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05/06/12

Roberto Cuoghi e il principio di immanenza / Massimo De Carlo



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Riflettori puntati su Roberto Cuoghi alla Galleria Massimo De Carlo. Tanti faretti a illuminare, cerchiati, le decine di quadri, quadretti, disegni, corrosioni, colature… Fa impressione in effetti vedere questa sfilza di ritratti che, non certo senza diligenza e maniacalità, Cuoghi ostenta e sbandiera.
Insofferente, disturbato dal chiasso mediatico (?) attorno al suo personaggio, l’artista ha pensato di allestire una passerella e/o galleria di mostri-caricature di se stesso. Grasso, magro, bello brutto, ammiccante, pacato, distorto, sorridente, triste ecc.
Prende il mazzo da gioco della sua carriera di artista non ancora quarantenne (di mezza età) è le butta sul tavolo. Scocciato. Non si fa vedere, non parla, non risponde. Lavora (calvinisticamente) anche nell’ombra. I suoi ragionamenti o fantasie si condensano nel suo fare. Se vogliamo delle risposte da lui, dunque, le dobbiamo trovare tra grafite, gessetti, sfumati e campiture stese in modo impeccabile. Perchè, diciamolo, questa sfilza di opere ha dello strepitoso. Sono tecnicamente perfette, chapeau!
 
Nessuno batteva le mani nell’immobilità glaciale e silenziosa della grande stanza ma, tra i silenziosi e sbalorditi spettatori, si sussurra:” “Capolavoro!”, “Santo Subito!”

Dalla prima alla seconda stanza, si passa dalla passerella al vano della rivelazione: “IO SONO PAZUZUSUZA, FIGLIO DI HAZANHA, RE DEI MALIGNHHAZA..." L'artista si sconfessa rivelando nero lucido su nero opaco, delle ambigue origini divine. Scomoda nuovamente il Dio Babilonese Pazuzu - già utilizzato (parodiandoci), nel 2008, ingrandendo un amuleto del divino babilonese conservato al Musée du Louvre di Parigi
Roberto Cuoghi ha sotto tiro il principio di immanenza. Cos'è il principio di immanenza? "Consiste nella negazione della trascendenza dell’essere rispetto alla coscienza (individuale o sociale, spirituale o sensibile, strutturale o storica); l’essere si costituisce nell’immanenza del soggetto pensante". Negando e affermando, ascendendo negli inferi o trascendendo in un qualsiasi divino, l'artista scomoda anche il "Demone che penetra nella sostanza di ogni sua rappresentazione". No ai simulacri, alle rappresentazioni, alle spoglie, alle sindoni, alle tracce, ai resti, alle ombre. Questa mostra sembra sempre di più la negazione e l'affermazione di non si sa bene che cosa.
Qui, forse, più che perdere le staffe, qualcuno ha perso la bussola.
Ma saliamo nella terza stanza dove, 'baciate' da una luce naturale semidivina, appaiono due sculture, un grande mascherone nero e un disegno. La grande sculture che sembra un bonbon, un fiocco, una conchiglia ha del meraviglioso. Resina o cos'altro.. questa grande e pesantissima scultura cattura e sbalordisce. Un pò meno attraente ma comunque misterioso anche il piccolo totem nero che conserva profili mostruosi, nasi, bocche o sberleffi. Nell'ultima stanza, ancora idoli, ancora false rappresentazioni dell'artista che, creduto all'inizio della sua carriera simulacro del padre, in realtà svela che, l'immagine di riferito per il suo aumento di peso, altro non era che un piccolo ritratto sul marchio di sigari che l'artista consumava per attestare nuove abitudini di comportamento.
Gli crediamo ? 
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The spotlight is on Roberto Cuoghi at the gallery of Massimo De Carlo. Many spotlights to illuminate the dozens of frames; small paintings, drawings, oxidized, leaking ... It is rather impressive to actually see this row of portraits, certainly made with care and a touch of obsession, which Cuoghi presents. Intolerant, disturbed by the noise of the media (?) about his character, the artist has decided to set up a walkway and / or gallery show with sketchy self-portraits. Fat, skinny, ugly, beautiful, alluring, quiet, distorted, smiling, and so on. He takes his career as an artist- he is less than 40 years old- and throws it on a public view, just like a ‘game’. Annoyed. You don’t see him, he does not speak nor respond. He works ‘scientifically’ even in the dark. His thoughts or fantasies are condensed in his making of the work. If we want answers from him, then, we should look among the graphite, the chalk and the shaded backgrounds. Because, frankly, this series of works is amazing. Technically sound… a bow!  

