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27/04/12

Accademie Eventuali / Bologna / Luca Trevisani racconta...

Particolare di una immagine tratta dal volume 'Murphy's String Figures. Teaching Math With String Figures'
foto di Luca Trevisani

 ACCADEMIE EVENTUALI. Immagini dal workshop con Giovanni Anceschi e Luca Trevisani. 
Credits Tiziano Rossano Mainieri
Luca Trevisani, Vodorosli, 2009, video 2k su hard disk, 22’
Courtesy l’artista, Giò Marconi, Milano, Galerie Mehdi Chouakri, Berlin, Pinksummer, Genova
Ritratto di Giovanni Anceschi
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Breve intervista a Luca Trevisani che, con Giovanni Anceschi, il workshop 'Ambienti plurali, partiture somatiche e frutta di stagione'', prima edizione di ACCADEMIE EVENTUALI - Laboratorio per la giovane creatività.

ATP: Si è appena inaugurata la mostra conclusiva del progetto: Accademie Eventuali, che ha visto la tua partecipazione assieme a Giovanni Anceschi. Hai 'inaugurato' la prima edizione di questo progetto dedicato  agli studenti dell’ultimo anno (biennio) delle Accademie di Belle Arti italiane. Mi spieghi il curioso sottotitolo? "Ambienti plurali, partiture somatiche e frutta di stagione". 
Luca Trevisani: Si riferisce agli interessi comuni che abbiamo io e Giovanni. Riguarda le cose che ci stanno a cuore e che ci uniscono. Ne abbiamo scoperte tante lavorando assieme. Gli ambienti plurali si riferiscono all'idea di 'ambiente immersivo' del gruppo T e poi di molti altri. Di spiegazioni potrebbero essercene tante... il corpo dello spettatore e non quello dell'autore... il tempo come giudice assoluto... Per la frutta... essendo di stagione, cambia con il passare del tempo, si mangia, va a male...
ATP: Hai trovato formativo, per gli studenti, avere come insegnanti  te e Anceschi, due artisti provenienti  da ambiti disciplinari molto diversi?
LT: Direi sì, molto. Anche se poi, a conti fatti, trovo che le cose che ci uniscono sono molte, più delle differenze. Per dirla con un gioco di parole, ‘ragioniamo’ entrambi con le mani, crediamo nel basic design, siamo dei pragmatici, dei fenomenologici... e ci chiamiamo come 2 evangelisti. 
ATP: Come hai vissuto l'esperienza di un workshop che è durato ben 10 giorni? Hai fatto delle scoperte?
LT: Ho deciso e voluto che fosse totalizzante, dalle 10 del mattino alle 19 tutti i giorni, anche il 25 aprile. 10 giorni immersivi. Il gruppo doveva andare in apnea, lavorare sotto pressione, scoppiare, riparare le falle e trovare un nuovo equilibrio finale. Le scoperte sono tante, diverse, ora non te ne so parlare bene, mi serve del tempo per leggere le cose che ho imparato. 
ATP: Si è inaugurato giovedì scorso la mostra dei dieci studenti che hanno partecipato al workshop. Sei soddisfatto dei risultati che hanno raggiunto?
LT: Sono soddisfatto. E stato un lavoro di gruppo in cui si sono fuse 10 ottime individualità con le loro spinte differenti. Sono felice, sì, ma devo anche dirti che non è rilevante il punto di arrivo. O meglio, il punto di arrivo non è il lavoro finale, ma quelo che rimarrà dopo. La semina è appena finita, il raccolto non sarò io a giudicarlo. 
ATP:  Molti artisti non credono alla possibilità di lavorare in gruppo, tu cosa pensi?
LT: Non ci credo nemmeno io. Se accade, quando accade, e accade, è una preziosa eccezione da festeggiare. Voler far lavorare 10 persone assieme è stato un piacevole miraggio, un'imposizione, una provocazione, un'utopia da testare. Sono stati 10 giorni di sforzo collettivo... poi si torna al proprio sentiero, alle proprie maschere... ma le si vede, forse, con occhi diversi. 
ATP: E' possibile insegnare una disciplina complessa e ambigua come il 'fare arte'? 
LT: Non si insegna a fare arte. Si tenta di dare strumenti per costruire una propria consapevolezza. O un cosa simile, che non so spiegare in altro modo. 
ATP: Quale pensi che sia il messaggio più importante che gli studenti hanno compreso dal tuo insegnamento?
LT: Fare. Fare e ascoltare. Fare per diventare ciò che si è. 
ATP: Hai scelto tu l'immagine guida del workshop?  Sintetizza lo spirito dell'intero progetto?(Immagine tratta da 'Murphy's String Figures. Teaching Math With String Figures' di James R. Murphy') 
LT: E’ un immagine che ho scelto perchè raffigura un gioco manuale, che non si può far da soli. Servono mani altrui per costruire paesaggi complessi.

