23/06/11

Storia d'Italia con le opere d'arte: il libro di Pietromarchi


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Ieri sono stata alla presentazione di Italia in Opera - La nostra identità attraverso le arti visive. Ricca la parterre di artisti invitati a commentare il loro inserimento nel libro, fresco di stampa, di Bartolomeo Pietromarchi. L'autore, presentato da Gabi Scardi, ha esordito chiarendo l'importanza di 'tornare' a parlare delle opere e non tanto degli artisti. In effetti, sfogliando il piccolo saggio (non l'ho ancora letto) è evidente che Pietromarchi ha compiuto un'approfondita ricerca su una selezione di opere ragruppandole in 4 grandi temi: Italiano antitaliano, Figure del Belpaese, In tempo reale e A futura Memoria. L'ambizione è quella di raccontare gli ultimi cinquant'anni di storia italiana attraverso una ricca selezione di opere che vanno dai grandi Pistoletto, De Dominicis, Boetti, Fabro, per passare ai middle Arienti, Vedovamazzei, Cattelan, Pivi, Cingolani... fino alle ultime generazioni. I discorsi hanno avuto inizio con il tema dell'IDENTITA'. Alcuni estratti che ricordo a memoria...
Prende parola la coppia Mocellin/Pellegrini che racconta come nel tempo la loro ricerca artistica abbia approfondito temi come la famiglia, i rapporti affettivi, le idiosincrasie e le derive psicologiche del loro rapporto. "Abbiamo cercato di affrontare temi che per molti versi sono principalmente nostri ma che rispecchiassero anche delle realtà molto più generali. (..) Lavoro e vita molto spesso si sono accavallate, penso all'adozione di nostra figlia vietnamita. Un'esperienza che ci ha fatto riflettere sull'importanza di crescere in un paese straniero; sui temi dell'integrazione e dell'identità". Il microfono passa ad Adrian Paci che racconta la sua venuta in Italia quando era poco più che ventenne. Ricorda il suo sentirsi un pesce fuor d'acqua, non solo per il fatto di essere albanese, ma anche per la sua formazione artistica, molto incentrata su un percorso storico legato alla pittura. Nel suo caso, inevitabile la scelta di temi come l'integrazione e il nomadismo. Emozionante e particolarmente sentito l'intervento di Marcello Maloberti che inizia citando Luciano Fabro, suo insegnante all'Accademia. Ricorda quando Fabro raccontava che gli italiani devono avere qualcosa di strano vista la morfologia del nostro paese ;). Riprendendo quello che diceva Paci, sul fatto di provenire da un zona eccentrica come l'Albania, anche lui, ha vissuto la tensione centro/periferia visto che proviene dal piccolo paese di Codogno. Molte delle sue opere iniziano proprio raccontando dimensioni famigliari, 'di paese'... e cita l'opera della nonna sotto il tavolo o l'impressione che gli fece vedere un barbiere a Milano che tagliava i capelli lungo una strada.
Ora tocca a Diego Perrone che, incalzato dalla Scardi sull'opera 'Totò Nudo', racconta di come sia abbastanza naturale per un artista italiano dare voce a un'identità soprattutto nostrana. "Totò era un principe e al tempo stesso un personaggio molto popolare. Ho deciso di metterlo a nudo in un contesto naturale perchè, per molti versi, era significativo e risultava molto più fragile in contatto diretto con al natura" Ritiene poi che il libro di Pietromarchi è importante per raccontare le tante esperienze artistiche italiane, in quanto parla delle opere e non il percorso - spesso generico - degli artisti. Il suo intervento, brevissimo, si è chiuso raccotando brevemente l'esperienza che ha compiuto l'estate scorsa con Christian Frosi in giro per l'Italia. Hanno scoperto l'energia pulsante delle periferie italiane: "Molti artisti decidono di restare in periferia non 'subendola', ma assorbendone la forza propulsiva. Per molti versi stare lontano dal 'centro' è molto positivo per la produzione delle opere".
Inizia parlando del Giro d'Italia e quanto questo evento sportivo lo abbia colpito nei primi anni '90 Matteo Rubbi. L'artista racconta la gestazione della sua opera l''Italia in cerchio', opera composta da 17 giochi da tavolo, che ne rappresentano le diverse tappe. Rubbi racconta di come quest'opera, tuttora in progress, gli ha dimostrato come l'Italia ha una geografia, una morfologia molto umorale, informe, indefinibile.
Crispino dei Vedovamazzei esordisce dicendo quanto il 'fallimento' nella carriera di un artista sia positvo. "I periodi fallimentari sono sicuramente proficui per un artista; sono come dei periodi di riposo dove può pensare e riflettere in tutta tranquillità!" Prede parola anche Stella che si dice felice che l'autore abbia scelto una delle prime opere prodotte dai Vedovamazzei nel 1992, 'Radiografie'. L'opera, che consiste nel dipinto di una radiografia di Pinocchio, esprime meglio di altre la ricerca che da sempre affronta la coppia di artisti: le icone popolari, i vizi e le virtù degli italiani, il loro essere tragicomici, passionali-paradossali.
L'ultimo intervento è di Stefano Arienti che, invece di parlare del suo lavoro, sottolinea l'importanza di raccontare attraverso i libri le tante esperienze artistiche del panorama italiano, spesso lacunoso e privo di libri che ne documentino la storia recente. Cita due casi di artisti di cui si sa molto, ma si legge molto poco: Gino De Dominicis e Alberto Garutti. Entrambi figure importanti e decisivi per molte generazioni di artisti, ma di cui non ci sono libri o saggi che ne presentino, raccontino e testimoniano la storia professionale.