Nobody clapped their hands in the cold and quiet large space, but among the silent and stunned spectators you could hear "A masterpiece… ", "Oh, my God!” 

From first to the second room, there is a pathway to the compartment of the revelation: "I AM PAZUZUSUZA, SON OF HAZANHA, KING OF MALIGNHHAZA ..." The artist rejects the ambiguous divine origins, by revealing a shiny black layer on matte black. He uses again the Babylonian God Pazuzu - already used creating a parody of him, in 2008, enlarging an amulet of the Babylonian Gods that is preserved at Musée du Louvre in Paris. Roberto Cuoghi has as a starting point the principle of immanence. What is the principle of immanence? "It consists of the denial of the transcendence of being, in regard to the consciousness (individual or social, spiritual or sensitive, structural or historical); being is constituted within the immanence of the thinking subject." Negating and affirming, ascending to the underworld or transcending to the divine, the artist also disturbs the "demon that penetrates into the essence of any representation." No to the pretense, the representations, the shrouds, the traces, the ruins and the shadows. This show transmits the feeling of an escalating negation and affirmation of something vague. Here, perhaps someone has lost his orientation, rather than his temper. We move on in the third room, which is illuminated by a splendid natural light, to confront two sculptures and a big black mask. The large sculpture that looks like a bonbon, a flake, is a wonderful shell. I think it is made of resin... This large and heavy sculpture captivates and amazes. A little less attractive but equally mysterious, is the little black totem that has different monstrous aspects, noses, mouths and expressions. In the last room, there are again these iconographies, false self-portraits of the artist, for whom was believed to have a career similar to that of his father, actually reveal that the image refers to his weight increase, was nothing but a small portrait on the cigar brand that the artist used to smoke in order to access new behavioral habits of behavior.

Should we take his word for it?

