24/03/11

Bounty nello Spazio - Matteo Rubbi

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Visionario, giocoso e divertente. La mostra di Matteo Rubbi, 'Bounty nello spazio' - presentata nella sezione Eldorado della Gamec di Bergamo - mi è proprio piaciuta. Entrando nello spazio non facile del museo (grande stanzone che si sviluppa in lunghezza e dal soffitto molto alto), dedicato all'artista, si rimane subito avvolti dall'installazione sospesa fatta di scampoli di stoffa e coperte. Rubbi ha ricreato un'immaginaria volta celeste sopra Bergamo nell'anno 3000. Ma la cosa veramente coinvolgente è l'enorme 'lavagna' che l'artista ha creato dipingendo di nero le pareti a tutta altezza. Qui, disegni, scritte, ditate, sfumati, scarabocchi, grafici, segni gestuali, ricoprono tutto lo spazio. Rubbi ha invitato amici ed artisti ad visualizzare l'aspetto del mondo subatomico. Le persone coinvolte, davanti all'enigmaticità di una superficie nera, hanno dato sfogo alla loro immaginazione, in totale libertà e guidati dall'istinto. Per l'occasione, l'artista ha anche rifatto un lavoro presentato alla Fondazione Sandretto, questa volta però, collaborando con il quotidiano locale, L'Eco di Bergamo'. Ha fatto stampare un numero del giornale datato 13 aprile 1961. Titolo della prima pagina: Lanciato nello spazio il russo ha girato la terra in 89 minuti.
Forse, però, la cosa più 'fantastica' era quello che, ancora, non c'era.
Per tutta la durata della mostra si avvicenderanno dei workshop in cui, guidati da veri falegnami e docenti di un istituto professionale (Azienda Bergamasca Formazione C.F.P), chiunque potrà fare una vera esperienza di 'fai da te', dentro al museo. A tappe, si andrà a costruire, in scala 1:1, una parte dello scafo del Bounty. Nello spazio, c'erano disegni progettuali e un modello ridotto e scomposto di questa mitica nave.
Matteo ha già iniziato, in precedenti mostre, questo surreale progetto ('La festa dei pirati', Fondazione Pomodoro e CNAC Le Magasin di Grenoble), con l'intento di rendere partecipi le persone nella comune costruzione della mitica fregata mercantile britannico. Giocoso e generoso, Matteo riesce finalmente ad attuare un tipo di arte (veramente) relazionale, in cui i presupposti non restano solo sulla carta, ma diventano reali, concreti. Obbiettivo non raggiunto, a parere mio, nel lavoro presentato al Premio Furla, che si presentava troppo macchinoso e, purtroppo, non risolto nelle intenzioni. Qui, invece, la condivisione come pratica estetica, è sicuramente raggiunta o soddisfatta. Le persone condivideranno fatica, sbagli, tempo e soddisfazioni, per realizzare un enorme oggetto immaginifico. Quando sarà ultimato, sarà sicuramente stupefacente vedere l'enorme scafo dentro alla sala. Scombussolando e fondendo - non senza un buona dose di indisciplinata immaginazione - il dentro e il fuori, il lontanissimo spazio profondo e le strade di Bergamo, intrecciando le vite di artigiani, falegnami, insegnanti, studenti, artisti e curatori, Matteo realizza quella cosa molto rara nell'arte: la partecipazione, l'originalità e l'altruismo. Non ultima, la realizzazione di una grande opera che, semplicemente, definirei bella!
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Il curatore Alessandro Rabottini e Valentina Rapelli, Matteo Rubbi e Vincenzo Latronico

23 commenti:

  1. Ben detto! Ho visto la mostra e mi è proprio piaciuta!
    Antonella

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  2. il problema è che la generosità e l'apertura che vogliono esserci a tutti i costi nei lavori di Rubbi, non sono presenti nel sistema che sostiene Rubbi. Questo crea una spiacevole contraddizione. Poi, devo dire, che nel giro di questi 2 anni, lentamente, sembra che le cose stiano cambiando...speriamo
    Forse quello che permane è una mancanza di approfondimento, mobilità e apertura da parte di una certa classe di curatori/critici...evidentemente poco incentivati e stimolati...

    luca r.