ACCADEMIE EVENTUALI  è un progetto nato dalla collaborazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Fondazione Furla con MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e Xing.

11/11/11

Simon Starling. The Inaccessible Poem / Fondazione Merz

Simon Starling, 1,1,2, 2011 - 1 blocco con taglio grezzo e 2 blocchi di marmo di Carrara tagliati con CNC (controllo numerico computerizzato), imbracatura, sistema di pulegge, corda, cavo, ceppi Courtesy l’artista e Galleria Franco Noero, Torino - Photo Paolo Pellion
 Mario Merz,Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003 - Triplo igloo: strutture metalliche, vetro, pietra, neon, morsetti, creta Coll. Merz, Torino
 Simon Starling, Project for a Masquerade (Hiroshima), 2010 - Film 16 mm -Durata: 25'54"
Courtesy l’artista e Galleria Franco Noero, Torino, Photo Paolo Pellion
Simon Starling, Under Lime, 2009, Ramo di albero di tiglio, montacarico azionato con una motosega
Courtesy l’artista e neugerriemschneider, Berlino - Photo Paolo Pellion
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Ciao Elena,

alcune mie riflessioni sulla mostra di Simon Starling alla Fondazione Merz di Torino (opere di Faivovich & Goldberg, Sture Johannesson, Mario Merz, James Nasmyth & James Carpenter e Simon Starling).

Probabilmente la cosa più bella che ho visto il fine settimana di Artissima, anche se devo ammettere che non ho visto tutto per questioni di tempo e di meteo. Forse si tratta anche di una delle mostre più belle viste nell'ultimo periodo. A quanto ho capito il concept della mostra è stato ideato da Starling stesso, mentre la curatela è stata affidata a Maria Centonze. "L’artista inglese analizza, attraverso generazioni di produzione artistica e di attività scientifica, l’evoluzione del rapporto dell’arte con la scienza nei secoli. Le esplorazioni nei vari campi di interesse di Simon Starling confluiscono – come suggerisce la curatrice Maria Centonze – in uno spazio ibrido che costituisce una costante del suo lavoro. E’ uno spazio che assorbe dalla scienza, che si nutre della tecnologia, ma che tenta di ridefinire i confini delle cose e del pensiero al punto da creare microcosmi di idee, da mettere in relazione o in contrapposizione. Tutta la mostra si svolge come se le opere raccontando storie diverse, avessero un’unica costante che è quella di stabilire distanze illusorie, modificare tempo e spazio con mezzi empirici che restituiscono visioni di una possibile e non meno veritiera realtà”.  
Al di là della spiegazione didascalica della mostra in sé, per la quale è sufficiente il comunicato stampa e la bellissima pubblicazione realizzata per l'occasione, mi piacerebbe elencare alcune piccole riflessioni che sono nate nella mia mente.

In primis sono rimasto molto impressionato dalla vicinanza della mostra con il film Melancholia di Lars Von Trier, che ho visto la sera stessa di domenica, poche ore dopo quindi la mia visita alla Fondazione Merz. Insomma, mi trovavo al cinema e vedevo il pianeta terra collidere con un altro pianeta mentre dentro di me era ancora fortissima la visione del "gruppo" di igloo intrecciati di Merz (forse uno dei lavori più belli, e ancora in grado di "toccare", di questa serie vista veramente tante volte). Il che dice molto anche del valore di un artista. Quando le sue opere, vivendo di vita propria, riescono a distanza di tempo ad assumere nuove tonalità anche impreviste nel momento della loro creazione. Ai miei occhi Merz si tinge di un sapore postatomico, apocalittico, che non credo fosse nelle intenzioni dell'artista, ma che lo rende ancora più interessante, per tutti questi nuovi strati di lettura che si aggiungono al suo lavoro espandendolo.