12/04/12

Le porte della percezione di Nate Lowman / MDC





 Swiss Cheese and The Doors: A One Night Stand - Installation view Massimo De Carlo, 2012 - Photo by: Matteo Piazza - Courtesy: Massimo De Carlo
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"Hei, dico a te!" sembra dire la ragazza o l'immagine alla parete della prima stanza della galleria Massimo De Carlo. Non la noti subito, perchè ti prende di spalle, quasi subdola. Eppure quella ragazza (immagine) si rivolge proprio a te, quasi maleducata. Non ci avevano insegnato che non si segna mai qualcuno? Il giovane Nate Lowman - nella sua mostra  Swiss Cheese and The Doors: A One Night Stand - non sembra preoccuparsi molto delle buone o cattive maniere, della buona o pessima pittura, dell'alto del basso, di Picasso o di Topolino. Quasi gli sia venuta a noia quell'eurocentrica coda di paglia che vuole - o sembra voler ancora sostenere - che la cultura letteraria, artistica, ma soprattutto visiva segua delle regole, delle opnioni o per lo meno del buon senso. Aperte le 'porte della percezione', rovistato o navigato nelle gelide acque della rete, Nate fa tanti mucchietti: quelli che segnano con il dito di qua, le donne, tutte, di là. Queste ultime occupano l'altra parte della grande stanza. Ce ne per tutti i gusti:  la statua antichissima con le gran tette, la mangoloide, la ginnasta, la trasgressiva, la bella e il pesce, la sensuale,  la moglie di Obama, la modella ecc. Come parentesi, due grandi tele con una sequenza di tessere che cadono e la scritta Karma. (Mi sbaglio o questa tela l'ho già vista alla mostra di Dan Colen, stesso luogo ma nell'aprile 2010? O forse era una sequenza di finestra?)Nella seconda stanza del nostro giro, tante porte diverse, colorante, appese, un tavolo accasciato.. la chiave che le 'apre' sarà forse è un finto Jim Morrison, ma mi potrei sbagliare. Dimenticavo la premessa: sia per accedere alla galleria, che per passare da uno spazio all'altro - forse memore di luoghi d'infanzia (Las Vegas) - Nate ha prelevato alcune porte da birrerie, saloon, aereoporti ecc. e la creato una sorta di passaggi obbligatori verso un aldilà che non ci è dato sapere. Sia nella seconda stanza che nella seguente al primo piano, l'orchestrazione luminosa è studiata alla perfezione. Soprattutto nella terza sala, una luce rossa immerge visitori e spazi in una strana atmosfera misto bordello-salagiochi-palco teatrale dove, topo, formaggio e gradi sgocciolamenti pittorici si mostrano come se fossero non solo importanti, ma anche drammatici. Giungo nell'ultima stanza, la più piccola. Qui, sotto l'occhio sornione di un De Carlo in gran forma, mi godo appieno le tre tele Arbre Magique. Non profumano, ma hanno l'allegro motivo della bandiera USA. Solo scendendo mi accorgo di non aver notato le atmosfere dell''alba e del tramonto che Lowman ha ricreato in galleria. In realtà lo leggo sul comunicato stampa. Leggo anche che gli sgocciolamente o meglio le tele sporche e imbrattate altro non sono che i teli che l'artista ha usato per non sporcare il pavimento del suo studio. Che romantico. Che meraviglia questa confusione di segni, questi ribaltamenti di senso... Riflessioni più o meno autentiche, profonde, meditate, mi aggrappo alla melanconia del tramonto, alla trascendente volotà di scaldare o sporcare l'ambiente, la decadenza dell'Impero occidentale, naufragato nel grande vuoto della mancanza di fantasia. Sì, penso che a livello percettivo mi fermo qua... "Hei, dico a te!", ma io faccio ovviamente finta di niente. Penso sempre che nessuno mi noti. 
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 Nate Lowman, TBT, 2012 - Courtesy Massimo De Carlo

06/02/12

1000 battute...New York: Directions, Points of Interest / Elena Tavecchia

Justin Matherly, To know death one must fuck life in the gall bladder, called salute the future, 2011, 
Courtesy: Bureau, New York
 Jason Loebs - TBT, 2012 Courtesy: Essex Street
 Justin Matherly, But only to see his merits acknowledged, and existence assured to him (purple squares), 2011, 
Courtesy: Bureau, New York
 Sean Paul, Arrangement 10, Front/Top/Bottom/Right, 2011 - Courtesy: Front Desk Apparatus
 Mika Tajima, Furniture Art (Los Angeles, 2), 2011 
Photo by: Jason Mandella - Courtesy: Mika Tajima
 
Sean Paul, Every Hair of the Bear (Plum), 2011
Courtesy: Front Desk Apparatus
 Josh Tonsfeldt, Spring Itinerary 2009, Fall Itinerary 1926, 2010-2011- Video digitale
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Trovare una definizione univoca di una metropoli in movimento e cambiamento costante come New York è praticamente impossibile: qui tutto scorre secondo un flusso ininterrotto di accadimenti e significati sovrapposti. 
Si può pensare agli elementi che la rendono unica e allo stesso tempo molteplice, rappresentativa di una varietà, un incrocio di culture, linguaggi, appartenenze e contrasti che l'hanno resa, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, attraverso il processo di globalizzazione e grazie alle diverse ondate di immigrazione, una vera World City: centro propulsore e punto di riferimento globale, ma anche Contentious City, un luogo dove i conflitti e le posizioni rispetto all'identità personale e collettiva vengono costantemente dibattuti e rimessi in discussione.
 Il punto di partenza di questa mostra è stato immaginare un percorso attraverso l'attuale scenario artistico new yorkese emergente. Come un lungo itinerario che si snoda tra i quartieri e le circoscrizioni, suggerendo nuove vie e angoli nascosti, percorrendo alcune strade maestre e altre non battute e prendendo qualche scorciatoia o via di fuga dagli ingorghi del traffico urbano.
Le opere degli artisti in mostra portano con sé un'eco della città in cui vivono e un accenno a quanto questo reticolo di cemento e l'incontro di persone e culture differenti possa aver influenzato la loro percezione. Allo stesso tempo, esse sono portavoce di una varietà di linguaggi, mezzi espressivi, significati e sensibilità artistiche tra le quali è difficile trovare aspetti comuni, ma che insieme alimentano un dialogo e una molteplicità che fanno di questa città e della relativa scena artistica, un orizzonte di riferimento ancora attuale e denso di significato per la scena artistica globale. *

