Visualizzazione post con etichetta Flavio Favelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Flavio Favelli. Mostra tutti i post

05/09/11

Un giro al Macro ad agosto

Esther Stocker: Destino Comune
Marinella Senatore, Electric Theatre
Il Batman di Adrian Tranquilli per la sua mostra All is violent. All is bright
 L'installazione dei ZimmerFrai, parte della collezione del MACRO
 Flavio Favella e la sua installazione 'L'Imperatrice Teodora'
Massimo Bartolini, 'Il mio 4° omaggio (a Franz Marc)"
 Tomas Saraceno: Cloudy Dunes.  When Friedman meets Bucky on Air-Port-City
***
Che sollievo entrare al Macro nei primi giorni di agosto. Dalla canicola insopportabile delle vie di Roma, al fresco condizionato del grande museo romano. Averlo, sia d'estate che d'inverno, a Milano! La proposta museale estiva era per tutti i gusti. Tra mostre  e progetti site-specific,  ne ho contati oltre 15. Alcuni meritevoli di attenta visita, altri che, definire imbarazzanti è un eufemismo. Tanti i curatori coinvolti. Dall'ex direttore Luca Massimo Barbero a Benedetta di Loreto, Gianluca Marziani, Elena Frin, Laura Cherubini, Adriana Polveroni, Ludovico Pratesi ecc.
Ho apprezzato l'intervento di Flavio Favelli visibile dal cortile: due gigantografie di una cartolina dell'imperatrice Teodora. Dalla grande scritta in un verso, capisco che è una cartolina mandata da Flavio a suo padre. Prendo l'ascensore e, pulsanti, intravedo le scritte e i pupazzi degli artisti bolognesi Cuoghi e Corsello. Cammino tra alcuni lavori di ultima acquisizione del Macro; apprezzo un lavoro che conoscevo di Massimo Bartolini, 'Il mio 4° omaggio (a Franz Marc)". 
Mi delude un pò (per l'aspetto) l'installazione di Marinella Senatore, che diventa più coinvolgente quando mi presto a leggere appunti e frammenti del suo 'teatro della memoria'. Questa installazione dialoga con l'opera di Guendalina Salini, 'Non troverai mai i confini dell'anima': una grande mandala di cui non capisco il nesso con l'anima. Probabilmente l'opera mi piace talmente poco che non mi prendo neanche la briga di capire. 
Dove sono? Nella stanza degli ' errori' di  Esther Stocker. L'artista decora con strisce in bianco e nero una grande stanza del museo . Ogni tanto spezza qualche riga, motivando queste rotture come danni o errori del 'sistema'. E' stato abbastanza buffo vedere un visitatore che stava quasi cadendo dopo essersi impigliato il piede tra lo schotch di un 'errore'. Non so... opera dal retrogusto didascalico oltre che fin troppo decorativa. 
Prima di dedicarmi alla 'star' del ciclo di mostre Tomas Saraceno, salgo sul tetto per vedere l'installazione di Adrian Tranquilli, 'All is violent. All is bright'. Esco all'aperto sul terrazzo e un muro di calore mi indispone non poco. Sarà forse per questo eccesso d'afa che non solo non ho apprezzato l'opera di Tranquilli - un batmat più che verosimile ingabbiato in una rete metallica - ma l'ho trovata decisamente brutta. Ripeto, forse è stato l'eccesso di caldo. Dell'artista c'era anche un'altra opera all'interno, pendant del Batman. Questa consisteva in una grande installazione della cattedrale di San Pietro,  formata da centinaia di carte da gioco con la faccia da Jocker. Giudicate voi!
La fine del mio macro giro, spetta a Tomas Saraceno che allestisce in una delle stanze più imponenti del museo la sua grande installazione 'Cloudy Dunes.  When Friedman meets Bucky on Air-Port-City'. 
L'artista cita niente meno che Yona Friedman e Richard Buckminster Fuller per allestire una grande nuvola di 500 dodecaedri formata da ben 18 chilometri di tubi per cavi elettrici. Inevitabile che l'installazione ricordi la grande opera che Saraceno ha portato alla Biennale di Venezia (ma tante, troppe sue opere ricordano quella alla Biennale di Venezia!), ma priva, però, della stessa leggerezza e cura nei dettagli. L'ambiente era sì coinvolgente ma ho avuto la sensazione di un'opera troppo scenografica e frettolosa. 
Prima di andarmene dal museo, ho fatta una tappa al bagno (spaziale) e non riuscivo più a trovare la porta per uscire :)

25/05/11

Short interview n. 6 > Flavio Favelli 'Hotel Giappone'

