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27/10/11

Report > Parigi durante la FIAC

John M Armleder - Courtesy of the artist and Tate Liverpool. Photo: roger Sinek.
Ryan Trecartin, K-CoreaINC.K (section a), 2009 Courtesy the artist and Elizabeth Dee, New York
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Davide Bertocchi da Parigi.
Questa edizione della Fiac sembra aver registrato un notevole successo sia in termini di vendite che di pubblico (le code interminabili all'entrata saranno indicative? non so...ma ho sentito di gente che nonostante avesse l'invito ha aspettato 2 ore prima di entrare...)
Da osservatore esterno (pseudo-turista) posso dire che mi é sembrata di ottimo livello, con opere a volte inedite da scoprire tra pezzi piú conosciuti e opere monumentali che a quanto pare non hanno comunque intimorito i collezionisti...
Ha funzionato bene anche l'accorpamento al Gran Palais delle gallerie piú giovani. Nelle precedenti edizioni erano sotto al tendone alla cour Carrée du Louvre ora, invece, erano facilmente raggiungibili negli spazi del primo piano in un sorprendente circuito tra stand di gallerie molto giovani ma anche alcune piú affermate. Bella l'idea degli stand con le finestre che davano sul lungo Senna (sembravano un interno abitativo con luce naturale...)
Oltre alla fiera come sempre hanno inaugurato in contemporanea un sacco di mostre dentro e fuori Parigi.
 
Dalla mostra collettiva "All of the above" curata da Armleder al Palais de Tokyo, a Ryan Trecartin e Lizzie Fitch al Musée d'art Moderne, alla bellissima mostra di Jesper Just al Mac/Val. Poi nelle gallerie ho visto la mostra di Aaron Young da Almine Rech (molto bello il video con il pitbull appeso), l'inossidabile e sempre stupefacente Wolfgang Tillmans da Chantal Crousel, Zilvinas Kempinas e Nick Van Woert da Yvon Lambert. Poi Murakami con il suo "hommage a Yves Klein" da Perrotin e devo ammettere che i bellissimi lavori con le spugne di Yves Klein, prestati per l'occasione da privati, erano per me il vero motivo per cui passare... 
Ho trovato molto riuscita poi la mostra "OH!" proposta da Massimo De Carlo nello spazio (normalmente dedicato al design) di Patrick Seguin che per il secondo anno, nei giorni della Fiac, ha invitato una galleria "straniera" (nel 2010 c'era Sadie Coles). Tutti lavori di grande formato sopratutto di Massimo Bartolini, John Armleder, Rashid Johnson, Dan Colen (che dava anche il titolo alla mostra) e un piccolo emozionante dipinto di Stingel che ritrae appunto il nostro De Carlo diciottenne in divisa militare...
Jesper Just, The Lonely Villa, 2004 - Courtesy Galleri Christna Wilson, Copenhague 
Perry Rubenstein Gallery, New York. © Jesper Just 2000-2006
Wolfgang Tillmans, Army, 2008 - Courtesy Galerie Chantal Crousel
Murakami e Yves Klein da Perrotin

Wolfgang Tillmans, Paper drop (space), 2006 - Courtesy Galerie Chantal Crousel
Aarong Young da Almine Rech
 Massimo Bartolini ospitato nello spazio di Patrick Seguin - Mostra OH!, Galleria Massimo De Carlo
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Di matrice italiana anche il progetto "Spheres" ormai nella sua quarta edizione che la Galleria Continua organizza puntualmente negli incredibili spazi del Moulin, a un'oretta di autobus dal Grand Palais nel bel mezzo della campagna francese. 
Quest'anno ha coinvolto anche il Magazzino d'arte Moderna ma anche le gallerie Ropac, Xippas, In Situ, Chemould Prescott Road e White Cube. Sempre molto positvamente surreale l'atmosfera, forse per il vento gelido e gli spazi smisurati.. che quest'anno rimbombavano allo sbattere di porte del lavoro di Daniele Puppi. Impressionante poi il progetto di Anthony Gormley dal titolo "Space Station and Other Instruments". 
Vorrei aprire poi una parentesi per i due premi principali francesi rivelati sempre durante la Fiac. Il Prix Ricard per i giovani artisti piú interessanti é stato assegnato, senza molte sorprese (io l'avevo modestamente anticipato), ad Adrien Missika, mentre il premio piú prestigioso, Le prix Marcel Duchamp, se vogliamo il corrispettivo francese del Turner Prize, é stato assegnato a Mircea Cantor che come tutti sanno non é francese ma rumeno anche se certo é "cresciuto" artisticamente in Francia negli ultimi 10 anni. Ricordo che il premio é organizzato dall'ADIAF: "Associazione per la diffusione internazionale dell'arte francese" e secondo me proprio per questo motivo non era una scelta scontata anche se tra i quattro finalisti é sicuramente l'artista piu riconosciuto e internazionalmente acclamato. Mi dispiace per Guillaume Leblon l'unico vero possibile sfidante tra gli altri tre e del quale apprezzo molto l'intelligenza e il lavoro, ma trovo che tuttavia premiare Mircea sia stato un segnale importante in questo clima europeo avvelenato, di ritorni nazionalistici e campanilismi vari.. Pensiamo solo a questo: ma in Italia... sarebbe possibile?
 Anthony Gormley - Galleria Continua spazi del Moulin
  Anthony Gormley - Galleria Continua spazi del Moulin
 Mircea Cantor
  Massimo De Carlo

