28/04/10

L'italia? Pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!

Il 26 aprile ho assistito alla discussione aperta “L'Anomalia Italiana” presso la sede della NABA in via Darwin. L’incontro intendeva riproporre e approfondire le riflessioni aperte dalla ricca sezione tematica del n. 6 di Kaleidoscope: The Italian Issue (bizzarramente pubblicato solo in inglese).

Per quanti interessati...

Sono intervenuti Alessio Ascari che ha presentato e motivato l’incontro basato su 4 concetti chiave: modernità (Luca Cerizza), religione (Alessandro Rabottini), paesaggio (Barbara Casavecchia) e politica (Marco Scotini).

Chiaro e coinciso Ascari ha spiegato davanti ai molti studenti della NABA i motivi del taglio ‘italiano’ della rivista nata oramai un anno fa (marzo 2009) e distribuita per lo più all’estero. Ho scoperto che ci sono più lettori stranieri rispetto agli italiani. “Ci sono state mosse delle critiche basate sulla troppa esterofilia di Kaleidoscope, di occuparci troppo di cosa succede ‘fuori’ rispetto a ciò che succede in Italia. Abbiamo deciso allora di raccontare quelle che secondo noi ci sembrano le ‘esigenze’ italiane. Ovviamente il nostro è un punto di vista parziale, incompleto della scena artistica italiana. Ma abbiamo voluto rischiare e proporre delle questioni di ciò che può diventare una chiave di lettura per una definizione del panorama italiano. C’è una sezione nella rivista chiamata Main Theme. Questa rubrica l’abbiamo dedicata appunto all’Anomalia Italiana. Abbiamo invitato Luca Cerizza a curare questa sezione, che ospita gli interventi di Scotini, Rabottini e Barbara Casavecchia” (...) “Si potrà opinare la scelta degli artisti che abbiamo selezionati come emergenti. Non abbiamo invece grossi dubbi sulla scelta di Roberto Cuoghi come uno degli artisti contemporanei più rivelanti nella scena artistica italiana” (...)

Dalla sua esposizione sono emerse due questioni importanti: la prima è quella che riguarda il come raccontare l’Italia agli stranieri. “Un argomento che tocca da vicino il nostro lavoro e più in generale la comunicazione, i giornalisti e gli opinionisti. Perché è difficile raccontare l’Italia? La seconda questione, invece, è la constatazione dell’assenza del presente. Sembra che i temi forti considerati dagli artisti italiani siano per lo più legati alla tradizione, riguardino riflessioni più rivolte alle radici della storia italiana e non invece sulla tendenza a proiezioni verso il futuro.”

Due le domande di fondo emerse:

- Come raccontare l’Italia all’estero?

- Perché non c’e attenzione a temi legati alla stretta contemporaneità?

E’ seguito l’intervento di Luca Cerizza che ha subito iniziato la sua presentazione puntando il dito sul fatto che il tema dell’anomalia italiana è un argomento spesso ‘abusato’ giornalisticamente. Per il suo articolo sulla modernità, Cerizza non ha voluto legarsi all’ambito prettamente estetico o artistico, ma più ad un discorso politico. Ha chiarito come in Italia non ha mai avuto un rapporto stretto con l’idea di modernità, dunque con l’idea di progresso e futuro.

Ha esposto, brevemente, come sono stati approfonditi i 4 temi: il paesaggio (non quello da cartolina, quello turistico, desiderabile, raccontabile… fatto mito) approfondito in modo assolutamente originale e imprevisto da Barbara Casavecchia; il rapporto tra arte contemporanea e religione (e qui ha portato come esempio assolutamente calzante la Biennale di Berlino curata da Gioni, Cattelan e Subotnick, tutta ‘giocata’ su un’iconografia cattolica ‘dalla chiesa alla tomba’) e la questione politica affrontata da Scotini con piglio decisamente analitico.

