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10/06/12

Il 'realismo' di Francesco Arena

  Riduzione di mare, 2012 -  Photo Credit: Massimo Valicchia - Courtesy: the artist and Monitor
 Dettaglio performance - Photo Credit: Massimo Valicchia - Courtesy: the artist and Monitor
  Orizzonte, 2012, Photo Credit: Massimo Valicchia - Courtesy: the artist and Monitor
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Ci sono i temi agghiaccianti da una parte e la pesantezza del metallo, del sale e della terra dell'altro. Da una parte ci sono sofferenza, ingiustizia, disumanità, pazienza, salvezza, morte  e vita, e dall'altra ci sono delle forme minimali. Francesco Arena - in occasione della sua mostra da Monitor, Roma - si impone di superare una sfida non facile: sintetizzare attraverso appunto delle forme scultoree, dei racconti atroci di cronaca vera, di sofferenza vera, di morte certa. L'artista ha trascorso un periodo a Lampedusa e torna 'da noi', sistema arte  - avido di racconti, di forme, di sofferenza e tutto il resto - con due sculture di forte impatto.
"All’interno di una delle due sale, una trave di metallo è sospesa tra due pareti e posizionata in modo che la faccia superiore si trovi a 157 centimetri da terra (distanza degli occhi dell’artista dal suolo). Essa è ricoperta della terra proveniente dal centro di prima accoglienza di Lampedusa per uno spessore di circa due centimetri."
"Riduzione di mare, situato nella seconda stanza, è un blocco di sale del peso di 34 kg (quantitativo di sale ottenuto dall’evaporazione di un metro cubo di acqua di mare) che verrà progressivamente leccato nell’arco dei giorni della mostra da sei performer. Ogni performer leccherà il blocco di sale con l’intento di sovrascrivervi un testo tradotto in codice morse, toccandolo con dei colpi di lingua corti- corrispondenti al punto- e lunghi -corrispondenti alla linea. Il testo tradotto in morse è un documento compilato dall’ organizzazione olandese United for Intercultural Action (European Network Against Nationalism, Racism, Fascism and in Support of Migrants and Refugees) che consta dell’elenco dei 16136 persone morte nel tentativo di emigrare nella sola Europa. Questo elenco prende in esame esclusivamente le morti di cui i mass media hanno dato notizia partendo dal 1 gennaio 1993 sino al 29 gennaio 2012." (Da CS)

Silenzioso, pacato, asciutto il primo intervento; perde un po' d'intensità  il secondo. Avevo già visto a Grenoble una performance di Francesco, in cui, sempre utilizzando il codice morse, diffondeva con una smerigliatrice la canzone di Battiato 'Povera Patria'. Ora come allora -  forse ora il testo è  realmente drammatico - la complessità della performance penalizza l'intensità dell'opera. Formalmente il cubo di sale seduce; sembra contenere atroci ricordi, immagini agghiacianti, urla o singhiozzi. Forse bastava il potere di un forma che lascia spazio a ben altre complicazioni. L'aspetto performativo a mio avviso passa in secondo piano.
L'opera Orizzonte - la lunga trave che divide un 'sopra e sotto', il cielo e la terra, un nord e un sud del mondo - mi ha ricordato un'opera capitale della storia dell'arte. Penso che Francesco per temi e attenzione si sia avvicinato a questo tipo di sensibilità. Come se, passato oltre 150 anni, gli elementi basilari della sensibilità umana restano per lo più gli stessi. 
Pare a me.

