30/06/11
29/06/11
unFLOP: 'not (just) a new art and fashion magazine'


Honza Zamojski
Non inquina, non fa informazione, non fa distinzioni tra 'sistema arte' 'sistema moda', non vuole ripetersi, non vuole nè scioccare nè passare inosservata. La sfilza dei 'non' accompagna la scoperta del primo numero di unFLOP ...'not (just) a new art and fashion magazine'. Incontro Daniele Perra - editor con Giovanni Apone della rivista semestrale - che, senza tanti giri di parole, alla domanda "Perchè un altro magazine moda/arte/cultura?", ribatte: "Ti risponderei con la domanda che ci siamo posti. C'è una rivista che vorremmo conservare nella nostra libreria? No. L'abbiamo fatta. E l'abbiamo fatta 100% eco-friendly".
Le parole che utilizza di più per presentarla sono: approfondimento, scoperta e materiali inediti. Guardo la lista dei contenuti e, in effetti, di ricerca ne hanno fatta molta. Martha Rosler è presente con dei testi inediti: con la trascrizione delle registrazioni compiute dall'artista ad una serie di immigrati (progetto esposta alla GAM di Torino). Ci sono dei talenti semisconosciuti ma fondamentali come Ivàn Zulueta: figura leggendaria del cinema sperimentale spagnolo degli anni '70. Una loro contributor, Lorenza Pignatti, ha intervistato uno dei protagonisti della scena artistica polacca, Honza Zamojski. Altra scoperta 'di nicchia', il fotografo e artista americano Jared French. Stavo tralasciando l'artista che apre le scene di unFLOP, Nico Vascellari che per la pubblicazione ha aperto il suo studio per rivelare oggettini, cimeli, LP, figurine, bottini di viaggio ... e non ultime, le sue opinioni in materia di vinyl, sex and passion.
Hanno 'scavato', studiato e viaggiato per dar vita ad un contenitore 'senza scadenza' o meglio, a lunga conservazione visto che l'intenzione è proprio di rendere il magazine una sorta di 'libro d'artista' (prima edizione: tiratura 2500 copie). In questo numero - impacchettato dentro una scatola di cartone serigrafata con un'esplosione di Vascellari - c'è anche un vinile sempre realizzato dall'artista con la performance sonora di tal Tiberio che simula lo scoppio delle bombe con la propria voce (tra le altre tracce).
Arte ma anche e sopratutto moda. unFLOP riscopre una grande stilista come Mariuccia Mandelli alias Krizia: fashion designer che negli anni '80 ha creato abiti scultorei e forieri di tante bizzarre idee, oggi spacciate per 'novità' (penso ai continui ritorni dell'animalier...). Servizi di moda imprevedibili, connotati da un alta dose di consapevolezza sul tuttovisto-tuttodigerito; Sesso e politica; unisex > 'non sono nè donna nè uomo, sono e basta'; palestre polacche come set; chador, ventaglio e sombrero, tutti stagione p/e reinterpretati da Elèna Nemkova ecc. ecc.
Hanno 'scavato', studiato e viaggiato per dar vita ad un contenitore 'senza scadenza' o meglio, a lunga conservazione visto che l'intenzione è proprio di rendere il magazine una sorta di 'libro d'artista' (prima edizione: tiratura 2500 copie). In questo numero - impacchettato dentro una scatola di cartone serigrafata con un'esplosione di Vascellari - c'è anche un vinile sempre realizzato dall'artista con la performance sonora di tal Tiberio che simula lo scoppio delle bombe con la propria voce (tra le altre tracce).
Arte ma anche e sopratutto moda. unFLOP riscopre una grande stilista come Mariuccia Mandelli alias Krizia: fashion designer che negli anni '80 ha creato abiti scultorei e forieri di tante bizzarre idee, oggi spacciate per 'novità' (penso ai continui ritorni dell'animalier...). Servizi di moda imprevedibili, connotati da un alta dose di consapevolezza sul tuttovisto-tuttodigerito; Sesso e politica; unisex > 'non sono nè donna nè uomo, sono e basta'; palestre polacche come set; chador, ventaglio e sombrero, tutti stagione p/e reinterpretati da Elèna Nemkova ecc. ecc.
