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07/03/12

L'istante dilatato di Adrian Paci / kaufmann repetto

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 Dilata un attimo e lo rende assoluto. Adrian Paci espone alla galleria kaufmann repetto, una serie di 16 incisioni con acqua tinta che mostra il volto in ombra di una donna attempata. 
Adrian estrapola pochi istanti da un video che documenta rituali di matrimoni in Albania celebrati nei primi anni '90. Isola un frame e lo incide con piccolissime modifiche di luce e ombra. Da impercettibili movimenti si intuisce che le varie incisioni sono una sequenza. 
Il volto triste e più o meno in ombra di questa donna, assume toni drammatici e molto intensi. Con le incisioni, dentro una teca la poesia albanese di Ndre Mjeda, che narra il dolore e la solitudine di una donna, Lokja. Le parole raccolte nel componimento risuonano nel lavoro, e sembrano suggerite dalla protagonista delle incisioni, creando un contrasto tra il rituale del matrimonio e un senso di isolamento e caducità.

26/01/12

LE OPERE / MOTIVAZIONI / Premio Italia / Maxxi /Roma

ADRIAN PACI
Adrian Paci, The Visitors - Photo: Cecilia Fiorenza
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Adrian Paci
L’esperienza dell’emigrazione, il nomadismo, l’identità, il rapporto tra privato e dimensione collettiva sono le tematiche al centro del lavoro di Adrian Paci artista a albanese, giunto in Italia nel 1992. Le sue opere vanno dalla  scultura alla  fotografia, dal video alle  installazioni, con capacità iconica fuori dal comune. Il suo lavoro è impregnato della  forza poetica del ricordo e della lontananza,  del senso di solitudine e il desiderio che si prova per ciò che si è stati costretti a lasciare. L’artista affronta da una parte un’adesione alla realtà  quasi da reportage, dall’altra una chiara apertura ad una lettura metaforica, che vada oltre il fatto individuale.  Frequente è la riflessione sui temi della casa, del lavoro e  dei vincoli affettivi, intesi sia come valori della vita privata che come argomenti del dibattito sociale. Attraverso le sue opere, Paci costringe a ragionare su cosa voglia dire per ciascuno di noi appartenere a un contesto, su come interagisca la nostra dimensione privata in relazione a tutto quel che ne è esterno, sul rapporto con le radici, non necessariamente sulla condizione di migrante in senso stretto, ma in senso più aperto sul disor
ientamento e sulla fatica ad individuare una propria "casa”.
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LUCA TREVISANI
 
Luca Trevisani, Il dentro del fuori del dentro, Photo: Cecilia Fiorenza
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Luca Trevisani
I suoi lavori comportano lunghe e articolate operazioni di ricerca, Trevisani non teme che siano incapaci di comunicare sensazioni. I suoi lavori hanno spesso riguardato il tema della collettività, indagando gli spazi e le dinamiche della condivisione. Tratta temi che si ispirano a fenomeni naturali, costruendo le sue "sculture" attorno all'idea di flusso, di gorgo: situazioni in cui il confine si perde. Artista mai sazio di nuovi stimoli, attinge liberamente, in modo puntuale e non scontato, alla storia, l'attualità, i testi scientifici, la letteratura. Privo di ossessioni particolari e aperto a incontri imprevedibili, può far entrare ogni cosa nel suo lavoro. Pieno di idee e di sangue freddo, è sicuro di sé. Non dimentica il tema del fallimento: lo esplora nella pratica quotidiana del suo lavoro reinventando i progetti che non lo soddisfano , senza sfuggire alla sensazione di incapacità  che necessariamente ne deriva.
I progetti di Luca Trevisani, mossi da intenzioni poetiche di fondo e sviluppati per sensorialità e sensibilità, mostrano l’attenzione che l’autore capta durante la loro realizzazione. Il residuo, il frammento quale strumento di riattivazione di energie latenti o sopite, liberate attraverso un progetto processuale  induce lo spettatore a sintonizzarsi su di una frequenza evocativa e sospesa.
Tutto è variazione, incessante esplorazione di un ‘grado potenziale della forma’ e in questo senso il fattore strutturale e non lineare risulta strettamente connesso alla costruzione dell’opera, alla sua densità e variabilità.
I suoi interventi sono interstiziali e si connotano per pause, intervalli, possedendo pertanto una loro logicità intuitiva non razionale. Fisicità della materia e allusività sono infatti i due strumenti attraverso cui rendere concreta l’Idea, per dare sostanza a delle visioni che non rappresentano vere utopie ma variabili inespresse, e pertanto semplicemente ancora non verificate, di realtà. Luca Trevisani impiega la destrutturazione del linguaggio con un intento apparentemente perverso: far collassare un mondo ordinato per generare una differente piattaforma di operatività, funzionale ai cambiamenti in atto.
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PATRIZIO DI MASSIMO
 