Il discorso approfondito da Cerizza indaga il rapporto tra l’Italia e il modernismo, dalle avanguardie storiche alle neo avanguardie degli anni ’70. Si è dilungato sull’affermazione di Andrea Branzi a proposito dell’idea di modernità ‘debole e diffusa’ (che è poi anche il titolo di un suo libro ‘Modernità debole e diffusa, il mondo del progetto all’inizio del XXI secolo‘, Skira, 2006). Ha motivato la possibilità che quest’idea in realtà, può essere una forza in quanto ‘propensione e sensibilità ai cambiamenti di stile’.

E’ giunto a chiedersi del perché predomina un così diffuso ‘cattivo gusto’ in ambito politico.

“L’anomalia italiana del vivere la modernità si rispecchia nell’anomalia e nel cattivo gusto della politica italiana contemporanea”.

Ha fatto anche un commento sul fatto che gli ‘emerging artists’ proposti nel suddetto numero di Kaleidoscope (Rossella Biscotti, Andrea Sala, Giorgio Andreatta Calò, Alex Cecchetti e Seb Patane), vivono tutti all’estero. Come dire: stare lontani conferisce una prospettiva sull’Italia e il suo sistema artistico (forse) più obbiettiva e lucida.

Con il suo intervento Alessandro Rabottini ha esordito con una nota molto positiva: “Ho notato che nell’ultimo periodo c’è un interesse crescente dall’estero per l’arte italiana. Sembra che l’Italia sia di nuovo interessante. Nel nostro paese, considerato parte del 1° mondo (anche se in realtà non è abbastanza ‘nuovo’ da produrre un sufficiente interesse), c’è un generazione di artisti molto giovani che sembrano indirizzare la loro ricerca artistica sulla nostra storia. Ho la sensazione che alla mia generazione nessuno abbia raccontato come sono andate le cose. Da qui probabilmente l’interesse da parte di molti giovani artisti a indagare anni sconosciuti o poco spiegati.”

Dopo questa sua constatazione ha affrontato il soggetto del suo intervento: raccontare il rapporto con la religione degli artisti italiani. Ha sottolineato come da sempre c’è una sorta di schizofrenia nell’affrontare e nel rapportarsi a questo argomento. Partendo da Fontana, artista che ha cercato di inscrivere nella materia la sua ricerca esistenziale, dunque materia come veicolo di verità, Rabottini ha constatato come dopo di lui un certo tipo di ricerca spirituale sia giunto al capolinea. Ha citato a seguire Pistoletto, Ontani ed altri artisti, per giungere fino a Vezzoli (“nel suo lavoro l’omosessualità è condannata ad intrattenere il mondo glamour, quando non strettamente eterosessuale) e Roccasalva. Di quest’ultimo artista ha citato un quadro (che è poi Frieze ha ‘santificato’ in copertina) che ha descritto, iconograficamente come un“ritratto dalla bocca piccolissima, e due occhi enormi, che sembra voler dire: sembra che in Italia si neghi il logos, ma si sgranano gli occhi perché sempre pronti a credere ai miracoli”.

Barbara Casavecchia, nel suo articolo My Dark Places, ha voluto raccontare l’anomalia italiana non tanto in un discorso prettamente legato all’arte, bensì al paesaggio. In particolare al paesaggio in relazione ad un avvenimento importante con quello del G8 a Genova. “Giorni prima del summit, Genova è stata meta di decoratori, fiorai, imbianchini ecc. per ritocchi, ritinture, imbiancature. Insomma hanno fatto un make-up alla città per renderla più appropriata ad un evento del genere.” Ha raccontato come il paesaggio sia stato mediatizzato quanto il ‘cattivo gusto’ della realtà sia scappato per molti versi dalle strette maglie del grande censore.

Ha parlato dello scandalo del G8 inizialmente previsto sull’isola della Maddalena e successivamente spostato all’Aquila in seguito al terremoto, delle new towns realizzate per l’occasione e del fatto che abbiano molto in comune con la retorica del ‘piano casa’, con la propaganda del periodo fascista ecc.