24/09/11

Il 'viaggio di ritorno' di Massimo Bartolini

Massimo Bartolini, Basamento, 2011, Bronzo - Foto Alessandro Zambianchi, Courtesy Massimo De Carlo, Milano 

 
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Trasforma un cumulo di terra (alta 40 cm e dalla superfice di 4 mq), in una immagine potente. Vedere questa massa semi squadrata dentro ad una stanza, toccarla credendola terra e scoprire che è fredda e dura, mi ha provocato una sensazione abbastanza potente. 
L'opera è Basement che Massimo Bartolini presenta alla galleria Massimo De Carlo. Nel raccontarla, nel comunicato stampa, l'artista parla di campo arato, di statua che sostiene una statua, di terra innalzata e di quelo spazio reietto, spesso, degli edifici. La scultura è molto forte, veramente. 
Mi ha coinvolto un pò meno 'La strada di sotto', la grande installazione sviluppata negli altri due spazi della galleria. L'opera coinsiste in centinaia di luminarie, tipiche delle feste di paese, disposte sul pavimento, che si accendono e spengono ad intermittenza. 
L'irregolarità dell'intensità della luce, segue i suoni, le parole e le pause del video presentato nell'ultima stanza. Qui, don Valentino - 84enne che monta ogni anno le luminarie a Ficarra - racconta esperienze di vita, cose qualunque, il più e il meno. Anche nel video, un bagliore sfuma l'immagine di Valentino. 

"Come al solito, questa mostra parla di conciliazione degli opposti e di resti che questa oprazione comporta, sperando che siano infine essi produtori di senso".
I due elementi a cui si riferisce l'artista, sono la luce e la terra.
"Il viaggio di ritorno avviene attraverso 'La strada sotto' la quale opera estattamente all'opposto: prende un utensile culturale, come lo sono le decorazioni usate durante le festività religiose la cui verticalità è celebrativa, e le sdraia a terra, riducendo il segno a paesaggio, la comunicazione a percezione, l'architettura a suolo che infine, altro non è che il primo basamento."
Massimo Bartolini