Patrizio Di Massimo, Una Turandiade Buzziana (in forma di note), 2011 
Still da video-animazione in alta definizione 44 minuti, Courtesy l'artista
Patrizio Di Massimo, Una Turandiade Buzziana (in forma di note), 2011 - Photo: Cecilia Fiorenza
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Patrizio di Massimo
Il lavoro di Patrizio di Massimo rappresenta un unicum in Italia per la sua capacità di fondere un’efficace critica alla storiografia del nostro paese con una sperimentazione linguistica innovativa. Il suo sguardo decostruisce la forma mentis italiana che la narrazione storica ufficiale ha prodotto, mettendo in luce le sue debolezze. A Di Massimo interessa la revisione storica dei fatti nella  relazione tra il linguaggio e la situazione. Attraverso la rivisitazione di alcuni luoghi emblematici della storia dell’arte nel dopoguerra ma soprattutto delle tracce lasciate dal fascismo nella cultura italiana di oggi, Di Massimo si confronta con le modalità subdole con cui si è articolato un certo immaginario collettivo italiano. Analizzando i fatti storici del colonialismo italiano l’artista parla in realtà non solo del passato ma del nostro presente storico e dell’identità nazionale percepita in gran parte come naturale e universale. Nei suoi lavori di Massimo avanza una tesi che non è solo estetica ma una ricerca socio-politica sul ruolo propagandistico del ‘ritorno all’ordine’ delle avanguardie artistiche durante periodi di conservatorismo. Il ricorso al passato come espediente viene svelato da Di Massimo come la strumentalizzazione del fatto storico trasfigurato in un’elaborazione mitologica, falsata per motivi ideologici. 
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GIORGIO ANDREOTTA CALO'
Giorgio Andreotta Calò, senza titolo 2011 - veduta del quartiere Flaminio dalla vetrata del
MAXXI, Roma Foto Simone Settimo
Giorgio Andreotta Calò, attraverso le sue sculture e installazioni e video ha creato opere che si collocano tra la poesia e la politica con un  legame molto stretto  alla questione del paesaggio, alla realtà clandestina dell’uomo. L’artista esplora quasi  ossessivamente i limiti e i confini dello spazio e del corpo nel loro sviluppo nello spazio temporale. I suoi lavori testimoniano il suo modo di affrontare la realtà delle periferie cittadine e la desolazione di alcuni ambienti naturali mettendo in risalto l’insopportabile solitudine dell’animo umano nel contesto sociale e psicologico del nostro tempo.
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La giuria del Premio Italia arte contemporanea 2012 è composta da:
Udo Kittelmann, Direttore Staatliche Museen, Berlin - Luigi Ontani artista - Jessica Morgan curatore Tate Modern, Londra - Elena Filipovic curator at WIELS Contemporary Art Center in Brussels - Anna Mattirolo, Direttore MAXXI Arte

ha selezionato i 4 finalisti del Premio Italia: Giorgio Andreotta Calò (proposto da Chiara Parisi, Direttore Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière), Patrizio Di Massimo (proposto da Francesco Manacorda, Direttore Artistico della Tate Liverpool), Adrian Paci (proposto da Cristiana Perrella, curatore indipendente) e Luca Trevisani (proposto da Andrea Bruciati, Direttore artistico della Galleria comunale d’arte di Monfalcone)

