Courtesy: the artist and Nomas Foundation, Roma Ph: Christina Clusian
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The Veterans Book Project è una collana di libri che Monica Haller sta costruendo insieme ai reduci delle guerre americane degli ultimi vent’anni, ai quali chiede di ritrovare la memoria perduta o traumaticamente cancellata. Tutto può essere usato: una foto scattata con il cellulare, un’email, l’annotazione di un diario.
Haller non è dunque l’autrice dei libri, ma compone la griglia che gli autori possono riempire, cura lo spazio per i loro esperimenti. L’artista si fa ascoltatrice, redattrice, grafica, testimone. Usa il formato del libro per la sua materialità, per la sua qualità di veicolo di storia e di memoria, per la sua stabilità e mobilità: otto workshop in un anno hanno prodotto trenta libri e migliaia di copie in circolazione.
Haller non è dunque l’autrice dei libri, ma compone la griglia che gli autori possono riempire, cura lo spazio per i loro esperimenti. L’artista si fa ascoltatrice, redattrice, grafica, testimone. Usa il formato del libro per la sua materialità, per la sua qualità di veicolo di storia e di memoria, per la sua stabilità e mobilità: otto workshop in un anno hanno prodotto trenta libri e migliaia di copie in circolazione.
La reading room installata alla Nomas Foundation invita a immergersi in un universo di memorie intrattabili e di immagini sopravvissute. I libri diventano dispositivi per scoprire i limiti di ciò che può essere veramente immaginato, e dunque visto e sperimentato in termini culturali, del Reale traumatico e non narrabile della guerra.
Sfidando la nostra capacità di richiamare il passato, costringendoci a scrutare l’abisso traumatico che minaccia costantemente il nostro linguaggio, Monica Haller si punta a riattivare il potenziale critico dell’arte come gesto di resistenza, come processo nel quale ogni individuo, esperto o meno, artista o meno, connette se stesso a una comunità e ritrova la capacità di narrare storie e creare immagini.
Stefano Chiodi
Monica Haller | The Veterans Book Project
a cura di Stefano Chiodi
Nomas Fondation, Roma
Fino al 23 febbraio
Monica Haller Photo by Gene Pittman





Assolutamente d'accordo con mr Frehley.
RispondiElimina"Monica Haller si punta a riattivare il potenziale critico dell’arte come gesto di resistenza"
Ma quale resistenza? a che?
"processo nel quale ogni individuo, esperto o meno, artista o meno, connette se stesso a una comunità e ritrova la capacità di narrare storie e creare immagini."
Ma di che connessione stai parlando? di quella con un libro?
Monica Haller produce o meglio fa produrre alla Nomas Foundation di Roma una collana di testi a cura di reduci di guerra. Ottima idea, all'America i reduci non mancano di certo, vista la politica estera americana degli ultimi 60 anni.
E allora? Se avesse fatto produrre libri di cucina o di astronomia sarebbe cambiato qualcosa in questa fantastica 'connessione che ritrova la capacità di narrare storie e creare immagini'?
Chiodi, per favore, spiegami dove sta il genio e se puoi risparmiami l'ipocrita retorica del trauma da guerra degna di Porta a Porta.
Grazie.
Trovo che il progetto sia interessante e coraggioso. Ho letto, visto e vissuto la presentazione. Le critiche gratuite non servono a niente, sopratutto se formulate con toni presuntuosi e offensivi. Se Chiodi vorrà rispondere, sarà solo per gentilezza.
RispondiEliminaNon ho nessuna presunzione e non mi pare di offendere nessuno se chiedo di motivare quello che ho letto qui sopra. E non è gratuito tutto quello che non applaude supinamente, direi.
RispondiEliminaGiorgio Pavesi, prima di pretendere risposte sarebbe suo dovere informarsi. Lei ha visitato la mostra? Ha assistito al dibattito con l'artista? Ha almeno consultato il sito www.veteransbookproject.com? O ha letto il volume disponibile integralmente su www.rileyandhisstory.com? Non credo, o mi sbaglio?
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