05/09/11

Un giro al Macro ad agosto

Esther Stocker: Destino Comune
Marinella Senatore, Electric Theatre
Il Batman di Adrian Tranquilli per la sua mostra All is violent. All is bright
 L'installazione dei ZimmerFrai, parte della collezione del MACRO
 Flavio Favella e la sua installazione 'L'Imperatrice Teodora'
Massimo Bartolini, 'Il mio 4° omaggio (a Franz Marc)"
 Tomas Saraceno: Cloudy Dunes.  When Friedman meets Bucky on Air-Port-City
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Che sollievo entrare al Macro nei primi giorni di agosto. Dalla canicola insopportabile delle vie di Roma, al fresco condizionato del grande museo romano. Averlo, sia d'estate che d'inverno, a Milano! La proposta museale estiva era per tutti i gusti. Tra mostre  e progetti site-specific,  ne ho contati oltre 15. Alcuni meritevoli di attenta visita, altri che, definire imbarazzanti è un eufemismo. Tanti i curatori coinvolti. Dall'ex direttore Luca Massimo Barbero a Benedetta di Loreto, Gianluca Marziani, Elena Frin, Laura Cherubini, Adriana Polveroni, Ludovico Pratesi ecc.
Ho apprezzato l'intervento di Flavio Favelli visibile dal cortile: due gigantografie di una cartolina dell'imperatrice Teodora. Dalla grande scritta in un verso, capisco che è una cartolina mandata da Flavio a suo padre. Prendo l'ascensore e, pulsanti, intravedo le scritte e i pupazzi degli artisti bolognesi Cuoghi e Corsello. Cammino tra alcuni lavori di ultima acquisizione del Macro; apprezzo un lavoro che conoscevo di Massimo Bartolini, 'Il mio 4° omaggio (a Franz Marc)". 
Mi delude un pò (per l'aspetto) l'installazione di Marinella Senatore, che diventa più coinvolgente quando mi presto a leggere appunti e frammenti del suo 'teatro della memoria'. Questa installazione dialoga con l'opera di Guendalina Salini, 'Non troverai mai i confini dell'anima': una grande mandala di cui non capisco il nesso con l'anima. Probabilmente l'opera mi piace talmente poco che non mi prendo neanche la briga di capire. 
Dove sono? Nella stanza degli ' errori' di  Esther Stocker. L'artista decora con strisce in bianco e nero una grande stanza del museo . Ogni tanto spezza qualche riga, motivando queste rotture come danni o errori del 'sistema'. E' stato abbastanza buffo vedere un visitatore che stava quasi cadendo dopo essersi impigliato il piede tra lo schotch di un 'errore'. Non so... opera dal retrogusto didascalico oltre che fin troppo decorativa. 
Prima di dedicarmi alla 'star' del ciclo di mostre Tomas Saraceno, salgo sul tetto per vedere l'installazione di Adrian Tranquilli, 'All is violent. All is bright'. Esco all'aperto sul terrazzo e un muro di calore mi indispone non poco. Sarà forse per questo eccesso d'afa che non solo non ho apprezzato l'opera di Tranquilli - un batmat più che verosimile ingabbiato in una rete metallica - ma l'ho trovata decisamente brutta. Ripeto, forse è stato l'eccesso di caldo. Dell'artista c'era anche un'altra opera all'interno, pendant del Batman. Questa consisteva in una grande installazione della cattedrale di San Pietro,  formata da centinaia di carte da gioco con la faccia da Jocker. Giudicate voi!
La fine del mio macro giro, spetta a Tomas Saraceno che allestisce in una delle stanze più imponenti del museo la sua grande installazione 'Cloudy Dunes.  When Friedman meets Bucky on Air-Port-City'. 
L'artista cita niente meno che Yona Friedman e Richard Buckminster Fuller per allestire una grande nuvola di 500 dodecaedri formata da ben 18 chilometri di tubi per cavi elettrici. Inevitabile che l'installazione ricordi la grande opera che Saraceno ha portato alla Biennale di Venezia (ma tante, troppe sue opere ricordano quella alla Biennale di Venezia!), ma priva, però, della stessa leggerezza e cura nei dettagli. L'ambiente era sì coinvolgente ma ho avuto la sensazione di un'opera troppo scenografica e frettolosa. 
Prima di andarmene dal museo, ho fatta una tappa al bagno (spaziale) e non riuscivo più a trovare la porta per uscire :)

06/05/11

Ultima fase lunare... Hangar Bicocca

Pascale Martin Tayou, Plastic Bags
Veduta d'insieme. In primo piano Ludovica Carbotta
Roman Ondàk, Resistance
Christiane Löhr, Samenball
Nari Ward, Soul soil
Alberto Tadiello, Senza Titolo (Adunchi)
Elisabetta Di Maggio, Senza Titolo
Veduta d'insieme: Massimo Bartolini, Bruna Esposito, Ludovica Carbotta
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Ultima fase lunare per Terre Vulnerabile, che si presta con quest'ultima tappa a ricordarci che 'L'anello più debole della catena è anche più forte perchè può romperla', che è anche il titolo mutuato da Stanislaw J. Lec. Ho attraversato la mostra all'Hangar Bicocca con la curatrice Chiara Bertola che, dopo mesi di sospiri, incontri, ragionamenti, si dice contenta di essere arrivata alla 'fine'. Una conclusione che, in onestà, mi dispiace un po': dopo mesi di appuntamenti, venire all'Hangar e vedere come è evoluto lo spazio, scoprire quale opera è mutata, quale solo spostata, era diventato per me un nuovo modo di fruire una mostra. C'è più luce, più percorsi e ovviamente più opere. Con un pò di ingenuità, sottolineo a Chiara che, quasi quasi, le Torri di Kiefer non si percepisco più... lei tira un respiro di sollievo.
Il labirinto di Friedman si è movimentato, ora accoglie un grande disegno di Margherita Morgantin, le eteree mappe di Elisabetta Di Maggio, una leggerissima scultura/nuvola fatta di semi di cardi di Christiane Löhr e il commovente film di Ermanno Olmi. Ma non voglio farvi la lista. Se non vi racconto proprio tuttotutto, è perchè la mostra deve assolutamente essere vista.
Pubblico invece le immagini dei lavori più imponenti: lo stupefacente bozzolo di Pascale Martin Tayou, fatto di sacchetti di plastica; la tagliente scultura di Alberto Tadiello e il buffo 'esserino' di Nari Ward, ricoperto di gambe e braccia di abiti dismessi (reduci dall'installazione di Boltanski). Un pò deludente il video di Ondàk, non tanto per l'opera in sè, ma per la poca possibilità di intervenire con un lavoro ad hoc, in quanto troppo impegnato in altri progetti. Per la mostra ha portato un video dove riprende le scarpe slacciate di alcuni visitatori ad un opening.
Nel complesso, la mostra o meglio il cammino intrapreso da Bertola e Lissoni, è risultato vincente. E scrivo questa parola a maggior ragione se penso alla 'vulnerabilità' che tanto è stata discussa, vivisezionata, rappresentata, incarnata nello spirito spesso dell'intero progetto.
Sono stati efficaci e intelligenti nel tessere, in un arco di tempo che va dal settembre 2009 al luglio 2011 (data di chiusura della mostra), un progetto denso e imprevedibile. Chiedendosi fin dall'inizio 'cosa vogliamo da questa mostra?': hanno risposto costruendo un meccanismo partecipativo e, secondo il mio punto di vista, anche giocoso. Inevitabile cercare, ad ogni appuntamento, gli indizi, i tragitti, le modifiche che nel tempo si sono intrecciati o dissolti.
Utilizzando il titolo di questa quarta tappa, vedo l'Hangar Bicocca come l'anello debole del sistema museale milanese (fragile perchè lontano dal centro, vulnerabile perchè immenso, cagionevole perchè privo dei fondi e sostegni che meriterebbe ecc.) che però si è rivelato forte nel coinvolgere tutti coloro che hanno vissuto questa mostra osservandone la crescita e stimandone la complessità. Speriamo che altri spazi museali, imparino qualcosa.
Senza contare che è previsto per il 28 giugno, un dibattito pubblico tra artisti, curatori e visitatori. Chiara Bertola vuole fortemente questo appuntamento ("... può venire chiunque anche con pomodori e uova in mano.."), per tracciare non tanto dei risultati, ma per registrare quanto le loro intenzioni sono state capite e assimilate.
Non l'ho mai fatto.... un buon motivo per iniziare. Assegno alla mostra ★★★★