Gli artisti sono stati scelti tra le 15 candidature proposte da otto direttori e curatori delle maggiori istituzioni di arte contemporanea italiani ed europei:

Lorenzo Benedetti, Direttore del Art Centre di Vleeshal, Middelburg (NL) - Chiara Parisi, Direttore Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière (FR) - Alessandro Rabottini, Curatore GAMEC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo - Andrea Bruciati, Direttore artistico della Galleria comunale d’arte di Monfalcone - Irene Calderoni, Dipartimento curatoriale  della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Francesco Manacorda, Direttore Artistico Tate Liverpool - Cristiana Perrella, curatore indipendente - Mario Codognato curatore Museo MADRE, Napoli

La giuria decreterà poi il vincitore, valutato anche sulla base dell’opera realizzata per il museo. All’artista vincitore verrà dedicato un catalogo monografico su tutto il suo percorso artistico, in edizione bilingue, e la sua opera verrà acquisita nella collezione del MAXXI.

21/10/10

La Scultura Italiana del XXI secolo

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Inizia con alcune domande la mostra La Scultura Italiana del XXI secolo, ospitata alla Fondazione Pomodoro fino al 30 gennaio 2011.
- Tentare una nuova definizione della scultura? - Accettare tutto indiscriminatamente? - Far dissolvere la scultura nelle cosiddette 'installazioni' o addirittura nell'architettura?
Dal mio piccolo e remoto angolo, risponderei:
Non occorre tentare di definire la scultura. Non è necessario. Preferisco la 'tentazione' di enucleare ed scovare autentiche opere d'arte.
NON accettare tutto, indiscriminatamente, soprattutto se l'opera non è all'altezza di una tale definizione.
Dissolviamo, dissolviamo.

Zeppa, la Fondazione Pomodoro è pienissima di 'sculture'. Buone, meno buone, e meno meno.
Nell'insieme ci sono opere che valgono la visita. Tra le tante, mi vien da dire, ci sono molti lavori che dimostrano, ancora una volta che l'artista rimane un ottimo artista. Su 80, un pò di nomi (alcuni diranno ...'sempre gli stessi!'): Giuseppe Gabellone, per la fotografia della scala elissoidale del 1997, Gianni Caravaggio, per la lastra di marmo nera, Diego Perrone, per il suo grande insettone dalle piume verdi, Patrick Tuttofuoco, perchè gli diamo la possibilità di crescere ancora, Massimo Kaufmann, per la leggerezza delle sue meteoriti di malinconia, Vedovamazzei, per il tocco di poesia dell'uccellino conficcato con il becco sulla parete, Francesco Simenti, per gli aquiloni, Arcangelo Sassolino, per la grande tanica respirante, Adrian Paci, perchè sembra portare sulle spalle tutto il peso del mondo, Stefano Arienti, per i suoi grandi nidi di carta attorcigliata, Flavio Favelli, per la sua stanza inquietante, Massimo Bartolini, per il budda che gira su sé stesso, Alessandro Piangiamore, per la pietra dorata che non vedrà nessuno, Carla Mattii, per il suo giardinetto che 'waiting for the rain', Bruna Esposito, per il suo piombo super essenziale, Lara Favaretto, per il suo cubo di coriandoli, Maurizio Cattelan, non poteva non esserci, Pierluigi Calignano, e le sue porte decorate, Carlo Bernardini, per il 'corpo organico di luce', Riccardo Previdi, per i suoi multipli, Francesco Arena, per la testina di Lenin dentro alla fodera della giacca...
Per il resto, non ho niente da dire. Certe opere sono veramente imbarazzanti.

Giuseppe Gabellone
Gianni Caravaggio
Vedovamazzei
Riccardo Previdi
Carla Mattii
Arcangelo Sassolino
Pierluigi Calignano
Patrick Tuttofuoco
Diego Perrone
Stefano Arienti
Francesco Arena
Massimo Bartolini
Adrian Paci
Flavio Favelli

Massimo Kaufmann
Carlo Bernardini

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E tutti gli altri...





