Ce lo racconta lo stesso Fantin in una email a Cesare Pietroiusti.
La mia collezione è stata definita bellissima. Il tentativo di valutare le non opere con una non-asta (rilanciare senza sborsare realmente) è fallito perché non sono riuscito a sbrogliare l 'impasse che ne è uscito. Si sono sovrapposte valutazioni culturali e quotazioni economiche che hanno originato proposte non omogenee e incoerenti in un generale imbarazzo. Tanto che Raffaella Cortese, non condividendo la mia proposta se n'è andata prima che valutassimo la palla accartocciata di Jonas (ha una mostra di Jonas attualmente nella sua galleria). A un certo punto è toccato al tuo lavoro che avevo racchiuso in una cornice pregiata e che partiva da un base d'asta (questa volta vera, dovendo il tuo pezzo essere realmente venduto per diventare falso e assumere uno statuto consono alla mostra) di 100 € offerta il giorno prima da Stefano Pasquini. Valeria Monti ha rilanciato a 500 e il pubblico si è lasciato trasportare iniziando a rilanciare veramente su Joseph Beuys (80 cartoline per un costo di 130 euro come base d'asta). Poi tutto è stato annullato dal volere popolare. Insomma un gran casino. Peccato veramente che tu non ci sia stato, sono sicuro che avresti risolto la situazione (magari complicandola ulteriormente). Comunque il tuo pezzo non è stato venduto (vale molto di più) e sto cercando di trovare un contesto e uno spazio per organizzare un altro evento. Questa volta non potrai mancare, così come Luigi e Giancarlo.
P.Gilardi, multiplo trovato nella spazzatura 1992
Maurizio Cattelan, la ricchezza siamo noi, 1991
Emilio Fantin didascalia 1996
Da sinistra: Fantin, Gilardi, Mariano, Holzer, Beuys e Jonas
Cesare Pietroiusti, Uno dei 10000 pezzi che se venduti diventano falsi, 2005
***
Photo: Emanuela Ascari
P.Gilardi, multiplo trovato nella spazzatura 1992
Emilio Fantin didascalia 1996
Cesare Pietroiusti, Uno dei 10000 pezzi che se venduti diventano falsi, 2005***
Photo: Emanuela Ascari



bellissima (anche se l'ho sentita solo raccontare dettagliatamente a casabianca ieri)
RispondiEliminacredo che se ne parlerà ancora... anche se io forse sono d'accordo con la Cortese che disse se non mi sbaglio che quelli non erano lavori di altri artisti collezionati da Fantin, ma unicamente una serie di lavori di Fantin stesso.
renetmc
Ma no, io ne ho alcuni identici. Sono di Fantin anche quelli?
RispondiEliminaNon ho capito bene cosa cambia. Voglio dire, un lavoro scartato da Joan Jonas non e' un lavoro di Joan Jonas, e' un lavoro di scarto di Joan Jonas. E se Emilio lo espone come non-lavoro mi sembra ovvio che non sia un lavoro di Emilio. Ovvero e' un non-lavoro di Joan Jonas esposto come tale da Emilio Fantin. Se io lo compro da Emilio a 10.000 euro diventa un lavoro di Emilio? Torna ad essere un lavoro di Joan Jonas? Siccome mi piace moltissimo l'idea dei non-lavori, e io nel 2004 ne avevo raccolto uno di Cattelan (un cucchiaio che lui ha costruito con una forchetta di plastica e della stagnola, per mangiare la zuppa take away cinese), vorrei chiedere ad Emilio per cortesia di firmare la mia copia della REPUBBLICA BOLOGNA a pag. 3 per farlo diventare una non-opera di Emilio, che e' fotografato in primo piano di fianco a un articolo generico su Arte Fiera. La potete visionare qui. Fin dalla loro nascita i musei hanno esposto non-opere, e non-reperti, e un buon esempio recente arriva dal Natural History Museum di Londra che decide di continuare a esporre l'opera che BANKSY aveva appeso illegalmente. Ora quello è un Banksy o un non-Banksy? Un GILARDI nella spazzatura rimane un GILARDI?
