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14/09/11

Riflessioni del tempo: Giuseppe Gabellone alla Galerie Perrotin

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Giuseppe Gabellone 
Settembre 2011


E’ la prima mostra di Giuseppe Gabellone, in cui ho l’impressione che l'artista, in modo sotterraneo, sviluppi una ambigua forma di narrazione. Molte ‘tessere’ ritmano lo spazio espositivo come  se seguissero il dispiegarsi di una pellicola: tanti fotogrammi che riprendono, con un movimento rotatoio, uno strano totem. Gli elementi per un racconto ingenuamente esoterico potrebbero esserci tutti: il ritmo delle maree, del fuoco, uno strano oggetto innalzato con tre tondi, della luce, l’alluminio, il rame, l'azione del fondere e dell'innalzare...

Potrebbero essere ma non sono. Semmai, se di racconto vogliamo parlare, a proposito del lavoro di Giuseppe Gabellone, ben altri sono gli elementi da tenere in considerazione. Dopo decenni di mostre, biennali, personali e progetti vari, l’artista compie un consapevole e acutissimo ritorno su quelli che sono i suoi ‘migliori passi’: l’analisi attenta delle forme; il condurre con precisione minuziosa una pratica che ha il sapore tutto artigianale del lavorare con la materia. L’artista ritorna a fotografare delle scene di realtà minima, che costruisce grazie alla scelta oculata di un paesaggio come tanti altri, ma non per questo poco significativo. Non bello, non caratteristico, non particolarmente attraente. Così la scultura che costruisce/fotografa/abbandona: una struttura di ferro, sorta di cavaletto, che sostiene tre tondi (forse di legno, forse di polistirolo, ma non è importante) illuminati da una serie di lampadine accese, sempre.

Nelle 32 fotografie che riprendono la struttura, l’artista inserisce quasi all’inizio del percorso d’osservazione, e quasi alla fine, due marine (mare del nord, colori freddi). Sembra che queste sue ‘stazioni’ fissino un tempo, un prima e un dopo, della macchina fotografica mentre immortala la struttura in ferro. Sembra, perché è ingannevole pensare che banalmente l’artista abbia fissato il suo giro circolare attorno alla scultura in modo progressivo.

Vedo tra le prime foto, ma anche tra le ultime, della ruggine che compare e scompare tra le varie immgini. Vedo il paesaggio dietro, lo sfondo, cambiare di poco, ma comunque di stagione.

In questa successione di istanti contraddittori, dove il prima e il dopo si confondono in modo impercettibile, a raccontare il trascorrere del tempo, una serie di bassorilievi in alluminio. Persi i giapponesi, le foreste o altre delicate ed enigmatiche figure, l’artista si concentra su una forma di vuoto complesso. E’ il tempo il vero protagonista di questa elegante e semplice mostra, raccontato nella sua indicibile e misteriosa complessità. Accanto al tempo, l’artista in questa mostra parigina, racconta anche molto di sé e della sua decennale carriera: sintetizza cosa ha imparato lavorando con le forme, la materia e la natura dell’osservare. 

* Foto di Andrè Morin, Courtesy Galerie Perrotin
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21/10/10

La Scultura Italiana del XXI secolo

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Inizia con alcune domande la mostra La Scultura Italiana del XXI secolo, ospitata alla Fondazione Pomodoro fino al 30 gennaio 2011.
- Tentare una nuova definizione della scultura? - Accettare tutto indiscriminatamente? - Far dissolvere la scultura nelle cosiddette 'installazioni' o addirittura nell'architettura?
Dal mio piccolo e remoto angolo, risponderei:
Non occorre tentare di definire la scultura. Non è necessario. Preferisco la 'tentazione' di enucleare ed scovare autentiche opere d'arte.
NON accettare tutto, indiscriminatamente, soprattutto se l'opera non è all'altezza di una tale definizione.
Dissolviamo, dissolviamo.

