02/01/11

Jacopo Miliani > Nao Bustamante

Nao Bustamante at Bravo's The Work of Art: The Next Great American Artist

17 commenti:

  1. http://www.youtube.com/watch?v=RZYpTlDfw8I

    molto divertente, questa tizia in italia sarebbe totalmente ignorata e snobbata..la lingua inglese, il motto "sincere is radical" e il solito gusto esotico, riescono a consolare certi complessi italiani...e quindi diventa tutto cool. Mi sembra una prova dei complessi di inferiorità di cui parlava Luca Rossi su un recente Flash Art.

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  2. Sarebbe interessante conosciere anche le motivazioni di queste scelte da parte dell'artista.

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  3. Quando Elena mi chiese il 'The Best 2010', le dissi subito che una sola scelta non sarebbe bastata. Ci sarebbe stato: 'la migliore mostra', 'la migliore opera', 'la migliore mostra che avrei voluto vedere, ma che non ho visto'... e molte altre cose.

    La scelta poi è andata su Nao Bustamante; perchè il progetto/non-progetto che ha fatto all'interno del reality show 'The Work of Art' in qualche modo mi è sembrato davvero uno specchio (a tratti rivelatore a tratti deformante) di alcuni meccanismi del cosidetto 'sistema dell'arte'.

    Non voglio qui dilungarmi, ma per chi avesse voglia rimando al bellissimo articolo su Frieze di Jennifer Doyle:

    http://www.frieze.com/comment/article/guest_stars/

    Mi piace molto l'immaterialità di un personaggio come Nao Bustamante.

    Inoltre pensato che scambiare con i lettori del blog di Elena una cosa che molti in Italia non conoscono non sia un fattore di 'coolness', ma una possibilità di confrontarsi.
    Per me i blog esistono per questo, per ricercare, curiosare e scambiare opinioni, infatti ne ho uno anche io.

    Comunque grazie alla citazione su Luca Rossi, di cui non ho letto l'articolo di riferimento, ho scoperto che la definizione di COOL su Wikipedia è molto interessante:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Cool_%28aesthetic%29

    Ciao
    J.

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  4. Caro Jacopo,
    ho letto l'articolo su Frieze ma non capisco le implicazioni tra il sistema dell'arte e Nao. Forse le intuisco ma non mi sono chiare. Potresti specificare meglio? Grazie

    luca rossi

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  5. Caro Luca,

    penso che Nao gioca sui limiti delle strutture imposte dal sistema dell'arte. La sua participazione al reality identificata da Jennifer Doyle come una perfomance si muove sempre sul bordo labile delle defininzioni imposte da un sistema (diciamo una struttura per il momento): spettatore, artista, critica, pubblico.

    In lei è evidente come queste definizioni siano in qualche modo preventivate, ma anche messe in discussione. Negli altri partecipanti invece i ruoli sono molto più separati.

    E' evidente che definire il ruolo di Nao come performer, e non come semplice partecipante, è già una definizione specifica di un sistema. Infatti in realtà anche tutti gli altri partecipanti sono dei perfomer in quanto si 'sforzano' in una rappresentazione dell'essere artista.

    Nao come dice Jennifer cerca però di uscire dal ruolo di rappresentare. Qui la definizione di performance si lega maggiormente a un tipo di critica di settore che si allontana da Work of Art e si avvicina più a quella di Frieze. (cito in senso generale, per fare degli esempi concreti che riguardano l'articolo).

    Quello che trovo affascinante è come Nao con questa sua presenza al reality non si pone in contrasto alle logiche mediatiche, televisive e commerciali di un sistema a vantaggio di una critica se volgiamo più di settore (perchè rivolta a un pubblico minore rispetto a quello della TV).

    Nao utilizza questo medio per porre delle domande che in qualche modo mettono in discussione la realtà commerciale, consumistica, rappresentativa, ritrattistica, figurativa che non è esente da un settore cospicuo, oserei dire maggioritario, dell'arte contemporanea.
    In questo caso vedi la messa in scena del fallimento e l'effimero come possibilità artistica, ben evidenziato da Doyle.

    Dall'altro lato il suo operare rimane all'interno delle logiche del medium che utilizza, e continua tutt'ora a farlo. Attività che viene in qualche modo presa in esame dalla critica, ma che comunque guarda a questo tipo di esperienza dall'esterno, continuando a perpetuare determinati schemi che come crtica ha appunto il dovere di 'criticare' ( a volte lo fa a volte no).

