di una collina, per prolungarne idealmente la forma. La sua installazione era maestosamente visibile – nonostante l’artista abbia dichiarato che voleva fare un cosa molto leggera e discreta – in un grande salone del castello falsamente decorato con finti affreschi alla maniera di ‘Giotto’ ma con fisionomie e dettagli che avevano del rinascimentale (insomma un palese falso storico.. comunque). Benassi ha steso un lungo tappeto azzurro per la lunghezza della sala: un estremo era appeso al grande lampadario centrale con inserito all’interno un piccolissimo frammento della voce dell’artista che si ‘consumava’ mano a mano che veniva diffuso dalla piccola cassa (scusate ma tecnicamente non ho capito come fa a ‘consumarsi’ il suono); l’altro estremo del tappeto, dopo aver percorso un corridoio, terminava davanti ad una finestra. Sotto la finestra ma sopra il tappeto, dell’intonaco scrostato dall’artista. Fuori dalla finestra, a 200-300 metri più in basso, un campo da calcio pieno di pecore che, beatamente, brucavano l’erba.L’effetto, nel suo complesso, era molto surreale.
Nel cortile un’installazione di Flavio Favelli, ‘L’Ozio’. D’acchito sembrava una cosa ‘buttata’ nel cortile per essere trasportata da un robivecchi. Una struttura sgangherata arancione con mensole di vetro e piccoli decori d’altri tempi. Qualche goccia di vetro e ghirigori di ferro.
Grazie a Riccardo Benassi per il suo chiarimento!
Ciao Elena, una bella idea il tuo blog! e grazie mille per il post...
Mi ha particolarmente colpito il fatto che non ti sia fatta sfuggire la magia delle pecore (Oltre alla strada, le vere protagoniste della finestra aperta)... c'è bisogno di punti di vista diretti e soggettivi come il tuo, spesso la carta stampata non li permette, ma non sono il sale di tutte 'ste minestre?
...hai ragione, l'intervento non è assolutamente "minimo" a livello spaziale, ma dal mio punto di vista lo è a livello temporale (rimarrà installato due mesi, mentre in lavori di emanuele e flavio sono pensati per una collezione perenne)... anche il fatto che il feltro si sporcherà sempre di più e il suono si consumerà quotidianamente accenna a questa volontà di lasciare spazio ad altro...
Già che ci sono ti spiego il funzionamento del loop sonoro, e come mai si consuma: è una cassetta-continua (non finisce mai) che dura 12 secondi, e ogni nastro magnetico deperisce durante l'uso. Succedeva anche con le cassette del festival bar che compravo un po' di estati fa: la differenza è che duravano 90 minuti e ci volevano 15 ore (900 minuti) per ascoltarle 10 volte, invece qui ci vogliono 2 minuti (120 secondi) perchè la cassetta si ripeta 10 volte, e quindi si consuma più velocemente...