Elena Tavecchia

New York: Directions, Points of Interest
Jason Loebs, Justin Matherly, Sean Paul, Valerie Snobeck, Mika Tajima, Josh Tonsfeldt, Daniel Turner, Sara VanDerBeek

Galleria Massimo De Carlo, Milano

*estratto dal catalogo edito da Mousse Publishing

27/10/11

Report > Parigi durante la FIAC

John M Armleder - Courtesy of the artist and Tate Liverpool. Photo: roger Sinek.
Ryan Trecartin, K-CoreaINC.K (section a), 2009 Courtesy the artist and Elizabeth Dee, New York
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Davide Bertocchi da Parigi.
Questa edizione della Fiac sembra aver registrato un notevole successo sia in termini di vendite che di pubblico (le code interminabili all'entrata saranno indicative? non so...ma ho sentito di gente che nonostante avesse l'invito ha aspettato 2 ore prima di entrare...)
Da osservatore esterno (pseudo-turista) posso dire che mi é sembrata di ottimo livello, con opere a volte inedite da scoprire tra pezzi piú conosciuti e opere monumentali che a quanto pare non hanno comunque intimorito i collezionisti...
Ha funzionato bene anche l'accorpamento al Gran Palais delle gallerie piú giovani. Nelle precedenti edizioni erano sotto al tendone alla cour Carrée du Louvre ora, invece, erano facilmente raggiungibili negli spazi del primo piano in un sorprendente circuito tra stand di gallerie molto giovani ma anche alcune piú affermate. Bella l'idea degli stand con le finestre che davano sul lungo Senna (sembravano un interno abitativo con luce naturale...)
Oltre alla fiera come sempre hanno inaugurato in contemporanea un sacco di mostre dentro e fuori Parigi.
 
Dalla mostra collettiva "All of the above" curata da Armleder al Palais de Tokyo, a Ryan Trecartin e Lizzie Fitch al Musée d'art Moderne, alla bellissima mostra di Jesper Just al Mac/Val. Poi nelle gallerie ho visto la mostra di Aaron Young da Almine Rech (molto bello il video con il pitbull appeso), l'inossidabile e sempre stupefacente Wolfgang Tillmans da Chantal Crousel, Zilvinas Kempinas e Nick Van Woert da Yvon Lambert. Poi Murakami con il suo "hommage a Yves Klein" da Perrotin e devo ammettere che i bellissimi lavori con le spugne di Yves Klein, prestati per l'occasione da privati, erano per me il vero motivo per cui passare... 
Ho trovato molto riuscita poi la mostra "OH!" proposta da Massimo De Carlo nello spazio (normalmente dedicato al design) di Patrick Seguin che per il secondo anno, nei giorni della Fiac, ha invitato una galleria "straniera" (nel 2010 c'era Sadie Coles). Tutti lavori di grande formato sopratutto di Massimo Bartolini, John Armleder, Rashid Johnson, Dan Colen (che dava anche il titolo alla mostra) e un piccolo emozionante dipinto di Stingel che ritrae appunto il nostro De Carlo diciottenne in divisa militare...
Jesper Just, The Lonely Villa, 2004 - Courtesy Galleri Christna Wilson, Copenhague 
Perry Rubenstein Gallery, New York. © Jesper Just 2000-2006
Wolfgang Tillmans, Army, 2008 - Courtesy Galerie Chantal Crousel
Murakami e Yves Klein da Perrotin