Zeppa, la Fondazione Pomodoro è pienissima di 'sculture'. Buone, meno buone, e meno meno.
Nell'insieme ci sono opere che valgono la visita. Tra le tante, mi vien da dire, ci sono molti lavori che dimostrano, ancora una volta che l'artista rimane un ottimo artista. Su 80, un pò di nomi (alcuni diranno ...'sempre gli stessi!'): Giuseppe Gabellone, per la fotografia della scala elissoidale del 1997, Gianni Caravaggio, per la lastra di marmo nera, Diego Perrone, per il suo grande insettone dalle piume verdi, Patrick Tuttofuoco, perchè gli diamo la possibilità di crescere ancora, Massimo Kaufmann, per la leggerezza delle sue meteoriti di malinconia, Vedovamazzei, per il tocco di poesia dell'uccellino conficcato con il becco sulla parete, Francesco Simenti, per gli aquiloni, Arcangelo Sassolino, per la grande tanica respirante, Adrian Paci, perchè sembra portare sulle spalle tutto il peso del mondo, Stefano Arienti, per i suoi grandi nidi di carta attorcigliata, Flavio Favelli, per la sua stanza inquietante, Massimo Bartolini, per il budda che gira su sé stesso, Alessandro Piangiamore, per la pietra dorata che non vedrà nessuno, Carla Mattii, per il suo giardinetto che 'waiting for the rain', Bruna Esposito, per il suo piombo super essenziale, Lara Favaretto, per il suo cubo di coriandoli, Maurizio Cattelan, non poteva non esserci, Pierluigi Calignano, e le sue porte decorate, Carlo Bernardini, per il 'corpo organico di luce', Riccardo Previdi, per i suoi multipli, Francesco Arena, per la testina di Lenin dentro alla fodera della giacca...
Per il resto, non ho niente da dire. Certe opere sono veramente imbarazzanti.

Giuseppe Gabellone
Gianni Caravaggio
Vedovamazzei
Riccardo Previdi
Carla Mattii
Arcangelo Sassolino
Pierluigi Calignano
Patrick Tuttofuoco
Diego Perrone
Stefano Arienti
Francesco Arena
Massimo Bartolini
Adrian Paci
Flavio Favelli

Massimo Kaufmann
Carlo Bernardini

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E tutti gli altri...





12/10/10

Il morbo italiano a Grenoble... Part Two

Piero Golia, Marzia Migliora
Marzia Migliora
Patrizio Di Massimo
Meris Angioletti
Massimo Grimaldi
Francesco Vezzoli
Rä di Martino
Renato Leotta
Salvatore Arancio
Paola Pivi
Francesco Gennari
Manuel Scano
Patrick Tuttofuoco
Riccardo Previdi
Andrea Sala, Martino Gamper, Massimo Grimaldi
Martino Gamper, Patrick Tuttofuoco e Alex Cecchetti
Alex Cecchetti
Andrea Sala
Alberto Tadiello
Giuseppe Gabellone

Entriamo nella seconda parte della mostra. Aprono le danze il tappeto di Marzia Migliora 'Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia', l'unicorno cromato di Piero Golia e le foto di Linda Fregni Nagler. Alle angosce di Marzia Migliora anche il secondo locale. Segue un'intera stanza dedicata a Patrizio di Massimo con il video culo nero-faccia bianca/culo bianco-faccia nera dal titolo esplicativo 'Faccetta nera, faccetta bianca'. Pendant al video un testo che fa parte dell'opera 'The Negrus Said: give me the lion, keep the stele!', che parla di colonialismo, razzismo, immigrazione ecc.
Elegante la stanza con dei lavori, quasi tutti a parete: la famosa opera della Pivi degli animali bianchi, le foto in bianco e nero di Renato Leotta, l'autoritratto tra un quadrato e un rettangolo di Francesco Gennari, le tenebrose foto di Marinella Senatore e le incisioni di vecchi paesaggi su carta di Salvatore Arancio. Nel corridoio una oramai classica installazione di Meris Angioletti che su delle piccole lastre riporta un testo di Kracauer su Edgar Allan Poe sovrapposto, dunque illeggibile.
Insomma vi sto facendo un'infilata di descrizioni approssimativa di opere che, per lo più, conoscete già. Di fatti, nonostante il comunicato stampa ostenti che molte opere sono state 'create appositamente per l'occasione', in realtà il 70% dei lavori sono stati concepiti per altre mostre e progetti. Penso all'oramai storico e sconvolgente lavoro di Massimo Grimaldi Images of Extreme Birth Deformities Caused By U.S.A. Depleted Uranium Bombs Shown On Apple iMac, alle più recenti, ma non meno conosciute fotografie di Giuseppe Gabellone Untitled o alle (stanchissime e forza di girare) testine di Patrick Tuttofuoco Three Wise Monkeys.