Buona lettura!

Bartolomeo Pietromarchi
ITALIA IN OPERA - La nostra identità attraverso le arti visive
Bollati Boringhieri - 16 euro

ps. avrei scelto un'altra copertina, ma de gustibus...

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15 commenti:

  1. ma come un'altra copertina? dai bordignon non mi scadere così, l'identità nomade, il mito del terrone con la valigia di cartone che va in america a far fortuna, la maglietta i love new york di ruby, tutta roba molto avantgarde e poco vintage . in effetti a prima vista pensavo fosse un tendone della festa dell'unità .

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  2. Brava Elena.
    Sempre molto cool il tuo blog.
    Non ci si vede mai però eh.
    Zoc

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  3. I mediocri non conoscono i propri limiti ; sono troppo impegnati a conoscere quelli degli altri ....

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  4. "Quando ignoranza e mediocrità si coalizzano, ne risulta la cosiddetta voce del popolo"...(spesso aninima e meschina).

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  5. ma perché l'italia deve essere così frignona? siamo proprio al campanilismo ottocentesco che esalta la provincia gozzaniana, l'estetica del 'tranquillo' fallimento, ognuno è 'toccante' nella sua apprezzatissima miserabilità. ma perché? perché questa sfiga perenne, da valigia di cartone no-stop? avere sfiga è una condizione, portare sfiga è una condanna, da evitare però.
    De Dominicis odiava i libri e Garutti li invidia ma non li fa. Quindi? bisogna leggere Pietromarchi? mi sembra quasi più sexy l'ideologia Vettesiana, sempre che la titanica Gabi Scardi non sia gelosa.

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  6. ecco perché si esalta la provincia, per trascendere le categorie correnti come "il sexy"

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  7. inutile fare i puristi però. la situazione è triste, uso 'sexy' per sottolineare la forza ritardante di questa complotto contro una sana energia. Rifugiarsi nella conclamata sfiga della provincia dove ci porta? E poi, da veri provinciali, quando si tratta di riempire una galleria, tutti bene attenti a fare quello che ci si aspetta o che gira sulle riviste... Non c'è veramente passione in tutto questo, un grande odore di valige impolverate sotto il letto, ottima copertina infatti, assolutamente realistica. ripeto: ma perché?

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  8. - ecco perché si esalta la provincia, per trascendere le categorie correnti come "il sexy" -

    come no pairone, come se 'il sexy' in provincia non fosse contemplato . secondo te i maggiori aspiranti di uomini e donne e tronisti vari da dove vengono? costantino viveva a quarto oggiaro questo almeno lo sai? tutto questo sempre se per una qualche perversione inconfessabile non si reputi sexy il ruboccolone rubarbuto con la magliettina i love ny, capisco possa esistere anche una perversione simile e non mi meraviglio .