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  3. sa tanto di buonismo popolare condito da una vaga intelligenza neoliberale, non si è relazionali solo se si invita partecipare, lo si è quando si crea critica, dibattito, spostamento del punto di vista, costruire un qualcosa di materiale, collettivamente, e sotto la dizposizione di un progetto dal'alto, è un errore grave oggi, sono dinamiche moderniste (fordiste) che rientrano mascherate da godibilità (e soli che ridono AKA Verdi ) nella sfera dell'arte che dovrebbe invece ristabilire un nuovo ordine e non solo al suo interno..

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  4. Che differenza c'è tra la proposta di Rubbi per la costruzione del Bounty e la partecipazione ad un qualunque corso per imparare a costruire qualcosa (modellismo, burattini, giardinaggio, ...)? Anche in questi corsi si avrebbe "la condivisione come pratica estetica", o no?
    Se invece quello che interessa è l'effetto di un grande scafo in un museo basta vedere il Vasamuseet a Stoccolma (un'immagine l'ha trovate qui: http://www.vasamuseet.se/sv/besok/Guidade-visningar/)
    Purtroppo dal ready made, sebbene in forme sempre più nascoste, non riusciamo ad uscirne!

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  5. non ho visto la mostra di rubbi, però ho visto il vasamuseet... e anche il moderna museet, dove esiste una sezione didattica sempre attiva, in cui i bambini possono partecipare a workshop creativi che li avvicinano al mondo dell'arte.

    secondo me è proprio con iniziative come queste che si potrà, lentamente, uscire dalla situazione di isolazionismo e autoreferenzialità che caratterizza il panorama dell'arte contemporanea italiana.

    la differenza tra il corso di bricolage e questo workshop è, come minimo, che quest'ultimo si svolge in un museo di arte contemporanea e non nella sala della parrocchia, a mio avviso non è una differenza da poco!

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  6. Caro Andrea
    un pò cheesy come strategia non credi ?
    il museo è un istituzione straordinariamente complessa, stratificata, non credo basti più questo atteggiamento per sconfiggere quello che tu definisci l'isolamento.
    anzi mi sembra interessante il commento proposto da Anonimo delle 13:19

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  7. se mi dici che la differenza sta nel museo versus parrocchia allora mi dai ragione che è un ready made, o sbaglio?

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  8. Rubbi o non Rubbi , artisti in gamba in Italia ve ne sono, pochi, ma qualcuno si.
    Il problema, dato che tanto potere è stato dato ai curatori e che questi nella migliore delle ipotesi non sono niente altro che curatori da Google, e non credo google possa essere un adeguato strumento di ricerca..

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  9. Non so se ha senso risponderti, coda. Qui la questione non è la distinzione di spazi, ma bensì di punti di vista. Se per questo anche nei supermercati si organizzano pomeriggi ricreativi. E la questione non è neanche di prendere un oggetto come una nave e ricostruirla dentro un museo. La differenza non è neanche sottile. C'è una ricerca di come si percepiscono le cose, di come muta la 'scala' da un oggetto vero e uno immaginario. In mostra c'era un piccolo modellino di un Bounty smontato (per intenderci, i 'giochi' per piccoli amatori di costruzioni). La relazione si stabiliva e scorreva così tra un micro cosmo (il museo e le opere) e un macro cosmo (il mare, la storia dell'ammutinamento del Bounty, il giro del mondo di un astronauta, la città di Bergamo, l'universo stellato, l'atmosfera delle falegnameria, il sapere dei docenti ecc).
    Ma ripeto, chi non cogli le differente, non capisce nemmeno il senso delle cose. Senza contare che ho come l'impressione che tu, di arte contemporanea, ne sai davvero poco!
    Saluti!

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  10. Bisogna stare attenti a nascondersi dietro il laboratorio didattico fatto al museo, semmai per bambini che ancora devono attraversare l'adolescenza..e quindi devono ancora passare grandi sconvolgimenti di gusto....

    Come non serve il coinvolgimento di una sera, semmai facendo cose nobili ma distanti dal fornire un quadro ampio degli strumenti per leggere la contemporaneità...