    A mio parere, l'esperimento di Nao all'interno di un format televisivo così allargato mette in discussione delle dinamiche interne ed esterne di quello che volendo generalizzare si può definire il 'sistema dell'arte' o almeno una parte di questo, alcuni aspetti.

    Trovo infatti interessante tutta una serie di mostre e progetti che riguardano appunto il medium della TV (E in questo momento ce ne sono tanti, e qui torniamo anche alla definizione di 'Coolness' che è stata citata in questi commenti.Perchè appunto arte e TV non ne sono esenti)

    La caratteristica di questo strumento, la TV, è appunto quello di essere di massa, e direi che un 'prodotto' come The Work of Art certamente lo è. Potremo qui aprire il discorso tra 'il ruolo dell'artista' e 'la massa' (che ovviamente non vedo deltutto separati) allargandoci ad alcuni aspetti del discorso, che per il momento cito soltanto come spunto di riflessione.

    Spero di aver risposto in qualche modo alla tua domanda, anche se sento che non è poi così facile argomentare tutte queste idee che proprio nel momento della discussione non cercano una risposta, ma solo delle ulteriori riflessioni.

    E tu quali intuizioni avevi avuto a riguardo?

    Un saluto

    jacopo

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  6. Caro Luca,

    provo a risponderti anche se il mio primo tentativo si è appena cancellato.

    Trovo interessante la partecipazione di Nao Bustamante al reality The work of art in quanto si muove sui confini delle definizioni usate all’interno di un sistema (che forse per il momento meglio chiamare struttura): spettatore, artista, critica, pubblico.

    Queste definizioni vengono e sono preventivate e messe in discussione da Nao Bustamante, che viene definita una ‘perfomer’ nell’articolo di Jennifer Doyle. In realtà tutti gli altri partecipanti sono anche loro dei performers in quanto ‘si sforzano’ di rappresentare la loro definizione di artista, che sicuramente si avvicina maggiormente a determinati luoghi comuni su tale categoria. Diciamo che in loro risulta sicuramente più marcata una differenziazione - meno consapevole, ma più predeterminata- dei ruoli tra arista e pubblico/osservatore.

    Quello che evidenzia Jennifer Doyle, definendo Bustamante ‘una performer’, differenziandola così dagli altri partecipanti. è proprio questa messa in crisi della rappresentazione. In questo modo tale definizione di ‘perfomer’ risulta più legata a una tipologia di critica che ritroviamo più vicina a Frieze piuttosto che all’interno dei realities show come The Work of Art. ( utilizzo delle generalizzazioni per restare il più vicino possibile all’articolo)

    Nao Bustamante non si pone fuori dal medium televisivo che sta utilizzando e in questo modo enfatizza le caratteristiche commerciali, consumistiche, ritrattistiche, figurative di un settore cospicuo (oserei dire maggioritario) all’interno di questo sistema, che la critica in quanto tale ha il dovere-diritto di criticare (a volte lo fa a volte no).
    Penso all’idea di fallimento e dell’effimero come possibilità creative, che ben evidenzia Doyle nella strategia della partecipazione di Bustamante.

    Da un altro lato questo tipo di critica, in generale, che possiamo definire di settore ( perché rivolta a un pubblico minoritario rispetto a quello televisivo) guarda all’esperimento di Nao Bustamante da un punto di vista esterno, al di fuori proprio del mezzo mediatico e degli strumenti delle televisione. In realtà Bustamante che già in passato aveva usato tale medium e che tuttora continua a farlo, non si pone mai da un punto di vista esterno, ma essendo consapevole di determinati limiti e investigando proprio su questo non è mai nemmeno del tutto propriamente al suo interno.

    In realtà trovo che l’articolo della Doyle rispecchia molto il carattere interno-esterno di Nao Bustamante e utilizza questa struttura come mezzo espressivo anche all’interno della scrittura traducendo bene l’avvenuto televisivo.

    Trovo la partecipazione di Nao a The work of art, un esperimento interessante che si pone come enfasi e intermediazione tra due aspetti di uno stesso sistema che spesso vengono osservati in modo separato, ma che in realtà non lo sono.