RispondiEliminai tuoi non sono di fantin sono tuoi caro norese giusto, se li hai tu sono tuoi... se tu li esponessi allora sono un tuo lavoro!
RispondiEliminal'azione di mostrarli è scelta di fantin che vuole fare una mostra e farsi valutare gli oggetti, sono resti di un lavoro di altri ma solo decidere di mettere quelli e non altri pezzi è il lavoro di fantin, inutili seghe mentali quelle di giancarlo norese che se volesse esporre i suoi reperti di altri artisti non esporrebbe certo dei fantin ma degli oggetti di norese (lavoro o non lavoro che siano).
RispondiEliminacaro stefano
RispondiEliminami son perso La Repubblica . Ma se te la firmo diventa un'opera meglio invece se la fai tu la mia firma.
quante seghe per cercare di definire il proprio movimento di idee... avete bisogno di affermazione da 30 anni e ancora niente...
RispondiEliminasono tutte parole... lanciate al vento come molte provocazioni.
io personalmente penso che anche se ci fossero firme di norese e fantin apposte su ogni oggetto, allora nessuno di questi sarebbe COMUNQUE opera!
HO visto Collezione Fantin: è bellissima davvero. Mi piace l'anonimo che ne ha sentito parlare a Casabianca e se ne è fatto un'idea. Ci sono lavori di cui ho sentito parlare e mi sono molto piaciuti. Collezione Fantin forse fa parte di questa categoria. Forse la cosa più bella della Collezione Fantin è l'idea di portarla a Casabianca.
RispondiEliminaPensando a Collezione Fantin mi è venuto in mente un intervento di Eva Marisaldi: una serie di interviste a persona che collezionavano oggetti di ogni tipo,automobili in miniatura (c'è una rivista apposita che si chiama Quattro Ruotine), soldatini, ecc. Ci sono risvolti psicologici molto interessanti nell'atto del collezionare.
Poi ho pensato a tutte le discussioni fatte con gli amici sul confine tra opera e non-opera. E poi alla relazione tra oggetto d'arte e suo valore economico. E ancora, cose lette su curatori come artisti (perchè in Collezione Fantin l'allestimento ha un ruolo importante).E il ready made? (si possono considerare ready made gli oggetti di Emilio?). E poi, a quanto i bei lavori si portano dietro, al di là delle intenzioni dell'artista stesso. E poi ancora quello che gli oggetti portano con sè, oggetti d'affetto, oggetti proiettivi, oggetti impnotici. E poi,a quanto di un oggetto pensato da un artista, anche se solo una cartolina, o un foglio accartocciato, dell'artista, del mondo dell'arte e del suo sistema questo oggetto porta con sè. E poi ancora, a quanti ragionamenti ci si possono fare attorno.
Volevo fare i miei complimenti all'anonimo che ha cominciato la frase con "quante seghe". Visto il grado di attenzione che pone alle cose, non ho capito bene perche' viene qui a leggere e scrivere.
