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07/10/11

from here to ear > Céleste Boursier-Mougenot > Hangar Bicocca

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'From here to ear' (version 15) di Céleste Boursier-Mougenot
a cura di Andrea Lissoni
Fino al 4 dicembre 2011


GQ: “Il silenzio dell'Hangar Bicocca è piacevolmente rotto da una cinquantina di uccellini”.

Ho camminato senza rotta, per venti minuti, tra una dozzina circa di chitarre Gibson Les Paul, sollevate da terra e disposte all'interno di una specie di giardino zen. Lo spazio è scalfito dal verso minuscolo - un suono quasi digitale - dei fringuelli, che volano da un punto all'altro della sala; è mosso dagli accordi prodotti dal contatto incerto delle zampe, del becco arancione, sulle corde delle Gibson. 
A volte sono morbidi riff, altre volte graffi, strimpelli. Ho sempre immaginato che Johnny Marr degli Smiths, nel giro di chitarra che apre 'This charming man', avesse quella certa grazia, allegria, da uccellino; che sulla punta delle dita di Nick Drake, nel fingerpicking di 'Cello song', si formassero all'improvviso, dalle ossa del metacarpo, delle piume e dei piccoli becchi d'uccello. L'uccellino, nel folklore, è apparentato o al buonumore o alla delicatezza. Quello che oggi sto ascoltando, invece, è un universo sonoro radicale e separato dall'universo sonoro\musicale famigliare. 
Da principio, 'From here to ear' è fonte di divertimento - gli uccellini, guarda! - di piacere fisico, intellettuale, d’intrattenimento genere muzak, e di piccole gnosi, data un'esperienza del suono cosi pura e trasparente. Poi, uscito dalla sala e dall'Hangar, sulla coda di tale complessiva sensazione di piacevolezza, come scrive GQ, si forma un'ombra, un dubbio, una specie di grande strizza ancestrale: come dev’essere stato, per gli uomini primitivi, vivere in un mondo così caotico, casuale, animale, senza autore, non governato?
Ivan Carozzi

22/07/11

Summer by... n° 8 Andrea Lissoni // theatergarten bestiarium

Sketches for the Theatergarten Bestiarium, 1987, Courtesy Rüdiger Schöttle - photo: Wilfried Petzi
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"Per me è la mostra che ha segnato il mio modo di pensare (e immaginare e curare quindi) le mostre". Andrea Lissoni

theatergarten bestiarium
28 mar 11 > 31 jul 11

Haus der kunst
prinzregentenstrasse 1 Munich

06/05/11

Ultima fase lunare... Hangar Bicocca

Pascale Martin Tayou, Plastic Bags
Veduta d'insieme. In primo piano Ludovica Carbotta
Roman Ondàk, Resistance
Christiane Löhr, Samenball
Nari Ward, Soul soil
Alberto Tadiello, Senza Titolo (Adunchi)
Elisabetta Di Maggio, Senza Titolo
Veduta d'insieme: Massimo Bartolini, Bruna Esposito, Ludovica Carbotta