***
Flavio Favelli - HOTEL GIAPPONE
a cura di Antonio Grulli

Art * Texts * Pics: Mi racconti la mostra in poche righe?
Flavio Favelli: Lo spazio di Farnè è dove c'era il Grand Hotel Brun di Bologna bombardato nell'ultima guerra. Con Bologna ho un rapporto conflittuale, la famiglia di mia madre era molto bolognese, dei parenti avevano lavorato all'Hotel Brun che era uno dei primi centri commerciali di lusso. Gli hotel poi per me sono stati sempre i viaggi, quando mia madre mi portava via da casa, i set, le carte da lettere intestate, le cartoline, mi sembrava che fosse una realtà parallela, più libera, indipendente, lontana dai problemi di famiglia.
Oltre ad essere una mostra che ha a che fare con gli hotel è una mostra sui miei ricordi e sulle mie immagini rispetto agli hotel. C'è una grande insegna con neon fucsia HOTEL, c'è un pavimento rialzato nero e decorato con disegni avorio, ci sono dei miei disegni su carte intestate originali di hotel. Ho disegnato il logo El Al sulla carta del King David di Gerusalemme, amo queste immagini.
ATP: Non è la prima volta dove affronti il tema dell'hotel. Perchè questa scelta?
FF: Come ho detto certi termini, certi luoghi, certi nomi mi catturano per il fatto che sono stati decisivi nel mio passato. Mia madre decise, quando avevo 8 anni, di farmi viaggiare con lei per tutto il paese e poi l'Europa. La vita, pensava, era meno triste con l'arte, era un'evasione dai problemi della mia famiglia. Captavo da qualche parte il vero motivo di queste visite: era legato allo stare lontano, anche con i pensieri, da casa. L'arte nascondeva, ma alla fine dava risalto, al dramma familiare. La mia infanzia e la mia adolescenza furono un continuo fuggire coi viaggi d'arte da quello che c'era in casa. Gli hotel erano i complici di questa fuga.
ATP: Spesso recuperi avvenimenti, ricordi, memorie per far rivivere oggetti desueti. Perchè?
FF: Perchè provo piacere. Tento di ricostruire immagini e ritagli delle immagini della mia memoria personale e tutto questo è molto forte e mi dà un piacere speciale. Ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza in mezzo a delle forti tensioni familiari. Da figlio unico, spesso solo, nella casa dei miei genitori prima a Firenze poi a Bologna e in quella dei miei nonni e poi nella casa delle vacanze sull'Appennino. La casa dei miei nonni era un emporio di oggetti e cose antiche, mio nonno amava possedere. Tutti quegli oggetti parlavano, le radiche, le ceramiche, gli avori, i cristalli, le cornici, la tavola imbandita. Mi ricordo tutto perchè gli incubi e i sogni ballavano con gli arredi e i tappeti e le frange delle poltrone. L'unico regalo che ho fatto a mio nonno per tutti i suoi compleanni è stata l'acqua di colonia Roger e Gallet, la metteva nel fazzoletto ogni mattina. Quel periodo secondo me tutto andò molto male. E' come se lo volessi ricostruire, riportare in vita, forse per farlo andare bene o forse per tentare di riviverlo e basta, come si vorrebbe rivivere certi momenti passati per rimetterci le mani. Gli oggetti, i pavimenti, i mobili, gli arredi a volte fanno riapparire tutto ciò.
ATP: Le tue mostre hanno sempre un'atmosfera 'd'altri tempi'. Pensando anche ad altre tue opere passate, ho la sensazione che se viste in un'ideale dimora fatta di tante stanze, le tue opere andrebbero a formare una dimora sospesa nel tempo. Cosa pensi di questa ipotetica grande casa? O grande opera totale?
FF: Sì sono luoghi legati ad un immaginario del mio passato.
E' come se mi voltassi sempre indietro. Tutti questi ricordi messi insieme e riproposti in forma di oggetti e ambienti possono diventare delle intere case....Ogni cosa che ho a casa proviene da una scelta precisa e così è per le mie opere che sono quasi sempre costituite da oggetti originali e spesso irripetibili e che comunque non ci sono più; spesso per molte mostre ho cambiato il pavimento e le luci perchè sono due elementi determinanti in uno spazio, non mi vanno mai bene i faretti o il cemento verniciato così porto spesso dei lampadari, dei neon, dei tappeti, interi parquet. Quello che passa il convento è sempre spesso troppo regolare. Fra poco inizierò un'opera -forse totale-: il progetto che ho per l'esterno di casa mia. Diventerà una grande scatola-teca fatta con vecchi infissi, telai e finestre, una grande assemblaggio-accatastamento con una cupola che ricorderà l'Atomic Dome di Hiroshima e il Mausoleo di Teodorico. Sarà il mio mausoleo, una grande baracca.

EX-BRUN - FARNESPAZIO©
Galleria del Toro, 1 primo piano
Bologna
***

12/11/10

Le Sale Interne di Flavio Favelli





***
Alcune foto della mostra di Flavio Favelli, 'Sale Interne', alla galleria S.A.L.E.S di Roma.
L'artista racconta: “Per il titolo della mostra mi sono ispirato alle insegne luminose e ai cartelli vari con la scritta SALE INTERNE che vedevo sin da bambino…erano indicazioni perlopiù collocate nei ristoranti e trattorie, spesso con una freccia… ho pensato di realizzare nello spazio grande della galleria una stanza (m 7,50 x 3 circa) cercando di dare, a chi entra, una immediata idea di sospensione, un’immagine che richiamasse alla mente un ricordo, una visione di ambienti già visti. L’opera è una sorta di collage che può ricordare una canonica o una sala d'aspetto, un ufficio pubblico, ma anche un piccolo museo o una villa disabitata. Sul pavimento di legno nero, ho riprodotto una serie di disegni architettonici di piante delle nostre chiese storiche. L’insieme, a prima vista, fa pensare ad una decorazione floreale.”