RispondiEliminaSimone
da LUIGI NEGRO
RispondiEliminaCaro Emilio, io ricordo che subito dopo questo momento congelato dalla foto che Giancarlo ci tirò al volo, tu rischiasti la vita dentro la metropolitana, subito dopo, solo perché con questo cartoccio enorme (e nero) in mano pronunciasti ad alta voce il mio cognome. Questa stupenda mostra che, come hai sottolineato nella lettera a Cesare, non ho visto, è probabilmente una esigenza all'azzeramento che per tutti noi è diventa sempre più urgenza. Questa mostra, sospesa in un margine estetico in cui mi ritrovo moltissimo (perché non ha nulla di nostalgico), mostra come si possa far qualcosa come fosse fatta da nulla, come un uomo nuovo dentro una caverna. Come iniziare a dipingere, quando invece lo si è fatto già in passato e lo si è anche interrotto. Un "lavoro sugli scarti”, ho pensato subito, ma così scientificamente dicotomico con il cafausico “Illustre Scultura Polimaterica”. La questione delle domande non mi appassiona: è opera? è arte? è un lavoro? è immondizia? si vende uno scarto? è morale vendere uno scarto di un lavoro? etc, certo che però me ne vengono alcune. Ricordo, ad esempio i resti (in foto) della performance in cui Joan Jonas, accettando di compiere una sua "performance" contemporaneamente ad una nostra. Ricordo di quel giorno che aveva già molti rimandi: pulivamo e raccoglievamo immondizie. polveri, resti, capelli, viti, spugne, lattine, carte, stracci, terra, un lungo estenuante catalogo che conserviamo ancora (fatto anche di foto) luoghi e oggetti trovati nel palazzo complesso (pur nella sua semplicità architettonica) dello Sculpture Center, mi colpirono molto i sotterranei, così pieni di cose per le quali ci domandavamo, ma questo è uno scarto o è un qualcosa che “serve”, o è un opera? Raccogliemmo tutto per qualche giorno nella sala centrale a formare una scultura casuale (ma molto no) e aspettammo il giorno dopo per rimettere tutto (aiutati dalle mappe che disegnammo) esattamente al loro posto (nella performance la gente poteva seguirci). Quel giorno contemporaneamente Joan Jonas produsse questi resti di carta che appaiono nella tua mano in questa foto, noi invece vicinissimi fisicamente alle sue azioni, eravamo invece lontanissimi esteticamente, sembravamo piuttosto gente della CSI, indagatori delle assicurazioni, ricordo che che J.J. espresse le sue perplessità il giorno dopo, bollando il nostro lavoro come un "vero (sporco?) lavoro". Ecco, forse, tutti noi dovremmo farci pagare il nostro lavoro come un lavoro qualsiasi. Perché se iniziamo a domandarci cosa è l'arte poi dobbiamo chiederci sopratutto: perché cosa NON è arte? (lo so è un "lavoro" di Cesare, lo so... ;) per questo non mi interessano molto le domande (preferisco le atmosfere), perché sono come l'arte, c'é sempre qualcuno che l'ha poste, che l'ha fatte. Il “nuovo” é morto da decenni, la forma é liberata, ma spesso molti fingono di non accorgersene. A me interessano le emozioni, non l’arte, si le emozioni, ma non quelle provocate da una volontà che è il rigurgito mostruoso della società dello spettacolo. Quello che mi interessa della tua mostra è la bellezza, le domande che pone la tua mostra, sono senza risposta, le domande sono la parte non funzionale della mostra, come elemento estetico necessario. Dove farai la prossima mostra dove io e Giancarlo dovremmo venire?
come al solito, ho commesso alcuni errori, mi sono sfuggite intere frasi, e quindi sono rimaste frasi scarto, o forse frasi privilegiate, ma insensate, quindi come scarti. è che non riuscendo a rileggere facilmente, come in questo momento, scrivo e invio, come ora, senza pensarci più. Spero che un minimo si sia compreso di quel che volevo dire..
RispondiEliminavi abbraccio e vi amo tutti
Luigi (Negro)
E le "time capsules" di Andy Warhol sono arte? (sono scatoloni di quello che rimaneva ogni giorno nella factory che i loro assistenti raccoglievano e archiviavano). E se non sono arte, perche' il museo di Pittsburgh le custodisce?
RispondiEliminaNon ci sono soluzioni, perche' non ci sono problemi, non l'ho mica detto io.
Ebbene si, io alla cena c’ero e devo dire che il ricordo più vivo è quello di una straordinaria polenta con i funghi e di un vino rosso amabilissimo (grazie ancora al padrone di casa).
RispondiEliminaPiuttosto che di generale imbarazzo parlerei di mancanza di chiarezza di intenti (troppo scarna la tua presentazione, Emilio) e di conseguente irrimediabile confusione.
Proviamo a fare ordine ?
Vabbeh.
I punti su cui discutere potrebbero essere:
1- cos’è una non-opera ?
2- la mostra era una mostra di non-opere o una mostra di opere di Emilio ?
