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09/12/11

Ovovia Italia '61 - Torino

 Loredana De Lillo, Photo di Simona Cupoli
Matteo Rubbi, Photo di Simona Cupoli
 Ex Stazione dell'Ovovia, Torino - Photo di Simona Cupoli
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Uno spazio che viene riscoperto dalla città, la volontà di raccontare una storia italiana fatta di eventi e persone, questo è lo spirito dell'intervento curato da Art At Work nella ex-stazione dell’Ovovia costruita per Italia 61 e subito dismessa. 

Opere di Loredana De Lillo e Matteo Rubbi

23/06/11

Storia d'Italia con le opere d'arte: il libro di Pietromarchi


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Ieri sono stata alla presentazione di Italia in Opera - La nostra identità attraverso le arti visive. Ricca la parterre di artisti invitati a commentare il loro inserimento nel libro, fresco di stampa, di Bartolomeo Pietromarchi. L'autore, presentato da Gabi Scardi, ha esordito chiarendo l'importanza di 'tornare' a parlare delle opere e non tanto degli artisti. In effetti, sfogliando il piccolo saggio (non l'ho ancora letto) è evidente che Pietromarchi ha compiuto un'approfondita ricerca su una selezione di opere ragruppandole in 4 grandi temi: Italiano antitaliano, Figure del Belpaese, In tempo reale e A futura Memoria. L'ambizione è quella di raccontare gli ultimi cinquant'anni di storia italiana attraverso una ricca selezione di opere che vanno dai grandi Pistoletto, De Dominicis, Boetti, Fabro, per passare ai middle Arienti, Vedovamazzei, Cattelan, Pivi, Cingolani... fino alle ultime generazioni. I discorsi hanno avuto inizio con il tema dell'IDENTITA'. Alcuni estratti che ricordo a memoria...
Prende parola la coppia Mocellin/Pellegrini che racconta come nel tempo la loro ricerca artistica abbia approfondito temi come la famiglia, i rapporti affettivi, le idiosincrasie e le derive psicologiche del loro rapporto. "Abbiamo cercato di affrontare temi che per molti versi sono principalmente nostri ma che rispecchiassero anche delle realtà molto più generali. (..) Lavoro e vita molto spesso si sono accavallate, penso all'adozione di nostra figlia vietnamita. Un'esperienza che ci ha fatto riflettere sull'importanza di crescere in un paese straniero; sui temi dell'integrazione e dell'identità". Il microfono passa ad Adrian Paci che racconta la sua venuta in Italia quando era poco più che ventenne. Ricorda il suo sentirsi un pesce fuor d'acqua, non solo per il fatto di essere albanese, ma anche per la sua formazione artistica, molto incentrata su un percorso storico legato alla pittura. Nel suo caso, inevitabile la scelta di temi come l'integrazione e il nomadismo. Emozionante e particolarmente sentito l'intervento di Marcello Maloberti che inizia citando Luciano Fabro, suo insegnante all'Accademia. Ricorda quando Fabro raccontava che gli italiani devono avere qualcosa di strano vista la morfologia del nostro paese ;). Riprendendo quello che diceva Paci, sul fatto di provenire da un zona eccentrica come l'Albania, anche lui, ha vissuto la tensione centro/periferia visto che proviene dal piccolo paese di Codogno. Molte delle sue opere iniziano proprio raccontando dimensioni famigliari, 'di paese'... e cita l'opera della nonna sotto il tavolo o l'impressione che gli fece vedere un barbiere a Milano che tagliava i capelli lungo una strada.