    Un po' come karate kid che prima di diventare un grande karateka deve imparare a dare e togliere la cera...."impara l'arte del Nobile Falegname e vedrai...".." contribuisci a ricostruire il Bounty e sognerai.."...ecc

    Poi anche questa lavagna dove chiunque può dare sfogo alla creatività mi fa un po' paura..mi sembra tutto fine a se stesso, tutto funzionale all'ordine precostituito che si vorrebbe stravolgere: dopo la serata "folle" al museo possiamo tornare alla solita realtà mediocre. L'illusione del vascello mi sembra iniziativa ruffiana anche se generosa. I drappi mi sembrano pretestuosi e lì forzatamente...

    Non c'è riflessione rispetto la crisi della rappresentazione: il laboratorio didattico partecipato non è una risposta e neanche lasciare lavagna disponibile per tutti...mi sembra un modo ruffiano per aggirare il problema..la retorica del laboratoria didattico è già stata ampiamente agitata (penso a bartolini ad un recente biennale- altro esperto di smart relativism)...

    In ogni caso ce ne fossero di Rubbi, e forse ce ne sono...ma se vogliamo essere sinceri non bastano più neanche i Rubbi..non bisognerebbe mai bastare a se stessi.

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  11. forse sarà anche cheesy...

    però a me fanno invidia i paesi in cui è possibile vedere le famiglie che, come un fatto assolutamente normale, portano i bambini al sabato pomeriggio a giocare al museo invece che al centro commerciale... bambini che probabilmente da adulti faranno lo stesso.

    vero che un'esperienza estemporanea per gli adulti probabilmente risulta una pratica quasi inutile, infatti per cambiare qualcosa in questo paese bisognerebbe probabilmente cominciare dai programmi delle scuole elementari... ma anche su quel "quasi" vale forse la pena di investire qualche energia.

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  12. Perfettamente d'accordo Andrea ma il problema è che qui non ci si trova di fronte ad un programma educativo all'interno del museo, ne di una scelta curatoriale volta alla rilettura delle opere , anche da un punto di vista partecipativo. E' come se fosse una strana commistione di elementi dissonanti che però non creano slancio. La presupposta accessibilità và ad indebolire fortemente il lavoro attraverso una presunta "democraticità" partecipativa...
    mi spiace... non vi è visibilità
    Molto meglio i programmi educativi nei musei che forse in Italia dovrebbero curare di più .. ma non così.
    Non a caso esistono i dipartimenti, cosa che, con la verticalità istituzionale italiana purtroppo non sappiamo nemmeno interpretare.
    Certo è che non si può leggere questo progetto come "relazionale".

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  13. l'isolamento è ok, come molti altri che commentano qui sopra non ho la minima intenzione di conoscere ruby né farmi coinvolgere o dargli confidenza .
    mostra didascalica, buonista, patetica ed esteticamente orrenda .

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  14. Elena, mi piacciono le repliche "cattive" alle mie osservazioni: da una parte mi toccano e mi spingono a riflettere piu' a fondo (ecco
    perché ci ho messo un po' a risponderti), dall'altra mi fanno capire che ho colto nel segno (se uno si arrabbia tanto vuol dire che non ha altri motivi forti da far valere). Ma torniamo al punto chiave della questione.
    Quando mi riferivo al ready made lo intendevo come la riproposizione in un museo non di un oggetto (versione diciamo "classica") ma di una
    prassi comportamentale - o relazionale se preferisci (ecco perché parlavo di ready made "nascosto"). Il riferimento mio ai corsi "da
    parrocchia", come dice balestrero, e il tuo bel richiamo ai laboratori ricreativi nei supermercati sono proprio l'idea che secondo me Rubbi ruba (anche le parole sembrano dalla mia): il voler ricostruire la medesima
    situazione di un laboratorio per bambini/adulti dove la maestrina Rubbi da loro degli spunti (il bounty, l'uomo nello spazio, l'eco di Bergamo, i falegnami ecc.) e loro disegnano (sulla grande lavagna nera, altro strumento tipico della maestrina) o costruiscono qualcosa con la stessa maestrina e i falegnami da lei chiamati (un pezzo del bounty per volare con la fantasia nell'universo?). Mi puoi parlare di relazione tra micro e macro cosmo, che sicuramente c'e', mi puoi parlare di rapporto tra oggetti concreti e forza dell'immaginario, che sicuramente c'e', ma a monte di tutto c'e' sicuramente il voler riprodurre un laboratorio/corso come se vedono tanti in giro (prova ad andare a qualcuno di quelli che fanno per i bimbi in alcune librerie di roma e ti accorgerai che la forza che trovi nel lavoro di Rubbi si spegne completamente).
    Non è questo un ready made? Attenzione non sto dicendo che non e' arte, mi piace l'idea del fantasticare, sto solo dicendo che al confronto con la realtà (perchè con questa dobbiamo misurarci) non ci dice nulla di nuovo.
    Saluti anche a te e grazie tante per gestire questo blog tenendomi informato.