Forse mi sbaglio nell'azzardare questo collegamento tra un film così estremo e leopardiano e una mostra molto sobria e quasi pacata quale è The Inacessible Poem. forse sono stato influenzato dall'atmosfera abbastanza depressiva di tre giorni ininterrotti di pioggia su Torino; dal fatto che dopo essere scampato a un paio di alluvioni tra Toscana e Liguria mi sono ritrovato di nuovo in una situazione in cui la natura era profondamente minacciosa, e il Po a trenta metri dal posto dove dormivo si gonfiava paurosamente; o dagli stivali Hunter che hanno invaso la città sabauda così come il film del danese. In effetti potrei sbagliarmi perché nella mostra di Starling sembra mancare quella dimensione esistenzialista che invece è così profonda nel film; il pianeta Melancholia è molto più metaforico di una condizione umana di quanto lo siano le molte immagini astrali o scientifiche presenti nelle opere selezionate. Manca anche il grande punto interrogativo sulla questione "Dio", che, anche se non dichiarato, sento come inevitabile in una pellicola come questa. Poi però è tornata alla mia mente l'opera degli artisti Faivovich & Goldberg e ho iniziato a pensare che forse non mi stavo sbagliando poi così tanto. In mostra è presentata una parte di tutto il progetto, incentrato sul ritrovamento e la sezione di un meteorite in una zona dell'Argentina che circa quattromila anni fa è stata soggetta a una pioggia di meteoriti. Progetto sviluppato anche come una delle fasi preliminari della prossima Documenta e di cui è stato fatto un bellissimo catalogo.

A seguire alcuni brani tratti dal colloquio tra Daniel Birbaum con la
Carolyn Christov-Bakargiev (in catalogo):

"DB: So you mean this object is somehow not part of our world? 
CCB: Yes—it has become part of our world, but it comes from far away and is very, very old. It is transcendent and immanent at once. And it is in such an impossible condition because it has gone through a sort of trauma when it got pulled into our orbit and was shattered.

DB: I presume that this will be the oldest object in the exhibition. Are you sure it is an artwork?"
CCB: "There is a rather recent book titled After Finitude by the French philosopher Quentin Meillassoux that would be worth mentioning here. He talks about objects that are so ancient that they precede not only humanity and intelligent life on the planet, but also any form of life known to us. He asks what these objects might have to say about our modern philosophical tradition, which takes subjectivity and language as its starting point. For him, the fact that we have these objects and can make scientific statements about them forces us beyond an insistence on finitude that is typical of modern thinking after Kant. The meteorite could be an example…"


Commoventi le opere dei due astronomi dilettanti Carpenter e Nasmyth i quali, con un approccio speculativo, realizzarono una serie di disegni ottenuti dall’osservazione al telescopio della superficie lunare; disegni a loro volta utilizzati per costruire dei modellini fotografati, ottenendo delle immagini sorprendentemente poetiche. Una luna che esula dalla sua dimensione di oggetto astrale per diventare appunto un oggetto di speculazione filosofica e di analisi della condizione umana.

Per certi versi (anche se in un modo e con una sensibilità profondamente diversa) questa mostra mi ha fatto ripensare anche a un'altra esposizione, a mio parere cruciale, che ho visto di recente: ossia la personale di Matthew Day Jackson al Mambo di Bologna.
 
Non so, mi sembra che in queste idee, opere e mostre ci sia lo snodo dell'arte oggi. Forse ancora in nuce e non del tutto maturato. Di sicuro sono stati abbandonati i giochini, le leggerezze e i non-sense di qualche anno fa.
 
Antonio Grulli

18/10/11

Arte Povera / Mambo / Castello di Rivoli


 Alighiero Boetti, Classifyng the thousand longest rivers in the world, con Anne – Marie Sauzeau Boetti, 
Roma, by artist, 1977.
 Michelangelo Pistoletto, Con questo manifesto ... ,  Venezia 1968
Alighiero Boetti, Shaman/Showman, Milano, Toselli, 1968
Arte povera 1968 - MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
veduta della mostra - Photo: Matteo Monti
Giuseppe Penone, Alpi Marittime. Continuerà a crescere tranne che in quel punto 
Museo d’Arte Moderna di Bologna - Photo© Mario Guglielmo

“Arte povera 1968”
a cura di Germano Celant e Gianfranco Maraniello
Fino al 26 dicembre 2011
MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Bologna 
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Daniel Buren, Peinture sospendue (Acte II), 1972, Collezione dell’artista