    Trovo molto interessanti anche tutti i progetti espositivi sul mondo della TV e mi sembra che ultimamente ce ne sono molti. Qui possiamo ritornare anche alla definizione di Coolness che è emersa in questi commenti, che cito proprio dal momento che ‘To Be Cool’ non è un fattore esente nè dal mondo dell’arte nè da quello della Televisione.
    Inoltre è interessante pensare a come spesso si pone la domanda ‘del ruolo dell’artista’ vs quello della cosidetta ‘massa’ che penso sia uno degli spunti di riflessione principali che emergono dalla considerazione di Nao Bustamante da parte di Jennifer Doyle. Cito anche questo aspetto come spunto di riflessione verso cui per il momento non mi addentro maggiormente.

    Spero in questo modo di aver risposto alla tua domanda, non tanto attraverso una soluzione logica o illogica, ma appunto ponendo e ponendomi, proprio nel momento della scrittura, ulteriori appunti di riflessione che mi suscita questo tipo di argomento.

    E le tue intuizioni quali erano state?

    Un saluto

    Jacopo

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  7. PARTE 1

    Caro Luca,

    provo a risponderti anche se il mio primo tentativo si è appena cancellato.

    Trovo interessante la partecipazione di Nao Bustamante al reality The work of art in quanto si muove sui confini delle definizioni usate all’interno di un sistema (che forse per il momento meglio chiamare struttura): spettatore, artista, critica, pubblico.

    Queste definizioni vengono e sono preventivate e messe in discussione da Nao Bustamante, che viene definita una ‘perfomer’ nell’articolo di Jennifer Doyle. In realtà tutti gli altri partecipanti sono anche loro dei performers in quanto ‘si sforzano’ di rappresentare la loro definizione di artista, che sicuramente si avvicina maggiormente a determinati luoghi comuni su tale categoria. Diciamo che in loro risulta sicuramente più marcata una differenziazione - meno consapevole, ma più predeterminata- dei ruoli tra arista e pubblico/osservatore.

    Quello che evidenzia Jennifer Doyle, definendo Bustamante ‘una performer’, differenziandola così dagli altri partecipanti. è proprio questa messa in crisi della rappresentazione. In questo modo tale definizione di ‘perfomer’ risulta più legata a una tipologia di critica che ritroviamo più vicina a Frieze piuttosto che all’interno dei realities show come The Work of Art. ( utilizzo delle generalizzazioni per restare il più vicino possibile all’articolo)

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  8. PARTE 2

    Nao Bustamante non si pone fuori dal medium televisivo che sta utilizzando e in questo modo enfatizza le caratteristiche commerciali, consumistiche, ritrattistiche, figurative di un settore cospicuo (oserei dire maggioritario) all’interno di questo sistema, che la critica in quanto tale ha il dovere-diritto di criticare (a volte lo fa a volte no).
    Penso all’idea di fallimento e dell’effimero come possibilità creative, che ben evidenzia Doyle nella strategia della partecipazione di Bustamante.

    Da un altro lato questo tipo di critica, in generale, che possiamo definire di settore ( perché rivolta a un pubblico minoritario rispetto a quello televisivo) guarda all’esperimento di Nao Bustamante da un punto di vista esterno, al di fuori proprio del mezzo mediatico e degli strumenti delle televisione. In realtà Bustamante che già in passato aveva usato tale medium e che tuttora continua a farlo, non si pone mai da un punto di vista esterno, ma essendo consapevole di determinati limiti e investigando proprio su questo non è mai nemmeno del tutto propriamente al suo interno.

    In realtà trovo che l’articolo della Doyle rispecchia molto il carattere interno-esterno di Nao Bustamante e utilizza questa struttura come mezzo espressivo anche all’interno della scrittura traducendo bene l’avvenuto televisivo.

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  9. PARTE 3

    Trovo la partecipazione di Nao a The work of art, un esperimento interessante che si pone come enfasi e intermediazione tra due aspetti di uno stesso sistema che spesso vengono osservati in modo separato, ma che in realtà non lo sono.

    Trovo molto interessanti anche tutti i progetti espositivi sul mondo della TV e mi sembra che ultimamente ce ne sono molti. Qui possiamo ritornare anche alla definizione di Coolness che è emersa in questi commenti, che cito proprio dal momento che ‘To Be Cool’ non è un fattore esente nè dal mondo dell’arte nè da quello della Televisione.
    Inoltre è interessante pensare a come spesso si pone la domanda ‘del ruolo dell’artista’ vs quello della cosidetta ‘massa’ che penso sia uno degli spunti di riflessione principali che emergono dalla considerazione di Nao Bustamante da parte di Jennifer Doyle. Cito anche questo aspetto come spunto di riflessione verso cui per il momento non mi addentro maggiormente.

