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22/02/12

Latifa Echakhch e il senso del 'Verso'

Fantasia, 2011 
Enlumineur, 2012
Morgenlied, 2012 e Skin, 2012
Sans Titre, 2012 e Phantome, 2011
Courtesy kaufmann repetto, Foto di Roberto Marossi
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 Me la ricordavo nel vialetto che attraversa i Giardini della Biennale, per raggiungere il Padiglione Italia (Venezia). Allora ritmava il percorso con i suoi pennoni senza bandiere. Ora, Latifa Echakhch ripropone 'Fantasia' nel cortile della galleria kaufmann repetto, per la sua personale Verso.
L'artista sembra orchestrare tutta la mostra ritmando pieni e vuoti, togliendo e aggiungendo,  nascondendo e rivelando. Questa tensione o attraversamenti tra i significati e i significanti delle opere, ha l'intento di emancipare le opere da una lettura univoca. Da qui un possibile significato (e valore) di Verso.
In un verso o nell'altro, il togliere non significa impoverire, ma accrescere l'immaginazione. L'installazione 'MorgenLied' funziona proprio così. L'artista ritma le pareti della prima stanza con una serie di appendi quadri forniti di gancetti. Anche questi sono - nel verso dell'artista - oggetti inutili svuotati di una funzione pratica ma investiti di un incarico ideale: evocare quello che non c'è, stimolare l'immaginazione. 
Lo stesso nobile esercizio lo ritroviamo anche nell'altra stanza, con l'installazione Phantone - sorta di ritratto cesellato in negativo - che  mostra una sedia e un organetto, e nei tre grandi quadri su cui l'artista ha applicato delle carta carbone nera. Negazioni, sottrazioni, attraversamenti... i lavori di Latifa mi piaccioni perchè condensano semplicità e chiarezza, da una parte, ambiguità e potere evocativo dall'altra.
Un esempio è la coppia di cappelli nella stanza sottostante la galleria. Non più copricapo, il cappello diventa contenitore di tutte le parole immaginabili e non scritte. L'inchiostro che lo riempie è quel grumo di significato e significante che, metaforicamente, l'artista fonde insieme. Ma inevitabile pensare anche ai pensieri annegati in un denso buio-nero, alla difficoltà di pronunciare o scrivere le parole o la fuggevolezza del loro senso o, appunto, verso.
Lo stesso inchiostro, cola - non senza dramma - lungo le vetrate della galleria, come a ribadire che le parole possono essere tragiche, offensiove, violente. Costruisce una gabbia ideale dentro cui, hainoi, siamo ingabbiati. La strettoia inevitabile del linguaggio che, se pensato come limite, ci imprigiona o limita.
Ogni volta che mi confronto con il suo lavoro, resto sempre affascinata. Ricordo la mostra ‘Le rappel des oiseaux’ alla Gamec nell'ottobre del 2010. Allora 'uccideva' gli oggetti, ora li 'nega'.

13/06/11

Ordine di grandezze... ILLUMInations

Jack Goldstein
Llyn Foulkes
Tintoretto

Para-padiglione Monika Sosnowska
Philippe Parreno
Christopher Wool
Maurizio Cattelan
Gabriel Kuri
Luigi Ghirri
Gintaras Didžiapetris
Cindy Sherman
Pipilotti Rist
Seth Price
Norma Jeane
Fischli & Weiss
Sigmar Polke
Cyprien Gaillard
Marinella Senatore
Karl Holmqvist
Josh Smith e Latìfa Echakhch

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Il mio gradimento è direttamente proporzionale alla grandezza delle foto :)

07/10/10

Uccidere gli oggetti









"A volte bisogna ‘uccidere’ un oggetto per rendere possibile una sua lettura differente”.
Latifa Echakhch

Ho scelto questa citazione dell'artista Latifa Echakhch, presentata da Alessandro Rabottini nello spazio Eldorado alla Gamec di Bergamo, perchè suona aggressiva e anche un po' brutale. In questa mostra, ‘Le rappel des oiseaux’, l'artista 'uccide' gli oggetti, li taglia, li gratta, ne scarnifica il significato, per renderli reliquia di un'identità presunta, inculcata o spesso inflitta. La poetica che muove le opere della giovane artista marocchina sono forti quanti la sua volontà di scuoterne le origini, metterne in dubbio la falsa mitologia. A volte ci riesce appieno, a volte ci va molto vicino. Penso, per quest'ultimo caso, a Skin, che consiste in una linea slabbrata dal colore giallo che cola lungo tutte le pareti dello spazio. Il colore giallo annacquato non è altro che un colorante decorativo per cibo, molto diffuso in Medio Oriente, considerato un sostituto a buon mercato dello zafferano. L'ho annusato, in effetti non sa di niente. Imitazione del pregiato dunque finto, falsa mitologia che l'artista utilizza come metafora per scardinare un'identità culturale. Il lavoro più toccante resta, a mio avviso, Stoning. L'artista ha inscenato una post-lapidazione utilizzando non delle pietre naturali ma dei mattoni provenienti da un edificio modernista di Reims. Latifa ha grattato personalmente la false pietre, una per una, collocandole attorno ad uno spazio vuoto, laddove ha immaginato un corpo punito. Ho apprezzato il mettersi in gioco con i propri ricordi nelle opere Danse macabre e Le thé de Said. Quest'ultimo è una sorta di dedica alla zio che raccoglieva l'acqua piovana per farsi il tè. E' buffa la grande grondaia che va a finire in una piccola teiera.
Un pò meno incisivi il video dove gioca a dare la caccia ad un amico, che a sua volta le da la caccia impugnando entrambi vecchie cineprese, o l'installazione delle panchine prelevate da Kassel e disseminate da Reims a Bergamo. L'intenzione di "infondere ai momenti più banali e inconsapevoli un
incanto speciale" langue un po'.