31/01/11

Tè, torte e uva candita con Sissi

Book Launch di Sissi 'Abitanti' Edito da Mousse Magazine
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Sabato 29 gennaio - Ore 10.00, Bar Miki e Max (Festa Mobile 2011)
Arrivo un po' in ritardo per la presentazione del catalogo Abitanti di Sissi. Il baretto tra via Orfeo e via de' Coltelli è già pieno di gente. Sissi sta raccontando, con Laura Barreca, le trame e gli orditi che punteggiano la sua oramai decennale carriera. Eh sì, perché sono passati 10 anni da quando 'Daniela ha perso il treno' (performance alla Stazione di Bologna). Sissi, amabile e brillante, si dilunga, divaga, beve tè, mangia pasticcini... è una piacere starla ad ascoltare mentre parla della Biennale di Venezia ('Tutti mi avevano detto di non farla'), delle sue performances, dei suoi abiti, dei suoi conflitti (pochi in realtà), del suo libro di anatomia... Ricordo parole : carne, viscere, ossa, umori, sapori, involucri, pelle...
Conosco Sissi da una vita e devo dire che è riuscita a mantenere vivo quello spirito e 'umore' poetico che le riconosco da sempre. Tra una fetta di torta e l'uva candita, l'artista parla dei suoi diari, dei suoi progetti post-morten, delle sue delusioni e speranze, delle sue esperienze con le gallerie, di alcuni aneddoti sulla sua infanzia. Sorride e diverte o si fa seria e risponde alle domande, spesso abili, di Laura Barrecca. E' stato veramente interessante conoscere molte cose del suo lavoro che non conoscevo. Come non restare affascinati da una così coinvolgente energia... sì, perchè Sissi ha questo raro talento di 'stregare' le persone. Senza contare che era bellissima con la sua pelliccetta, la sciarpa argentata/dorata, le unghie azzurre, i capelli intrecciati, gli occhi azzurri...

"La mia collezione è stata definita bellissima" > Emilio Fantin

L'uomo con cappello e palla accartocciata di Jonas
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Cosa è successo venerdì 28 gennaio a Casabianca a Bologna durante una serata organizzata per valutare la collezione di non opere di Emilio Fantin?
Ce lo racconta lo stesso Fantin in una email a Cesare Pietroiusti.

La mia collezione è stata definita bellissima. Il tentativo di valutare le non opere con una non-asta (rilanciare senza sborsare realmente) è fallito perché non sono riuscito a sbrogliare l 'impasse che ne è uscito. Si sono sovrapposte valutazioni culturali e quotazioni economiche che hanno originato proposte non omogenee e incoerenti in un generale imbarazzo. Tanto che Raffaella Cortese, non condividendo la mia proposta se n'è andata prima che valutassimo la palla accartocciata di Jonas (ha una mostra di Jonas attualmente nella sua galleria). A un certo punto è toccato al tuo lavoro che avevo racchiuso in una cornice pregiata e che partiva da un base d'asta (questa volta vera, dovendo il tuo pezzo essere realmente venduto per diventare falso e assumere uno statuto consono alla mostra) di 100 € offerta il giorno prima da Stefano Pasquini. Valeria Monti ha rilanciato a 500 e il pubblico si è lasciato trasportare iniziando a rilanciare veramente su Joseph Beuys (80 cartoline per un costo di 130 euro come base d'asta). Poi tutto è stato annullato dal volere popolare. Insomma un gran casino. Peccato veramente che tu non ci sia stato, sono sicuro che avresti risolto la situazione (magari complicandola ulteriormente). Comunque il tuo pezzo non è stato venduto (vale molto di più) e sto cercando di trovare un contesto e uno spazio per organizzare un altro evento. Questa volta non potrai mancare, così come Luigi e Giancarlo.
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Veduta della mostra a Casabianca
Yoko Ono, Puzzle, 1993

P.Gilardi, multiplo trovato nella spazzatura 1992
Maurizio Cattelan, la ricchezza siamo noi, 1991
Emilio Fantin didascalia 1996
Da sinistra: Fantin, Gilardi, Mariano, Holzer, Beuys e Jonas
Cesare Pietroiusti, Uno dei 10000 pezzi che se venduti diventano falsi, 2005
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Photo: Emanuela Ascari

Gli altri vincitori > Premio Furla

Alis/Filliol




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Francesco Arena


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Rossella Biscotti

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Marinella Senatore





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Le immagini che pubblico, non rendono merito alla mostra degli altri quattro artisti selezionati per il Premio Furla: Marinella Senatore, Rossella Biscotti, Francesco Arena e Alis/Filliol. Dovrei aggiungere titoli, materiali e sopratutto un minino di spiegazione. A tempo debito...