Continuando il suo ragionamento sul paesaggio, Casavecchia si è posta una domanda: “Il paesaggio quotidiano (non quello da cartolina o turistico) è riuscito ad emergere? C’è riuscito attraverso il cinema. Un esempio è il film e il libro Gomorra. Il paesaggio è emerso dai confini italiani verso l’estero. Mi rendo conto che è un caso limite. Il paesaggio in Gomorra sono le vele di Scampia, una mega struttura nata con l’architettura radicale utopica degli anni ‘70”.

Ma un nuovo paesaggio sta anche emergendo nella letteratura, Barbara ha citato De Cataldo, Gemma, ecc. definiti scrittori di genere di una nuova ‘epica”. Partono tutti da un caposaldo, “Petrolio” di Pasolini (libro pubblicato ‘solo’ nel 1992), in cui lo scrittore da un affresco terrificante di quello che è la grottesca modernità italiana.

“Penso che l’importante sia, in un modo o nell’altro, continuare a raccontare il presente. Magari non è il presente che vogliamo, ma per lo meno si è espresso”

Dopo Casavechia, Marco Scotini. L’esposizione del suo punto di vista, con un taglio decisamente analitico (e, mi spiace, un po’ soporifero. Mi sono anche chiesta: ma perchè non si toglie mai gli occhiali?), verteva sull’anomalia politica, dunque sistematica e di metodo dell’Italia. Ha puntato il dito sulla deriva del discorso dell’arte relazionale iniziato negli anni ’90. Ha constatato che dopo quel decennio l’Italia è stata tagliata fuori dalle grandi kermesse internazionali. Ha portato come esempio Cattelan, che non ha mai partecipato ad un’edizione di Documenta (“schizofrenia molto forte”). “Senza contare che nelle varie Biennali e Manifesta la presenza italiana è per lo più scarsa, debole se non del tutto assente. Trovo che di positivo ci sia il fatto che, forse per la prima volta, l’Italia non si racconta in maniera entusiasta. E’ ancora ingabbiata in clichè. Penso a Bonami e Gioni che considerano la scena italiana attardata, ‘contadina’ insomma che ha perso il treno. (...) Noto finalmente un approccio critico, un mettersi in discussione, un non ostentazione delle glorie passate. Si è smesso di scimmiottare il cinismo di matrice americana.

Penso che da sempre il problema sia storiografico. Le ideologie hanno condizionato troppo la realtà storica e la sua ricostruzione.

Come siamo stati più o meno moderni? Questa domanda se la sono fatta già da molto tempo in altri paesi. E non solo con un taglio estetico, ma anche politico. In Italia, invece, si è perseguito per lo più il taglio estetico. Gli artisti non hanno fatto la rivoluzione, il loro è stato più un adattamento. Non c’è stato un vero e proprio carattere collettivo nell’agire, ma più disparate e sporadiche azioni di iniziativa privata.

In Italia ci sono due matrici:

- la cultura idealista (l’arte per l’arte)

- la critica di natura marxista (Rosa, Tafuri ecc)

Pensa che base si mancata la volontà di analizzare lo stato delle cose e, soprattutto, con un ampio respiro, facendo attenzione ad un sistema generale.

Il problema è di metodo: come raccontare e rappresentare le cose avendone un giudizio chiaro.

E’una questione di rappresentazione, questa è la vera sfida.”


Rabottini ha ripreso la parola sollevando la questione sulla preparazione e formazione, non tanto degli artisti, ma dei critici e dei curatori. “E’ come se la mia generazione vivesse nell’ansia e nel complesso del made in Italy. Ci dicevamo: non riusciremo mai a eguagliare quello che è stato fatto negli anni ’80. Si parla spesso che il sistema arte in Italia non supporta a sufficienza i curatori, ma i curatori? Non sono abbandonati a sé stessi? Ho constato una mancanza di formazione critica” Poi la parlato della fragilità del panorama italiano rispetto a quello internazionale.

Cerizza: “Alla fine è difficile scalfire l’idea che all’estero hanno dell’Italia: pittorescamente bizzarra e simpaticamente perdente!”