3- si possono valutare delle non-opere ?
ed ecco le mie risposte:
1- mi piace il post di Stefano Pasquini !!!!!!!!!!!!!!!!!
Se poi volessimo, rispetto ai lavori esposti, potremmo + o – scientificamente, scrivere, in un sistema di assi cartesiani, sulle ascisse FETICCIO e sulle ordinate NON-OPERA e per ognuno dei lavori provare a trovarne la relativa collocazione.
Esagerando potremmo anche osare una matrice tridimensionale aggiungendo il PESO della MODALITA’ INSTALLATIVA di Emilio + Anteo (vedi ad es. il masso volante di Gilardi),
che però non altererebbe lo status di FETICCIO o NON-OPERA, in quanto, per definizione, in questo allestimento Emilio si è posto solo ed esclusivamente come proprietario della raccolta ed Anteo come gallerista, escludendo qualsiasi preciso intento di produzione artistica.
E questo vale anche come mia risposta al punto 2
3 – SI, si possono valutare le NON-OPERE ma non esiste un modello di riferimento, esistono solamente modelli di riferimento per le OPERE.
Allora che fare ?
O ci imbarchiamo nella difficile impresa di elaborare un modello di valutazione di NON-OPERE (http://www.analisiaziendale.it/come_valutare_correttamente_opera_arte_1002201.html in questo link ad es. un modello di valutazione di OPERE ) oppure solo e semplicemente
C O M P E R I A M O
Le non-opere si possono vendere e comperare, come tutto d’altronde (Romae omnia venalia esse_a Roma tutto è in vendita, scriveva già nel I secolo a. C. lo storiografo latino Sallustio).
Fabio Farnè
www.farnespazio.it
2.2.2011 (che bella cifra)
Prendo spunto dalla proposta di Fabio Farnè di collocare le NON-OPERE su assi cartesiani: Emilio ha ragionato sul confine tra opera e non-opera con sottigliezza, e uno dei risultati della mostra che trovo più interessanti è stato proprio il fatto che questo confine non risultasse una linea ma piuttosto uno spessore, un territorio (una qualità di molte forme di confine che spesso ci dimentichiamo di osservare). Infatti ogni non-opera presentata possedeva caratteristiche differenti, sfumature sottili che la facevano collocare a distanze diverse rispetto allo statuto di OPERA: il pezzo di Pietroiusti era esplicitamente presentata come opera in via di "non-operizzazione"; quello del Musée de l'OHM di Chiara Pergola era anch'esso opera ma dimezzata, perchè mancava tutto il contesto di cui era solo un tassello; quello di Beuys forse poteva essere assimilata a un multiplo, come dire un'opera commercialmente "minore"; quello di Jonas era il residuo di un'opera; quello di Muntadas era solo il manifesto che prosentava una mostra; quello di Cattelan non aveva alcun rapporto esplicito con la sua produzione artistica, ma a posteriori vi si inserisce molto bene; e così via fino a quello di Pasquini che non è certo un prodotto dalla sua volontà ma è solo la descrizione di un'opera mancata, e a quello dello stesso Emilio che è solo la didascalia di qualcosa che dobbiamo immaginare. Qui l'opera non c'è o non esiste più, ma noi a questo punto ci ritroviamo ad aver attraversato il guado..
RispondiEliminaMassimo
;) Sì, decisamente sì.
RispondiEliminaApprezzo sia la chiarezza metodologica di Fabio Farnè (convinto, però, che l'operazione di Emilio Fantin non esigesse risposte univoche ma ponesse piuttosto delle domande), sia l'allargamento di orizzonti proposto da Massimo Marchetti.
RispondiEliminaCari amici mi fa molto piacere che le tematiche in questione suscitino interesse e vi ringrazio.
RispondiEliminaDevo confessare che quando ho pensato alla non asta (con cena) mi sono preparato un piccolo testo scritto come promemoria per poter spiegare meglio ai presenti qual ’era la mia intenzione.
Ma più passava il tempo più mi convincevo che il giusto modo di condurre la cosa non poteva essere “lineare”. “Spiegare” la mia proposta significava annullarne la potenzialità.
