Untitled, 2011
A0_Il Primo e il Precedente, 2011
A0_Series (128 Variations), 2011
Base irregolare di una Piramide, 2011
Informi, 2011
Courtesy Galleria Alessandro De march - Photo: Giacinti Floriana
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"Chi formula un indovinello percorre una strada a ritroso e ti chiede, una volta arrivato, di ricostruire il percorso che ha fatto. L'indovinello, si potrebbe dire, parte dalla risposta: e di lì tenta di complicare le strade, di incrociare le pupille, sino a rendere introvabile e confuso il punto di partenza. L'idea di un indovinello senza risposta è simile a quella di un indovinello senza punto di domanda: insensata, o quasi. Non è così dell'enigma: che viene posto senza avere una risposta in mente, ed è costitutivamente aperto a più soluzioni, tutte legittime.
Curiosamente, questa differenza si vede ribaltando i termini, per dir così, in controluce: data la risposta a un indovinello, e non la domanda, potremo sforzarci di ricostruire quale quest'ultima fosse. Nel romanzo Guida galattica per autostoppisti, al contrario, Douglas Adams immagina una civiltà che, dopo lungo cercare, trovi la risposta alla grande domanda sul senso della vita. Quella risposta, calcolata da un computer potentissimo lungo decine di migliaia di anni, è 42. Nel romanzo, nessun computer sarà mai in grado di calcolare la formulazione della domanda. Il problema, ovviamente, è che a partire da una risposta è impossibile dire se risolva un indovinello o un enigma: e si può solo sperare che sia il primo. 'Di ogni domanda che può essere formulata', scrive Ludwig Wittgenstein, 'può formularsi anche la risposta. L'enigma non v'è.' Wittgenstein sta consapevolmente confondendo le acque, con questa asserzione. Certo, certo, la risposta si trova sempre, prima o poi; ma la domanda?"
Curiosamente, questa differenza si vede ribaltando i termini, per dir così, in controluce: data la risposta a un indovinello, e non la domanda, potremo sforzarci di ricostruire quale quest'ultima fosse. Nel romanzo Guida galattica per autostoppisti, al contrario, Douglas Adams immagina una civiltà che, dopo lungo cercare, trovi la risposta alla grande domanda sul senso della vita. Quella risposta, calcolata da un computer potentissimo lungo decine di migliaia di anni, è 42. Nel romanzo, nessun computer sarà mai in grado di calcolare la formulazione della domanda. Il problema, ovviamente, è che a partire da una risposta è impossibile dire se risolva un indovinello o un enigma: e si può solo sperare che sia il primo. 'Di ogni domanda che può essere formulata', scrive Ludwig Wittgenstein, 'può formularsi anche la risposta. L'enigma non v'è.' Wittgenstein sta consapevolmente confondendo le acque, con questa asserzione. Certo, certo, la risposta si trova sempre, prima o poi; ma la domanda?"
Vincenzo Latronico
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Mi hanno sempre indispettito le mostre pretenziosamente misteriose, ostiche e 'ingannevoli'. Ultimamente ne sto vedendo molte. Tutte caratterizzate da 'no sense, make a sense', lirismo esasperato ed esoterico, astrusità pseudo scientifiche, citazionismo a vanvera ecc.
Detto questo, torniamo alla mostra alla galleria Alessandro De March di Mauro Vignando, che già dal titolo '15 : 09 11' mi suggerisce che, più di un particolare, in questa mostra mi resterà oscuro.
La data, infatti, 15 settembre 2011, altro non che è il giorno dell'inaugurazione. Come dire, non fosse chiaro che proprio quel giorno l'artista ci invitava a entrare nel suo labirinto concettuale studiato nel minimo dettaglio.
La mostra è introdotta da una brillante e (guarda un pò!) misteriosa argomentazione sull'indovinello, l'enigma e la problematicità del loro formularsi. La questione, al di là della piacevolezza indubbia nel leggere questo testo (?), è: cosa c'entra con la mostra di Vignando?
E' un avvertimento? Un'introduzione? Una postilla?
Non chiarisce, non spiega. Suggerisce, certo, il contesto in cui Vignando vuol collocare il suo lavoro. Forse lo pone lassù in alto dove, caro visitatore, potrai spaziare con l'immaginazione e la fantasia. Non penso che sia così, in realtà.
Guardando e cercando di comprendere le opere si evicente quanto l'artista cerchi, in tutti i modi, di appannarci la 'vista' interpretativa. Come cerca di farlo?
Lo fa 'negando' degli specchi e costruendo una serie (finita) di combinazioni con i formati A1 A2 A3 A4 A5 (vedi schemino pubblicato). Espone il primo e l'ultimo della serie assieme ad un video dove si capisce il 'gioco' delle varie combinazioni.
