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07/11/11

'Approssimazioni razionali semplici' ad Artissima

 
Mostra temporanea concepita da Pierre Bal-Blanc che si è realizzata con una serie di performance
 Bookstore - Libreria di associazioni libere di Bureau of Loose Associations, Warsaw
Auditorium con proiezione di film prodotti recentemente dalla Chisenhale Gallery di Londra. Questo spazio ha ospitato conferenze, dibattiti e proiezioni sulla distribuzione della conoscenza e non solo, organizzati da Bétonsalon, Triple Canopy e Salon Populaire.
  Anja Kirschner e David Panos - The Last Days of Jack Sheppard, 2009
Chisenhale Gallery, London e Centre for Contemporary Arts (CCA), Glasgow

 
 Dipartimento delle pubblicazioni che ha presentato in tempo reale dati sulla fiera e sul progetto curatoriale, ideato dallo studio grafico di Artissima 18, Sara de Bondt studio.
France Fiction ha scelto di non produrre contenuti d’informazioni, ma una sostanza – l’inchiostro – che contiene potenzialmente tutte le informazioni e le conoscenze che il linguaggio può articolare. L’inchiostro prodotto è confezionato in cartucce che sono distribuite al pubblico in occasione delle visite guidate alla fabbrica.
 Collazine Permanente - Ispirata alla Eat Art, la collezione è formata da una raccolta completa di 80 opere d’arte riprodotte come torte. Esposte in quattro gruppi di 20 al giorno, le opere sono integre all’inizio della giornata e a disposizione per la consumazione gratuita del pubblico che diventa complice nell’organizzarne la scomparsa. Ogni mattina sono sostituite da altrettante torte rappresentanti nuove opere. In tal modo la permanenza viene dispersa come esperienza gastronomica e culturale nei corpi e nelle memorie dei visitatori che decidono di partecipare al rito.
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Un commento di Andrea Balestrero sull' 'involucro' del progetto curatoriale di Lara Favaretto e Francesco Manacorda 'Approssimazioni razionali semplici'.

Una cosa che mi ha lasciato un po' perplesso di Artissima è "approssimazioni razionali semplici".

Sarà che la mia visita è stata breve, solo la sera dell'inaugurazione, quindi mi sono perso il succo del programma che sembrava sulla carta abbastanza denso, però il "contenitore" e le poche tracce di "contenuto" che ho potuto vedere, non mi hanno convinto.

Dalle tracce delle "azioni" che abitavano una struttura desolatamente deserta ho ricevuto l'impressione che il "re-immaginare metodi operativi e programmatici" dell'istituzione museo si traducesse nell'esasperare la museificazione dei contenuti, anche delle stesse azioni che coinvolgono il pubblico. Paradossalmente all'opera d'arte che si trasforma in torta corrisponde la torta trasformata in opera d'arte. Poi uno se la può anche mangiare, ma tant'è...

Anche l'architettura non aiutava, il gruppo di "padiglioni" che ospitavano il museo immaginario, realizzati in materiali diversi, tutti ugualmente poveri e usati in maniera palesemente decorativa, non riusciva a dare il senso di "densità" e "complessità" che si intravedeva nelle intenzioni. Un'installazione che scimmiotta l'architettura dei musei contemporanei (o meglio anni '90/'00) senza riuscire ad ottenerne l'unico risultato degno di nota, ovvero l'attrattività. Per portare la metafora museo alle estreme conseguenze bisognava scritturare Koolhaas o Gehry (o per essere un po' più alla moda, Rehberger...). Un'alternativa poteva essere l'ironia, che qui mancava del tutto...

Forse tutto dipende dal limite di un programma che si esaurisce in pochi giorni e non riesce a proporsi come alternativa credibile, ma al massimo come provocazione.
Aggiungiamo che il tutto era posto al centro del brulichio di una fiera che quest'anno mi è sembrata densa di proposte e interessante (densità inversamente proporzionale al business, pare...), e il senso di vuoto aumenta.