Chiedo a Daniele cosa distingue unFLOP da tutte le altre riviste che si occupano di moda e arte?
"Ogni numero invitiamo un artista a realizzare il package e un vinile, fatto in esclusiva per noi. Il termine rivista per unFLOP paper sembra un po' limitante, trattandosi di un progetto editoriale complesso e ambizioso. Non è un magazine d'informazione ma di approfondimento. Osserviamo l'arte con gli occhi della moda e viceversa osserviamo la moda con gli occhi dell'arte. E' una bella sfida. La risposta positiva al primo numero ci sta dando ragione."
"Ogni numero invitiamo un artista a realizzare il package e un vinile, fatto in esclusiva per noi. Il termine rivista per unFLOP paper sembra un po' limitante, trattandosi di un progetto editoriale complesso e ambizioso. Non è un magazine d'informazione ma di approfondimento. Osserviamo l'arte con gli occhi della moda e viceversa osserviamo la moda con gli occhi dell'arte. E' una bella sfida. La risposta positiva al primo numero ci sta dando ragione."
E per quanto riguarda il prezzo? Ben 35 euro.
"Il prezzo non si può considerare 'popolare'. Perchè spendere 35 euro per unFLOP paper? Se pensi che insieme alla rivista, avrai un'edizione limitata di un package e di un vinile realizzati in esclusiva da un artista, il prezzo è più che popolare. Chi compra unFLOP paper, compra anche un progetto d'arte."
Dimenticavo l'ultimo 'non', molto importante. Le 'penne' di questo primo numero non sono anonimi scribacchini alle prime armi, nè tanto meno gente improvvisata che sproloquia sul + o -. Rogers Salas (El Pais), Ana Finel Honigman (critica d'arte e di moda, Berlino), Emmanuelle Lequeux (Le Monde), Lorenza Pignatti (D, La Repubblica) ecc. ecc.
"Il prezzo non si può considerare 'popolare'. Perchè spendere 35 euro per unFLOP paper? Se pensi che insieme alla rivista, avrai un'edizione limitata di un package e di un vinile realizzati in esclusiva da un artista, il prezzo è più che popolare. Chi compra unFLOP paper, compra anche un progetto d'arte."
Dimenticavo l'ultimo 'non', molto importante. Le 'penne' di questo primo numero non sono anonimi scribacchini alle prime armi, nè tanto meno gente improvvisata che sproloquia sul + o -. Rogers Salas (El Pais), Ana Finel Honigman (critica d'arte e di moda, Berlino), Emmanuelle Lequeux (Le Monde), Lorenza Pignatti (D, La Repubblica) ecc. ecc.
28/06/11
IO FIRMO, TU? Sosteniamo la Rijksakademie di Amsterdam
Cara Elena,
Ti scrivo per chiederti di sostenere e divulgare questa petizione a sostegno della Rijksakademie.
La mia esperienza alla Rijksakademie di Amsterdam e’ stata fondamentale per lo sviluppo del mio lavoro, in termini di qualita’, opportunita’ e scambio.
La nuova politica olandese ha deciso di tagliare i fondi pubblici per il supporto della Rijksakademie e di molte altre realta’ artistiche in Olanda. Sono ormai 4 anni che vivo qui e credo che il modello di supporto alla ricerca artistica, debba essere di esempio a molti paesi, come l’Italia. Credo che la Rijksakademie sia un’opportunita’ per molti artisti internazionali e soprattutto italiani.
E’ una realta’ che promuove la pura ricerca, a discapito di leggi di mercato dell’arte, un atteggiamento molto raro e prezioso, che va tutelato. Ti chiedo quindi di aiutarmi a divulgare la petizione che spero potra’ ostacolare la chiusura di questa storica istituzione.
Chiedo a tutti di firmare qui: http://www.change.org/petitions/Ti scrivo per chiederti di sostenere e divulgare questa petizione a sostegno della Rijksakademie.
La mia esperienza alla Rijksakademie di Amsterdam e’ stata fondamentale per lo sviluppo del mio lavoro, in termini di qualita’, opportunita’ e scambio.