Lo fa cadendo nel facile gioco 'interno' (forma della finestra di casa) 'esterno' (foto del palazzo dove abita) e fondendo le due cose. Forse per relazionare, per l'ennesima volta, 'in e out' in una sorta di '8' (simbolo) dell'infinito?
Lo fa ridipingendo d'oro e modificando dei dettagli di una serranda: bell'oggetto e...?
Nello spazio interrato della galleria, l'artista colloca 5 parallelepipedi non perfettamente squadrati, ricavati da altrettanti pezzi di marmo. La dimensione dei parallelepipedi è ricavata dall'ingombro totale delle forme perfette dentro ai massi impefetti. (non penso di essermi spiegata benissimo...)
Cosa mi è piaciuto dunque di questa mostra? Mi è piaciuto il testo suggestivo, l'elegante pulizia delle installazioni, la semplicità delle forme mnemoniche, la ricerca e l'accostamento dei materiali dei vari lavori (marmo, specchio, legno, alluminio, smalto) ecc.
Intrigante la continua e iterata volontà di creare sempre nuovi meccanismi ad incastro.
Mi è piaciuto quasi tutto, a parte ovviamente, l'alone misterioso, il comunicato che non mi spiega un accidente e la consapevole volontà di apparire problematici quando in realtà è tutto chiaro come il sole!
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“La pallottola era stata altre cose, giacché la trasmigrazione dei pitagorici non è esclusiva degli uomini.”
J. L. Borges, In Memoriam J.F.K.
Il lavoro di Mauro Vignando sottolinea il rapporto, a volte doloroso, che lega un oggetto al suo passato, alla storia che ha attraversato, alla traiettoria che lo ha condotto dove è. Di questo passato si serbano tracce. Che queste siano o meno visibili è un dettaglio in fondo trascurabile: ci sono, sono lì. Frank Stella, in una frase famosa, ha detto dell’arte minimalista (anch’essa, certo, composta da oggetti) che “ciò che vedi è ciò che vedi”. Non c’è nient’altro, sembrava dire Stella: non c’è passato, non c’è storia, non c’è nulla che sia quasi invisibile. Naturalmente, Frank Stella si sbagliava.
Forse è il desiderio di riscattare questa negazione dell’invisibile che porta Mauro Vignando a confrontarsi proprio con le forme del minimalismo. Un piccolo parallelepipedo di ebano lucidato, una scultura in pietra sottilissima e quasi quadrata, una disposizione geometrica di rettangoli in legno su una parete, una griglia di riquadri neri con alcune strisce bianche: dalla loro descrizione, questi sembrerebbero proprio gli oggetti specifici di cui scriveva Donald Judd, che offrono allo spettatore la loro muta geometria come pura coordinata spaziale. Ma nel lavoro di Vignando queste geometrie sono tutt’altro che mute: al contrario, si raccontano, e raccontandosi mettono in crisi la presunzione di autonomia che le caratterizzava, l’idea, sottolineata da Stella, che non ci sia altro che ciò che si vede.
Questo è ciò che c’è: l’ebano è ricavato dalla levigazione di una statua religiosa; la pietra era una scultura di forte valenza politica; i rettangoli sono le ante di un armadio costruito su misura per la casa della propria famiglia; i riquadri neri sono le foto di un rullino scattato chissà quando, dimenticato chissà dove, chissà quanto tempo fa. Queste informazioni e queste storie non sono denunciate immediatamente allo sguardo del pubblico: se ne trova, in certi casi, qualche traccia nascosta, come nel piccolo parallelepipedo specchiante che pare proprio una scultura di Judd in miniatura, finché non si notano le incisioni di una dedica cancellata con forza, ma ancora visibile sul fondo dell’objet trouvé.
Soprattutto quando sono invisibili, e rivelate tramite altri canali (un testo, una didascalia, il telefono senza fili di commenti e mezze ipotesi su cui si basa tanta parte della trasmissione di informazioni circa questi lavori), le storie legate ad ognuno di questi oggetti assumono tutta la loro valenza: il punto è proprio che non è necessario averle di fronte per immaginarne l’esistenza; che anche se il percorso mentale che da un oggetto neutro e geometrico conduce a un fondo esperienziale carico di significati è implicito, tortuoso, solo accennato da ciò che si ha di fronte, ciononostante è quello l’unico percorso che può condurre all’attribuzione di un senso.