    P.s. Ti posso anche dar ragione che non sono un gran conoscitore di arte contemporanea (del resto il mio nickname richiama lo stare di dietro, in fondo, l'essere ultimo) ma tu come tanti critici/artisti dovresti motivare le tue idee con maggior umilta' (visto che ti piacciono tanto i laboratori per bimbi, chiediti sempre se quello che stai dicendo lo capirebbe anche un bambino) e non pararti dietro alte elucubrazioni facendo
    sentire gli altri delle merde (a proposito chi sta dietro, vicino al culo, potrebbe essere più bravo di te a riconoscere quella vera).


    Guarda nella tua mail privata un esempio di vera arte relazionale che
    non ha bisogno del museo per esserci e non e' neanche un ready made.

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  15. @anonimo
    hai ragione, e ribadisco che non ho visto la mostra, per cui non sono in grado di giudicare l'efficacia del tutto.
    mi rendo conto che possa essere un approccio un po' naive, ma l'elemento di positività che vedo in questo lavoro di Rubbi è proprio l'alludere ad una possibilità e anche denunciare l'esigenza (di partecipazione ed educazione all'arte ecc. ecc.).
    Forse è un po' poco, mi dirai...

    @CoDa
    mi sembra che, guardando all'arte contemporanea, sia decisamente più facile (ovvero in realtà difficile) cercare cosa NON viva di questa condizione di ready made

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  16. "Ma ripeto, chi non cogli le differente, non capisce nemmeno il senso delle cose. Senza contare che ho come l'impressione che tu, di arte contemporanea, ne sai davvero poco!"

    che spocchia! ma menarsela un po' meno no?

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  17. Penso che sia molto più spocchioso avere la libertà di dire qualsiasi cosa senza prendersi la propria responsabilità! Meglio spocchiosi che codardi.

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  18. Andrea
    Bhe...certo che è poco, se vogliamo legittimare delle opere vi si trova sempre un modo, è questo è solo frutto di una incapacità critica ormai diffusa.
    Ma le cose dovrebbero essere prese per quelle che sono, la cortesia nell'interpretazione è tipica di un atteggiamento amicale, che non giova a nessuna delle parti - artista - museo - critica - sistema.
    Essere duri a volte crea crescita, e non significa rimandare a settembre, ma solo constatare delle ingenuità per permettere una crescita culturale di cui beneficerebbero tutti

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  19. Sono d'accordo con questo ultimo commento. Il problema è che in italia ci sono 4 operatori in croce amici di tutti..e quindi non è mai pensabile un critica...e anche milano è un buco; spesso gli unici spettatori delle mostre sono curatori artisti e aspiranti curatori e artisti...
    Poi non si capisce cosa ci sia da essere codardi...poi nel paese di berlusconi dove si fanno serenamente le peggio cose. Ma anche la critica retorica dell'anonimato è l'ennesimo escamotage per delegittimare la critica...

    lr

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  20. "Meglio spocchiosi che codardi"...
    più facile reagire con un pizzico di isteria insultando che fare un po' di autocritica!
    sempre andando a parare su 'sta storia dell'anonimato.. (che è l'anima del 99,9% dei blog al mondo)
    meglio non essere spocchiosi. punto.