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Ultima fase lunare per Terre Vulnerabile, che si presta con quest'ultima tappa a ricordarci che 'L'anello più debole della catena è anche più forte perchè può romperla', che è anche il titolo mutuato da Stanislaw J. Lec. Ho attraversato la mostra all'Hangar Bicocca con la curatrice Chiara Bertola che, dopo mesi di sospiri, incontri, ragionamenti, si dice contenta di essere arrivata alla 'fine'. Una conclusione che, in onestà, mi dispiace un po': dopo mesi di appuntamenti, venire all'Hangar e vedere come è evoluto lo spazio, scoprire quale opera è mutata, quale solo spostata, era diventato per me un nuovo modo di fruire una mostra. C'è più luce, più percorsi e ovviamente più opere. Con un pò di ingenuità, sottolineo a Chiara che, quasi quasi, le Torri di Kiefer non si percepisco più... lei tira un respiro di sollievo.
Il labirinto di Friedman si è movimentato, ora accoglie un grande disegno di Margherita Morgantin, le eteree mappe di Elisabetta Di Maggio, una leggerissima scultura/nuvola fatta di semi di cardi di Christiane Löhr e il commovente film di Ermanno Olmi. Ma non voglio farvi la lista. Se non vi racconto proprio tuttotutto, è perchè la mostra deve assolutamente essere vista.
Pubblico invece le immagini dei lavori più imponenti: lo stupefacente bozzolo di Pascale Martin Tayou, fatto di sacchetti di plastica; la tagliente scultura di Alberto Tadiello e il buffo 'esserino' di Nari Ward, ricoperto di gambe e braccia di abiti dismessi (reduci dall'installazione di Boltanski). Un pò deludente il video di Ondàk, non tanto per l'opera in sè, ma per la poca possibilità di intervenire con un lavoro ad hoc, in quanto troppo impegnato in altri progetti. Per la mostra ha portato un video dove riprende le scarpe slacciate di alcuni visitatori ad un opening.
Nel complesso, la mostra o meglio il cammino intrapreso da Bertola e Lissoni, è risultato vincente. E scrivo questa parola a maggior ragione se penso alla 'vulnerabilità' che tanto è stata discussa, vivisezionata, rappresentata, incarnata nello spirito spesso dell'intero progetto.
Sono stati efficaci e intelligenti nel tessere, in un arco di tempo che va dal settembre 2009 al luglio 2011 (data di chiusura della mostra), un progetto denso e imprevedibile. Chiedendosi fin dall'inizio 'cosa vogliamo da questa mostra?': hanno risposto costruendo un meccanismo partecipativo e, secondo il mio punto di vista, anche giocoso. Inevitabile cercare, ad ogni appuntamento, gli indizi, i tragitti, le modifiche che nel tempo si sono intrecciati o dissolti.
Utilizzando il titolo di questa quarta tappa, vedo l'Hangar Bicocca come l'anello debole del sistema museale milanese (fragile perchè lontano dal centro, vulnerabile perchè immenso, cagionevole perchè privo dei fondi e sostegni che meriterebbe ecc.) che però si è rivelato forte nel coinvolgere tutti coloro che hanno vissuto questa mostra osservandone la crescita e stimandone la complessità. Speriamo che altri spazi museali, imparino qualcosa.
Senza contare che è previsto per il 28 giugno, un dibattito pubblico tra artisti, curatori e visitatori. Chiara Bertola vuole fortemente questo appuntamento ("... può venire chiunque anche con pomodori e uova in mano.."), per tracciare non tanto dei risultati, ma per registrare quanto le loro intenzioni sono state capite e assimilate.
Non l'ho mai fatto.... un buon motivo per iniziare. Assegno alla mostra ★★★★