La nuova politica olandese ha deciso di tagliare i fondi pubblici per il supporto della Rijksakademie e di molte altre realta’ artistiche in Olanda. Sono ormai 4 anni che vivo qui e credo che il modello di supporto alla ricerca artistica, debba essere di esempio a molti paesi, come l’Italia. Credo che la Rijksakademie sia un’opportunita’ per molti artisti internazionali e soprattutto italiani.
E’ una realta’ che promuove la pura ricerca, a discapito di leggi di mercato dell’arte, un atteggiamento molto raro e prezioso, che va tutelato. Ti chiedo quindi di aiutarmi a divulgare la petizione che spero potra’ ostacolare la chiusura di questa storica istituzione.
Francesca Grilli
25/06/11
Factum - Candice Breitz: Vite in tandem

Identità speculari alla mostra Factum di Candice Breitz alla galleria kaufmann repetto. L'artista ha ripreso una serie di gemelli monozigoti nello stesso ambiente, con gli stessi abiti e ponendo loro lo stesso tipo di domande. Affiancando le riprese dei due gemelli ha ottenuto l'effetto surreale di sentire la 'stessa' persona, mentre si contraddice, mente o esprime visione distorte delle realtà. Fissare due persone identiche, in una sorta di fitto dialogo tra loro, induce a compiere più di una riflessione sui temi quali l' identità, la percezione dell'altro, le ideosincrasie e i paradossi di vivere accanto ad un proprio simile (a prescindere che sia un gemello). La cosa avvincente dell'intero progetto, al di là dalle singole opere, è notare come due diverse identità, affiancate in questo modo, diano la sensazione che a parlare fosse la stessa persona. Come se, messo di fronte allo specchio, l'individuo parlasse di sè e del suo sfuggevole doppio.
La mostra, che merita sicuramente una visita per la complessità dell'opera, mette in atto una coinvolgente orchestarazione di flussi di coscienze, di confessioni a ruota libera, di narrazioni intime o spassionate. Franche e spesso senza filtri, sorelle e fratelli raccontano l'importanza della lontanza, la necessità di essere legati, la voglia di emanciparsi dal proprio doppio o il bisogno di averlo sempre vicino.
Nella piccola project-room della galleria, The Chapter (2011) il ritratto collettivo girato con i bambini di una scuola di Bombay. A turni, ad ogni alunno è stato chiesto di descrivere una serie di protagonisti di film prodotti a Bollywood. Questi film avevano come protanisti dei bambini alle prese con svariate avventure. L'effetto, sentendoli raccontare con parole semplice e dirette, era che ognuno a proprio modo si identifica con valori, idee, bisogni dei vari protagonisti. Nel loro piccolo, già 'guastati' da una cultura omologata che spegne, inevitabilmente, l'immaginazione individuale.
Nella piccola project-room della galleria, The Chapter (2011) il ritratto collettivo girato con i bambini di una scuola di Bombay. A turni, ad ogni alunno è stato chiesto di descrivere una serie di protagonisti di film prodotti a Bollywood. Questi film avevano come protanisti dei bambini alle prese con svariate avventure. L'effetto, sentendoli raccontare con parole semplice e dirette, era che ognuno a proprio modo si identifica con valori, idee, bisogni dei vari protagonisti. Nel loro piccolo, già 'guastati' da una cultura omologata che spegne, inevitabilmente, l'immaginazione individuale.

24/06/11
23/06/11
Storia d'Italia con le opere d'arte: il libro di Pietromarchi


Ieri sono stata alla presentazione di Italia in Opera - La nostra identità attraverso le arti visive. Ricca la parterre di artisti invitati a commentare il loro inserimento nel libro, fresco di stampa, di Bartolomeo Pietromarchi. L'autore, presentato da Gabi Scardi, ha esordito chiarendo l'importanza di 'tornare' a parlare delle opere e non tanto degli artisti. In effetti, sfogliando il piccolo saggio (non l'ho ancora letto) è evidente che Pietromarchi ha compiuto un'approfondita ricerca su una selezione di opere ragruppandole in 4 grandi temi: Italiano antitaliano, Figure del Belpaese, In tempo reale e A futura Memoria. L'ambizione è quella di raccontare gli ultimi cinquant'anni di storia italiana attraverso una ricca selezione di opere che vanno dai grandi Pistoletto, De Dominicis, Boetti, Fabro, per passare ai middle Arienti, Vedovamazzei, Cattelan, Pivi, Cingolani... fino alle ultime generazioni. I discorsi hanno avuto inizio con il tema dell'IDENTITA'. Alcuni estratti che ricordo a memoria...