Come chiosa dell’intera discussione, finirei con Barbara Casavecchia: “Penso che sia importante continuare a raccontare cosa succede. Continuare a raccontare da diversi punti di vista, mantenendo una pluralità di sguardi e di giudizi.”

Alla fine, nel giardino della NABA, Igor Muroni in consolle! Magico!


23/04/10

Me ne sto in superficie - Massimo Grimaldi


Di Massimo apprezzo l’ostinazione. La maniacalità con cui ribadisce il volerci far riflettere sulla natura di ciò che chiamiamo ‘arte’. Non so se ci riesce spesso. Di lui mi attrae questa assoluta perfezione e piglio scientifico. Mi attrae e allo stesso tempo mi respinge: perché ostinarsi a farci capire cosa è da considerare ‘arte’? Perché sconvolgerci con le immagini a ‘doppio’ taglio dei suoi pics? (discreta newsletter che l’artista manda via email a curatori, amici ecc.) Occhi enormi che ci guardano da una profonda Africa, nera e agghiacciante. Ma anche paesaggi incantevoli, farfalle, cime di alberi assolate mischiate a gambe con protesi, teli di plastica insanguinati, flebo e arti mozzati.
Io penso che me ne starò in ‘superficie’, per cogliere la bellezza che alla fine avvolge e, al tempo stesso, dissimula la sua profondità concettuale. La mostra alla galleria Zero... è una scatola perfetta, e perfettamente attaccabile sul piano etico, che si comprende pienamente in superficie. Ad un certo punto, presa la palla al balzo, mi sono accodata con Edoardo Bonaspetti al giro di spiegazioni (bizzarre ma efficaci) di uno degli assistenti di galleria. Un iniziale coinvolgimento emotivo: come non esserlo vedendo due bambine gioiose mentre, alla faccia del ‘chi siete e cosa volete’, giocavano con un mazzo di carte mangiando dei biscotti. Alle spalle due immagini: Mariem Before The Image ‘Rubine’ e Daba Before The Image ‘Magnesia’. Un iniziale raccapriccio per le immagini in loop nei due schermi mac. Una doppia immagine di un fan del leader dei Tokio Hotel: volto di un ragazzino ibridato con quello di Bill Kaulitz?
Un lavoro più di altri mi ha colpito: Ryszard Kapuściński Lights. Nome impronunciabile di un giornalista polacco che ha militato per tutta la vita facendo reportage da tutti i territori in via di sviluppo ecc ecc. (wikipedia). L’installazione ha dell’enigmatico, almeno per me. Tecnicamente: “consiste nel cieco e perpetuo scorrimento verticale e nella semirotazione di due luci montate su
guide lineari dal movimento a cremagliera”. Come effetto, se vista da un certo punto di vista, si aveva la semplice sensazione di trovarsi davanti ad una parete illuminata da dietro con luce fissa. Girandoci attorno, invece, ci scopriva che le luci erano mobili, ma come effetto diffondevano una luce ferma. Ultimo lavoro: una cassa acustica da cui, ogni 10 minuti, si sentiva un brano da una playlist. La selezione musicale risale ad un periodo molto triste dell’artista nei primi anni ’90. L’ho trovato un lavoro ‘umano troppo umano’ che mi ha rivelato un Massimo decisamente intimista...

Chi c'era?
Mariuccia Casadio e Massimo Grimaldi, Elena Tavecchia e Simone Menegoi, Flavio Del Monte, Andrea Balestrero e Annalisa Rosso
Marco Magni, Paola Manfrin, Stefano Arienti e Luca Cerizza, Adrian Paci
Francesca Kaufmann, Maurizio Cattelan e Caroline Corbetta , Milovan Farronato con Sissi, Luca Vitone
Giulio Frigo, Marcello Maloberti, Filipa Ramos e Angela Vettese, Edoardo Bonaspetti
Corrado Beldì e Marco Tagliafierro, Francesca Pasini, Massimo Grimaldi e Farid Rahimi, Giovanna Silva e Cosimo Pichierri
Luciana Rappo, Francesca Di Nardo, Ettore Favini e Samuele Menin, Antonio Rovaldi

Mi hanno detto...