05/02/11

Esaminate i vostri cucchiaini* > Hangar Bicocca

Invernomuto
Remo Salvadori
Margherita Morgantin

Nico Vascellari
Carlo Garaicoa
Bruna Esposito
Yona Friedman
Adele Prosdocimi
Stefano Arienti
Kimsooja
Alice Cattaneo
Rä di Martino
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Secondo appuntamento all'Hangar Bicocca per Terre Vulnerabili /2, progetto di Chiara Bertola e curato da Andrea Lissoni. Finalmente si vede 'in concreto' quello che la prima tappa aveva solo presentato sulla carta. Il punto di forza dell'intero progetto ' a bassa visibilità, è quello di suggerire un diverso modo di fruire l'arte contemporanea. Questa 'bestia nera' ci deve toccare, coinvolgere... muoverci qualcosa o per lo meno suggerirci un diverso punto di vista della realtà. Il titolo di questa seconda fase del progetto, Interrogare ciò che ha smesso per sempre di stupirci, prende il titolo da un libro di George Perec, (L’infra-ordinario, Torino 1994, pp. 13-14).
"Ciò che dobbiamo interrogare sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi. Interrogare ciò che sembra avere smesso di stupirci. Viviamo, certo, respiriamo, certo: camminiamo, apriamo porte, scendiamo scale, ci sediamo intorno a un tavolo per mangiare, ci corichiamo in un letto per dormire. […]. Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete. Esaminate i vostri cucchiaini.* Cosa c’è sotto la carta da parati?."
Sfida ardua 'smuoverci'...
Ma vale il tentativo e ancora di più una visita alla mostra che finalmente attua quelle 'relazioni' e 'interazioni' tra gli artisti. Le opere che c'erano della prima tappa, si trasformano, si muovono o si smontano, come l'installazione di Alice Cattaneo. L'erbetta di Ackroyd & Haervey continua ad ingiallire o crescere, l'Italia in frantumi di Arienti si sposta, le immagini di Rä di Martino si espandono fino in Tunisia; le crine di cavallo di Christiane Löhr, si innalzano fino a perdita d'occhio per forma un'invisibile colonna infinita; i vasi di Elisabetta di Maggio continuano a sciogliersi... A queste opere se ne aggiungono di nuove. Bruna Esposito ha creato un altarino (con tanto di candele e sacchi di riso per sedersi) a tutto ciò che sta nel sottosuolo, dunque una dedica alla paura morte; Remo Salvadori ha installato in una zona di passaggio una grande stella con dei blocchi di marmo che fungono anche da sedute. Kimsooja presenta una sequenza di 13 fotografie Architecture of Vulnerability, che mostrano "il cancro che lacera le viscere della spiaggia" vicino al centro nucleare du Yeong Gwang (Corea del Sud).
Una delle opere più suggestive è Wax, Relax, una grande grotta di cera che si dissolverà con il tempo. A fianco, e per tutta la lunghezza dell'Hangar i tappetini in feltro di Adele Prosdocimi, che riportano alcune frase emerse dai suoi incontri con gli altri artisti e i curatori. Alcune frasi : vorrei buttare giù le torri di Kiefer, ciascun uomo leggerà il messaggio destinato a lui, rimanere fuori dalla spettacolarità... Mi ha, invece, un pò deluso il labirinto di Yona Friedman. Speravo in qualcosa di più coinvolgente. All'interno di questa struttura in cartone, l'intenso video di Margherita Morgantin, Der Taupunkt (termine scientifico che in tedesco significa 'punto di rugiada'. In meteorologia, indica a che temperatura deve essere l'aria per condensare in rugiada). Il video è stato girato in Namibia e, con lentissimi cambi di inquadratura, ci mostra paesaggi sconfinati e minimali e operai che eseguono rilevazioni delle radiazioni solari. C'è un altra 'opera' della Morgantin, una sacchetto appoggiato al muro con una scritta: 'Vite complete'. Objet trouvé che l'artista ha trovato in casa dopo dei lavori di ristrutturazione.
Anche Nico Vascellari partecipa alla mostra con un video, Untitled (86 94 11). Le immagini caotiche ci mostrano lo scoppio di fuochi d'artificio dentro ad un edificio distrutto durante la guerra. Interessante in quest'opera scoprire che la parte sonora è eseguita da Tiberio, un vecchietto conterraneo di Vascellari, scoperto dall'artista in televisione durante la Corrida di Corrado. Tiberio simula lo scoppio dei fuochi d'artificio con il suono della sua voce. L'opera fonde la tipica estetica graffiante dell'artista con temi come la memoria, la violenza della guerra, la scoperta di come le paure ora, come in periodo di guerra (c'è da sapere che Tiberio la Seconda Guerra Mondiale se la ricorda bene), possono essere le stesse. Nell'ultima stanza la grande installazione (devo dire anche un pò macchinosa) di Carlo Garaicoa, La camera Oscura. Mi è piaciuta l'idea di 'cancellare' intere pagine di quotidiani internazionali con un denso nero, lasciando visibili solo dei dettagli. Per un giorno l'artista ha avuto il potere di 'censurare' ciò che voleva. Non mi è piaciuto però come ha risolto formalmente l'opera, con decine di cavalletti di legno.
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Andrea Lissoni, Chiara Bertola e Gianluca Winkler, Remo Salvadori
Nico Vascellari, Elisabetta di Maggio e Margherita Morgantin

23/10/10

Terre Vulnerabili - Hangar Bicocca



Ackroyd & Harvey, Testament, 1998-2010
Alberto Garutti, Senza Titolo, foglia bianchi caduti da una macchina fotocopiatice, 2010
Hans Op de Beeck, Staging Silence, Full HD Video, 2009, Courtesy Galleria Continua, San Giminiano - Beijing - Le Moulin

Ermanno Olmi, Proiezione del film Terra Madre, 2009, 78’ circa

Gelitin, Mona Lisa, plastilina e materiali vari su tela, misure variabili, 2008-2010


Ra di Martino, If You See the Object, the Object Sees You, HD Video 4’ (circa), 2010

Stefano Arienti, Rampicante, misure variabili, 2009-2010

Mona Hatoum, Web, sfere di cristallo e cavi di metallo, misure variabili, 2006-2010

Yona Friedman, La terra spiegata a visitatori extraterrestri, videoanimazione, 2010

Gianluca Winkler, Chiara Bertola e Andrea Lissoni
Ackroyd & Harvey
Andrea Lissoni e Alberto Garutti