Prende parola la coppia Mocellin/Pellegrini che racconta come nel tempo la loro ricerca artistica abbia approfondito temi come la famiglia, i rapporti affettivi, le idiosincrasie e le derive psicologiche del loro rapporto. "Abbiamo cercato di affrontare temi che per molti versi sono principalmente nostri ma che rispecchiassero anche delle realtà molto più generali. (..) Lavoro e vita molto spesso si sono accavallate, penso all'adozione di nostra figlia vietnamita. Un'esperienza che ci ha fatto riflettere sull'importanza di crescere in un paese straniero; sui temi dell'integrazione e dell'identità". Il microfono passa ad Adrian Paci che racconta la sua venuta in Italia quando era poco più che ventenne. Ricorda il suo sentirsi un pesce fuor d'acqua, non solo per il fatto di essere albanese, ma anche per la sua formazione artistica, molto incentrata su un percorso storico legato alla pittura. Nel suo caso, inevitabile la scelta di temi come l'integrazione e il nomadismo. Emozionante e particolarmente sentito l'intervento di Marcello Maloberti che inizia citando Luciano Fabro, suo insegnante all'Accademia. Ricorda quando Fabro raccontava che gli italiani devono avere qualcosa di strano vista la morfologia del nostro paese ;). Riprendendo quello che diceva Paci, sul fatto di provenire da un zona eccentrica come l'Albania, anche lui, ha vissuto la tensione centro/periferia visto che proviene dal piccolo paese di Codogno. Molte delle sue opere iniziano proprio raccontando dimensioni famigliari, 'di paese'... e cita l'opera della nonna sotto il tavolo o l'impressione che gli fece vedere un barbiere a Milano che tagliava i capelli lungo una strada.
Ora tocca a Diego Perrone che, incalzato dalla Scardi sull'opera 'Totò Nudo', racconta di come sia abbastanza naturale per un artista italiano dare voce a un'identità soprattutto nostrana. "Totò era un principe e al tempo stesso un personaggio molto popolare. Ho deciso di metterlo a nudo in un contesto naturale perchè, per molti versi, era significativo e risultava molto più fragile in contatto diretto con al natura" Ritiene poi che il libro di Pietromarchi è importante per raccontare le tante esperienze artistiche italiane, in quanto parla delle opere e non il percorso - spesso generico - degli artisti. Il suo intervento, brevissimo, si è chiuso raccotando brevemente l'esperienza che ha compiuto l'estate scorsa con Christian Frosi in giro per l'Italia. Hanno scoperto l'energia pulsante delle periferie italiane: "Molti artisti decidono di restare in periferia non 'subendola', ma assorbendone la forza propulsiva. Per molti versi stare lontano dal 'centro' è molto positivo per la produzione delle opere".
Inizia parlando del Giro d'Italia e quanto questo evento sportivo lo abbia colpito nei primi anni '90 Matteo Rubbi. L'artista racconta la gestazione della sua opera l''Italia in cerchio', opera composta da 17 giochi da tavolo, che ne rappresentano le diverse tappe. Rubbi racconta di come quest'opera, tuttora in progress, gli ha dimostrato come l'Italia ha una geografia, una morfologia molto umorale, informe, indefinibile.
Crispino dei Vedovamazzei esordisce dicendo quanto il 'fallimento' nella carriera di un artista sia positvo. "I periodi fallimentari sono sicuramente proficui per un artista; sono come dei periodi di riposo dove può pensare e riflettere in tutta tranquillità!" Prede parola anche Stella che si dice felice che l'autore abbia scelto una delle prime opere prodotte dai Vedovamazzei nel 1992, 'Radiografie'. L'opera, che consiste nel dipinto di una radiografia di Pinocchio, esprime meglio di altre la ricerca che da sempre affronta la coppia di artisti: le icone popolari, i vizi e le virtù degli italiani, il loro essere tragicomici, passionali-paradossali.
