Visualizzazione post con etichetta Gamec - Bergamo. Mostra tutti i post
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05/10/11

1000 battute di... Alessandro Rabottini > TIM ROLLINS & K.O.S.

 
Ph. Jacopo Menzani
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TIM ROLLINS & K.O.S. (Kids of Survival) 
"On Transfiguration"
a cura di Alessandro Rabottini 

GAMeC - Bergamo
Fino al  08.01.12


"Per anni ho desiderato fare una mostra di Tim Rollins & K.O.S., ma sentivo che questo era il momento giusto per rivisitare il loro lavoro che trovo estremamente attuale, nonostante come gruppo siano sulla breccia dal 1982, quando Tim Rollins fondò il workshop “Art & Knowledge”. Ho pensato che fosse interessante alla luce dell’attenzione che le generazioni più recenti di artisti e curatori stanno dimostrando per i concetti di educazione, pedagogia e partecipazione, ma sentivo anche che l’esperienza di Tim Rollins & K.O.S. era sempre stata vista, nella maggior parte dei casi, in modo un po’ parziale, come un esperimento sociale e politico, prima ancora che artistico. Al contrario, ho sempre pensato che il loro lavoro avesse molto da dire su come la bellezza può diventare un efficace strumento di emancipazione, e su come la relazione con la storia dell’arte può essere una materia viva, prima ancora che un fatto di erudizione. In un qualche modo, con questa mostra – e con il catalogo che uscirà a gennaio del 2012 quando la mostra si sposterà al Museum für Gegenwartskunst di Basilea – volevo mostrare come una riflessione sull’emarginazione e sull’inclusione sociale può assumere un aspetto visivamente esuberante, a suo modo poetico. Oggi sentiamo l’esigenza di un’arte politicamente impegnata ma, a volte, dimentichiamo che l’impegno può essere magnifico e struggente da vedere."
Alessandro Rabottini 
Anna Cuomo e il curatore Alessandro Rabottini

30/09/11

Photo Report > Il Belpaese dell'Arte > Gamec Bergamo

Elmgreen & Dragset, Italian Treasure, 2006, Collezione privata 
Gino De Dominicis, La Madonna che ride, 1972
Alice Guareschi, Mappamondo, 2009
Marco Congolani, Comics (Vittorio Emanuele) 2010
Sislej Xhafa, Giuseppe, 2007 - Claire Fontaine, Vision of the world (Italy), 2007

Gabriele Di Matteo, La Nuda Umanità / History Stripped Bare  (L'incontro di Teano tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II), 2005-2010
Emilio Isgrò, Viva il Papa, 2010, Copyright Emilio Isgrò - Courtesy Boxart, Verona
Foto: Andrea Valentini
Gabriele Picco, Untitled, 2006, Courtesy Francesca Minini, Milano

Ambiente Giacomo Trecourt, Ritratto di Eloisa Zendrini col fratello, terzo quarto del XIX sec.
Gianni Colombo, Strutturazione fluida, 1960
Rosella Biscotti, Le teste in oggetto, 2009
Aleksandra Mir, Gemini, 2009, Courtesy Magazzino, Roma
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IL BELPAESE DELL’ARTE
Etiche ed Estetiche della Nazione

L’immagine dell’Italia nel mondo, dall’Ottocento ai nostri giorni, nella molteplicità delle sue espressioni visive, dal cinema all’arte, dalla letteratura al Made in Italy, dalla cultura d’élite a quella popolare, vista attraverso 200 opere di artisti italiani e internazionali ma anche di ‘cose e fatti’, come i cimeli e i trofei di grandi protagonisti dello sport. 
Fino  al 19 febbraio 2012 
GAMeC di Bergamo  
a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini

 Marco Colombaioni, Il gioco dell'oca, 2009

29/09/11

Pinocchio (after Carlo Collodi) // Tim Rollins & K.O.S.

Pinocchio (after Carlo Collodi), # 35, 1991 - particolare, Collezione degli artisti
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Tim Rollins & K.O.S.
On Transfiguration
 
A cura di Alessandro Rabottini
Gamec di bergamo
fino al 8 gennaio 2012


 Tim Rollins and K.O.S, .Metamorphosen III - II (after Richard Strauss), 2008 
Courtesy Galleria Raucci/Santamaria, Napoli - Foto Enzo Velo