Wolfgang Tillmans, Paper drop (space), 2006 - Courtesy Galerie Chantal Crousel
Aarong Young da Almine Rech
 Massimo Bartolini ospitato nello spazio di Patrick Seguin - Mostra OH!, Galleria Massimo De Carlo
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Di matrice italiana anche il progetto "Spheres" ormai nella sua quarta edizione che la Galleria Continua organizza puntualmente negli incredibili spazi del Moulin, a un'oretta di autobus dal Grand Palais nel bel mezzo della campagna francese. 
Quest'anno ha coinvolto anche il Magazzino d'arte Moderna ma anche le gallerie Ropac, Xippas, In Situ, Chemould Prescott Road e White Cube. Sempre molto positvamente surreale l'atmosfera, forse per il vento gelido e gli spazi smisurati.. che quest'anno rimbombavano allo sbattere di porte del lavoro di Daniele Puppi. Impressionante poi il progetto di Anthony Gormley dal titolo "Space Station and Other Instruments". 
Vorrei aprire poi una parentesi per i due premi principali francesi rivelati sempre durante la Fiac. Il Prix Ricard per i giovani artisti piú interessanti é stato assegnato, senza molte sorprese (io l'avevo modestamente anticipato), ad Adrien Missika, mentre il premio piú prestigioso, Le prix Marcel Duchamp, se vogliamo il corrispettivo francese del Turner Prize, é stato assegnato a Mircea Cantor che come tutti sanno non é francese ma rumeno anche se certo é "cresciuto" artisticamente in Francia negli ultimi 10 anni. Ricordo che il premio é organizzato dall'ADIAF: "Associazione per la diffusione internazionale dell'arte francese" e secondo me proprio per questo motivo non era una scelta scontata anche se tra i quattro finalisti é sicuramente l'artista piu riconosciuto e internazionalmente acclamato. Mi dispiace per Guillaume Leblon l'unico vero possibile sfidante tra gli altri tre e del quale apprezzo molto l'intelligenza e il lavoro, ma trovo che tuttavia premiare Mircea sia stato un segnale importante in questo clima europeo avvelenato, di ritorni nazionalistici e campanilismi vari.. Pensiamo solo a questo: ma in Italia... sarebbe possibile?
 Anthony Gormley - Galleria Continua spazi del Moulin
  Anthony Gormley - Galleria Continua spazi del Moulin
 Mircea Cantor
  Massimo De Carlo

24/09/11

Il 'viaggio di ritorno' di Massimo Bartolini

Massimo Bartolini, Basamento, 2011, Bronzo - Foto Alessandro Zambianchi, Courtesy Massimo De Carlo, Milano 

 
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Trasforma un cumulo di terra (alta 40 cm e dalla superfice di 4 mq), in una immagine potente. Vedere questa massa semi squadrata dentro ad una stanza, toccarla credendola terra e scoprire che è fredda e dura, mi ha provocato una sensazione abbastanza potente. 
L'opera è Basement che Massimo Bartolini presenta alla galleria Massimo De Carlo. Nel raccontarla, nel comunicato stampa, l'artista parla di campo arato, di statua che sostiene una statua, di terra innalzata e di quelo spazio reietto, spesso, degli edifici. La scultura è molto forte, veramente. 
Mi ha coinvolto un pò meno 'La strada di sotto', la grande installazione sviluppata negli altri due spazi della galleria. L'opera coinsiste in centinaia di luminarie, tipiche delle feste di paese, disposte sul pavimento, che si accendono e spengono ad intermittenza. 
L'irregolarità dell'intensità della luce, segue i suoni, le parole e le pause del video presentato nell'ultima stanza. Qui, don Valentino - 84enne che monta ogni anno le luminarie a Ficarra - racconta esperienze di vita, cose qualunque, il più e il meno. Anche nel video, un bagliore sfuma l'immagine di Valentino. 

"Come al solito, questa mostra parla di conciliazione degli opposti e di resti che questa oprazione comporta, sperando che siano infine essi produtori di senso".
I due elementi a cui si riferisce l'artista, sono la luce e la terra.
"Il viaggio di ritorno avviene attraverso 'La strada sotto' la quale opera estattamente all'opposto: prende un utensile culturale, come lo sono le decorazioni usate durante le festività religiose la cui verticalità è celebrativa, e le sdraia a terra, riducendo il segno a paesaggio, la comunicazione a percezione, l'architettura a suolo che infine, altro non è che il primo basamento."
Massimo Bartolini