Trattandosi di una fiera, mi domando se un'alternativa sensata (e a costo zero) non poteva essere di condensare qui, nel cuore della fiera, un po' delle energie fresche che quest'anno sono sparse nel centro di Torino... e vedere come reagiscono rispetto al mercato.
Diego Perrone e Lara Favaretto

30/05/11

I 549 Kg di bacche di Pratchaya Phinthong - Gamec di Bergamo

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Nello spazio Eldorado della Gamec di Bergamo, i curatori Pierre Bal-Blanc e Alessandro Rabottini, hanno voluto raccontarci una storia. Il proganista è Pratchaya Phinthong, artista di Bangkok che, invece di trascorrere due mesi di residenza nei sobborghi di Parigi (invitato dal CAC Brétigny e dalla Gamec), decide di farsi assumere da una ditta della sua città d'origine e vivere per il periodo di residenza nella Lapponia svedese raccogliendo bacche polari.
Si immerge così nella dura realtà della manodopera sfruttata e sottopagata; mangia per terra animali cacciati, sventrati e cotti all'aperto; compie lunghe e faticose passeggiate tra i boschi; socializza con persone umili e condivide con loro sforzi e momenti di riposo... Tutto ciò è documentato, con fotografie e video, sia in mostra che nel sito temporaneo givemorethanyoutake, che è anche il titolo della mostra.
Come si struttura questa storia che, raccontata attraversa centinaia e centinaia di immagini, ci mostra l'artista che, rinunciato al suo statuto di artista, evidenzia la crisi di un modello sociale al tempo della globalizzazione?
Phinthong semplicemente, decide di 'lavorare per sopravvivere piuttosto che lavorare come artista'. Solidale con i lavoratori sfruttati, decide di diventare (temporaneamente) come loro, raccogliendo tutti i giorni chili di bacche nelle foreste nordiche. Quotidianamente manda un sms ai curatori con i peso dei frutti raccolti. Alla fine dei due mesi, ne raccoglierà ben 549 Kg, e con questa lunga esperienza da vita allla mostra 'Give more than you take' (Dai più di quello che prendi).
L'artista ha chiesto ai due curatori di 'tradurre' questo quantitativo con oggetti o materiale di scarto, e di metterlo in mostra. Rabottini, come Pierre Bal-Blanc a suo tempo al CAC di Bétigny, ha deciso di allestire alla Gamec, 549 Kg di terra scavata per creare le fondamenta dell'edificio che costituirà l'estensione del nuovo Museo dell'Accademia Carrara (attualemente chiuso per restauri). La terra è stata sparsa, tra le pareti e il pavimento nella sala alla Gamec.
Oltre a questa 'traduzione', diventata opera a responsabilità del curatore, c'era un'altra installazione di cui Rabottini doveva preoccuparsi. Nel centro della sala, sospesa a metri dal pavimento, il lavoro 'Allemansrätten': termiche che sta ad indicare il 'Diritto al Pubblico Accesso' presente nell'ordinamento giudiziario svedese, che garantisce a chiunque la possibilità di camminare in spazi naturali. Phinthong, con l'aiuto dei altri raccoglitori nomadi, ha smontato una torre di vedetta - costruite dai cacciatori nel paesaggio lappone - trasformandola un punto di osservazione, ma anche di protesta, per i raccoglitori di frutta. L'artista trasforma questa torretta a simbolo di una contraddizione: in un paese come la Svezia, attentissimo al rispetto della natura, accade che aziende straniere o locali, sfruttino dei lavori costretti a guadagnarsi il pane in condizioni quasi disumane.
Invito, quanti siano interessati al progetto di Phinthong, a leggere il testo di Pierre Bal-Blanc, scritto in occasione della mostra.
“Le società sono progredite nella misura in cui esse, i loro sotto-gruppi e gli individui che ne facevano parte hanno imparato a rendere stabili i loro rapporti secondo il modello del dare, ricevere e infine ricambiare. Per prima cosa hanno dovuto imparare a deporre le armi, in modo che fosse possibile scambiare beni e persone, non solamente tra clan, ma anche tra tribù, nazioni e – soprattutto – individui. Solo allora le persone hanno imparato a creare e a soddisfare interessi reciproci e a difendersi senza dover ricorrere alle armi. In questo modo i clan, le tribù e le nazioni hanno appreso – proprio come in futuro lo impareranno classi, nazioni e individui - come opporsi l’un l’altro evitando massacri e a dare senza sacrificare se stessi agli altri”. (Marcel Mauss, Il dono, 1925)*

*Citazione dal testo di Pierre Bal-Blanc per la mostra di Pratchaya Phinthong, CAC Brétigny; Parigi, Dicembre 2010