L'ultimo intervento è di Stefano Arienti che, invece di parlare del suo lavoro, sottolinea l'importanza di raccontare attraverso i libri le tante esperienze artistiche del panorama italiano, spesso lacunoso e privo di libri che ne documentino la storia recente. Cita due casi di artisti di cui si sa molto, ma si legge molto poco: Gino De Dominicis e Alberto Garutti. Entrambi figure importanti e decisivi per molte generazioni di artisti, ma di cui non ci sono libri o saggi che ne presentino, raccontino e testimoniano la storia professionale.
Prende parola la coppia Mocellin/Pellegrini che racconta come nel tempo la loro ricerca artistica abbia approfondito temi come la famiglia, i rapporti affettivi, le idiosincrasie e le derive psicologiche del loro rapporto. "Abbiamo cercato di affrontare temi che per molti versi sono principalmente nostri ma che rispecchiassero anche delle realtà molto più generali. (..) Lavoro e vita molto spesso si sono accavallate, penso all'adozione di nostra figlia vietnamita. Un'esperienza che ci ha fatto riflettere sull'importanza di crescere in un paese straniero; sui temi dell'integrazione e dell'identità". Il microfono passa ad Adrian Paci che racconta la sua venuta in Italia quando era poco più che ventenne. Ricorda il suo sentirsi un pesce fuor d'acqua, non solo per il fatto di essere albanese, ma anche per la sua formazione artistica, molto incentrata su un percorso storico legato alla pittura. Nel suo caso, inevitabile la scelta di temi come l'integrazione e il nomadismo. Emozionante e particolarmente sentito l'intervento di Marcello Maloberti che inizia citando Luciano Fabro, suo insegnante all'Accademia. Ricorda quando Fabro raccontava che gli italiani devono avere qualcosa di strano vista la morfologia del nostro paese ;). Riprendendo quello che diceva Paci, sul fatto di provenire da un zona eccentrica come l'Albania, anche lui, ha vissuto la tensione centro/periferia visto che proviene dal piccolo paese di Codogno. Molte delle sue opere iniziano proprio raccontando dimensioni famigliari, 'di paese'... e cita l'opera della nonna sotto il tavolo o l'impressione che gli fece vedere un barbiere a Milano che tagliava i capelli lungo una strada.
Ora tocca a Diego Perrone che, incalzato dalla Scardi sull'opera 'Totò Nudo', racconta di come sia abbastanza naturale per un artista italiano dare voce a un'identità soprattutto nostrana. "Totò era un principe e al tempo stesso un personaggio molto popolare. Ho deciso di metterlo a nudo in un contesto naturale perchè, per molti versi, era significativo e risultava molto più fragile in contatto diretto con al natura" Ritiene poi che il libro di Pietromarchi è importante per raccontare le tante esperienze artistiche italiane, in quanto parla delle opere e non il percorso - spesso generico - degli artisti. Il suo intervento, brevissimo, si è chiuso raccotando brevemente l'esperienza che ha compiuto l'estate scorsa con Christian Frosi in giro per l'Italia. Hanno scoperto l'energia pulsante delle periferie italiane: "Molti artisti decidono di restare in periferia non 'subendola', ma assorbendone la forza propulsiva. Per molti versi stare lontano dal 'centro' è molto positivo per la produzione delle opere".
Inizia parlando del Giro d'Italia e quanto questo evento sportivo lo abbia colpito nei primi anni '90 Matteo Rubbi. L'artista racconta la gestazione della sua opera l''Italia in cerchio', opera composta da 17 giochi da tavolo, che ne rappresentano le diverse tappe. Rubbi racconta di come quest'opera, tuttora in progress, gli ha dimostrato come l'Italia ha una geografia, una morfologia molto umorale, informe, indefinibile.