Ora tocca a Diego Perrone che, incalzato dalla Scardi sull'opera 'Totò Nudo', racconta di come sia abbastanza naturale per un artista italiano dare voce a un'identità soprattutto nostrana. "Totò era un principe e al tempo stesso un personaggio molto popolare. Ho deciso di metterlo a nudo in un contesto naturale perchè, per molti versi, era significativo e risultava molto più fragile in contatto diretto con al natura" Ritiene poi che il libro di Pietromarchi è importante per raccontare le tante esperienze artistiche italiane, in quanto parla delle opere e non il percorso - spesso generico - degli artisti. Il suo intervento, brevissimo, si è chiuso raccotando brevemente l'esperienza che ha compiuto l'estate scorsa con Christian Frosi in giro per l'Italia. Hanno scoperto l'energia pulsante delle periferie italiane: "Molti artisti decidono di restare in periferia non 'subendola', ma assorbendone la forza propulsiva. Per molti versi stare lontano dal 'centro' è molto positivo per la produzione delle opere".
Inizia parlando del Giro d'Italia e quanto questo evento sportivo lo abbia colpito nei primi anni '90 Matteo Rubbi. L'artista racconta la gestazione della sua opera l''Italia in cerchio', opera composta da 17 giochi da tavolo, che ne rappresentano le diverse tappe. Rubbi racconta di come quest'opera, tuttora in progress, gli ha dimostrato come l'Italia ha una geografia, una morfologia molto umorale, informe, indefinibile.
Crispino dei Vedovamazzei esordisce dicendo quanto il 'fallimento' nella carriera di un artista sia positvo. "I periodi fallimentari sono sicuramente proficui per un artista; sono come dei periodi di riposo dove può pensare e riflettere in tutta tranquillità!" Prede parola anche Stella che si dice felice che l'autore abbia scelto una delle prime opere prodotte dai Vedovamazzei nel 1992, 'Radiografie'. L'opera, che consiste nel dipinto di una radiografia di Pinocchio, esprime meglio di altre la ricerca che da sempre affronta la coppia di artisti: le icone popolari, i vizi e le virtù degli italiani, il loro essere tragicomici, passionali-paradossali.
L'ultimo intervento è di Stefano Arienti che, invece di parlare del suo lavoro, sottolinea l'importanza di raccontare attraverso i libri le tante esperienze artistiche del panorama italiano, spesso lacunoso e privo di libri che ne documentino la storia recente. Cita due casi di artisti di cui si sa molto, ma si legge molto poco: Gino De Dominicis e Alberto Garutti. Entrambi figure importanti e decisivi per molte generazioni di artisti, ma di cui non ci sono libri o saggi che ne presentino, raccontino e testimoniano la storia professionale.

