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20/03/11

Museo del '900...dall'aria un po' fanè

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Cara Elena,

Da inizio marzo si paga il biglietto, per cui lo scorso sabato, con solo due persone davanti a me in biglietteria, sono riuscito a visitare il Museo del '900.

Premesse:
- Finalmente Milano ha un Museo in cui esporre al pubblico almeno parte delle sue importanti collezioni pubbliche e, nonostante ci siano voluti 10 anni dal concorso con cui è stato affidato ad Italo Rota il progetto di ristrutturazione del palazzo dell'Arengario (risalente agli anni '30), bisogna esserne felici.
- Personalmente considero Italo Rota uno degli architetti italiani più interessanti e, quanto a talento, sicuramente il più dotato della sua generazione.
- Anche se non del tutto di mio gusto, l'edificio è architettonicamente interessante, alcuni spazi sono oggettivamente suggestivi (uno per tutti il sistema di sale, su due livelli e aperto su piazza del Duomo, dedicato a Lucio Fontana), funziona in maniera eccellente come percorso panoramico da cui scoprire scorci sulla città sorprendenti e, per converso, alcuni ambienti e relativi pezzi forti della collezione (tra cui il Fontana di cui sopra e "Il Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo) sono visibili dallo spazio urbano, il che sarà anche un po' una "ruffianata", ma ci sta e funziona.

Detto questo, la mia visita è stata rapida, e l'impressione che ne ho ricavato netta: sembra proprio un museo del '900!

Anche lasciando perdere il fatto che alcune scelte architettoniche diano al tutto un'aria molto fine anni '90 (dati i tempi dell'operazione, il progetto più o meno a quell'epoca risale), sembra proprio che sia lì dal secolo scorso...

Le mandrie di visitatori che l'amministrazione in fase pre-elettorale ha voluto far transitare gratis lungo un percorso di visita tortuoso e poco leggibile e attraverso spazi espositivi troppo risicati ed angusti per la quantità e qualità di opere che contengono (si inizia ad avere l'impressione di una spazialità e un respiro museale solo quando si passa nelle sale contenute in parte dell'adiacente Palazzo Reale) hanno lasciato il loro segno. Dopo appena qualche mese di apertura andrebbe già valutata l'idea di interventi di manutenzione generalizzati: le pareti sono annerite dal passaggio delle persone oltre l'ammissibile; non solo segni evidenti di pedate, manate, culate e borsettate nei punti di passaggio più angusti (che non scarseggiano affatto) e su ogni superficie che si presti ad essere toccata, ma un aria un po' fané diffusa sia sui muri che su molti dei pannelli espositivi e soluzioni di emergenza a protezione delle opere concorrono a integrare perfettamente, anche dal punto di vista dell'atmosfera, questa nuova sede espositiva nel sistema museale italiano.

Crepe negli intonaci e una realizzazione tutt'altro che impeccabile dei dettagli completano un quadro non certo esaltante, da cui si ha, oltre tutto, l'ennesima conferma dell'impossibilità in Italia di avere edilizia pubblica di qualità anche quando i budget non sono così risicati (28 milioni di euro l'investimento totale in questo caso). Su quest'ultimo aspetto il problema è anche teorico (ma vi risparmio il tedio alla luca rossi dell'architettura), in breve, sospetto che scelte architettoniche e costruttive differenti avrebbero permesso un impiego più sensato delle risorse disponibili e forse, se non un controllo migliore della qualità di realizzazione (che con il nostro sistema di appalti è fantascienza pura), almeno la possibilità di nascondere certe magagne.

Se andate da quelle parti, non perdetevi la mostra di Savinio a Palazzo Reale lì accanto!

Andrea Balestrero

06/12/10

"Zuffi per Bonami"