Pino Pascali, Ponte levatoio, 1968Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz
foto  Stefan Altenburger


Rebecca Horn, Cutting Through the Past, 1992-93
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli
TorinoFondazione Marco Rivetti
foto / photo Paolo Pellion


“Arte povera international”  
a cura di Germano Celant e Beatrice Merz
Fino al 19 febbraio 2012
Castello di Rivoli  Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli 

21/06/11

ZimmerFrei al Mambo > Campo Largo


Le stanze sono libere, Photo: Chiara Balsamo
ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo
ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo
What we do is secret, 2004-2011, Photo: ZimmerFrei
Locations, 2011, Photo: ZimmerFrei
Senza titolo (di un dio minore), 2010 Photo: Chiara Balsamo
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ZimmerFrei - Campo Largo

A cura di Stefano Chiodi

Spazi vuoti, stanze libere e campi larghi. Luoghi, set, scenografie dove si muovono figure, animali e umane, dove esplodono scenari sottratti alla realtà. La mostra che ZimmerFrei ha realizzato al MAMbo di Bologna, è la sintesi di un percorso che dura da più di dieci anni e che ha trascinato il gruppo negli ambiti più disparati del linguaggio, facendoli approdare in una terra sospesa a metà fra lo spazio e il tempo, in un campo largo di vedute, suoni, allegorie.
Ogni lavoro presentato è una fessura aperta sul reale, che ci invita ad aprire lo sguardo, senza nessuna precauzione. Cominciamo da un indizio, la serie dei Panorami che il gruppo ha realizzato in diverse città europee, e in cui viene catturata quella bidimensionalità del tempo che appartiene al piano misterioso dei fenomeni e del reale. E’ un tempo affilato e rallentato che si sovrappone a quello in velocità, grazie alla tecnica del time-lapse, che comprime in pochi minuti il materiale girato in un’intera giornata.
Basta superare la parete centrale che reca il titolo della mostra, ‘Campo largo’ per cadere nella trappola di una rete sospesa a mezz’aria dentro allo spazio principale del museo. Non è più stanza, né luogo, né spazio. È un paesaggio, la Radura, dove è possibile ritagliarsi un momento intimo e solenne. La rete cala dal soffitto, formando dolci onde, e proiettando ombre di luce violacea a terra, cadenzate dal suono lontano di cinque carillon. È un deserto onirico, che s’impone all’improvviso contenendo tutto ciò che le sta sotto e intorno. Così, ci si può abbandonare alla visione delle altre opere dislocate nello spazio espositivo, mantenendo un legame affettivo con lo spazio simbolico ed esperienziale creato dalla rete. Compiere un giro a 360° con la mano tesa sugli occhi ed esplorare, ascoltare altre voci, altri rumori, altri paesaggi rubati.
Non sono soltanto i sensi, ma è la memoria che si attiva, il ricordo, la percezione di un deja vou e di un deja entendu. E’ il caso di 'Senza Titolo (di un Dio minore)', dove un vecchio registratore a bobine riproduce un’intercettazione telefonica di due soggetti: A e B. Due potenti, due notabili che, nella loro lunga conversazione, ci raccontano qualcosa sulle dinamiche più intime del potere, ed è automatico associare il dialogo ad uno dei tanti letti in questi anni sulla stampa.
Con lo stesso realismo, meno sarcastico, ma altrettanto pungente, guardiamo il video LKN Confidential girato a Bruxelles in un’unica strada, di cui vengono messe in luce le relazioni, i conflitti, il quotidiano, i commerci, la fragilità umana.
Passando attraverso una tenda di corde colorate, simile a quelle dei vecchi negozi di alimentari, e strisciando come un’automobile quando passa sotto i cilindri che spruzzano acqua, ci si sposta nell’ala sinistra del museo, dove una serie di fotografie giace appoggiata a terra, quasi per caso, con due soggetti ricorrenti: foto di famiglie ebree a Coney Island, sullo sfondo della ruota panoramica dello storico Luna Park, da un lato, e pecore e pastori della periferia romana, dall’altro. Scenari contrapposti, con una certa decadenza ricorrente che ipnotizza e ci fa entrare dentro alle immagini quasi fossero vive, come se potessimo accarezzare una pecora, o togliere il cappello al padre di famiglia ebreo…
Non manca la foto stereoscopica sonorizzata, o il tavolo di lavoro degli ZimmerFrei che accoglie (oltre al sudore di anni di fatica!) anche una vasta documentazione su Stop Kidding, un video mandato in onda su Blob nel 2002 e selezionato per la Biennale di Venezia dello stesso anno.
Insomma, qui dentro c’è proprio tutto: consapevolezza politica, rigore artistico, valore socio culturale, aggressività intellettuale e tantissima sensibilità.
C’è anche un buco, uno spioncino che collega il mondo di ZimmerFrei con il mondo esterno, sulla facciata del Museo.
Gli Zimmerfrei hanno i piedi per terra, anche se si divertono a farci vedere volare le pecore.