23/04/10

Me ne sto in superficie - Massimo Grimaldi


Di Massimo apprezzo l’ostinazione. La maniacalità con cui ribadisce il volerci far riflettere sulla natura di ciò che chiamiamo ‘arte’. Non so se ci riesce spesso. Di lui mi attrae questa assoluta perfezione e piglio scientifico. Mi attrae e allo stesso tempo mi respinge: perché ostinarsi a farci capire cosa è da considerare ‘arte’? Perché sconvolgerci con le immagini a ‘doppio’ taglio dei suoi pics? (discreta newsletter che l’artista manda via email a curatori, amici ecc.) Occhi enormi che ci guardano da una profonda Africa, nera e agghiacciante. Ma anche paesaggi incantevoli, farfalle, cime di alberi assolate mischiate a gambe con protesi, teli di plastica insanguinati, flebo e arti mozzati.
Io penso che me ne starò in ‘superficie’, per cogliere la bellezza che alla fine avvolge e, al tempo stesso, dissimula la sua profondità concettuale. La mostra alla galleria Zero... è una scatola perfetta, e perfettamente attaccabile sul piano etico, che si comprende pienamente in superficie. Ad un certo punto, presa la palla al balzo, mi sono accodata con Edoardo Bonaspetti al giro di spiegazioni (bizzarre ma efficaci) di uno degli assistenti di galleria. Un iniziale coinvolgimento emotivo: come non esserlo vedendo due bambine gioiose mentre, alla faccia del ‘chi siete e cosa volete’, giocavano con un mazzo di carte mangiando dei biscotti. Alle spalle due immagini: Mariem Before The Image ‘Rubine’ e Daba Before The Image ‘Magnesia’. Un iniziale raccapriccio per le immagini in loop nei due schermi mac. Una doppia immagine di un fan del leader dei Tokio Hotel: volto di un ragazzino ibridato con quello di Bill Kaulitz?
Un lavoro più di altri mi ha colpito: Ryszard Kapuściński Lights. Nome impronunciabile di un giornalista polacco che ha militato per tutta la vita facendo reportage da tutti i territori in via di sviluppo ecc ecc. (wikipedia). L’installazione ha dell’enigmatico, almeno per me. Tecnicamente: “consiste nel cieco e perpetuo scorrimento verticale e nella semirotazione di due luci montate su
guide lineari dal movimento a cremagliera”. Come effetto, se vista da un certo punto di vista, si aveva la semplice sensazione di trovarsi davanti ad una parete illuminata da dietro con luce fissa. Girandoci attorno, invece, ci scopriva che le luci erano mobili, ma come effetto diffondevano una luce ferma. Ultimo lavoro: una cassa acustica da cui, ogni 10 minuti, si sentiva un brano da una playlist. La selezione musicale risale ad un periodo molto triste dell’artista nei primi anni ’90. L’ho trovato un lavoro ‘umano troppo umano’ che mi ha rivelato un Massimo decisamente intimista...

Chi c'era?
Mariuccia Casadio e Massimo Grimaldi, Elena Tavecchia e Simone Menegoi, Flavio Del Monte, Andrea Balestrero e Annalisa Rosso
Marco Magni, Paola Manfrin, Stefano Arienti e Luca Cerizza, Adrian Paci
Francesca Kaufmann, Maurizio Cattelan e Caroline Corbetta , Milovan Farronato con Sissi, Luca Vitone
Giulio Frigo, Marcello Maloberti, Filipa Ramos e Angela Vettese, Edoardo Bonaspetti
Corrado Beldì e Marco Tagliafierro, Francesca Pasini, Massimo Grimaldi e Farid Rahimi, Giovanna Silva e Cosimo Pichierri
Luciana Rappo, Francesca Di Nardo, Ettore Favini e Samuele Menin, Antonio Rovaldi