Gustave Courbet, Gli spaccapietre, 1849  
Questa tela, già esposta al museo di Dresda, è andata distrutta durante la seconda guerra mondiale. Ce ne resta solo una documentazione fotografica. Essa, tuttavia, è una delle opere che meglio sintetizza la scelta sia poetica sia stilistica di Courbet.  I due personaggi raffigurati sono due lavoratori dediti ad un lavoro rude e pesante. Lavorano in una cava di pietra spaccando la roccia con la sola forza fisica.  (...)  Fa da sfondo alla scena il fianco di una montagna che occupa tutto l’orizzonte. Si intravede solo un po’ di cielo in alto a destra. (...) Courbet è cinico e crudo nel rappresentare questa scena. Non gli dà alcuna intonazione lirica per esprimere la nobiltà di un lavoro che, seppure modesto, è comunque un momento di nobilitazione. Denuncia, invece, con un linguaggio obiettivo la reale situazione sociale dei lavoratori. Questo contenuto di polemica sociale era ovviamente poco accettabile dall’ordinario pubblico dell’arte, fatta soprattutto di persone ricche che, quindi, mal sopportavano la rappresentazione della povertà che era, implicitamente, un atto di accusa nei loro confronti.  In questa tela oltre al soggetto, dal contenuto evidentemente polemico, anche la composizione risulta inaccettabile per i canoni estetici del tempo. Manca un equilibrio compositivo preciso. Un asse orizzontale non c’è, dato che manca la linea di orizzonte.
Questa mancanza di esteticità canonica finiva per accentuare ulteriormente l’intento di Courbet: egli non vuole assolutamente proporre un’arte che trova nella bellezza una facile funzione consolatoria ma vuole proporre documenti visivi che creano lo shock della verità. La sua pittura è tutta giocata su questa funzione: i suoi quadri sono essenzialmente dei documenti etnografici. Ma ciò che costituisce lo scandalo della sua pittura è che lui propone questi documenti etnografici nel campo dell’arte. (Testo di Francesco Morante, Il Realismo)
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The 'realism' of Francesco Arena
On the one side one finds ‘cold’ themes and the heaviness of the metal, the salt of the earth on the other. On the one hand there is suffering, injustice, inhumanity, patience, salvation, death and life, and on the other the minimalistic forms. Francesco Arena - on the occasion of his exhibition at Monitor, in Rome – has to overcome a difficult challenge: synthesizing precisely through the sculpted shapes of horrifying terrible stories, picked up from real, published stories on the news, a real suffering, a certain death. The artist after having spent a period on the island of Lampedusa returns to ‘us’ and the art system - hungry for stories, forms, suffering and the rest - with two, deep-impact sculptures.
"Inside one of the two rooms, a steel bar is suspended between two walls and positioned in this way, so that the upper part is located 157 centimeters from the ground (distance between the level of the eyes of the artist and the ground). The bar is covered with a layer of earth, collected from the reception center of Lampedusa and has a thickness of about 2 cm.
"Riduzione di mare”, which is located in the second room, is a block of salt, weighing 34 kg (equals the amount of salt obtained by the evaporation of a cubic meter of sea water), which will be progressively ‘licked away’ by six performers and for the duration of the show. Each performer will lick the salt block with the intention to transcribe this gesture from a text, in Morse code. Depending on the text, the strokes of the tongue will be either a full-stop or a bar, as appeared in the text. The translated text in Morse is a document compiled from the Dutch organization, United for Intercultural Action (European Network Against Nationalism, Racism, Fascism and in Support of Migrants and Refugees), which consists of the list of 16136 people died, while trying to emigrate to Europe alone. This list takes into consideration only the deaths that were reported by the Media, from 1st January 1993 to 29th January 2012.” (Press Release)
Quiet, calm, acute the first intervention, loses its intensity the second one. I have had already seen a performance by Francesco, in Grenoble, where - again using the morse code- curved Battiato’s song 'Povera Patria'. Now, just like the last time- maybe now the text is really dramatic – the performance’ complexity penalizes the intensity of the work. Formally, the cube of salt seduces; seems to contain horrible memories, blood-freezing images, screams or moans. Perhaps it was enough the power of a form that allows space for many other contemplations. The performative aspect comes, in my opinion, at the second place. The work “Horizzonte” - the long bar that divides the 'above and below', the heaven and earth, the north and south of the world - reminded me of a significant work in art history. I think Francesco’s approach, in terms of subject and attention has this kind of sensitivity. As if, over the last 150 years, the fundamental elements of human sensitivity remained more or less the same, in my opinion.
Gustave Courbet, The Stone Breakers, 1849
This canvas, already exhibited at the Museum of Dresden, was destroyed during the Second World War. There remains only a photographic record of the work. It is, however, one of the best works, which express the choices, both in poetry and style, of Courbet. The two characters depicted, are two employees committed to hard work. They work in a mine, breaking the rock using only their physical strength. (...) At the background, a mountain that fills the horizon. You can see just a slice of the sky at the top right corner. (...) Courbet is cynical and raw in depicting this scene. He did not add any lyricism to express the nobility of work which, although modest, still has a moment of grace. Denounces, however, accurately the real social status of the workers. This content of social controversy was obviously not acceptable by the common art public, consisted mainly of rich people who resented the representation of poverty that was an implicit accusation against them. In this painting besides the subject, clearly accusative, the composition is also unacceptable for the aesthetics of the time. The composition lacks a precise balance. There is not a horizontal axis, since there is no horizon line. This lack of canonical aesthetics resulted into emphasize furthermore the intentions of Courbet; he definitely does not want to propose an art that finds beauty in an easy, instructional function, but wants to propose visual records that provoke the shock of truth. His painting is based on this feature: his paintings are essentially ethnographic records. But the real scandal in his painting is that he proposes these ethnographic records in the world of art. (Text by Francesco Morante, The Realism)