Buona lettura!

Bartolomeo Pietromarchi
ITALIA IN OPERA - La nostra identità attraverso le arti visive
Bollati Boringhieri - 16 euro

ps. avrei scelto un'altra copertina, ma de gustibus...

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24/03/11

Bounty nello Spazio - Matteo Rubbi

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Visionario, giocoso e divertente. La mostra di Matteo Rubbi, 'Bounty nello spazio' - presentata nella sezione Eldorado della Gamec di Bergamo - mi è proprio piaciuta. Entrando nello spazio non facile del museo (grande stanzone che si sviluppa in lunghezza e dal soffitto molto alto), dedicato all'artista, si rimane subito avvolti dall'installazione sospesa fatta di scampoli di stoffa e coperte. Rubbi ha ricreato un'immaginaria volta celeste sopra Bergamo nell'anno 3000. Ma la cosa veramente coinvolgente è l'enorme 'lavagna' che l'artista ha creato dipingendo di nero le pareti a tutta altezza. Qui, disegni, scritte, ditate, sfumati, scarabocchi, grafici, segni gestuali, ricoprono tutto lo spazio. Rubbi ha invitato amici ed artisti ad visualizzare l'aspetto del mondo subatomico. Le persone coinvolte, davanti all'enigmaticità di una superficie nera, hanno dato sfogo alla loro immaginazione, in totale libertà e guidati dall'istinto. Per l'occasione, l'artista ha anche rifatto un lavoro presentato alla Fondazione Sandretto, questa volta però, collaborando con il quotidiano locale, L'Eco di Bergamo'. Ha fatto stampare un numero del giornale datato 13 aprile 1961. Titolo della prima pagina: Lanciato nello spazio il russo ha girato la terra in 89 minuti.
Forse, però, la cosa più 'fantastica' era quello che, ancora, non c'era.
Per tutta la durata della mostra si avvicenderanno dei workshop in cui, guidati da veri falegnami e docenti di un istituto professionale (Azienda Bergamasca Formazione C.F.P), chiunque potrà fare una vera esperienza di 'fai da te', dentro al museo. A tappe, si andrà a costruire, in scala 1:1, una parte dello scafo del Bounty. Nello spazio, c'erano disegni progettuali e un modello ridotto e scomposto di questa mitica nave.
Matteo ha già iniziato, in precedenti mostre, questo surreale progetto ('La festa dei pirati', Fondazione Pomodoro e CNAC Le Magasin di Grenoble), con l'intento di rendere partecipi le persone nella comune costruzione della mitica fregata mercantile britannico. Giocoso e generoso, Matteo riesce finalmente ad attuare un tipo di arte (veramente) relazionale, in cui i presupposti non restano solo sulla carta, ma diventano reali, concreti. Obbiettivo non raggiunto, a parere mio, nel lavoro presentato al Premio Furla, che si presentava troppo macchinoso e, purtroppo, non risolto nelle intenzioni. Qui, invece, la condivisione come pratica estetica, è sicuramente raggiunta o soddisfatta. Le persone condivideranno fatica, sbagli, tempo e soddisfazioni, per realizzare un enorme oggetto immaginifico. Quando sarà ultimato, sarà sicuramente stupefacente vedere l'enorme scafo dentro alla sala. Scombussolando e fondendo - non senza un buona dose di indisciplinata immaginazione - il dentro e il fuori, il lontanissimo spazio profondo e le strade di Bergamo, intrecciando le vite di artigiani, falegnami, insegnanti, studenti, artisti e curatori, Matteo realizza quella cosa molto rara nell'arte: la partecipazione, l'originalità e l'altruismo. Non ultima, la realizzazione di una grande opera che, semplicemente, definirei bella!
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Il curatore Alessandro Rabottini e Valentina Rapelli, Matteo Rubbi e Vincenzo Latronico

30/01/11

Matteo Rubbi e le frequenze...






Clicca per leggere una pagina a caso! E non farci caso se 'un'altro spettatore' non va con l'apostrofo! :)
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Perché Matteo Rubbi ha vinto il Premio Furla?

“Per la sua capacità di interagire con lo spettatore e creare inedite relazioni tra lo spazio espositivo e lo spazio pubblico in uno spirito di generosa apertura.”
Condivido. Matteo è simpatico, generoso e altruista. Ho avuto modo di constatare in prima persona che l’artista è coinvolgente e pronto a scendere a compromessi. Da sempre, cerco di mettere in relazione il comportamento di un artista (fuori dalle 'scene'), con la poetica che porta avanti con il suo lavoro, soprattutto se la sua ricerca artistica è rivolta al coinvolgimento (più o meno autentico) del pubblico. Matteo, imparando (e incarnando, quasi) le buone ‘ricette’ di Garutti, è riuscito a trovare un modo ‘intelligente’ per renderci complici delle sue opere. A volte in modo anche divertente (penso alla performance Sistema Solare).

“Il suo lavoro coinvolge differenti ambiti culturali in termini sia concettuali che materiali e rivela un acuto senso sperimentale: dall'invito rivolto ai passanti a sintonizzarsi sulla ritrasmissione dell'opera Intolleranza 1960 di Luigi Nono su Rai Radio Tre, al suo progetto di esplorazione dell'Italia minore tramite la stampa locale, nello spirito dei "viaggi in Italia” di Pasolini e di Ghirri e Celati».
Considerando le sue opere passate, in effetti, Matteo cerca sempre di esulare dall’ambito strettamente artistico. Per curiosità, per spirito avventuroso o semplicemente per ‘natura’, l’artista si intrufola nel teatro, nella letteratura, nella scienza, nel campo musicale... per arricchire il suo linguaggio formale e potenziare la portata ‘coinvolgente’ della sua opera. A volte ci riesce pienamente, a volte il 'discorsetto' non mi convince (ma questo è il mio personalissimo pensiero). Nel senso che, solo scavando e scoprendo nei dettagli le sue intenzioni, capisco che vuole 'abbracciarci' un pò tutti.