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Cara E.
la personale di Italo Zuffi inaugurata ieri sera da Pinksummer mi è parsa una mostra dal contenuto molto "politico".
Politica, asciutta e di lettura complessa... dunque, ci provo.
Intanto la mostra si compone di più elementi, tutti piuttosto "immateriali" , abbiamo:
- un titolo "Zuffi, Italo";
- un comunicato stampa sotto forma di conversazione "dotta" a tre voci tra Italo Zuffi, Luca Trevisani, Pinksummer;
- una performance breve, efficace e disarmante in cui un gruppo di 18 persone entrano in galleria, si dividono in due gruppi e indossano dei fazzoletti che stanno appesi su due pareti contrapposte della galleria, si dispongono in due blocchi 3x3, contrapposti in corrispondenza di un segnale posto al centro dello spazio (unico elemento materico del tutto, essendo ricavato dal taglio di una lastra di alluminio di spessore notevole), dopodiché iniziano a marciare, in stile militaresco ma all'indietro, fermandosi dopo pochi passi per declamare le parole riportate sui fazzoletti: "ZUFFI PER BONAMI" e "ZUFFI PER BONAMI INGLESE" (qui occorre una breve spiegazione senza la quale l'azione risulta veramente criptica, ancorché divertente nella sua assurdità: il tutto deriva dal ritrovamento da parte di Zuffi di due vecchi CD, contenenti la documentazione dei suoi lavori a suo tempo preparati dalla galleria Continua, con cui lavorava, per Francesco Bonami; i fazzoletti sono la riproduzione ingrandita e stampata su seta delle copertine dei CD stessi);
- una traccia audio della registrazione dei rumori ambientali dell'inaugurazione della mostra di Eva Marisaldi (altra artista che ha di recente cambiato galleria) da Nicoletta Rusconi a Milano;
- quattro quadrati in materiale traslucido azzurrino che sono praticamente i calchi dei retri di quattro piastrelle, realizzati attraverso un processo di scansione digitale e stampaggio tridimensionale (ci offrono in pratica una visione rovesciata di ciò che sta dietro la superficie che delimita uno spazio e, potenzialmente, una visione dello spazio da dietro la superficie del muro);
- quattro placche di alluminio legate tra loro da un anello ("una linea nell'arte italiana") con parole incise che dichiarano alcuni legami tra artisti contemporanei italiani e antichi popoli mesopotamici.

Tutti questi elementi ruotano (in una maniera che definirei simbolica) intorno al sistema ed ai meccanismi di potere all'interno dell'arte, al modo in cui l'artista vi reagisce e vi si confronta, c'è il tema del successo e dell'insuccesso, dell'italianità e dell'internazionalità, del rapporto tra l'arte, l'artista e il suo pubblico...
Tra i commenti che ho ascoltato serpeggiava un po' di stupore per il "coraggio" delle galleriste nel presentare una mostra del genere... io le conosco bene e non mi stupisco più di nulla. Italo è un ottimo artista, la mostra funziona ed ha carattere.

Il tutto mentre a Genova impazzano le polemiche sul destino del Museo di Arte Contemporanea, dopo le dimissioni della direttrice e la petizione promossa dalle Pinksummer stesse con Anna Daneri perché la procedura di successione avvenga tramite un concorso. A proposito per chi non l'ha ancora fatto... di corsa a firmare la petizione!!! http://www.petizionionline.it/petizione/appello-museo-di-villa-croce/2554

baci, Andrea

Christian Tripodina e Christian Frosi, Italo Zuffi e Anna Daneri, Cesare Viel e Simona Barbera

24/10/10

New York calling... Part Two



Do Ho Suh a Storefront

Alexandra Domanovic a New Museum NY
Voice and Wind" personale di Haegue Yang


"The last Newspaper" - New Museum NY



"I Popeye" di Takeshi Murata

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Dear Elena,

Oggi ho bazzicato Soho, Noho e dintorni.

Interessante "A perfect home: The bridge project" di Do Ho Suh, un progetto per un ponte galleggiante, basato su un sistema costruttivo complesso e ardito, ma sembra quasi credibile, che combina strutture artificiali e biologiche per collegare Seoul e New York, visto da Storefront (un'istituzione piccola, ma con un programma ed una storia significativi, per chi volesse approfondire: http://www.storefrontnews.org/). Insomma una versione eco e bio (qui direbbero "organic"?) delle megastrutture di fine anni '60, però non male.

Il New Museum ha inaugurato ieri due nuove mostre.

"free", una collettiva che riflette sul ruolo di internet rispetto alla nozione di spazio pubblico. Il tema è un po' vago, però la mostra contiene diversi lavori interessanti, tra cui segnalo due video che mi sono piaciuti molto: "19:20" di Alexandra Domanovic, accosta le sigle dei notiziari delle televisioni dei paesi della ex Jugoslavia ad immagini di vita quotidiana negli stessi paesi, la colonna sonora è a sua volta un remix delle sigle stesse realizzato da alcuni DJ tecno; "I Popeye" di Takeshi Murata, una surreale, gustosissima e a tratti psichedelica, animazione digitale che ci presenta Braccio di ferro in versione sfigatissima con tanto di crisi isterica e suicidio finale.