Tra le stanze
Renato Barilli, Claudio Corsello, Marina Abramovic, Anna de Manincor, Chiara Agnello e Sissi
David Casini, Giacinto di Pietrantonio, Valentina Ciuffi e Antonio Grulli, Luca Trevisani
Francesco Arena, Flavio Favelli, Cristiano Raimondi e Monica Cuoghi

30/01/11

Matteo Rubbi e le frequenze...






Clicca per leggere una pagina a caso! E non farci caso se 'un'altro spettatore' non va con l'apostrofo! :)
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Perché Matteo Rubbi ha vinto il Premio Furla?

“Per la sua capacità di interagire con lo spettatore e creare inedite relazioni tra lo spazio espositivo e lo spazio pubblico in uno spirito di generosa apertura.”
Condivido. Matteo è simpatico, generoso e altruista. Ho avuto modo di constatare in prima persona che l’artista è coinvolgente e pronto a scendere a compromessi. Da sempre, cerco di mettere in relazione il comportamento di un artista (fuori dalle 'scene'), con la poetica che porta avanti con il suo lavoro, soprattutto se la sua ricerca artistica è rivolta al coinvolgimento (più o meno autentico) del pubblico. Matteo, imparando (e incarnando, quasi) le buone ‘ricette’ di Garutti, è riuscito a trovare un modo ‘intelligente’ per renderci complici delle sue opere. A volte in modo anche divertente (penso alla performance Sistema Solare).

“Il suo lavoro coinvolge differenti ambiti culturali in termini sia concettuali che materiali e rivela un acuto senso sperimentale: dall'invito rivolto ai passanti a sintonizzarsi sulla ritrasmissione dell'opera Intolleranza 1960 di Luigi Nono su Rai Radio Tre, al suo progetto di esplorazione dell'Italia minore tramite la stampa locale, nello spirito dei "viaggi in Italia” di Pasolini e di Ghirri e Celati».
Considerando le sue opere passate, in effetti, Matteo cerca sempre di esulare dall’ambito strettamente artistico. Per curiosità, per spirito avventuroso o semplicemente per ‘natura’, l’artista si intrufola nel teatro, nella letteratura, nella scienza, nel campo musicale... per arricchire il suo linguaggio formale e potenziare la portata ‘coinvolgente’ della sua opera. A volte ci riesce pienamente, a volte il 'discorsetto' non mi convince (ma questo è il mio personalissimo pensiero). Nel senso che, solo scavando e scoprendo nei dettagli le sue intenzioni, capisco che vuole 'abbracciarci' un pò tutti.

Nella mostra allestita per il Premio Furla, è lui ad ‘aprire le danze’ con l’opera ‘Domenica’: una stampa su tessuto alta 520 cm, che riproduce un’immagine di mare tratta da una rivista. Nella didascalia: “Questa tenda taglia verticalmente in due lo spazio della sala, suggerendo una possibilità attraversabilità da parte del pubblico.”

Domanda lecita: caro Matteo, cosa dovrebbe provare un qualunque visitatore nell’attraversare questa poetica immagine marina?

L’altro lavoro esposto è il video 'La conquista del K2'. Conoscevo questo video. Bello rivedere le facce abbronzate dei scalatori mentre fissano l’orizzonte, la cima, i compagni... Toccante. In un’altra stamza, durante l’opening, Matteo ha riproposto l’opera-performance 'Muro' (2007). Lui, assieme ad un paio di assistenti, ha spostato una grande parete di legno tra i tanti visitatori attoniti che volevano passare, che si chiedeva cosa stesse accadendo, che guardavano incuriositi.

