11/10/10

Il morbo italiano a Grenoble... Part One









Il curatore Yves Aupetitallot

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Titolo bizzarro per una mostra, Sindrome Italiana. Siamo a Grenoble, al Centro Nazionale d'Arte Contemporanea, Magasin. E siamo in tanti, forse in troppi in questa mostra che presenta un insieme di progetti dedicati alla giovane scena artistica, curatoriale e editoriale Italiana, successiva alla generazione di Maurizio Cattelan (e ti pareva, che Mr. Joker, non fosse citato anche qui!). Si diceva della 'sindrome'... E' un complesso di sintomi che denunciano una situazione morbosa senza costituire di per sé una malattia autonoma. In questo contesto si usa questa pre-patologia per individuare un fenomeno (non tipicamente italiano, per altro) che riguarda l'emigrazione degli artisti a Londra, Parigi, New York ecc. Premesso che la maggior parte degli artisti vive e lavora, più o meno felicemente, in Italia, il taglio della mostra mi sembra abbastanza, ripeto, bizzarro e pretestuoso. Senza un reale taglio curatoriale, a mio avviso, si sono raggruppati 40 artisti rovistando qua a là nel panorama italiano. Alcune presenze mi hanno lasciato perplessa: chi per l'esiguità delle esperienze professionali, chi per l'opposto (qui citerei Paola Pivi e Francesco Vezzoli).
Entriamo nel grande e suggestivo spazio espositivo. Da subito spicca il chiaro sbilanciamento dato ad alcuni artisti a scapito di altri. La sala principale (praticamente il 50% dell'intero spazio) è dedicato a soli 5 artisti, mentre il resto dei 35, sono 'sacrificati' nel rimanente. Lara Favaretto è premiata dal curatore che la pone in modo sbalorditivo non solo all'ingresso, ma lungo tutta la sala principale. Vedo Lara preoccupattissima e anche un pò incazzata che non si da pace per il ruolo di reginetta che le hanno imposto. Indipendentemente dal suo volere, si è trovata ad ingegnarsi un allestimento ad hoc per 'riempire' La Rue con l'installazione Plotone e (non contenti) anche con i tre cubi di coriandoli. A farle compagnia le bandiere nere di Danilo Correale, la Fontana Angelica di Santo Tolone (lavoro nato a Villa Necchi che qui zoppicava un po'), la scultura dei Pennacchio Argentato e la grande vela del Bounty di Matteo Rubbi.

1 commento:

  1. Concordo in pieno con questa lettura della mostra. Il progetto è pretestuoso nel senso che sembra "suggerito" da qualcuno che abbia voluto dire:" ci siamo anche noi italiani sulla scena internazionale".Non si capisce perchè ci sia una sindrome italiana, e quale sia la differenza con le sindromi inglesi o tedesce...
    per altro paesi che non hanno bisogno di questi progetti che suonano un po' forzati, quasi ghettizzanti. Solo l'anno scorso avevamo la collettiva Italian Open in Olanda (curata da art at work). Possibile che le uscite italiane debbano sempre avere questi titoli dove un certo sapore nazionalistico viene mascherato con giochini di parole simpatici ed amari?

    Va bhè. Al di là di questo non so: il linguaggio?
    A me sembra che gli artisti italiani cerchino di ripercorrere semplicemente il mainstream più navigato. Non capisco. Qualcuno poi dovrebbe fare una mostra sulle bandiere; ormai ad ogni biennale che si rispetti c'è una nuova declinazione di bandiera. Ma anche altri lavori sono evidentemente clichè. Forse anche perchè non ha senso parlare di artisti in base alla nazionalità. Forse serviva una taglio curatoriale più "ragionato" e meno arca di noè.

    luca rossi
    whitehouse

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