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06/02/12

1000 battute...New York: Directions, Points of Interest / Elena Tavecchia

Justin Matherly, To know death one must fuck life in the gall bladder, called salute the future, 2011, 
Courtesy: Bureau, New York
 Jason Loebs - TBT, 2012 Courtesy: Essex Street
 Justin Matherly, But only to see his merits acknowledged, and existence assured to him (purple squares), 2011, 
Courtesy: Bureau, New York
 Sean Paul, Arrangement 10, Front/Top/Bottom/Right, 2011 - Courtesy: Front Desk Apparatus
 Mika Tajima, Furniture Art (Los Angeles, 2), 2011 
Photo by: Jason Mandella - Courtesy: Mika Tajima
 
Sean Paul, Every Hair of the Bear (Plum), 2011
Courtesy: Front Desk Apparatus
 Josh Tonsfeldt, Spring Itinerary 2009, Fall Itinerary 1926, 2010-2011- Video digitale
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Trovare una definizione univoca di una metropoli in movimento e cambiamento costante come New York è praticamente impossibile: qui tutto scorre secondo un flusso ininterrotto di accadimenti e significati sovrapposti. 
Si può pensare agli elementi che la rendono unica e allo stesso tempo molteplice, rappresentativa di una varietà, un incrocio di culture, linguaggi, appartenenze e contrasti che l'hanno resa, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, attraverso il processo di globalizzazione e grazie alle diverse ondate di immigrazione, una vera World City: centro propulsore e punto di riferimento globale, ma anche Contentious City, un luogo dove i conflitti e le posizioni rispetto all'identità personale e collettiva vengono costantemente dibattuti e rimessi in discussione.
 Il punto di partenza di questa mostra è stato immaginare un percorso attraverso l'attuale scenario artistico new yorkese emergente. Come un lungo itinerario che si snoda tra i quartieri e le circoscrizioni, suggerendo nuove vie e angoli nascosti, percorrendo alcune strade maestre e altre non battute e prendendo qualche scorciatoia o via di fuga dagli ingorghi del traffico urbano.
Le opere degli artisti in mostra portano con sé un'eco della città in cui vivono e un accenno a quanto questo reticolo di cemento e l'incontro di persone e culture differenti possa aver influenzato la loro percezione. Allo stesso tempo, esse sono portavoce di una varietà di linguaggi, mezzi espressivi, significati e sensibilità artistiche tra le quali è difficile trovare aspetti comuni, ma che insieme alimentano un dialogo e una molteplicità che fanno di questa città e della relativa scena artistica, un orizzonte di riferimento ancora attuale e denso di significato per la scena artistica globale. *

Elena Tavecchia

New York: Directions, Points of Interest
Jason Loebs, Justin Matherly, Sean Paul, Valerie Snobeck, Mika Tajima, Josh Tonsfeldt, Daniel Turner, Sara VanDerBeek

Galleria Massimo De Carlo, Milano

*estratto dal catalogo edito da Mousse Publishing

21/01/11

Daniel Turner - BRITANNICA




Untitled, liguid aluminum, tarps, sand, latex, kerosene, 96" x 110"x 6", 2003
Sp.1, soot, plexiglass, 72" x 132". 2007
Burning entire body of work, 35 paintings, gasoline, 2006
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Dentro alla galleria Pianissimo non c'era proprio un bel niente! Entro, mi guardo attorno, persone che parlano, comunicati stampa in un angolo. Lo spazio è completamente vuoto. Della mostra di Daniel Turner, nessuna traccia, o quasi... Stupita, non chiedo, e cerco. Trovo delle grandi macchie sul muro, delle ombre che potrebbero far pensare a delle perdite di un tubo, all'umidità delle vecchie case. Riguardo con attenzione e noto che le macchie, o meglio, che queste ombre corrono lungo le due pareti delle galleria. Davide Stroppa, il gallerista, mi spiega che sono dei fregamenti murali che l'artista ha fatto grattando l'intonaco con della lana d'acciaio. Repentina un'immagine dell'artista che sfrega, gratta lasciando delle tracce invisibili, delle ombre di oggetti scomparsi. L'effetto è strano, quasi pittorico ripensandolo ora. Da questo vuoto visionario, si passa al 'tutto pieno' dell'opera installa nello spazio superiore della galleria: un piccolo dipinto nero lucido accartocciato su sè stesso, Untitled 5250. Non voglio cadere nella semplicità quasi irritante del gioco tuttopieno-tuttovuoto... preferisco ripensare alle ombre, alle macchie, agli oggetti che c'erano, a quelli scomparsi, a quelli immaginari ecc. Non conosco Daniel Turner, ma devo dire che, d'istinto, la mostra mi è piaciuta.
Ho visitato il suo sito. Dalle opere che ho visto (ebbene sì, solo via web), penso, la scelta del gallerista è stata buona. Pubblico un paio di immagini di alcuni suoi lavori.