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  21. sa tanto di buonismo popolare condito da una vaga intelligenza neoliberale, non si è relazionali solo se si invita partecipare, lo si è quando si crea critica, dibattito, spostamento del punto di vista, costruire un qualcosa di materiale, collettivamente, e sotto la dizposizione di un progetto dal'alto, è un errore grave oggi, sono dinamiche moderniste (fordiste) che rientrano mascherate da godibilità (e soli che ridono AKA Verdi ) nella sfera dell'arte che dovrebbe invece ristabilire un nuovo ordine e non solo al suo interno..
    Il museo è un istituzione straordinariamente complessa, stratificata, non credo basti più questo atteggiamento per sconfiggere quello che tu definisci l'isolamento.
    Rubbi o non Rubbi , artisti in gamba in Italia ve ne sono, pochi, ma qualcuno si.
Il problema, dato che tanto potere è stato dato ai curatori e che questi nella migliore delle ipotesi non sono niente altro che curatori da Google, e non credo google possa essere un adeguato strumento di ricerca..
    Il problema è che qui non ci si trova di fronte ad un programma educativo all'interno del museo, ne di una scelta curatoriale volta alla rilettura delle opere , anche da un punto di vista partecipativo. E' come se fosse una strana commistione di elementi dissonanti che però non creano slancio. La presupposta accessibilità và ad indebolire fortemente il lavoro attraverso una presunta "democraticità" partecipativa...
mi spiace... non vi è visibilità 
Molto meglio i programmi educativi nei musei che forse in Italia dovrebbero curare di più .. ma non così.
Non a caso esistono i dipartimenti, cosa che, con la verticalità istituzionale italiana purtroppo non sappiamo nemmeno interpretare.
Certo è che non si può leggere questo progetto come "relazionale".
    ...se vogliamo legittimare delle opere vi si trova sempre un modo, è questo è solo frutto di una incapacità critica ormai diffusa.
Ma le cose dovrebbero essere prese per quelle che sono, la cortesia nell'interpretazione è tipica di un atteggiamento amicale, che non giova a nessuna delle parti - artista - museo - critica - sistema.
Essere duri a volte crea crescita, e non significa rimandare a settembre, ma solo constatare delle ingenuità per permettere una crescita culturale di cui beneficerebbero tutti.

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  22. Caro anonimo
    In un epoca in cui la professionalizzazione dell'arte e dei ruoli connessi la fanno da padrona è totalmente naturale che la critica non possa essere accettata se proviene da voce anonima, è solo un modo ( bieco ) per delegittimare, come se ad aver voce dovrebbero essere rigorosamente figure battezzate da chissà quale scuola o gavetta.
    Purtroppo è così, ma non dovrebbe essere così, almeno sebbene tutte queste cose andranno perse come lacrime nella pioggia , non è ancora tempo di morire ..
    Poi è palese che nella gavetta del presunto critico ( figura ambigua ) vi è il naturale essere di parte per poter raggiungere dei traguardi, ma nello stesso momento in cui si compie questo sodalizio vi è la perdita dell'autonomia e il trasformarsi in un oggetto lubrificante in un sistema che esige figure settorializzate appellabili (con tanta ipocrisia) come al di sopra delle parti

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  23. Di critici in italia non ne vedo, vedo curatori, selezionatori...che alla fine sono sostanzialmente dei DJ che come pittori scelgono gli artisti-opere per fare il loro dipinto. Non esiste sistema e quella cosa che c'è non fornisce molti stimoli, soprattutto economici. Quindi finisce che quando 3-4 persone si mettono d'accordo, tende ad emergere l'artista che fa loro capo (rubbi in questo caso). Il sistema è estremamente PROVINCIALE per questo: si seleziona mettendo fuori la mano dal finestrino. Ma Rubbi non cresce,poi, in un contesto realmente formativo, perchè ha tutta la pappa fatta: ne risente quindi il suo lavoro e il suo futuro. Per non parlare del fatto che non esistono collegamenti efficaci con il sistema internazionale che conta, e se aggiungi a questo un lavoro poco strutturato ecco motivata l'assenza dalla scena sovranazionale delle promesse anni 90 ( i rubbi di ieri). Ma come biasimare operatori come Roberto Pinto (anni 90) che si sono formati in un contesto traumatico e che osteggiava sistematicamente il contemporaneo? Una volta raggiunta una posizione minimamente sicura, non avevano certo altre energie e stimoli da investire sulla scena internazionale....

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