24/03/12

In giro per Roma a metà marzo

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Ariel Orozco Detras Cristal a cura di Chris Sharp
Febbraio - Marzo 2012
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Jacqueline Doyen  
 
Jacqueline Doyen  
 Stian Ådlandsvik
Giuseppe Pietroniro
 Keren Benbenisty
Sarah Ortmeyer
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so near the garden but still miles away
Stian Ådlandsvik, Keren Benbenisty, Jacqueline Doyen, Sarah Ortmeyer, Giuseppe Pietroniro
a cura di Carmen Stolfi
1/9unosunove - Fin al 7 aprile
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Tomaso De Luca — The Monument
Monitor - Fino al 21 aprile
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Eddie Peake Martin Creed 

21/12/11

The Best 2011 by... Monitor / Roma

 Soir Bleu, 1914. Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest 70.1208. © Photograph by Sheldan C. Collins
 Early Sunday Morning, 1930.  Whitney Museum of American Art, New York; purchase with funds from Gertrude Vanderbilt Whitney  31.426
New York Interior, ca. 1921.  Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest 70.1200. ©  Photograph by Robert E. Mates
Artist’s ledger—Book III, 1924–67. Whitney Museum of American Art, New York; gift of Lloyd Goodrich 96.210a-hhhh
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Paola Capata / Galleria Monitor, Roma

Modern Life: Edward Hopper and His Time 28.10.10 - 10.04.11

14/12/11

Photo report: 2 mostre e un opening // Roma

Alexandre Singh,  Assembly Instruction: The Pledge  
Monitor   
Fino al 4 febbraio
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 Dan Shaw-Town 
Fino al 21 gennaio
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Opening della collettiva di disegni 'Mina a mano amata' allo Studio Geddes. Oltre una ventina gli artisti italiani invitati
 Luigi Ontani, Luca Lo Pinto, Luca Trevisani, Giovanni Kronenberg, Francesco Gennari
 Bartolomeo Pietromarchi, GoldieChiari, Alessandro Sarra, Giuseppe Pietroniro

23/09/11

Nico Vascellari e il buco della luce

 
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"Bus De La Lum. 'Buco Della Luce' in dialetto locale. Una voragine di origine carsica nel cuore della foresta del Cansiglio, poco distante da Vittorio Veneto, dove vivo. Il nome pare derivi dai fuochi fatui emessi dalle carogne degli animali in decomposizione, lì dentro caduti o gettati. Si racconta anche che questi bagliori fossero quelli degli spiedi sui quali le streghe cuocevano i bambini che avevano catturato durante il giorno. Durante la Guerra, il ‘buco’ è divenuto foiba. Lo visito spesso da moltissimi anni." Nico Vascellari