Ieri all'inaugurazione di Massimo Grimaldi ho incontrato M. C. che mi ha detto:"Ti sei montata la testa". Poi ho incontrato A.R. che mi ha detto:"Stasera non si parla d'altro che di questo blog". Poi ho incontro L.C. che mi ha detto:"Ma che ti è saltato in mente di aprire un blog!!".
Poi, finalmente, ho incontrato Stefano Arienti. Abbiamo parlato del lavoro di Grimaldi. Mi ha detto di come il lavoro di Massimo sia profondamente concettuale e allo stesso tempo esteticamente ineccepibile. Mi ha ricordato il lavoro che l'artista ha portato in occasione del premio Furla (lontano 2003, se non erro). Per molti versi, in nuce, in quell'occasione Grimaldi ha rivelato tutto di sè. Ora è come se dilatasse una poetica che già da allora si rivelava in una perfetta sintesi. Questa, in soldoni, è l'idea che ci ha trovato concordi.
Io devo 'digerire' ciò che ho visto. Cosa mi è rimasto e cosa ho scoperto di nuovo.
Lei mi ha dato un biscotto e io l'ho mangiato.

Puro caso



20/04/10

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Bill Kaulitz e tutto il resto - Massimo Grimaldi

In attesa dell'inaugurazione della mostra Surface di Massimo Grimaldi (galleria Zero..., 22/04 - 5/06), inizio a 'impormi' la bella faccia di Bill Kaulitz , cantante dei Tokio Hotel. Sorridente, truccato, agghindato... mentre guarda per l'ennesima volta in macchina. Me lo impongo qui assieme alle immagini di tutti gli altri artisti che questo blog ospita e commenta. Stesso livello, stesso piano, stesso spazio.

"Il lavoro di Massimo Grimaldi indaga la natura di ciò che chiamiamo 'arte', il modo con cui essa viene percepita, valutata, capita. la sua ricerca è un'interrogazione sui criteri della produzione e della circolazione delle immagini, sul potere e i limiti della speculazione estetica, sulla possibilità di una sua ridefinizione etica. La mostra Surface si compone di 9 nuovi lavori". Da comunicato stampa.



19/04/10

Paola Pivi al Sculpture International Rotterdam 23/25 Aprile


Le foto degli animali sono di Vincent J. Musi, 2008 (l'anno è quello della pubblicazione sul National Geographic)





Free animal concert - Grrr Jamming Squeak, progetto che Paola Pivi presenterà al Sculpture International Rotterdam


L’ispirazione per il progetto Grrr Jamming Squeak, che presenterà a Rotterdam su commissione di Sculpture International Rotterdam (SIR) il week-end del 23 aprile, le è arrivata nelle sperdutissime Isole Pribilof, situate nel Mare di Bering, al largo delle coste occidentali dell’Alaska. “È da quasi 4 anni che vivo in Alaska” ci racconta l’artista Paola Pivi, “e ho notato che in questi luoghi, isolati e sperduti, le persone vivono tutte assieme, anche con gli estranei, e hanno relazioni più autentiche e fraterne. Quando ci si incontra, si sorride e ci si saluta. Questa società è molto diversa rispetto a quella occidentale, iper popolata e dominata da una competitività spietatissima. Il contatto con la natura e gli animali è molto coinvolgente. Con Grrr Jamming Squeak, vorrei portare un po’ di questa atmosfera a Rotterdam”. Il SIR ha invitato Paola Pivi a realizzare un progetto in una delle aree più degradate della città, la Coolsingel, un viale a 4 corsie caratterizzato da centri commerciali e amministrativi dal dubbio gusto architettonico. Ed è proprio in questa strada che l’artista terrà allestito per oltre un anno, un vero e proprio studio di registrazione, che già dall’esterno rivela la sua unicità. Sulle grandi vetrate sono affissi i ritratti di quelli che sono i veri protagonisti delle performances: gli animali. Cosa offre di così inaspettato questo originale studio di registrazione, aperto gratuitamente a chiunque voglia cimentarsi con la musica? “Riserva l’esperienza unica di poter suonare batterie, violini, arpe, bonghi, bassi ecc. assieme al suono dei versi di oltre 100 animali, proveniente dalla Macaulay Library, del Cornell Lab of Ornithology (Ithaca, New York)” spiega Pivi.