30/05/11

I 549 Kg di bacche di Pratchaya Phinthong - Gamec di Bergamo

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Nello spazio Eldorado della Gamec di Bergamo, i curatori Pierre Bal-Blanc e Alessandro Rabottini, hanno voluto raccontarci una storia. Il proganista è Pratchaya Phinthong, artista di Bangkok che, invece di trascorrere due mesi di residenza nei sobborghi di Parigi (invitato dal CAC Brétigny e dalla Gamec), decide di farsi assumere da una ditta della sua città d'origine e vivere per il periodo di residenza nella Lapponia svedese raccogliendo bacche polari.
Si immerge così nella dura realtà della manodopera sfruttata e sottopagata; mangia per terra animali cacciati, sventrati e cotti all'aperto; compie lunghe e faticose passeggiate tra i boschi; socializza con persone umili e condivide con loro sforzi e momenti di riposo... Tutto ciò è documentato, con fotografie e video, sia in mostra che nel sito temporaneo givemorethanyoutake, che è anche il titolo della mostra.
Come si struttura questa storia che, raccontata attraversa centinaia e centinaia di immagini, ci mostra l'artista che, rinunciato al suo statuto di artista, evidenzia la crisi di un modello sociale al tempo della globalizzazione?
Phinthong semplicemente, decide di 'lavorare per sopravvivere piuttosto che lavorare come artista'. Solidale con i lavoratori sfruttati, decide di diventare (temporaneamente) come loro, raccogliendo tutti i giorni chili di bacche nelle foreste nordiche. Quotidianamente manda un sms ai curatori con i peso dei frutti raccolti. Alla fine dei due mesi, ne raccoglierà ben 549 Kg, e con questa lunga esperienza da vita allla mostra 'Give more than you take' (Dai più di quello che prendi).
L'artista ha chiesto ai due curatori di 'tradurre' questo quantitativo con oggetti o materiale di scarto, e di metterlo in mostra. Rabottini, come Pierre Bal-Blanc a suo tempo al CAC di Bétigny, ha deciso di allestire alla Gamec, 549 Kg di terra scavata per creare le fondamenta dell'edificio che costituirà l'estensione del nuovo Museo dell'Accademia Carrara (attualemente chiuso per restauri). La terra è stata sparsa, tra le pareti e il pavimento nella sala alla Gamec.
Oltre a questa 'traduzione', diventata opera a responsabilità del curatore, c'era un'altra installazione di cui Rabottini doveva preoccuparsi. Nel centro della sala, sospesa a metri dal pavimento, il lavoro 'Allemansrätten': termiche che sta ad indicare il 'Diritto al Pubblico Accesso' presente nell'ordinamento giudiziario svedese, che garantisce a chiunque la possibilità di camminare in spazi naturali. Phinthong, con l'aiuto dei altri raccoglitori nomadi, ha smontato una torre di vedetta - costruite dai cacciatori nel paesaggio lappone - trasformandola un punto di osservazione, ma anche di protesta, per i raccoglitori di frutta. L'artista trasforma questa torretta a simbolo di una contraddizione: in un paese come la Svezia, attentissimo al rispetto della natura, accade che aziende straniere o locali, sfruttino dei lavori costretti a guadagnarsi il pane in condizioni quasi disumane.
Invito, quanti siano interessati al progetto di Phinthong, a leggere il testo di Pierre Bal-Blanc, scritto in occasione della mostra.
“Le società sono progredite nella misura in cui esse, i loro sotto-gruppi e gli individui che ne facevano parte hanno imparato a rendere stabili i loro rapporti secondo il modello del dare, ricevere e infine ricambiare. Per prima cosa hanno dovuto imparare a deporre le armi, in modo che fosse possibile scambiare beni e persone, non solamente tra clan, ma anche tra tribù, nazioni e – soprattutto – individui. Solo allora le persone hanno imparato a creare e a soddisfare interessi reciproci e a difendersi senza dover ricorrere alle armi. In questo modo i clan, le tribù e le nazioni hanno appreso – proprio come in futuro lo impareranno classi, nazioni e individui - come opporsi l’un l’altro evitando massacri e a dare senza sacrificare se stessi agli altri”. (Marcel Mauss, Il dono, 1925)*

*Citazione dal testo di Pierre Bal-Blanc per la mostra di Pratchaya Phinthong, CAC Brétigny; Parigi, Dicembre 2010

20/05/11

Il Bounty nello spazio...

Matteo Rubbi, Bounty, 2011 - Veduta della mostra 'Bounty nello spazio' - GAMeC, 2011
Foto: Jacopo Menzani - Courtesy GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo

24/03/11

Bounty nello Spazio - Matteo Rubbi

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Visionario, giocoso e divertente. La mostra di Matteo Rubbi, 'Bounty nello spazio' - presentata nella sezione Eldorado della Gamec di Bergamo - mi è proprio piaciuta. Entrando nello spazio non facile del museo (grande stanzone che si sviluppa in lunghezza e dal soffitto molto alto), dedicato all'artista, si rimane subito avvolti dall'installazione sospesa fatta di scampoli di stoffa e coperte. Rubbi ha ricreato un'immaginaria volta celeste sopra Bergamo nell'anno 3000. Ma la cosa veramente coinvolgente è l'enorme 'lavagna' che l'artista ha creato dipingendo di nero le pareti a tutta altezza. Qui, disegni, scritte, ditate, sfumati, scarabocchi, grafici, segni gestuali, ricoprono tutto lo spazio. Rubbi ha invitato amici ed artisti ad visualizzare l'aspetto del mondo subatomico. Le persone coinvolte, davanti all'enigmaticità di una superficie nera, hanno dato sfogo alla loro immaginazione, in totale libertà e guidati dall'istinto. Per l'occasione, l'artista ha anche rifatto un lavoro presentato alla Fondazione Sandretto, questa volta però, collaborando con il quotidiano locale, L'Eco di Bergamo'. Ha fatto stampare un numero del giornale datato 13 aprile 1961. Titolo della prima pagina: Lanciato nello spazio il russo ha girato la terra in 89 minuti.
Forse, però, la cosa più 'fantastica' era quello che, ancora, non c'era.
Per tutta la durata della mostra si avvicenderanno dei workshop in cui, guidati da veri falegnami e docenti di un istituto professionale (Azienda Bergamasca Formazione C.F.P), chiunque potrà fare una vera esperienza di 'fai da te', dentro al museo. A tappe, si andrà a costruire, in scala 1:1, una parte dello scafo del Bounty. Nello spazio, c'erano disegni progettuali e un modello ridotto e scomposto di questa mitica nave.
Matteo ha già iniziato, in precedenti mostre, questo surreale progetto ('La festa dei pirati', Fondazione Pomodoro e CNAC Le Magasin di Grenoble), con l'intento di rendere partecipi le persone nella comune costruzione della mitica fregata mercantile britannico. Giocoso e generoso, Matteo riesce finalmente ad attuare un tipo di arte (veramente) relazionale, in cui i presupposti non restano solo sulla carta, ma diventano reali, concreti. Obbiettivo non raggiunto, a parere mio, nel lavoro presentato al Premio Furla, che si presentava troppo macchinoso e, purtroppo, non risolto nelle intenzioni. Qui, invece, la condivisione come pratica estetica, è sicuramente raggiunta o soddisfatta. Le persone condivideranno fatica, sbagli, tempo e soddisfazioni, per realizzare un enorme oggetto immaginifico. Quando sarà ultimato, sarà sicuramente stupefacente vedere l'enorme scafo dentro alla sala. Scombussolando e fondendo - non senza un buona dose di indisciplinata immaginazione - il dentro e il fuori, il lontanissimo spazio profondo e le strade di Bergamo, intrecciando le vite di artigiani, falegnami, insegnanti, studenti, artisti e curatori, Matteo realizza quella cosa molto rara nell'arte: la partecipazione, l'originalità e l'altruismo. Non ultima, la realizzazione di una grande opera che, semplicemente, definirei bella!
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Il curatore Alessandro Rabottini e Valentina Rapelli, Matteo Rubbi e Vincenzo Latronico

07/10/10

Uccidere gli oggetti









"A volte bisogna ‘uccidere’ un oggetto per rendere possibile una sua lettura differente”.
Latifa Echakhch

Ho scelto questa citazione dell'artista Latifa Echakhch, presentata da Alessandro Rabottini nello spazio Eldorado alla Gamec di Bergamo, perchè suona aggressiva e anche un po' brutale. In questa mostra, ‘Le rappel des oiseaux’, l'artista 'uccide' gli oggetti, li taglia, li gratta, ne scarnifica il significato, per renderli reliquia di un'identità presunta, inculcata o spesso inflitta. La poetica che muove le opere della giovane artista marocchina sono forti quanti la sua volontà di scuoterne le origini, metterne in dubbio la falsa mitologia. A volte ci riesce appieno, a volte ci va molto vicino. Penso, per quest'ultimo caso, a Skin, che consiste in una linea slabbrata dal colore giallo che cola lungo tutte le pareti dello spazio. Il colore giallo annacquato non è altro che un colorante decorativo per cibo, molto diffuso in Medio Oriente, considerato un sostituto a buon mercato dello zafferano. L'ho annusato, in effetti non sa di niente. Imitazione del pregiato dunque finto, falsa mitologia che l'artista utilizza come metafora per scardinare un'identità culturale. Il lavoro più toccante resta, a mio avviso, Stoning. L'artista ha inscenato una post-lapidazione utilizzando non delle pietre naturali ma dei mattoni provenienti da un edificio modernista di Reims. Latifa ha grattato personalmente la false pietre, una per una, collocandole attorno ad uno spazio vuoto, laddove ha immaginato un corpo punito. Ho apprezzato il mettersi in gioco con i propri ricordi nelle opere Danse macabre e Le thé de Said. Quest'ultimo è una sorta di dedica alla zio che raccoglieva l'acqua piovana per farsi il tè. E' buffa la grande grondaia che va a finire in una piccola teiera.
Un pò meno incisivi il video dove gioca a dare la caccia ad un amico, che a sua volta le da la caccia impugnando entrambi vecchie cineprese, o l'installazione delle panchine prelevate da Kassel e disseminate da Reims a Bergamo. L'intenzione di "infondere ai momenti più banali e inconsapevoli un
incanto speciale" langue un po'.