Nella mostra allestita per il Premio Furla, è lui ad ‘aprire le danze’ con l’opera ‘Domenica’: una stampa su tessuto alta 520 cm, che riproduce un’immagine di mare tratta da una rivista. Nella didascalia: “Questa tenda taglia verticalmente in due lo spazio della sala, suggerendo una possibilità attraversabilità da parte del pubblico.”

Domanda lecita: caro Matteo, cosa dovrebbe provare un qualunque visitatore nell’attraversare questa poetica immagine marina?

L’altro lavoro esposto è il video 'La conquista del K2'. Conoscevo questo video. Bello rivedere le facce abbronzate dei scalatori mentre fissano l’orizzonte, la cima, i compagni... Toccante. In un’altra stamza, durante l’opening, Matteo ha riproposto l’opera-performance 'Muro' (2007). Lui, assieme ad un paio di assistenti, ha spostato una grande parete di legno tra i tanti visitatori attoniti che volevano passare, che si chiedeva cosa stesse accadendo, che guardavano incuriositi.

In un’altra stanza, dentro ad uno scatolone, un libricino dal semplice titolo ‘Libretto’ che raccoglie la trascrizione della prima esecuzione assoluta di ‘Intolleranza 1960’, di Luigi Nono, 13 aprile 1961, teatro La Fenice, Venezia. Pagine e pagine di trascrizione degli scambi verbali, alterchi, fischi, applausi, che si frammentano ai versi dell’opera, contestata 50 anni fa.
Legata a quest’opera la performance durante l’opening nel parcheggio davanti a Palazzo Pepoli: 'Intolleranza 1960’, Bologna 28 Gennaio 2010, ore 19:00.
L’artista ha invitato i proprietari delle auto e dei locali nei dintorni del palazzo a sintonizzare le proprie radio sulle frequenze del programma che trasmette l’opera di Nono alla Fenice, nel tentativo di portare l’avvenimento dal teatro alle strade di Bologna. Copio e incollo dal comunicato pubblicato nel sito del Teatro La Fenice di Venezia, una breve spiegazione di questa opera teatrale in scena dal 28 gennaio al 5 febbraio.
“Ideata e scritta in tre mesi su commissione di Mario Labroca, direttore della Biennale Musica, Intolleranza 1960 costituisce il primo lavoro per il teatro di Luigi Nono, allora trentaseienne, e il punto culminante della sua estetica giovanile. Più che raccontare una vicenda, la trama dell’opera descrive un percorso di conoscenza umana, e gli indubbi riferimenti all’attualità (tragedia mineraria di Marcinelle in Belgio, conflitto d’Algeria, inondazione del Po) costituiscono soprattutto un punto di partenza per il compositore, che rinunciando volutamente all’espressione personale punta ad integrare materiali dichiaratamente eterogenei nel processo creativo.”

Dunque...sulla carta questo lavoro funziona, punta il dito su un personaggio sicuramente significativo nel teatro italiano; evidenzia la necessità di riflettere sul tema della tolleranza, sulla diversità di pensiero, sul rispetto, sulla memoria, sui conflitti ecc (scusate la supeficialità ma non conosco Luigi Nono). Indubbia la capacità di Matteo di scovare situazioni interessanti, di portare a galla angoli esistenziali significativi ed poco conosciuti. Direi esemplari.
Però, a mio giudizio, il coinvolgimento resta solo sulla carta. Mi domando quanti si sono sintonizzati in quelle frequenze. Non so perché, ma mi viene in mente il geniale Ghezzi che per decenni sceglie e condivide con i pochi di noi ( a notte fonda) dei capolavori della storia del cinema.
Matteo, ottimista e fiducioso, si rivolge ad un pubblico spesso ideale che a salire in macchina e sintonizzarsi sull’opera teatrale non ci pensa nemmeno. Ma lui ci prova e ci riproverà sempre (si spera), ora al Furla, domani in galleria, dentro al museo, o chissà in quale altra occasione. Chissà, magari anche grazie alle sue opere, diventeremo un pubblico meno distratto e più consapevole. Impareremo Matteo...