Casa Vogue, Aprile 2010


Disegno preparatorio di Paola Pivi per il progetto ‘Grrr Jamming Squeak’, 2010.

13/04/10

Mentre sono al salone... F.I.S.C.O (color cane che scappa))))

Krõõt Juurak / Mårten Spångberg (Est/A/S) - Ride The Wave Dude

Krõõt Juurak (Est/A) - Once Upon - prima italiana: mer 21 aprile 2010
Antonija Livingstone / Jennifer Lacey (Can/F/USA), disegno di: Daniel Davidson

"Il cane non ha una visione d'insieme; e neanche il senso del vero o il senso del falso e neanche la memoria storica. .. Il cane è un essere che tende all'incolore, dal punto di vista della sua essenza fisica ma soprattutto dal punto di vista intellettuale, specie quando corre, tanto è vero che per dire che uno ha indosso un vestito scolorito in dialetto si dice che ha su un vestito color cane che scappa." (da L'accalappiacani #1 - semestrale di letteratura comparata al nulla)

Mentre io mi sto 'rompendo' al Salone del Mobile (o immobile, nel senso che tutto gli anni mi sembra sia sempre quasi uguali), a Bologna c'è F.I.S.C.O, il Festival Internazionale sullo Spettacolo Contemporaneo (dal 16 al 24 aprile) organizzato da xing (Direzione artistica: Silvia Fanti). Programma ricchissimo.. ma una cosa mi sembra veramente da non perdere (e io la perderò!) Open, Waudeville - intuizioni sul mondo in attesa che diventino una costruzione compiuta. Ecco la lista dei 'numeri', e poi ditemi voi se non vi sembra una cosa 'bizzarra': Open/Wrestling: Un coro, Una donna-serpente, Un gruppo di manifestanti, Due sagomiste di zebre, Un gruppo di zebre, Una radio, Due conduttori radiofonici, Un prestidigitatore, Un gruppo di aeroplanisti, Una bimba pattinatrice, Un’ istruttrice di pattinaggio, Uno che si spoglia, Uno che si veste (lo stesso), Un padre, Un piccolo gruppo di mamme con bambini, Una seduttrice, Tre coreografi-danzatori, Due artisti visivi, Un’ esperta di pornografia, Un lento distruttore di bicchieri, Un gruppo di giocatori di rugby, Un attendente alla veduta, Una compositrice di volantini, Una distributrice di volantini, Un gruppo di baristi mobili.

il link:
http://www.vimeo.com/fisco

Altri info: Quarto anno di W. Con WANTED spunta un’insegna che indica il luogo della 'costruzione apocalittica della meraviglia'. Nel 2007 si parte con un cartello della metropolitana capovolto e collocato all’ingresso della Galleria Accursio in piazza Maggiore, un atto subliminale concreto così plausibile da risultare ormai familiare e mimeticamente inglobato. Nel 2008 siamo alla sua prima riproduzione all'incrocio Via Ugo Bassi/Via Marconi, un passo per l’invasione programmata, un franchising di spazi mentali delle possibilità a perdere: WASTED. Nel 2009 siamo alla proliferazione. Ecco una terza insegna in un'aiuola spartitraffico sullo stesso asse: WRESTLING. Nel 2010 la declinazione è: WAUDEVILLE. Prosegue così la costruzione di un'immaginaria linea metropolitana dell'inversione. Notizie, riflessioni, immagini, su un nuovo blog dedicato: http://wetropolitan.blogspot.com/

Altro link
BRAINSTORMING_CAMERA DI DECOMPRESSIONE PER SPETTATORI all'interno di F.I.S.C.O.