21/10/10

La Scultura Italiana del XXI secolo

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Inizia con alcune domande la mostra La Scultura Italiana del XXI secolo, ospitata alla Fondazione Pomodoro fino al 30 gennaio 2011.
- Tentare una nuova definizione della scultura? - Accettare tutto indiscriminatamente? - Far dissolvere la scultura nelle cosiddette 'installazioni' o addirittura nell'architettura?
Dal mio piccolo e remoto angolo, risponderei:
Non occorre tentare di definire la scultura. Non è necessario. Preferisco la 'tentazione' di enucleare ed scovare autentiche opere d'arte.
NON accettare tutto, indiscriminatamente, soprattutto se l'opera non è all'altezza di una tale definizione.
Dissolviamo, dissolviamo.

Zeppa, la Fondazione Pomodoro è pienissima di 'sculture'. Buone, meno buone, e meno meno.
Nell'insieme ci sono opere che valgono la visita. Tra le tante, mi vien da dire, ci sono molti lavori che dimostrano, ancora una volta che l'artista rimane un ottimo artista. Su 80, un pò di nomi (alcuni diranno ...'sempre gli stessi!'): Giuseppe Gabellone, per la fotografia della scala elissoidale del 1997, Gianni Caravaggio, per la lastra di marmo nera, Diego Perrone, per il suo grande insettone dalle piume verdi, Patrick Tuttofuoco, perchè gli diamo la possibilità di crescere ancora, Massimo Kaufmann, per la leggerezza delle sue meteoriti di malinconia, Vedovamazzei, per il tocco di poesia dell'uccellino conficcato con il becco sulla parete, Francesco Simenti, per gli aquiloni, Arcangelo Sassolino, per la grande tanica respirante, Adrian Paci, perchè sembra portare sulle spalle tutto il peso del mondo, Stefano Arienti, per i suoi grandi nidi di carta attorcigliata, Flavio Favelli, per la sua stanza inquietante, Massimo Bartolini, per il budda che gira su sé stesso, Alessandro Piangiamore, per la pietra dorata che non vedrà nessuno, Carla Mattii, per il suo giardinetto che 'waiting for the rain', Bruna Esposito, per il suo piombo super essenziale, Lara Favaretto, per il suo cubo di coriandoli, Maurizio Cattelan, non poteva non esserci, Pierluigi Calignano, e le sue porte decorate, Carlo Bernardini, per il 'corpo organico di luce', Riccardo Previdi, per i suoi multipli, Francesco Arena, per la testina di Lenin dentro alla fodera della giacca...
Per il resto, non ho niente da dire. Certe opere sono veramente imbarazzanti.

Giuseppe Gabellone
Gianni Caravaggio
Vedovamazzei
Riccardo Previdi
Carla Mattii
Arcangelo Sassolino
Pierluigi Calignano
Patrick Tuttofuoco
Diego Perrone
Stefano Arienti
Francesco Arena
Massimo Bartolini
Adrian Paci
Flavio Favelli

Massimo Kaufmann
Carlo Bernardini

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E tutti gli altri...