04/07/10

Castelli in Movimento: Benassi - Becheri





collective prearrangement, variable countdown di Riccardo Benassi


Impressione#8 di Emanuele Becheri

Paolo Zani e Alberto Salvadori

Emanuele Becheri
Riccardo Benassi

Tra le gli eventi paralleli della Biennale di Carrara, c’era anche l’appuntamento 'Castelli in Movimento' al Castello Malaspina di Fosdinovo (tanti tornanti da Carrara) con i progetti di due artisti: Riccardo Benassi e Emanuele Becheri. Il progetto a cura di Alberto Salvadori (e grazie a Maddalena Fossombroni e Pietro Torrigiani Malaspina, proprietario del castello, che a guardarlo faceva impressione tanto assomigliava ad un antico dipinto di un discendente forse cavaliere, appeso in una delle tante sale del castello), prevedeva che i due artisti, dopo una residenza, dialogassero con l’affascinante dimora, per arricchirne la storia e la ricchezza culturale.

L’intervento di Emanuele Becheri:ha tolto due quadri appesa da decenni da una sala. Dietro alle tele si sono formate nel tempo delle grandi ragnatele che l’artista ha ‘immortalato’ pressando sopra di esse un grande foglio adesivo. Progetto bello da raccontare un po’ ‘povero’ da vedere. Ha prodotto due Impressione#8 e Impressione#9, due sorta di fotografie che ha installato esattamente dove erano i due quadri rimossi. Più coinvolgente (per me) il lavoro di Riccardo Benassi, ‘collective prearrangement, variable countdown’ che, incontrato all’inaugurazione ha raccontato da dove gli è nata l’idea per la sua grande installazione. Ha ragionato sul luogo in cui è nato il castello, il cucuzzolo di una collina, per prolungarne idealmente la forma. La sua installazione era maestosamente visibile – nonostante l’artista abbia dichiarato che voleva fare un cosa molto leggera e discreta – in un grande salone del castello falsamente decorato con finti affreschi alla maniera di ‘Giotto’ ma con fisionomie e dettagli che avevano del rinascimentale (insomma un palese falso storico.. comunque). Benassi ha steso un lungo tappeto azzurro per la lunghezza della sala: un estremo era appeso al grande lampadario centrale con inserito all’interno un piccolissimo frammento della voce dell’artista che si ‘consumava’ mano a mano che veniva diffuso dalla piccola cassa (scusate ma tecnicamente non ho capito come fa a ‘consumarsi’ il suono); l’altro estremo del tappeto, dopo aver percorso un corridoio, terminava davanti ad una finestra. Sotto la finestra ma sopra il tappeto, dell’intonaco scrostato dall’artista. Fuori dalla finestra, a 200-300 metri più in basso, un campo da calcio pieno di pecore che, beatamente, brucavano l’erba. L’effetto, nel suo complesso, era molto surreale.

Nel cortile un’installazione di Flavio Favelli, ‘L’Ozio’. D’acchito sembrava una cosa ‘buttata’ nel cortile per essere trasportata da un robivecchi. Una struttura sgangherata arancione con mensole di vetro e piccoli decori d’altri tempi. Qualche goccia di vetro e ghirigori di ferro.


Grazie a Riccardo Benassi per il suo chiarimento!


Ciao Elena, una bella idea il tuo blog! e grazie mille per il post...

Mi ha particolarmente colpito il fatto che non ti sia fatta sfuggire la magia delle pecore (Oltre alla strada, le vere protagoniste della finestra aperta)... c'è bisogno di punti di vista diretti e soggettivi come il tuo, spesso la carta stampata non li permette, ma non sono il sale di tutte 'ste minestre?

...hai ragione, l'intervento non è assolutamente "minimo" a livello spaziale, ma dal mio punto di vista lo è a livello temporale (rimarrà installato due mesi, mentre in lavori di emanuele e flavio sono pensati per una collezione perenne)... anche il fatto che il feltro si sporcherà sempre di più e il suono si consumerà quotidianamente accenna a questa volontà di lasciare spazio ad altro...

Già che ci sono ti spiego il funzionamento del loop sonoro, e come mai si consuma: è una cassetta-continua (non finisce mai) che dura 12 secondi, e ogni nastro magnetico deperisce durante l'uso. Succedeva anche con le cassette del festival bar che compravo un po' di estati fa: la differenza è che duravano 90 minuti e ci volevano 15 ore (900 minuti) per ascoltarle 10 volte, invece qui ci vogliono 2 minuti (120 secondi) perchè la cassetta si ripeta 10 volte, e quindi si consuma più velocemente...


Riccardo