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  9. "Italia inoperosa. La nostra identità depressa"

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  10. c'è sicuramente di meglio, da leggere...

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  11. penso solo che la categoria del "provinciale" non sia riferibile, nell'ambito della cultura, alla provenienza geografica ma alla forma mentis. E una forma mentis che:

    1) scimmiotta le categorie modaiole ("sexy", "smart relativism", "new arcaic" ecc.)

    2) rinnega le proprie radici, le valigie di cartone, i cento campanili

    è provinciale, esattamente come riempire le gallerie di proposte allineate al gusto internazionale.
    Ho solo sfogliato il libro ma mi sembra un'interessante rilettura identitaria. Operazioni come questa sono preziose perché i nostri ultimi 50 anni di arte sono sottostimati soprattutto dagli italiani stessi che, in una prospettiva miope, sono alla ricerca dei nuovi Cattelan e Vezzoli. Ma non è così che si ricostruiscono le fondamenta di una storia dell'arte, io sono per la valorizzazione dei "middle" e mi sembra che questo libro vada nella giusta direzione

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  12. Ok per la valorizzazione dei 'middle' ma non alla santificazioni di Fantozzi. I 'nostri ultimi 50 anni' sono sottostimati perchè NON SONO nostri, è proprio la prospettiva che è cambiata. L'arte contemporanea è un trastullo occidentale sempre pericolosamente in bilico tra danaro e spettacolo. Ogni paese ne dà una sua declinazione inquinata dalla propria storia, cercando di imporre le proprie radici. E' chiaro e lampante con la Pop art e si fa più complesso e stratificato arrivando a oggi. Ma i valori e le tensioni in campo sono di quel tipo e si strutturano e si difendono con apparati economici enormi come banche, musei, aste e fondazioni.
    Per anni e anni si è detto che in Italia mancava una struttura museale efficace, come si sarebbe potuto dire per una rete di distribuzione alimentare. "Siamo senza supermercati" come faremo a fare la spesa come fanno all'estero? Ora li abbiamo, li abbiamo fatti costruire dai Grandi Architetti, cercheremo di riempirli con le Grandi Mostre. Più ci adeguiamo ai trend e più perdiamo di identità, buttiamo le nostre radici nella grande zuppa-spettacolo.
    Pairone dice che questo libro va nella 'giusta direzione': ma partire dalle opere è come giudicare l'architettura di una casa dai suoi mobili.
    Per indagare noi emigranti serve PRIMA una visione globale, reale, dello stato dell'arte contemporanea. Se no è come stare davanti al banco dei surgelati e dire: e quello come sarà? e chiudere in fretta se no poi esce il freddo.

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  13. quoto giorgio pavesi, inoltre penso che la moda assorba ogni concetto che possa risultare rivoluzionario e lo renda commerciale e innocuo da sempre . il nu arcaic è una forma modaiola di revisionismo ad esempio . i mobiletti ikea non so, penso abbiano a che fare col trionfo dell'oggetto del consumismo e della spersonalizzazione di massa aka sei ciò che possiedi .
    pairone se affermi che - il provinciale 1) scimmiotta le categorie modaiole "sexy" etc 2) rinnega le proprie radici, le valigie di cartone, i cento campanili esattamente come riempire le gallerie di proposte allineate al gusto internazionale- come fai poi a scrivere che si esalta il provinciale per trascendere categorie come il sexy? cioè ti contraddici involontariamente nella stessa frase, secondo me hai le idee un po' confuse . a meno che tu non intenda provinciale come luogo ameno fuori dal tempo dove l'aria è tersa e cinguettano gli usignoli alla giovanni pascoli per esempio . non è che rimembrando il campanile dell'oratorio e la valigia di cartone tu sia più consapevole e cosmopolita, la valigia di cartone e il campanile potrebbero anche averti sempre fatto schifo e potresti averle avvertite come una realtà non tua, d'altra parte i popoli italici sono molto più antichi della cultura del campanile se vogliamo occuparci di arcaico in modo serio .

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  14. Davide, lo smart relativism, il new arcaic e il nuovissimo story story I lov yu sono categorie di luca rossi....o mi sbaglio?

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