Tentare di spiegare perché e come valutare una non-opera, avrebbe disinnescato un processo di attivazione logico (e emozionale) che continua ora in questo blog.
Ho lasciato che le cose andassero per il loro verso seguendo i commenti dei miei ospiti, lasciando perdere il testo scritto senza “guidare “ la situazione, con la speranza che le domande, le critiche, i dubbi portassero a una soluzione. Perché io stesso non ne avevo. Visto che si tratta di un paradosso. Uno dei paradossi più semplici se volete, come quello di Epimenide: -io sto mentendo-. Se stai mentendo dici la verità, se stai dicendo la verità menti. Nel caso delle non opere si può tradurre così: -se non vale, vale-. La soluzione per questi e altri tipi di paradosso, consiste nel riconsiderarli fuori dal sistema binario di riferimento (nel caso di Epimenide vero-falso). Nel nostro caso il sistema di riferimento è il mercato dell’arte. Dovremo allora utilizzare un sistema di riferimento diverso che non sia, come quello, finalizzato a una logica di “causa effetto”. Quale sarà? Quel che è certo è che la sua ricerca produce pensiero, estetica, poetica.
Scusate, torno subito.
RispondiEliminaVado a farmi una sega mentale.
Ho letto quà e la le seghe mentali, almeno che siano veloci. C'è semplicemente l'esigenza, più o meno consapevole, di uscire dall'opera, di uscire dalla rappresentazione. Ma non credo si sufficiente mostra non-opere. Siamo sempre all'interno di meccanismi della rappresentazione. Sembra quasi un "vorrei ma in fondo non voglio".
RispondiEliminauna collezione è un insieme in cui il valore di ogni singolo pezzo è aumentato di un valore astratto dato dall'insieme stesso. Ecco perchè una collezione è un paradosso di valori, inestimabile all'infinito,incomunicabile, caleidoscopico,inalienabile se non per opposizione di nuovi astratti valori. Ma è l'economia finanziaria, non l'arte, che ha tra i suoi valori quello della convenienza e dell'assecondamento di ogni desiderio. quindi è sconveniente fare di una collezione un'asta o una non asta, quanto farne un'orgia, o peggio una non-orgia. ecco forse spiegato l'imbarazzo dei presenti. uscire dalla rappresentazione è preoccupazione moderna e non ha niente a che vedere con questa azione che invece si propone fino al paradosso l'interrogazione su quanto sia radicale e strutturato nell'uomo (e non nell'arte) il problema della rappresentazione.Come sempre ci sono un sacco di affermazioni nelle non-cose.
RispondiEliminaCavoli Francesca Marianna tu sei sempre troppo avanti rispetto a noi. Dovrei chiedere a te l'autografo sulla Repubblica per farla diventare una vera non-opera di Fantin.
RispondiEliminami piace...
RispondiEliminala confusione non dimostra affatto che si sta usando male il proprio
tempo, e la sega mentale (vedi gli sforzi fatti, da aristotele a
russell, per risolvere il paradosso di epimenide mentitore citato da
emilio) è prerogativa di menti assai illustri...
un lavoro artistico è interessante quando mette in difficoltà i
meccanismi della sua propria definizione. è tanto più artistico,
quanto più è difficile definirlo come "qualcosa" - quindi anche come
"arte". laddove s-definisce, e mette in difficoltà le categorie
interpretative che gli si stanno applicando, più mi interessa.
altri parlano di arte relazionale, io parlo di arte appiccicosa, a
proposito di quei lavori, che dal loro emergere, creano una specie di
attrazione, di escrescenze filamentose, per cui l'artisticità, non più
isolabile in un oggetto finito, si trasmette, come una muffa, a chi
guarda, al luogo, agli oggetti vicini, ai rapporti in atto,
addirittura al tempo futuro o a quello passato.
ma come la mettiamo con l'economia? che cosa si può comperare, e
quanto vale? cosa mi posso portare a casa? cosa è "tuo", cosa è "mio"?