In un’altra stanza, dentro ad uno scatolone, un libricino dal semplice titolo ‘Libretto’ che raccoglie la trascrizione della prima esecuzione assoluta di ‘Intolleranza 1960’, di Luigi Nono, 13 aprile 1961, teatro La Fenice, Venezia. Pagine e pagine di trascrizione degli scambi verbali, alterchi, fischi, applausi, che si frammentano ai versi dell’opera, contestata 50 anni fa.
Legata a quest’opera la performance durante l’opening nel parcheggio davanti a Palazzo Pepoli: 'Intolleranza 1960’, Bologna 28 Gennaio 2010, ore 19:00.
L’artista ha invitato i proprietari delle auto e dei locali nei dintorni del palazzo a sintonizzare le proprie radio sulle frequenze del programma che trasmette l’opera di Nono alla Fenice, nel tentativo di portare l’avvenimento dal teatro alle strade di Bologna. Copio e incollo dal comunicato pubblicato nel sito del Teatro La Fenice di Venezia, una breve spiegazione di questa opera teatrale in scena dal 28 gennaio al 5 febbraio.
“Ideata e scritta in tre mesi su commissione di Mario Labroca, direttore della Biennale Musica, Intolleranza 1960 costituisce il primo lavoro per il teatro di Luigi Nono, allora trentaseienne, e il punto culminante della sua estetica giovanile. Più che raccontare una vicenda, la trama dell’opera descrive un percorso di conoscenza umana, e gli indubbi riferimenti all’attualità (tragedia mineraria di Marcinelle in Belgio, conflitto d’Algeria, inondazione del Po) costituiscono soprattutto un punto di partenza per il compositore, che rinunciando volutamente all’espressione personale punta ad integrare materiali dichiaratamente eterogenei nel processo creativo.”

Dunque...sulla carta questo lavoro funziona, punta il dito su un personaggio sicuramente significativo nel teatro italiano; evidenzia la necessità di riflettere sul tema della tolleranza, sulla diversità di pensiero, sul rispetto, sulla memoria, sui conflitti ecc (scusate la supeficialità ma non conosco Luigi Nono). Indubbia la capacità di Matteo di scovare situazioni interessanti, di portare a galla angoli esistenziali significativi ed poco conosciuti. Direi esemplari.
Però, a mio giudizio, il coinvolgimento resta solo sulla carta. Mi domando quanti si sono sintonizzati in quelle frequenze. Non so perché, ma mi viene in mente il geniale Ghezzi che per decenni sceglie e condivide con i pochi di noi ( a notte fonda) dei capolavori della storia del cinema.
Matteo, ottimista e fiducioso, si rivolge ad un pubblico spesso ideale che a salire in macchina e sintonizzarsi sull’opera teatrale non ci pensa nemmeno. Ma lui ci prova e ci riproverà sempre (si spera), ora al Furla, domani in galleria, dentro al museo, o chissà in quale altra occasione. Chissà, magari anche grazie alle sue opere, diventeremo un pubblico meno distratto e più consapevole. Impareremo Matteo...

Matteo ci prova e, in questo caso, tenta di coinvolgere/ci. Alla fine ‘sbanca’ tutti (anche i detrattori) e vince!
Poco dopo l’annuncio del vincitore, lo vedo sorridente e concentrato davanti ad una piccola videocamera mentre racconta ‘a caldo’, emozionato e sorridente, le opere in mostra.
Bravo Matteo!


27/01/11

Da Berlino > Patrick Tuttofuoco / John Kleckner


Installation View, 2011, Courtesy Peres Projects, Berlino
David Copperfield, 2011, Patrick Tuttofuoco, Courtesy Peres Projects, Berlino
Untitled, 2010, John Kleckner, Courtesy Peres Projects, Berlino
…and me, 2011, Patrick Tuttofuoco, Courtesy Peres Projects, Berlino
David Bowies, 2011