Martina Angelotti

ZimmerFrei, Mambo, Photo: Chiara Balsamo

08/02/11

In Search of... Matthew Day Jackson

Me, Dead at 36, 2010. Courtesy l'artista e Peter Blum Gallery -
Foto: Adam Reich, Image Courtesy l'artista e Peter Blum Gallery, New York

Chariot II (I like America and America likes me), 2008/2010. VanhaerentsArtCollection Brussels. Foto: Adam Reich, Image Courtesy l'artista e Peter Blum Gallery, New York***
In Search of, 2010. Courtesy l'artista e Peter Blum Gallery, New York
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Se avevi 20 minuti per vedere la mostra di Matthew Day Jackson al Mambo (altrimenti perdevi il treno), forse non ti sarebbe piaciuta. Avresti camminato veloce lungo lo spazio espositivo per vedere la grande macchina alimentata da pannelli solari Chariot II (I like America and America likes me); un monumentale tempietto sostenuto da cariatidi meccanizzate con dentro una bara di vetro; il pendolo di Foucault Pendulum, in cui sono riconoscibili le forme Futuriste di Renato Bertelli, che scende dall’alto 16 metri di altezza dell’ex Forno del pane. Avresti guardato senza ispirazione le due foto che, come una metaforica parentesi, aprono e chiudono questa mostra delirante: il figlio dell'artista e il ritratto di Day Jackson 'da morto'.
Chissà se avresti colto il viaggio (folle) di Day Jackson nelle galassie interstellare. E' più probabile che, uscendo dal Mambo, ti rimanessero in testa teschi (quanto non se ne può più!), bacheche con oggetti strani, una scultura minimale (di cui non avresti capito che è un'interpretazione dell'artista dei 12 metri delle Nifee di Manet, riviste in una prospettiva lunare') e forse, se il viaggio in treno te lo permetteva, avresti in mano il poster che ritrae decine di profili di montagne, colline, rocce ecc. che 'nascondono' delle strane facce (clicca l'immagine pubblicata).
Se hai 20 minuti, o anche meno, questa mostra non andarla a vedere. Il 'pezzo' più interessante è il video che dovresti vedere tutto, dall'inizio alla fine. Solo attraverso la sua visione capiresti che alla fine, questa mostra tanto delirante non è.
L'opera video In Serch of è strutturato come un vero e proprio documentario che, grazie ad un speaker professionista, ci introduce nei meandri mentali dell'artista. Day Jackson ha messo in scena una grande bufala scientifica (con tanto di ricercatori, scienziati e medici), dove racconta come il nostro mondo nasconde forme di vita che ci sfuggono.
Il filmato, diviso in tre, unisce pezzi di girato tratti da banche immagini o dall’archivio Getty, messinscene di interviste con intellettuali come David Mindell (storico e ingegnere del MIT) o Alexander Dumbadze (scrittore e storico dell’arte) e la conduzione narrativa interpretata da David Tompkins. Nella prima parte l'artista, grazie alla (finta) scoperta di forme antropomorfe riconoscibili nelle nuvole che si muovono intorno alla Terra, solleva interrogativi sulle mitologie tracciate nei paesaggi terrestri. Nella seconda parte si racconta (con tanto di veri genitori afflitti che mostrano foto), la misteriosa scomparsa di Matthew Day Jackson. La sua sparizione (e dunque anche la nostra) fa da spunto per evidenziare la complessa natura degli oggetti che ci lasciamo alle spalle, come testimonianze della nostra esistenza. Nella terza ed ultima parte si vedono alcuni manufatti ritrovati attraverso scavi archeologici che rivelano l'esistenza di Eidolon, una antica civiltà estinta.
Insomma, se avete poco tempo, la mostra non andatela a vedere!