Registrazioni dei commenti audio dal pubblico per poi farne narrazioni sonore da ascoltare su www.brainstormingartproject.blogspot.com


Antonija Livingstone / Jennifer Lacey (Can/F/USA), Culture & Administration,
credits fotografici: Alexandre Pilon-Guay


Bojana Mladenović (Srb/NL), One Piece, credits fotografici: Caroline Otteni

08/04/10

Iperboli, allitterazioni ed entità di Lupo Borgonovo

Vi copierei e incollerei (cosa che faccio bene e spesso) il comunicato stampa di questa mostra essenziale, enigmatica ed arcana: Lupo Borgonovo, 'Calco della Caverna', nella galleria Fluxia. Si parla di una fontana progettata dall'architetto Carlo Scarpa a Venezia. Si cita Medardo Rosso, si elucubra sulla pratica scultorea, sulla ‘caverna’ (e come non pensare al mito di P.), su dubbi metafisici tra l’interno ed l’esterno... sempre della caverna. “...si potrebbe dare forma ad un'assenza, creando il positivo di una parte concava che si ramifica gradualmente in forme potenzialmente infinite.” Penso che i comunicati stampa guastino e ridicolizzino le mostre. Essendo alla sua prima personale, Lupo se l'è cavata abbastanza bene. Forse lo spazio espositivo era troppo angusto per le tre opere esposte. Il calco della fontana rimane un oggetto un po’ inerme, grossolano e senza il tanto mistero che prometteva. La scultura o meglio la testa di bronzo modellata dall'artista con la propria testa, perde un pò di fascino tra le volute della colonna che la sostiene (troppo decorative.. fa perdere di concentrazione). Dell’ultimo lavoro, vi lascio alla descrizione da CS “In Fase lunare, l'oggetto, persa la propria funzionalità, esiste in una dimensione controllata dall'invenzione. La ciotola, normale evoluzione di due mani che contengono l'acqua, diventa una luna crescente. Anche lo sguardo è un materiale che può essere modellato.” Che lo sguardo sia un materiale, ne possiamo anche parlare, che si debba ricordare quanto esso possa essere modellato, bhe, che dire?

Un consiglio: non leggere mai un comunicato stampa prima di vedere una mostra!





Chi c'era?

Francesco Simeti e Francesca Minini, Giancarlo Norese e la Testa, Charly Lioce

Marcella Piscitelli e Mattia Mattucci, Valentina Suma (?) e Martina Angelotti

Lupo Borgonovo, Corrado Beldì e amica, altri...

Leggerezza mezza bellezza




Sembra quasi di sentire della musica. O almeno il fruscio delle stoffe, dei movimenti dei piedi, delle braccia. Camminandoci attorno sembra di vedere muovere queste esili damine un pò passè. Il progetto si chiama 'Broken away from common standpoints', di Alicia Kwade, artista polacca che lavora con una delle gallerie più 'in' di Berlino, Johann Koenig. Leggerezza, mezza bellezza per questo progetto da Peep Hole in collaborazione con Museion (Bolzano). Più che fiabesco e festoso (da comunicato stampa), la sensazione era quella di trovarsi nel salotto di una zietta impazzita che, persa la ragione, ha iniziato a collezionare statuette di ballerine danzanti. Strategica l’orchestrazione delle luci che hanno prodotto graziose silouette nella parete lunga dello spazio espositivo. Dopo averci girato attorno, un po’ incantata (ebbene sì), ho notato che erano tutte rivolte verso un lato con le braccia alzate, quasi rendessero grazia ad un invisibile ‘grande’ spettatore. Meritevole o assuefatto che fosse, manco forse si è accorto che l’artista, pazientemente, ha ridipinto lo sguardo di ogni volto in modo tale che gli occhi fossero rivolti verso il cielo. Nella parete corta 3 specchi ‘scivolati o sciolti’ dalla parete al pavimento. ('Vom zukünftigem Hintergrund unter anderer Bedingung betrachtend', 2010).