Secondo report by Luciana Rappo da Berlino per la mostra di Patrick Tuttofuoco e John Kleckner da Peres Projects.
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Patrick Tuttofuoco ha inaugurato da Peres Projects insieme all'artista americano John Kleckner il 14 gennaio scorso. All'opening tanti artisti, tanti italiani, tutti con la bottiglia di birra in mano. Insomma, atmosfera 'alternativa' come piace tanto a Berlino e, d'altra parte, si era proprio nella zona calda delle gallerie: quell'incrocio di strade tra Oranienburger e Friedrichstrasse dove si svolgono anche tanti degli eventi della Biennale.
Patrick ha portato quattro sculture di media grandezza, direi grandezza d'uomo. Tre delle quali davano l'idea di strani totem, presenze ieratiche, leggeri fantasmi di maschere, azzurra, verdina, a pallini, con un unico occhio-bocca-canale di comunicazione e pronte per recitare nel prossimo
film della pixar (questo per parte mia è un complimento, adoro Pixar). I fantasmini sembrano lievitare su piedistalli - in parte di plexiglas colorato e in parte in mdf - che giocano con forme piene e vuote, rotondità e spigoli, curve e linee rette. Le due parti dialogano bene tra loro, un incontro pieno di promesse.
Patrick carica meno le sue sculture di oggetti, di rimandi, di materiali eclettici, si concentra più sull'essenziale diradando l'immagine della maschera, facendola invece fluttuare, pronta a prendere il volo verso chissà dove, eppure tenuta legata alla struttura da una forza invisibile e misteriosa. Ma c'è anche gioco, leggerezza, sguardo autoironico verso ciò che è stato prima e che comunque progredisce trasformandosi in modo intelligente.
L'artista mi ha raccontato che queste opere sono la ricerca di una sintesi tra un certo rigore formale delle opere di qualche anno fa e quelle delle ultime mostre. Ne è testimonianza anche la quarta scultura, quella senza fantasmino: un gioco di forme semiregolari con una parte superiore di perspex trasparente semicurvo. E' una specie di periscopio pronto a captare onde medie, lunghe e cortissime, venti, impulsi, segnali da altri mondi e chissà che altro...

Patrick Tuttofuoco e Paolo Chiasera
Ubaldo Ubaldi e Patrick Tuttofuoco

26/01/11

F...URLA!!!!

E nell'attesa che venerdì prossimo sia reso noto il nome del vincitore di questo 8° premio Furla, leggiamoci le motivazioni dei curatori che hanno proposto i 5 artisti: Alis/Filliol, Francesco Arena, Rossella Biscotti, Matteo Rubbi e Marinella Senatore. (Ho copiato e incollato, senza editing, il testo diffuso dall'ufficio stampa).
Che ne pensi? Pronostici?
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Alis Filiol, Destro diritto, destro rovescio, 2010
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Alis/Filliol - Simone Menegoi
Il lavoro di Alis/Filliol ha due punti di riferimento principali. Il primo è la disciplina che entrambi gli artisti hanno studiato, e che hanno scelto in seguito come mezzo di espressione: la scultura. Molte opere di Alis/Filliol nascono dalla rivisitazione di categorie tradizionali della scultura come la creazione “per togliere” e “per aggiungere”, di tecniche come il calco e la fusione a cera persa, di materiali come il marmo e la creta. Una rivisitazione paradossale, che sovverte la lettera della tradizione per restare fedele al suo senso profondo, implicitamente polemica nei confronti del decrepito accademismo che ancora impronta l’insegnamento della disciplina.
L’altro punto di riferimento di Alis/Filliol è la sua stessa identità in quanto coppia di individui, declinata in senso fisico. Gennarino e Respino costruiscono spesso le loro opere attraverso azioni fisiche che solo due corpi, lavorando all’unisono, possono realizzare, e che restano precluse allo sforzo del singolo. Ironico e spigoloso, culturalmente sofisticato ed energico (fino ad esprimersi anche attraverso la performance), il lavoro di Alis/Filliol interroga il corpo e il volume, l’azione e il suo cristallizzarsi nello spazio, le tecniche e il loro portato teorico.