Crispino dei Vedovamazzei esordisce dicendo quanto il 'fallimento' nella carriera di un artista sia positvo. "I periodi fallimentari sono sicuramente proficui per un artista; sono come dei periodi di riposo dove può pensare e riflettere in tutta tranquillità!" Prede parola anche Stella che si dice felice che l'autore abbia scelto una delle prime opere prodotte dai Vedovamazzei nel 1992, 'Radiografie'. L'opera, che consiste nel dipinto di una radiografia di Pinocchio, esprime meglio di altre la ricerca che da sempre affronta la coppia di artisti: le icone popolari, i vizi e le virtù degli italiani, il loro essere tragicomici, passionali-paradossali.
L'ultimo intervento è di Stefano Arienti che, invece di parlare del suo lavoro, sottolinea l'importanza di raccontare attraverso i libri le tante esperienze artistiche del panorama italiano, spesso lacunoso e privo di libri che ne documentino la storia recente. Cita due casi di artisti di cui si sa molto, ma si legge molto poco: Gino De Dominicis e Alberto Garutti. Entrambi figure importanti e decisivi per molte generazioni di artisti, ma di cui non ci sono libri o saggi che ne presentino, raccontino e testimoniano la storia professionale.
Buona lettura!
Bartolomeo Pietromarchi
ITALIA IN OPERA - La nostra identità attraverso le arti visive
Bollati Boringhieri - 16 euro
ps. avrei scelto un'altra copertina, ma de gustibus...
21/06/11
ZimmerFrei al Mambo > Campo Largo
ZimmerFrei - Campo Largo
A cura di Stefano Chiodi
Spazi vuoti, stanze libere e campi larghi. Luoghi, set, scenografie dove si muovono figure, animali e umane, dove esplodono scenari sottratti alla realtà. La mostra che ZimmerFrei ha realizzato al MAMbo di Bologna, è la sintesi di un percorso che dura da più di dieci anni e che ha trascinato il gruppo negli ambiti più disparati del linguaggio, facendoli approdare in una terra sospesa a metà fra lo spazio e il tempo, in un campo largo di vedute, suoni, allegorie.
Ogni lavoro presentato è una fessura aperta sul reale, che ci invita ad aprire lo sguardo, senza nessuna precauzione. Cominciamo da un indizio, la serie dei Panorami che il gruppo ha realizzato in diverse città europee, e in cui viene catturata quella bidimensionalità del tempo che appartiene al piano misterioso dei fenomeni e del reale. E’ un tempo affilato e rallentato che si sovrappone a quello in velocità, grazie alla tecnica del time-lapse, che comprime in pochi minuti il materiale girato in un’intera giornata.
Basta superare la parete centrale che reca il titolo della mostra, ‘Campo largo’ per cadere nella trappola di una rete sospesa a mezz’aria dentro allo spazio principale del museo. Non è più stanza, né luogo, né spazio. È un paesaggio, la Radura, dove è possibile ritagliarsi un momento intimo e solenne. La rete cala dal soffitto, formando dolci onde, e proiettando ombre di luce violacea a terra, cadenzate dal suono lontano di cinque carillon. È un deserto onirico, che s’impone all’improvviso contenendo tutto ciò che le sta sotto e intorno. Così, ci si può abbandonare alla visione delle altre opere dislocate nello spazio espositivo, mantenendo un legame affettivo con lo spazio simbolico ed esperienziale creato dalla rete. Compiere un giro a 360° con la mano tesa sugli occhi ed esplorare, ascoltare altre voci, altri rumori, altri paesaggi rubati.
Non sono soltanto i sensi, ma è la memoria che si attiva, il ricordo, la percezione di un deja vou e di un deja entendu. E’ il caso di 'Senza Titolo (di un Dio minore)', dove un vecchio registratore a bobine riproduce un’intercettazione telefonica di due soggetti: A e B. Due potenti, due notabili che, nella loro lunga conversazione, ci raccontano qualcosa sulle dinamiche più intime del potere, ed è automatico associare il dialogo ad uno dei tanti letti in questi anni sulla stampa.
