12/11/11

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Exhibition view, Museion, 2011 - In primo piano: Post, Lintel and Treshold (Element Series), New York 1960 (proposto) Minneapolis 1971 (realizzato) - Lorenzo Marilena Bonomo Collection, Bari. Foto: Othmar Seehauser
 Foto: Augustin Ochsenreiter 
 
Foto: Othmar Seehauser
 Wolke und Kristall, Düsseldorf 1996 - Collection Dorothee und Konrad Fischer, Düsseldorf
Installation view Museion, 2011
 Foto: Othmar Seehauser
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Carl Andre 

Bolzano
Fino al 8 gennaio 2012

10 commenti:

  1. Santo cielo, ma tutta questa pulizia non trasforma i lavori? Esattamente come i faretti sagomati sui quadri antichi? Mi sembra di vedere lo showroom di Pedano Shop, una specie di FoppaPedretti Plus per la casa, librerie su misura, parquet a metroquadro, tutto in comode rate.
    Pulire così tanto, il lavoro e il contorno dico, fa veramente male, riduce tutto a oggetti compiacenti e passivi, poco più che design.
    La stessa cosa l'ho vista accadere all'Arte Povera alla Triennale di Milano. Probabilmente succede così quando alla curatela si sostiuisce il collezionismo, rimane solo il 'prestito', nient'altro.

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  2. Tutta "questa pulizia" è la risposta reazionaria e conservatrice al coacervo sporco e contraddittorio,conflittuale e irritante di tanta arte contemporanea dove l'occhio prova a decifrare lingue contemporanee che ancora non conosce, e per rispondere a tanti intralci visivi che rendono defatigante la lettura si mostra una "astrazione" dal gesto inequivocabile,grandioso,pensante senza nessuna distrazione,i cari vecchi oggetti: chiari, privi di ambiguità con il merito di essere,ben puliti,solamente ciò che sono.

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  3. @Andrea. certo, come l'aspirapolvere o le palle da basket di Jeff Koons... ma il minimal non aveva l'ambizione di finire come post-Pop e tantomeno l'arte povera. A loro apparteneva la cultura della mimesi e quindi anche della sparizione, sia come tecnica che come evidenza formale. Era difficile distinguere un pavimento 'vero' da quello che lo ricopriva, capire di poterlo calpestare tranquillamente come anche sedervicisi sopra.
    Credo che la regressione critica a puro assemblaggio come se tutto fosse sempre e solo vetrina stia creando un riduzionismo veramente dannoso. Lo vedi anche quando ridipingono la porta di Duchammp o svuotano i secchi di Kippenberger. La distanza tra l'arte e le cose è importante e qui è sempre più breve. Guido de Werd, Roland Mönig e Letizia Ragaglia hanno fatto veramente un dannosissimo lavoro.

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  4. Hai ragione Harald sul fatto che certa arte oramai digerita e metabolizzata,anche dal mercato e dal collezionista sia mutata e trasfigurata in qualcosa d'altro vicino a un certo formalismo decorativo,ma che la minimal aspirasse alla sparizione mi viene difficile crederlo le gigantesche opere di Ronal Bladen o R.Serra stanno li a dimostrare il contrario.Per quanto riguarda la rimessa in scena di opere inclusive e installative ,vedi i lavori di J.Beuys sterilizzati e residuali o F.G.Torres di cui è rimasto solo il rigore formale ma ha perduto per sempre il contenuto realista,ma tantè l'importante e ricreare "le cose" che rimandano all'arte anche a costo di sbagliare.

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  5. No, io credo che l'intorno sia altrettanto importante. La sterilizzazione porta proprio a concentrare l'attenzione sulla singolarità e si perde di vista completamente il contesto e la sfida stessa. 'Ricreare le cose' dici. Ma queste ci sono già. Quello da fare continuare a vivere è il pensiero che le ha prodotte, non certo passando lo straccio attorno al bianco più cadaverico o mettendole tutte bene in riga come nei caveau di una banca. Ripeto: manca completamente l'energia critica, la capacità di gestire e intepretare lo scarto, il capolavoro, lo stile.

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  6. Qualche anno fa una mia conoscente gallerista mi invitò ad accompagnarla per una visita in una grande casa milanese,appena entrati ci trovammo di fronte o forse dovrei dire ai piedi un grande cerchio di pietre di fiume dell'artista Richard Long quel lavoro era appoggiato su un parquet tra un pesante e scuro armadio del 600 una collezione di vasi Gallè e un arazzo Gobelins alla parete,non credo che Long avesse mai immaginato una collocazione simile,come dici tu "si è perso completamente di vista il contesto",ma strano a dirsi il tutto funzionava o meglio ri-funzionava,ci sono opere che possiedono la sostanza arcana della 'classicià',quell'energia critica di cui parli era, nonostante tutto, tangibile...forse un po' addomesticata ma ancora efficace

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  7. Esattamente, come dicevo, tutto torna da dove viene, dal collezionista, è proprio quello l'odore che si sente in queste mostre ospedalizzate. Si va a leggere il cartellino ai piedi del degente per capire di che si tratta. Il valore e il senso del museo deve essere culturale non ridotto ad Hotel delle opere. Mille volte meglio vedere un Richard Long in una casa che ha deciso di comprarlo per fare compagnia a una collezione di vetri, almeno assisto a una scelta, una destinazione d'uso in cui in qualche modo rivive.
    La parata delle agonie che hanno fatto storia mi ricorda proprio i cimiteri militari. Ma perché rinunciare ad un approccio critico? lui vivo e vegeto poi, perché lascia che si faccia?

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  8. Premessa: Bel dibattito, finalmente si discute pacificamente sulle questioni con gustosi approfondimenti
    Veniamo alla sostanza: ma perchè il minimal deve per forza avere ancora senso? Anche il primo famoso pavimento di Andre non funziona più. Nell'opposizione neoavanguardistica al pop stava la sua forza. Oggi che senso può avere (un po' come la rilevanza della "tautologia" per alcuni poveristi, tanto potente allora quanto debole oggi)? L'abbiamo metabolizzato, anche attraverso le influenze sul design. Forse qui sta però l'aspetto interessante: e se andre volesse dirci (non penso ma a me piace pensarlo) che l'arte ha senso solo se diventa "mondo", se esce dal museo e si confronta con quello che accade fuori? Il suo lavoro è diventato design, che male c'è? Io fossi stato in lui avrei esposto i primi lavori accanto a dei mobili di design prodotti successivamente e influenzati dalla poetica minimal

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  9. Cosa intendi quando dici che "il famoso pavimento di Andre non funziona più"? La forza dell'arte sta proprio nello svilupparsi in condizioni antagoniste, sia con se stessa, con la propria storia che con la cultura in cui si trova a convivere. Se viene 'matabolizzata' come dici tu, significa che ha perso completamente questa sua capacità di rappresentare un pensiero e ora riposa in pace tra mille altre cose.

    Il lavoro di Carl Andre non è diventato design, è banale e riduttivo il nostro modo di vederlo, di credere che tutto possa essere ridotto a stereotipo, a icona da cliccare, a quattro righe prima di perdere concentrazione e passare ad altro.
    Arrendersi all'evidenza della superficie, questo è quello che ci fa più male.

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  10. Adoro le 'superfici che non rappresentano nulla ma esprimono qualcosa'. Ho provato a camminare su un famoso pavimento di Andre mi è stato impedito,da questa banalità ne ho dedotto che per molti non poteva trattarsi di design ma qualcosa in costante equlibrio tra significato e niente!

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