Sempre mi aspetto da Nico un investimento di energia inaudita. Nato facendo corse affannate tra i boschi e concerti in situazioni 'alternative', il ragazzo si è fatto notare per un particolare talento performativo. Ha il potere di coinvolgere, è simpatico e sufficientemente smart. Tutte le volte che lo incontro mi osanna la provincia e l'onestà della gente semplice. Mi da  sempre la sensazione che se potesse, alzerebbe il dito medio tutte le volte che deve salutare qualcuno alla volta di Milano! 
A Roma, alla galleria Monitor, Nico racconta di un luogo a lui particolarmente 'vicino', il Bus de La Lum. E' qui che l'artista ha pensato ed seguito le tre sculture in mostra. 
Da quanto ho capito (visto che nel comunicato stampa non è rivelato nessun dettaglio tecnico dello mostra), ha fatto colare delle grandi quantità di argilla nelle cavità della terra. Da questi calchi ha ricavato poi delle sculture in bronzo. Nello spazio queste tre grandi masse metalliche conservano i segni della caduta, la fatica del recupero e le intenzioni dell'artista che ha dato forma allo spazio vuoto del Bus le la lum. 
Tanto mi hanno convinto queste tre sculture, quanto mi lasciano abbastanza indifferenti le grandi cornici bianche e pulite, che raccolgono riviste strappate, ricomposte e colorate di nero. Da sempre, i lavori su carta di Nico non mi hanno mai particolarmente impressionato. Come non ho mai capito la sua particolare propensione verso le riviste patinate e la sua ossessione per Kate Moss. 
Ripeto, da il meglio di sè quando, centrato, riflette sulle sue origini, il suo territorio; quando si confronta con la natura, quando mette in gioco il suo corpo in relazione alla spazio, al suono, al pubblico. Mi piace quando si incazza o quando, sbadato, viene male in fotografia.
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 Anna De Manincor e Giovanni Kronenberg, Paola Capata, Nico vascellari
Angelo Mosca e Arianna Rosica, il direttore di PIZZA Sabrina Ciofi e Federica Tattoli 

02/04/11

Rä di Martino - La controfigura/Stand-In, Monitor


Rä di Martino, La controfigura/Stand-In, Monitor, Roma

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Ciao Elena,
il mio commento sulla mostra della Di Martino:
Iniziamo dalla descrizione della mostra (e relativo comunicato stampa). Stando a quest'ultimo, l'interesse dell'artista alla base dell'esposizione è "cosa succede al cinema dopo il cinema". L' idea è stata sviluppata esponendo immagini (diapositive proiettate e foto) di vecchi set cinematografici abbandonati, in Tunisia e Marocco. I lavori presenti sono di tre tipi:
1- un'installazione con la proiezione della medesima diapositiva (di un set "kasbah"in Marocco) da diversi proiettori a diverse distanze;
2- alcune foto di altri set, stampate però con una banda bianca nella parte inferiore per richiamare la tipica struttura delle diapositive;
3- dei vecchi visori di diapositive posti su tronchi di legno, che sono stati trattati (i visori) nella parte posteriore con scotch, tratti di matita ecc per ricostruire paesaggi e forme analoghe a quelle delle foto esposte.
Questa la descrizione, ora il commento: l'effetto straniamento (in questo caso, di architetture dell'Antico Egitto o New Mexico in territorio africano) su di me ha sempre un fascino particolare. Tra le immagini esposte quelle che più mi hanno colpito sono state la vecchia struttura utilizzata per Guerre Stellari, ora abbandonata nel deserto, e la stazione di benzina oggi abitata da un autoctono.
(Piccola parentesi scherzosa: visto questo "ritorno al passato" - sia per i soggetti fotografati sia per l'utilizzo di diapositive e relativi proiettori/visori oggi non più usati - perchè non ha intitolato la mostra "rävival"?).
Tuttavia devo dire che questo effetto straniamento non funziona sempre e subito. Spesso se si riconosce la struttura cinematografica e la sua collocazione nel nostro immaginario non è invece direttamente riconoscibile il territorio africano. L'effetto straniamento per funzionare bene deve essere diretto e non mediato, come invece qui accade.
Considerata questa frizione nel consumo di queste immagini, e visto anche che di solito giudico le opere confrontandole con quello che già esiste al di fuori del contesto artistico, cercando su google "abandoned movie set" ho trovato foto che ci offrono lo stesso effetto.
Certo qui è stata anche pluralizzata la modalità espositiva, che però non trovo giustificabile sulla base dell'idea fondante. Spesso accade questo (vedi ad es. ultima mostra di Arena e mio post). E concludo su questa mancata originalità: ma la "controfigura" che dà il titolo alla mostra più che ai set cinematografici non si riferisce forse alle opere della Di Martino?

ciao
Daniele Colombo
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Rä di Martino, Luca Lo Pinto, Emanuela Nobile Mino
Giovanni Kronenberg, Alessandro Piangiamore, Luigi Ontani,
Elisabetta Benassi, Paolo Falcone e Paola Capata