Con lo stesso realismo, meno sarcastico, ma altrettanto pungente, guardiamo il video LKN Confidential girato a Bruxelles in un’unica strada, di cui vengono messe in luce le relazioni, i conflitti, il quotidiano, i commerci, la fragilità umana.
Passando attraverso una tenda di corde colorate, simile a quelle dei vecchi negozi di alimentari, e strisciando come un’automobile quando passa sotto i cilindri che spruzzano acqua, ci si sposta nell’ala sinistra del museo, dove una serie di fotografie giace appoggiata a terra, quasi per caso, con due soggetti ricorrenti: foto di famiglie ebree a Coney Island, sullo sfondo della ruota panoramica dello storico Luna Park, da un lato, e pecore e pastori della periferia romana, dall’altro. Scenari contrapposti, con una certa decadenza ricorrente che ipnotizza e ci fa entrare dentro alle immagini quasi fossero vive, come se potessimo accarezzare una pecora, o togliere il cappello al padre di famiglia ebreo…
Non manca la foto stereoscopica sonorizzata, o il tavolo di lavoro degli ZimmerFrei che accoglie (oltre al sudore di anni di fatica!) anche una vasta documentazione su Stop Kidding, un video mandato in onda su Blob nel 2002 e selezionato per la Biennale di Venezia dello stesso anno.
Insomma, qui dentro c’è proprio tutto: consapevolezza politica, rigore artistico, valore socio culturale, aggressività intellettuale e tantissima sensibilità.
C’è anche un buco, uno spioncino che collega il mondo di ZimmerFrei con il mondo esterno, sulla facciata del Museo.
Gli Zimmerfrei hanno i piedi per terra, anche se si divertono a farci vedere volare le pecore.
A cura di Stefano Chiodi
Spazi vuoti, stanze libere e campi larghi. Luoghi, set, scenografie dove si muovono figure, animali e umane, dove esplodono scenari sottratti alla realtà. La mostra che ZimmerFrei ha realizzato al MAMbo di Bologna, è la sintesi di un percorso che dura da più di dieci anni e che ha trascinato il gruppo negli ambiti più disparati del linguaggio, facendoli approdare in una terra sospesa a metà fra lo spazio e il tempo, in un campo largo di vedute, suoni, allegorie.
Ogni lavoro presentato è una fessura aperta sul reale, che ci invita ad aprire lo sguardo, senza nessuna precauzione. Cominciamo da un indizio, la serie dei Panorami che il gruppo ha realizzato in diverse città europee, e in cui viene catturata quella bidimensionalità del tempo che appartiene al piano misterioso dei fenomeni e del reale. E’ un tempo affilato e rallentato che si sovrappone a quello in velocità, grazie alla tecnica del time-lapse, che comprime in pochi minuti il materiale girato in un’intera giornata.
Basta superare la parete centrale che reca il titolo della mostra, ‘Campo largo’ per cadere nella trappola di una rete sospesa a mezz’aria dentro allo spazio principale del museo. Non è più stanza, né luogo, né spazio. È un paesaggio, la Radura, dove è possibile ritagliarsi un momento intimo e solenne. La rete cala dal soffitto, formando dolci onde, e proiettando ombre di luce violacea a terra, cadenzate dal suono lontano di cinque carillon. È un deserto onirico, che s’impone all’improvviso contenendo tutto ciò che le sta sotto e intorno. Così, ci si può abbandonare alla visione delle altre opere dislocate nello spazio espositivo, mantenendo un legame affettivo con lo spazio simbolico ed esperienziale creato dalla rete. Compiere un giro a 360° con la mano tesa sugli occhi ed esplorare, ascoltare altre voci, altri rumori, altri paesaggi rubati.
Non sono soltanto i sensi, ma è la memoria che si attiva, il ricordo, la percezione di un deja vou e di un deja entendu. E’ il caso di 'Senza Titolo (di un Dio minore)', dove un vecchio registratore a bobine riproduce un’intercettazione telefonica di due soggetti: A e B. Due potenti, due notabili che, nella loro lunga conversazione, ci raccontano qualcosa sulle dinamiche più intime del potere, ed è automatico associare il dialogo ad uno dei tanti letti in questi anni sulla stampa.