Matteo ci prova e, in questo caso, tenta di coinvolgere/ci. Alla fine ‘sbanca’ tutti (anche i detrattori) e vince!
Poco dopo l’annuncio del vincitore, lo vedo sorridente e concentrato davanti ad una piccola videocamera mentre racconta ‘a caldo’, emozionato e sorridente, le opere in mostra.
Bravo Matteo!


26/01/11

F...URLA!!!!

E nell'attesa che venerdì prossimo sia reso noto il nome del vincitore di questo 8° premio Furla, leggiamoci le motivazioni dei curatori che hanno proposto i 5 artisti: Alis/Filliol, Francesco Arena, Rossella Biscotti, Matteo Rubbi e Marinella Senatore. (Ho copiato e incollato, senza editing, il testo diffuso dall'ufficio stampa).
Che ne pensi? Pronostici?
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Alis Filiol, Destro diritto, destro rovescio, 2010
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Alis/Filliol - Simone Menegoi
Il lavoro di Alis/Filliol ha due punti di riferimento principali. Il primo è la disciplina che entrambi gli artisti hanno studiato, e che hanno scelto in seguito come mezzo di espressione: la scultura. Molte opere di Alis/Filliol nascono dalla rivisitazione di categorie tradizionali della scultura come la creazione “per togliere” e “per aggiungere”, di tecniche come il calco e la fusione a cera persa, di materiali come il marmo e la creta. Una rivisitazione paradossale, che sovverte la lettera della tradizione per restare fedele al suo senso profondo, implicitamente polemica nei confronti del decrepito accademismo che ancora impronta l’insegnamento della disciplina.
L’altro punto di riferimento di Alis/Filliol è la sua stessa identità in quanto coppia di individui, declinata in senso fisico. Gennarino e Respino costruiscono spesso le loro opere attraverso azioni fisiche che solo due corpi, lavorando all’unisono, possono realizzare, e che restano precluse allo sforzo del singolo. Ironico e spigoloso, culturalmente sofisticato ed energico (fino ad esprimersi anche attraverso la performance), il lavoro di Alis/Filliol interroga il corpo e il volume, l’azione e il suo cristallizzarsi nello spazio, le tecniche e il loro portato teorico.