    Spero in questo modo di aver risposto alla tua domanda, non tanto attraverso una soluzione logica o illogica, ma appunto ponendo e ponendomi, proprio nel momento della scrittura, ulteriori appunti di riflessione che mi suscita questo tipo di argomento.

    E le tue intuizioni quali erano state?

    Un saluto

    Jacopo

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  10. Condivido le tue riflessioni. I partecipanti a Work of Art sono delle macchiette. Quello che serve per fare leva su un certo pubblico vagamente analfabeta. Stessa cosa che potrebbe succedere se lo show fosse declinato in italia. Quindi Nao ci mette poco per differenziarsi, pur proponendo soluzioni, opere, che mi lasciano molto perplesso; non per il loro essere naif ma per la loro poca originalità e tanta pesantezza.

    L'offerta dello show si deve abbassare per essere appetibile per il pubblico; esattamente quello che avviene in italia per i musei di arte contemporanea. La rappresentazione è in crisi e c'è un forte analfabetismo, ma non mi riferisco alle arti visive quanto ad una certa sensibilità/coscenza. In italia le cose sono estreme..ecco perchè gli artisti da berlino dovrebbero trasferirsi in italia.

    Mi sembra che lo strumento del blog sia un buono strumento per dare fibrillazione alla rappresentazione; spesso anche per uscire dalla rappresentazione. Spesso mi sembra più interessante e divertente essere spettatore. Il rituale dell'artista mi sembra veramente spuntato.Non mi interessa. Viviamo dentro un' ammucchiata creativa continua, secondo me bisogna fare qualche passo indietro, sottrarsi. Poi ognuno lo può fare a suo modo. Cosa ne pensi?

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  11. Ti rispondo brevemente anche per non ingolfare il blog di elena.

    Quello che volevo dire è che su Nao Bustamante non riesco a dare 'un giudizio' proprio perchè le sue scelte escono dalla logica: rappresentazione + critica della rappresentazione. Come ho detto usa il mezzo, secondo me non abbassandosi, ma utilizzandolo secondo le sue logiche feroci.

    Riguardo all'analfabetismo, capisco il tuo scontrartici, ma credo sia importante non assumerlo come dato di fatto.

    Io uso il mio blog e altri per curiosare, guardare, scambiare idee. Perchè l'artista, come tutti gli altri esseri pensanti, oltre che le opere è tante altre cose: film, vestiti, interessi, motivazioni etc. In un certo senso il tuo 'sottrarsi' (che capisco e condivido in determinati aspetti) può essere anche un darsi un pò di più.

    Ciao

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  12. Condivido, anche se Nao rimane impelagata in un tipo di rappresentazione comunque prevedibile e disinnescabile secondo alcune logiche viste durante il 1900. Contribuisce ad una certa sovraproduzione e saturazione "creativa". Mi sembra più utile gestire una distanza in modo autentico.
    Lr

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  13. Come ho detto, secondo me Nao utilizza la rappresentazione per metterne in discussione il ruolo. Anche lo spettatore deve non rimanere impelagato!

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  14. Conseguentemente al grande successo, il 31 gennaio 2010 ha ottenuto due Grammy Awards, uno per Poker Face come "Miglior brano dance" e l'altro per l'album The Fame, eletto "disco elettropop dell'anno". Il 16 febbraio successivo ha vinto inoltre tre BRIT Awards, come "miglior artista internazionale femminile", "migliore album internazionale" (per The Fame) e "migliore artista emergente".[5]

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  15. Bellissimo l'articolo di Camille Paglia su di lei:

    http://www.thesundaytimes.co.uk/sto/public/magazine/article389697.ece

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  16. la miglior rappresentazione del reale è diventato il reale. attori su piani diversi,si alternano ciclicamente tra il rulo di vittima e carnefice, reale è fiction (vedi politica italiana) fiction è reale ( GF..) .
    "ricordatevi, Io sono il reale voi siete la fiction" (Cetto La Qualunque)

    A.Albanese

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  17. Caro Albanese interessante questo tuo commento. Senza abbandonarci alla retorica della realtà che supera la fiction possiamo prenderne consapevolezza. E gestire questa cosa. Mi sembra interessante lavorare su questo confine. Penso ad alcuni progetti di Whitehouse (I'm not Roberta, Ghost Track, per esempio).

    l.rossi

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