"Voice and Wind" personale di Haegue Yang (che presenta paraventi sospesi fatti di tendine alla veneziana e diffusori di profumi) non l'ho capita tanto, ho l'impressione che l'atmosfera dell'installazione sia un po' rovinata dalla collocazione nella sala al piano terra, a diretto contatto visivo con il casino di caffetteria, bookshop e ingresso.

La mostra principale, già aperta da qualche tempo prima, "The last Newspaper" offre uno sguardo sugli artisti che hanno riflettuto su, o lavorato con, o si sono ispirati a i quotidiani. Alcuni spazi sono a disposizione durante la durata della mostra per essere utilizzati e condivisi come spazi di lavoro da diversi soggetti: Center for Urban Pedagogy; StoryCorps; Latitudes; The Slought Foundation; INABA, Columbia University’s C-Lab; Joseph Grima and Kazys Varnlis/Netlab; and Angel Nevarez and Valerie Tevere. Mi sembra un modo interessante per utilizzare lo spazio di un museo come luogo di scambio e di produzione culturale.

baci

Andrea

31/05/10

Bojan Šarčevic - Pinksummer









Grazie ad Andrea Balestrero che ha visto per noi la mostra di Bojan Šarčevic.
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Cara E.,

saranno stati i postumi delle vacanze romane dei giorni scorsi o il ponte del 2 giugno, ma eravamo in pochi ieri sera a Genova all'inaugurazione di "True Enough", la terza personale di Bojan Šarčevic da Pinksummer.

Peccato perché la mostra merita davvero. Precisa, rigorosa e di grande eleganza, risponde perfettamente al gusto sofisticato e minimale a cui le galleriste di Genova vorrebbero educarci.

Tutto è giocato su un equilibrio che sfiora il limite, con un retrogusto un po' misterioso. Tre strutture filiformi in ferro che sostengono ampi piani di rame lucidato occupano lo spazio. Alle pareti ramoscelli secchi tra cui cui sono tesi, come fossero impigliati, fili simili a capelli biondi e due altre strutture che ricordano pull-bar da palestra a cui sono attaccate colature di acquerello su fogli di velina.

Il comunicato stampa, criptico e impostato come una lettera/invocazione delle galleriste all'autore, non ci aiuta a capire, tranne forse la frase conclusiva: "...sappiamo che per te la spontaneità è risultato di un grande sforzo intellettuale e della disciplina".

Qualità richieste anche al visitatore, ma ne vale la pena.

A.

17/05/10

* OSPITE N.1 * Lia Rumma - Ettore Spalletti












* OSPITE N.1 *


Nome: Andrea Balestrero - A12

Luogo: Nuovo spazio Galleria Lia Rumma - Milano
Inaugurazione: Ettore Spalletti
Data: 15/05/2010


Cara E.

Ci passavo davanti tutte le mattine andando a lavorare e mi chiedevo cosa mai potesse essere quello strano torracchione bianco senza finestre, poi finalmente la risposta: durante il w.e. ha inaugurato la nuova sede della galleria Lia Rumma in Via Stilicone.
Circa 1500 mq sviluppati su quattro piani, spazi per qualità e quantità degni di una galleria di NY.

Il progetto è dello Studio CLS e, cito dal sito degli autori, "nasce dalla sovrapposizione di volumi elementari con proporzioni diverse tra loro e con un diverso rapporto tra spazio interno e luce naturale" .

In effetti l'edificio sfrutta bene l'orientamento del sito, man mano che si sale i volumi arretrano rispetto al fronte strada e creano terrazze panoramiche verso le alpi, mentre dalla strada non si vedono le grandi vetrate che captano la luce da nord, dando l'illusione di un volume completamente cieco. Tutto il fronte sul retro è invece occupato dalle scale esterne che (a parte un ascensore sempre occupato) costituiscono l'unico collegamento tra i diversi piani.

Il tutto appare, aldilà delle necessità funzionali ed espositive, un po' troppo algido. E certo le grandi tele monocrome e pallide con cui Ettore Spalletti ha deciso di cercare un dialogo con lo spazio espositivo non aiutano a mitigare il gelo.

Unico risvolto divertente, le scale esterne sono di grigliato metallico e il pavimento del terrazzo all'ultimo piano è per metà di vetro, per cui signore alla prossima vernice: niente tacchi a spillo... e ricordatevi le mutande!