Rossella Biscotti, The Undercover Man, immagine di backstage, 2008
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Rossella Biscotti - Cecilia Canziani
Nel lavoro di Rossella Biscotti la storia viene rimessa in circolo attraverso il racconto di memorie personali e collettive. In Theory of Film, Siegfried Kracauer indicava nel montaggio e quindi nell’alternanza di documento e finzione la possibilità del cinema di testimoniare la storia e di resistere alla perdita della memoria. Il lavoro di Rossella Biscotti ha le sue radici proprio nel cinema, di cui interpreta la sintassi, il portato ideologico, e la sua capacità di rappresentare oggi uno spazio pubblico, su cui si innesta la parte propriamente processuale del suo lavoro, legata alla ricerca e all’uso di materiali di archivio come fonte e in alcuni casi medium.
Sia nei lavori propriamente filmici, o in quelli più specificamente installativi, l’artista costruisce un racconto che ha la capacità di restituire la realtà del documento e di farci interrogare non solo su come guardiamo il passato, ma su come affrontare il presente.
Marinella Senatore, Jammin’ Drama-Project ,2010
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Marinella Senatore - Alfredo Cramerotti
“Sento di essere parte di quei processi partecipativi che vedono l’artista come un regista che ha uno spartito attraverso il quale i partecipanti negoziano, o contestano, la loro partecipazione.”
Credo che in questa citazione da una recente intervista a Marinella Senatore sia contenuta l’essenza del suo lavoro: la possibilita’ per l’audience (sia spettatrice che partecipante) di sviluppare autonomamente quei frammenti narrativi che l’artista propone. Marinella qui lavora come mediatrice di un processo di partecipazione reale, fondato su una proposta chiara e sviluppata attraverso un’attenta e continua comunicazione fra i partecipanti ai diversi progetti e lei stessa.... Il fulcro del suo lavoro e’ sostanzialmente quello di ‘attivare processi’ con le comunitá con le quali interagisce e in generale con lo spettatore in senso ampio, che comprende anche chi con lei lavora, recita, scrive e produce. E credo sia questo particolare approccio che fa della componente socio-politica dei film, fotografie, disegni e installazioni di Marinella un elemento principale del suo lavoro; quasi un atto politico imprescindibile.
Francesco Arena – 92 centimetri su oggetti (la ringhiera di Pinelli), 2009
Foto Massimo Valicchia. Courtesy Galleria Monitor - Roma
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Francesco Arena - Vincenzo De Bellis
Il lavoro di Francesco Arena spesso trae spunto dalla storia e da eventi che hanno segnato la vita collettiva italiana e internazionale. Attraverso l'utilizzo di tecniche artigianali e materiali tradizionali come pietra, legno, marmo, sabbia l'artista realizza opere scultoree e installazioni con le quali interpreta e traduce suggestioni politiche, religiose e sociali. Formalmente i lavori di Arena affondano le loro radici nella storia della scultura del ‘900 mescolando Ie forme tipiche della Minimal Art e materiali dell’Arte Povera.
Come in molta parte della ricerca di Arena, partendo da opere più datate come 3,24 mq (incentrato sulla ricostruzione della cella di Aldo Moro) per arrivare quelle più recenti come 18.900 (in cui viene incisa su lastre di ardesia la lunghezza del percorso dell’anarchico Pinelli effettuato il giorno della sua uccisione), si assiste alla trasformazione di una misura in un oggetto e di un oggetto nel contenitore di un’informazione storica, che è allo stesso tempo il punto di vista dell’artista sulla storia.
Matteo Rubbi, Muro, 24 Ottobre 2007 (Performance)
Courtesy l'artista e Studio Guenzani, Milano
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Matteo Rubbi - Lorenzo Bruni
Matteo Rubbi realizza delle “azioni scultoree” che hanno lo scopo di alzare il livello di attenzione dello spettatore rispetto al suo “quotidiano” e al suo concetto di arte. La frizione tra i concetti astratti con cui l’uomo organizza da sempre il mondo e le esperienze empiriche che gli permettono di scoprirlo è sempre al centro della sua ricerca, con la quale punta a “misurare” e a “re-immaginare” i luoghi in cui interviene. Il lavoro di Rubbi consiste quindi nel celebrare “l’incontro” tra soggetto e contesto provocando un istante epifanico o straniante con cui far rivalutare allo spettatore/attore le modalità e le regole con cui percepisce la realtà. Questo è ciò che è accaduto anche con l’opera dal titolo Appare il futuro terribilmente vicino, prodotta per la mostra 21x21 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2010, che portava i cittadini a riflettere sul loro ruolo rispetto alla società e sui concetti di futuro e identità collettiva. L’innesco di questa “processualità in farsi” era il quotidiano "La Stampa" del 6 Maggio del 1961 ristampato e distribuito nei luoghi di socializzazione come bar e librerie della città di Torino il giorno 6 Maggio del 2010 e che, creando un effetto “dejavu” o da “macchina del tempo”, visualizzava i problemi del concetto di storia e memoria collettiva senza cadere nella retorica da documentario
giornalistico o della moda estetizzante di utilizzare materiali di archivio.