appunto...
lo scambio economico è, per eccellenza, il luogo della definizione.
quando sappiamo quanto una cosa costa, dove si compra, chi la vende,
allora ci sentiamo a posto. abbiamo risolto tutto e non dobbiamo farci
seghe mentali. al massimo, se costa troppo, non la compriamo.
la (non)asta di emilio (oh, ma siamo sicuri che è proprio sua?) mette
in crisi il paradigma che ci tranquillizza e ci fa credere al mercato
come, in passato, alla grazia o alla punizione di dio. una (non)asta
dove non si sa cosa, e neanche chi, e neanche se, si vende e si
compra... viva la faccia!
per una volta, l'arte, siccome è libera, fa confusione, sbaglia e,
giocando, smonta e disattiva le regole dell'economia.
proprio una bella cena. peccato che non c'ero.
1- sono stato nelle case di molti artisti e sui muri non ho visto appese opere d'arte.
RispondiElimina2- un'opera d'arte è soprattutto un atto mentale, una produzione di pensiero. non si può mica ridurre all'oggetto in cui si concretizza, nel caso si concretizzi in un oggetto. Se così fosse quell'oggetto diventerebbe feticcio, cioè carico di significati estranei all'arte stessa.
3- Emilio ha pensato Collezione Fantin proprio in coincidenza di Artefiera. E non a caso. Un'operazione come questa cambia significato non solo cambiando luogo, ma anche stabilendo connessioni temporali. E non ha esposto oggetti- feticcio. Non c'erano gli occhiali di Kossuth, o la dentiera di Burri.
4 - ha proposto una mostra di non-opere, a Casabianca, una non-galleria.
5 - ha ragione Raffaella Cortese, ha ragione Fabio Farnè. Dicono, Faccio un lavoro serio. Compero lavori firmati, che posso rivendere ad altri. Ma non è paradossale il fatto che nessuno stabilisca una relazione tra denaro (il sistema che usiamo per attribuire valore alle cose) e una valida operazione culturale quale è Collezione Fantin? E nello stesso momento in cui a Artefiera si vendono oggetti-feticcio, oggetti-status symbol, oggetti di decoro per la casa? Gli operatori dell'Arte non dovrebbero essere soprattutto promotori culturali?
6- quando dico che l'arte è soprattutto atto mentale, pensiero, caro Luigi, non escludo per niente che non debba emozionare, essere misteriosa. Anzi, dovevi vedere come ero felice quando abbiamo finito di installare la mostra di Emilio. Ma le emozioni sono innescate da pensieri, consci o inconsci che siano. non scattano mica a vanvera. E il mistero non è un inceppamento del pensiero?
7- provo una grande soddisfazione che per parlare della mostra di Emilio si debba parlare di altro. di cosa è arte e cosa no. della sdefinizione dell'arte stessa, che essendo un concetto storico deve cambiare per forza e se non la sdefiniscono gli artisti stessi, chi altro può farlo? Se per parlare della mostra di Emilio si deve per forza parlare di altro vuol dire che è una mostra interessante.
8 - L'avevo accennato in un intervento precedente, ma nessuno ha raccolto lo spunto. a mio parere Collezione Fantin mette in discussione anche il concetto di ready made e oggetto trovato dei surrealisti. Forse non ne so abbastanza, ma non ricordo nessun altro che abbia esposto non-opere di altri artisti
Non ci siamo stati all' inaugurazione della mostra ma ci piace la collezione Fantin.
RispondiEliminaA noi piacciono le non gallerie.
Ci piacciono gli artisti che hanno un piano e lo sovvertono.
Secondo noi queste azioni mettono in gioco destabilizzano creando confusione ed incertezza producendo cultura
e si allontanano da una staticità programmata noiosa come l'Arte Fiera di Bologna .
Questa è una vera collezione in quanto diminuisce il valore del singolo oggetto e sottolinea il valore dell'insieme degli oggetti.
"gli operatori dell'Arte non dovrebbero essere soprattutto promotori culturali?" Anteo Radovan