Un principio della tassonomia museale distingue fra gli oggetti artistici “in sé” e i resti, o le tracce, o i prop di una performance, che non “sono” l’opera dell’artista (che consisteva, appunto, nella performance) ma la rappresentano, o la rimpiazzano, nella necessaria assenza del dopo. L’opera di Mauro Vignando, in fondo, sembra mettere in crisi la fondatezza di questa distinzione. Ogni oggetto, pare sottolineare la sua pratica, è la traccia di una performance, o di una serie di azioni, o di una sequenza di eventi. È da qui che vengono i cubi.
J. L. Borges, In Memoriam J.F.K.
Il lavoro di Mauro Vignando sottolinea il rapporto, a volte doloroso, che lega un oggetto al suo passato, alla storia che ha attraversato, alla traiettoria che lo ha condotto dove è. Di questo passato si serbano tracce. Che queste siano o meno visibili è un dettaglio in fondo trascurabile: ci sono, sono lì. Frank Stella, in una frase famosa, ha detto dell’arte minimalista (anch’essa, certo, composta da oggetti) che “ciò che vedi è ciò che vedi”. Non c’è nient’altro, sembrava dire Stella: non c’è passato, non c’è storia, non c’è nulla che sia quasi invisibile. Naturalmente, Frank Stella si sbagliava.
Forse è il desiderio di riscattare questa negazione dell’invisibile che porta Mauro Vignando a confrontarsi proprio con le forme del minimalismo. Un piccolo parallelepipedo di ebano lucidato, una scultura in pietra sottilissima e quasi quadrata, una disposizione geometrica di rettangoli in legno su una parete, una griglia di riquadri neri con alcune strisce bianche: dalla loro descrizione, questi sembrerebbero proprio gli oggetti specifici di cui scriveva Donald Judd, che offrono allo spettatore la loro muta geometria come pura coordinata spaziale. Ma nel lavoro di Vignando queste geometrie sono tutt’altro che mute: al contrario, si raccontano, e raccontandosi mettono in crisi la presunzione di autonomia che le caratterizzava, l’idea, sottolineata da Stella, che non ci sia altro che ciò che si vede.
Questo è ciò che c’è: l’ebano è ricavato dalla levigazione di una statua religiosa; la pietra era una scultura di forte valenza politica; i rettangoli sono le ante di un armadio costruito su misura per la casa della propria famiglia; i riquadri neri sono le foto di un rullino scattato chissà quando, dimenticato chissà dove, chissà quanto tempo fa. Queste informazioni e queste storie non sono denunciate immediatamente allo sguardo del pubblico: se ne trova, in certi casi, qualche traccia nascosta, come nel piccolo parallelepipedo specchiante che pare proprio una scultura di Judd in miniatura, finché non si notano le incisioni di una dedica cancellata con forza, ma ancora visibile sul fondo dell’objet trouvé.
Soprattutto quando sono invisibili, e rivelate tramite altri canali (un testo, una didascalia, il telefono senza fili di commenti e mezze ipotesi su cui si basa tanta parte della trasmissione di informazioni circa questi lavori), le storie legate ad ognuno di questi oggetti assumono tutta la loro valenza: il punto è proprio che non è necessario averle di fronte per immaginarne l’esistenza; che anche se il percorso mentale che da un oggetto neutro e geometrico conduce a un fondo esperienziale carico di significati è implicito, tortuoso, solo accennato da ciò che si ha di fronte, ciononostante è quello l’unico percorso che può condurre all’attribuzione di un senso.
Un principio della tassonomia museale distingue fra gli oggetti artistici “in sé” e i resti, o le tracce, o i prop di una performance, che non “sono” l’opera dell’artista (che consisteva, appunto, nella performance) ma la rappresentano, o la rimpiazzano, nella necessaria assenza del dopo. L’opera di Mauro Vignando, in fondo, sembra mettere in crisi la fondatezza di questa distinzione. Ogni oggetto, pare sottolineare la sua pratica, è la traccia di una performance, o di una serie di azioni, o di una sequenza di eventi. È da qui che vengono i cubi.
Vincenzo Latronico







Concordo con Elena, non è che si da la "patente" di opera misteriosa alla prima che non si capisce, diventa un giochino troppo facile. Le vere opere misteriose anche se spiegate didascalicamente non perdono una briciola della loro forza magnetica, in questo caso mi sembra che il non voler spiegare è sinonimo di coda di paglia e basta, di assenza di contenuti
RispondiEliminaper favore aggiungere i crediti fotografici: Giacinti Floriana
RispondiEliminagrazie!
(poi se vuoi cancella questo post)
Certo e perdonate la dimenticanza!