10/01/11

Matteo Rubbi > perarolo09

perarolo09, 2009-2010. Staffetta artistica con Alberto Tadiello, Nico Vascellari, Diego Marcon, Andrea Galvani, Christian Frosi, Matteo Rubbi. a cura di Daniela Zangrando. Courtesy perarolo09

19/05/10

inside/out - Villa Necchi


Matteo Rubbi

Santo Tolone
Santo Tolone
Riccardo Beretta
Meris Angioletti - Conversation Pieces, 2010
Progetto speciale per catalogo, © Rotofoto, Milano

Attore: Alberto Onifretti nella performance di Patrizio di Massimo

Luogo stupefacente per la mostra Low Dèco a cura di Alessandro Rabottini: Villa Necchi, gioiello architettonico del '900. Cinque gli artisti invitati a confrontarsi con questo 'mostro sacro' e intoccabile (non c'era nessuna opera all'interno se non la performance di Di Massimo). Prima opera, la più immateriale, Conversation Pieces di Meris Angioletti: un'opera sonora fruibile in cuffia che mi ha fatto immaginare quadri di Van Eyck e Rubens, ma anche Gruppo di famiglia in un interno di Visconti (ne consiglio la visione), in un accavallarsi di voci, situazioni, fonti letterarie e storiche. Surreale girovagare nel giardino delle Villa con un intarsio di racconti. Discrete ed eleganti le sculture in tubolare in ottone di Santo Tolone, che ha materializzato ombre in marmo e reso reali progetti per fontane mai realizzati da Portaluppi. Ho apprezzato meno gli intarsi di Riccardo Beretta Portoro. Penso che dipenda dal fatto che erano 'attaccati' al fusto degli alberi, per altro non avvicinabili (era proibito camminare sull'erbe). Il lavoro di Matteo Rubbi, L'Italia in cerchio, essendo un'opera da fruire giocando... non ho esattamente capito in cosa consiste. So, da comunicato, che ha coinvolto 17 amici, tra artisti e scrittori. L'opera forse più toccante ritengo sia quella di Patrizio Di Massimo, Fuga dal Disordine. Una performance appassionante, che mi ha fatto riflettere su un periodo, quello Fascista, da un punto di vista intimista e molto umano. L'attore professionista ha raccontato vicende e racconti di vita vissuta sovrapponendo vicende biografiche di personaggi come Margherita Sarfatti e Italo Balbo, legati al Fascismo e alla sua iniziale percezione come avanguardia politica che si è trasformata ben presto in regime totalitario. A chi non avesse ancora visto la mostra, consiglio di prenotare la visita guidata.

Photo Courtesy Andrea Balestrero

18/05/10

Appare il futuro terribilmente vicino - LA STAMPA





Appare il futuro terribilmente vicino - Progetto di Matteo Rubbi

Il progetto di Rubbi consiste nella ristampa integrale del quotidiano “La Stampa” pubblicato il 6 maggio 1961, giorno inaugurale dell’esposizione universale “Italia ’61” a Torino.
Il 6 maggio 2010 il quotidiano è stato distribuito nei principali bar e caffè della città di Torino, affiancando i quotidiani del giorno solitamente a disposizione degli avventori.
La pubblicazione e diffusione nella città di quel numero di grande valenza storica, ripropone all’attenzione collettiva uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la città negli anni in cui diventava uno dei riferimenti assoluti del mondo del lavoro nazionale, centro di innovazione e di sviluppo economico. L'expo Italia61, apice celebrativo di questo momento di grande espansione, fu rapidamente dimenticato, e le sue architetture superstiti sono state progressivamente abbandonate, distrutte o rimaneggiate pesantemente.
Nel gesto apparentemente innocuo di ristampare e infiltrare nella realtà di oggi il giornale dell’epoca, si vuole creare un cortocircuito minaccioso: rievocare un momento carico di speranze in un tempo di crisi globale e riflettere sulla retorica progressista e nazionalistica delle esposizioni universali all’alba del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia

Photo Courtesy Matteo Rubbi