Con lo stesso realismo, meno sarcastico, ma altrettanto pungente, guardiamo il video LKN Confidential girato a Bruxelles in un’unica strada, di cui vengono messe in luce le relazioni, i conflitti, il quotidiano, i commerci, la fragilità umana.
Passando attraverso una tenda di corde colorate, simile a quelle dei vecchi negozi di alimentari, e strisciando come un’automobile quando passa sotto i cilindri che spruzzano acqua, ci si sposta nell’ala sinistra del museo, dove una serie di fotografie giace appoggiata a terra, quasi per caso, con due soggetti ricorrenti: foto di famiglie ebree a Coney Island, sullo sfondo della ruota panoramica dello storico Luna Park, da un lato, e pecore e pastori della periferia romana, dall’altro. Scenari contrapposti, con una certa decadenza ricorrente che ipnotizza e ci fa entrare dentro alle immagini quasi fossero vive, come se potessimo accarezzare una pecora, o togliere il cappello al padre di famiglia ebreo…
Non manca la foto stereoscopica sonorizzata, o il tavolo di lavoro degli ZimmerFrei che accoglie (oltre al sudore di anni di fatica!) anche una vasta documentazione su Stop Kidding, un video mandato in onda su Blob nel 2002 e selezionato per la Biennale di Venezia dello stesso anno.
Insomma, qui dentro c’è proprio tutto: consapevolezza politica, rigore artistico, valore socio culturale, aggressività intellettuale e tantissima sensibilità.
C’è anche un buco, uno spioncino che collega il mondo di ZimmerFrei con il mondo esterno, sulla facciata del Museo.
Gli Zimmerfrei hanno i piedi per terra, anche se si divertono a farci vedere volare le pecore.
Martina Angelotti
20/06/11
After Prisma > Firenze
Derek Di FabioTre frasi scritte sulle braccia di tre persone diverse.
* Quando c’è il sole la sua faccia a forma di casa sta fuori a prenderlo.
° La psicologia edile di svernare affollata senza motori si arrampica su una mensola.
^ Devi sollevare la gamba sinistra completamente con tutto il piede…se mi chiamavi ci saremmo incontrati.
Alessandro AgudioAlessandro Agudio: Beatrice Marchi di spalle vestita *lulùclub*(ipotesi di una collezione), una stola in seta, la cui cromia è ottenuta dall ingrandimento di diverse volte dell'iride dell occhio della persona che la indossa. E' la prima ipotesi di una collezione di abiti da sera in seta. Davanti a Beatrice *Problemi*: una trave in resina marmorizzata.
Davide StucchiDavide Stucchi, Easygoing, 2011,
6 stampe laser su carta, 21cm 29,7cm e video, 14'58''.
6 stampe laser su carta, 21cm 29,7cm e video, 14'58''.
Davide Stucchi: Il fuoco è indirizzato verso lo spazio occupato da una scultura e a cosa succede quando questo spazio virtuale è disposto in uno spazio reale. Utilizzando alcuni elementi architettonici delle sale espositive e in generale l'intero apparato di Villa Romana, ho cercato di disambiguare quelle due dimensioni.
Alessandro Nucci
Luca De Leva: Era una performance, 'Blarney 5x3', e comprendeva sei persone che baciavano la parete seguendo il ritmo di una frase in codice morse per poi scambiarsi di posizione tra loro. Completa l'opera una scultura che ti indica. E' formata da della schiuma da barba che, per tutta la durata della mostra, evapora.
Alessandro Agudio, Paola Anzichè, Zuzanna Czebatul, Luca De Leva, Derek Di Fabio, Flo Maak, Beatrice Marchi, Jacopo Mazzetti, Alessandro Nucci, Davide Stucchi.
A cura di Paolo Emilio Antognoli Viti
***
After Prisma - Villa Romana, FirenzeAlessandro Agudio, Paola Anzichè, Zuzanna Czebatul, Luca De Leva, Derek Di Fabio, Flo Maak, Beatrice Marchi, Jacopo Mazzetti, Alessandro Nucci, Davide Stucchi.
A cura di Paolo Emilio Antognoli Viti
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