RispondiEliminaQuesto nichilismo elegante e rigoroso mi lascia molto perplesso. Condivido l'opinione di Elena, in giro vedo molta: ikea evoluta, smart relativism, maison du monde avancès, new arcaic, story story I lov yu. Non è questo il caso. Vignando sviluppa coerentemente una vena nichilista ed elegante veramente troppo facile. Perchè non vivere questo nichilismo in modo più autentico e mettere maggiormente in discussione il proprio ruolo e l'idea di opera?
RispondiEliminaGli informi gianni caravaggio, la foto tagliata non precisamente un vezzo, la saracinesca chiusa nichilismo troppo gratuito e facile, gli standar a ricomporre uno standard ennesimo loop nichilista (e comunque ci vogliono due A6..quindi?). Perchè un saracinesca dorata? Perchè dorata? Cosa significa? Anche con tutta la perizia di Latronico, il giochino chiuso e ruffiano rispetto l'enigma-indovinello mi sembra ormai anacronistico. Mi sembra ci sia bisogno di scelte chiare, sincere ed autentiche. Questo non per un fatto etico-morale ma per riuscire a risolvere più efficacemente il presente rispetto la storia.
Suggerisco questo lavoro del 1997 di Francis Alys:
http://www.youtube.com/watch?v=ZedESyQEnMA
Luca Rossi
Detto questo, torniamo alla mostra alla galleria Alessandro De March di Maurizio Vignando, ( scusami Elena, il nome corretto e' Mauro Vignando)
RispondiEliminaA presto Charly
LR: Non è una saracinesca, non sono A6, non è tagliata. Vedere la mostra e poi parlare?
RispondiEliminaAdesso non so se sia una saracinesca, un porta manifesti, una vetrinetta o che altro; non è questo il punto.NON deve essere questo il punto.
RispondiEliminaMentre invece l'artista con gli standard ha formato il rettangolo, e c'è anche il formato A6, che per chiudere il rettangolo necessita di 2 pezzi; ma non è neanche questo il punto. Rimane la mia opinione sopra.
E poi questo stiletto moralistico di "vedere le mostre" quando ormai si vedono più portfolii e documentazioni che altro. ANZI io credo che vedere le opere documentate fornisca quella distanza, quella distanza da una certa atmosfera "mistica", che permette una lettura maggiormente disincantata e lucida della mostra. Pensate un po'.
A mio parere poteva presentare solo l'opera degli standard e le varie combinazioni. Questo sarebbe stato un coraggioso lavoro sulle basi, sui i fondamenti. Ma c'è sempre questo piglio nichilista che un po' disturba. Poi francamente io nelle opere e nella mostra non vedo questi enigmi particolari. Forse l'accostamento di testo e mostra mi sembra un tantino pretenzioso.
luca rossi
vedere le mostre fa bene agli hippies nichilisti.
RispondiEliminacorri luca, corri!
"questo stiletto moralistico di "vedere le mostre" quando ormai si vedono più portfolii e documentazioni che altro"
RispondiEliminae questo stiletto moralistico di "leggere i libri" quando ormai si leggono più quarte di copertina che altro
e questo stiletto moralistico di leggere il programma di un partito quando ormai si vota più per affiliazione che altro
ah luca! tu sì che ti opponi alla degradazione dei tempi, invece di cedere ad essa come a un canto flautato che assopisce il pensiero.
a parte gli scherzi: non credi che molta della tendenza smart relativism / ikea evoluta sia anche dovuta al fatto che i lavori vengono pensati a partire dal portfolio (con spiega annessa!) e non dall'esperienza fisica dell'opera? e che derivi anche dal fatto che molta della _conoscenza_ delle pratiche di altri artisti ecc. venga da lì, e quindi riduca l'opera a nozioni e non presenza fisica? sei sicuro che non si debba fare un punto importante della conoscenza diretta, proprio come discrimine fra fuffa e non fuffa?
@Giap: Personalmente cerco di prendere sul serio anche una dimensione filtrata e documentata dell'opera; mi sembra l'unico modo per disinnescare gli effetti negativi del non vedere una mostra dal vivo. Per molte mostre non e' necessaria "l'esperienza fisica".
RispondiEliminaLuca Rossi
"Meno sono le parole, migliore è la preghiera. "
RispondiEliminaNon fate piangere LR colto sul fatto del non aver visto la mostra e troppo preso nel consueto onanismo da monitor. LR, se vuoi sparare a zero fatti un giro, se no mugugna con il tuo inarrestabile copia&incolla "non si può" "non sarebbe meglio" "in questo caso" e altri pleonasmi.
RispondiEliminaVignando è un artista da De March, incontra il gallerista e capirai meglio da dove arriva il mistero o lo scoramento.
http://www.youtube.com/watch?v=pnriefsHKsQ&feature=related
RispondiElimina