Rossella Biscotti, The Undercover Man, immagine di backstage, 2008
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Rossella Biscotti - Cecilia Canziani
Nel lavoro di Rossella Biscotti la storia viene rimessa in circolo attraverso il racconto di memorie personali e collettive. In Theory of Film, Siegfried Kracauer indicava nel montaggio e quindi nell’alternanza di documento e finzione la possibilità del cinema di testimoniare la storia e di resistere alla perdita della memoria. Il lavoro di Rossella Biscotti ha le sue radici proprio nel cinema, di cui interpreta la sintassi, il portato ideologico, e la sua capacità di rappresentare oggi uno spazio pubblico, su cui si innesta la parte propriamente processuale del suo lavoro, legata alla ricerca e all’uso di materiali di archivio come fonte e in alcuni casi medium.
Sia nei lavori propriamente filmici, o in quelli più specificamente installativi, l’artista costruisce un racconto che ha la capacità di restituire la realtà del documento e di farci interrogare non solo su come guardiamo il passato, ma su come affrontare il presente.
Marinella Senatore, Jammin’ Drama-Project ,2010
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Marinella Senatore - Alfredo Cramerotti
“Sento di essere parte di quei processi partecipativi che vedono l’artista come un regista che ha uno spartito attraverso il quale i partecipanti negoziano, o contestano, la loro partecipazione.”
Credo che in questa citazione da una recente intervista a Marinella Senatore sia contenuta l’essenza del suo lavoro: la possibilita’ per l’audience (sia spettatrice che partecipante) di sviluppare autonomamente quei frammenti narrativi che l’artista propone. Marinella qui lavora come mediatrice di un processo di partecipazione reale, fondato su una proposta chiara e sviluppata attraverso un’attenta e continua comunicazione fra i partecipanti ai diversi progetti e lei stessa.... Il fulcro del suo lavoro e’ sostanzialmente quello di ‘attivare processi’ con le comunitá con le quali interagisce e in generale con lo spettatore in senso ampio, che comprende anche chi con lei lavora, recita, scrive e produce. E credo sia questo particolare approccio che fa della componente socio-politica dei film, fotografie, disegni e installazioni di Marinella un elemento principale del suo lavoro; quasi un atto politico imprescindibile.
Francesco Arena – 92 centimetri su oggetti (la ringhiera di Pinelli), 2009
Foto Massimo Valicchia. Courtesy Galleria Monitor - Roma
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Francesco Arena - Vincenzo De Bellis
Il lavoro di Francesco Arena spesso trae spunto dalla storia e da eventi che hanno segnato la vita collettiva italiana e internazionale. Attraverso l'utilizzo di tecniche artigianali e materiali tradizionali come pietra, legno, marmo, sabbia l'artista realizza opere scultoree e installazioni con le quali interpreta e traduce suggestioni politiche, religiose e sociali. Formalmente i lavori di Arena affondano le loro radici nella storia della scultura del ‘900 mescolando Ie forme tipiche della Minimal Art e materiali dell’Arte Povera.
Come in molta parte della ricerca di Arena, partendo da opere più datate come 3,24 mq (incentrato sulla ricostruzione della cella di Aldo Moro) per arrivare quelle più recenti come 18.900 (in cui viene incisa su lastre di ardesia la lunghezza del percorso dell’anarchico Pinelli effettuato il giorno della sua uccisione), si assiste alla trasformazione di una misura in un oggetto e di un oggetto nel contenitore di un’informazione storica, che è allo stesso tempo il punto di vista dell’artista sulla storia.
Matteo Rubbi, Muro, 24 Ottobre 2007 (Performance)
Courtesy l'artista e Studio Guenzani, Milano
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Matteo Rubbi - Lorenzo Bruni
Matteo Rubbi realizza delle “azioni scultoree” che hanno lo scopo di alzare il livello di attenzione dello spettatore rispetto al suo “quotidiano” e al suo concetto di arte. La frizione tra i concetti astratti con cui l’uomo organizza da sempre il mondo e le esperienze empiriche che gli permettono di scoprirlo è sempre al centro della sua ricerca, con la quale punta a “misurare” e a “re-immaginare” i luoghi in cui interviene. Il lavoro di Rubbi consiste quindi nel celebrare “l’incontro” tra soggetto e contesto provocando un istante epifanico o straniante con cui far rivalutare allo spettatore/attore le modalità e le regole con cui percepisce la realtà. Questo è ciò che è accaduto anche con l’opera dal titolo Appare il futuro terribilmente vicino, prodotta per la mostra 21x21 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2010, che portava i cittadini a riflettere sul loro ruolo rispetto alla società e sui concetti di futuro e identità collettiva. L’innesco di questa “processualità in farsi” era il quotidiano "La Stampa" del 6 Maggio del 1961 ristampato e distribuito nei luoghi di socializzazione come bar e librerie della città di Torino il giorno 6 Maggio del 2010 e che, creando un effetto “dejavu” o da “macchina del tempo”, visualizzava i problemi del concetto di storia e memoria collettiva senza cadere nella retorica da documentario
giornalistico o della moda estetizzante di utilizzare materiali di archivio.