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Piccoli e vulnerabili come sempre, ci siamo sentiti dentro all'oscurità dell'Hangar Bicocca. Spazio difficile per vocazione, lo spazio espositivo ospita Terre Vulnerabili fino alla primavera 2011: 4 mostre a puntate, prima delle quali 'Le soluzioni vere partono dal basso'. La direttrice artistica, Chiara Bertola, e il suo braccio destro Andrea Lissoni, hanno presentato la mostra, raccontando e spiegando, prima di tutto, come la prima tappa sia da fruire dal basso all'alto e viceversa: l'ambizione è dunque suggerire un diverso modo di fruire l'arte contemporanea. Seconda cosa importante: la mostra è nata chiedendo agli artisti di dialogare tra loro, condividendo temi, spazio e metodologie.
Piegati o con il naso all'insù, con un gruppetto di giornalisti, sono entrata nelle sale avvolte nelle tenebre. Primi due video: Rä di Martino ed Ermanno Olmi. Del sommo maestro lascio a chi vedrà il film le proprie considerazioni.
Devo ammettere che di Martino è stata veramente brava a riprendere le caotiche stanze parigine di Yona Friedman. Con un gioco di messe a fuoco e dissolvenze, l'artista indugia con occhio lenticolare tra un delirante coacervo di modellini, plastici, accumuli di scodelle, reti, fili di ferro... Poco lontano la pianta di una città immaginaria fatta di aghi di spillo e crine di cavallo di Christiane Löhr (da vedere raso terra). In un angolo, la videoanimazione di Yona Friedman, 'La terra spiegata a visitatori extraterresti': i suoi celebri disegni a fumetti illustrano i temi più importanti che hanno segnato lungo il tempo il suo pensiero e la sua ricerca.
Andati oltre, ci accolgono un gruppo di fogli bianchi A4. Naso all'insù per notare che posta sulle travi dell'altissimo soffitto c'è una macchina fotocopiatrice che 'spara' appunto, questi fogli.
Alberto Garutti ci racconta: "Per quanto riguarda il lavoro, io non sono stato capace di ignorare - come penso in tanti facciano - questo spazio enigmatico perchè così vasto. Enigmatico per la sua 'buiezza' se così posso dire. Ci riporta in un'atmosfera quasi metafisica. Alla fine penso che l'arte abbia a che fare con questo: con questo grande enigma che sta sopra la nostra testa... che ha a che fare anche con la natura. Mi riferisco appunto alle Terre Vulnerabili.. anche alla ciclicità della natura. Al giorno e la notte, al freddo e al caldo, al buio e alla luce. Questa mostra contiene l'idea dinamica dell' 'andare verso' del procedere, del costruire un'energia che porterà delle mutazioni. Si potrebbero dire 1000 cose. Mi piace come hanno pensato la mostra Bertola e Lissoni, per quest'idea di mostra non assertiva. Si muove nel tempo e nello spazio. Bho.. ho un sacco di cose nella testa... che vorrei dirvi ma non ve le dico!" Hahhhaaa.. è la risposta del pubblico. Mha, pensavo io. Che ammasso di ...
Silenzioso e discreto come sempre, Stefano Arienti dipinge su della tela di plastica un grande albero nero che si fonde e confonde con le ombre delle strutture in ferro dell'hangar.
Mario Airò, con un'istallazione meccanico luminosa rumorosa, per disegnare i confini di Atlantide. Avvolta nel buio, dunque difficilmente visibile, non si capisce molto bene che 'un bastone batte una superficie metallica che aziona un raggio di luce...' Un pò macchinosa.
Poco oltre, le leggerissime e inconsistenti sculture di Alice Cattaneo. Per le 4 puntate della mostra, muoverà le strutture nello spazio.
Nell'ultima sala, un lavoro sbalorditivo di Ackroyd & Harvey: un prato verticale dove l'erba disegna il volto rugoso di un vecchio. Debolissime la serie di Mona Lisa dei Gelitin.
Non ho visto, causa guasto notturno, i vasi di ghiaccio di Elisabetta Di Maggio.

17/09/10

The Movement of People Working - Phill Niblock




Catartico, ipnotico, travolgente se non stravolgente. Destabilizzante, granitico, ossessivo. Ma anche cristallino, puro, rarefatto. L’eccesso di aggettivi per questo evento di Phill Niblock all’HangarBicocca è pienamente giustificato. Per chi non lo conoscesse, lui è uno dei più grandi sperimentatori musicali viventi, antesignano delle infinite e possibili interazioni tra i diversi media. Ieri sera, all'Hangar Bicocca sono arrivata un po' tardi. Gente che andava e veniva, molti che restavano bivaccati, ipnotizzati - stremati anche - dal flusso di musica e suoni.
Il live sound track ‘The Movement of People Working’, è un amalgama di suoni indescrivibili e immagini video impeccabili girate in ambienti rurali intorno al mondo. Posti remoti e disarmanti per l’alto tasso di ‘purezza’, laddove, si fanno più lapalissiane le contraddizioni e i paradossi, tutti occidentali.
Era buffo vedere questo attempato sperimentatore che camminava qua e là tra l'atrio dell'hangar e la sala proiezioni.
All'uscita, anche lui stremato, un Andrea Lissoni soddisfatto, appagato, ancora incredulo per essere riuscito nell'impresa di portare Niblock a Milano. In effetti non è un impresa facile far 'digerire' un personaggio così estremo e ostico.