25/10/11

I'm looking for myself

 
Sabine Defon 
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Identità e differenza, ossessione, ripetizione e variazione sono le prime parole (un po' scontate) che vengono in mente visitando 'I'm looking for myself', personale di Sabine Delafon da Room Galleria. La mostra riprende un lavoro iniziato nel 2005 in cui SD, alla ricerca del proprio sosia, ha distribuito per varie città 3000 volantini segnaletici in varie lingue con 500 suoi ritratti in fototessera. I volantini ora sono raggruppati su un'unica parete della galleria, un'installazione a dire il vero un po' funebre (il richiamo visivo più immediato è un museo dell'olocausto), ma d'impatto. Certo l'ossessione per il sé, il proprio viso, il proprio corpo, il proprio nome, apre molti interrogativi. D'altra parte pretendere di dare risposte sarebbe probabilmente peggio. In ogni caso SD non perde mai grazia ed eleganza e comunque navigare con lo sguardo tra i molti volti dell'artista, fissi ma sempre diversi, ha il suo discreto fascino.

In occasione della mostra è stata prodotta anche un'edizione a stampa.

Andrea Balestrero 

10 commenti:

  1. Un classico caso di autopromozione di stampo Toscaniano. Ora che abbiamo tutti capito che faccia ha, dovrebbe farci vedere che cosa sa fare.

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  2. sì, la questione identitaria non mi affascina più di tanto. Mi sembra una speculazione ormai strapercorsa e abusata. Forse si tratta di andare più a fondo,e risolvere questa stallo di contenuti. Il vuoto. Anche a costo di fallire. Penso non ci sia il coraggio del fallimento che invece sarebbe essenziale. Al contrario ci si compiace all'interno dei soliti rituali.

    lcua rossi

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  3. Non credo affatto che un argomento possa esaurirsi. Anzi credo il contrario; chiaro l'esempio di questa mostra non è calzante perchè si affronta il problema identitario con una resa estetica scadente. E' il modo di dire le cose che diventa strapercorso e abusato, non l'argomento.

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  4. Siamo tutti complici della trasformazione dell'arte in prodotto. Pubblicità, pubbliche relazioni, presenza sul territorio, rintracciabilità, distribuzione mirata... dice niente?

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  5. Forse è vero, è il modo che risulta abusato: ma spesso il modo coincide fatalmente con l'argomento. L'idea diventa fatalmente forma. Vogliamo ancora dire "uno nessuno centomila"? La ricerca di se stessi? ....dai

    Non c'è nulla di male nel fatto di pensare l'arte come prodotto (viviamo sprofondati nella religione del mercato-altre storie vecchie) o l'arte come qualcosa di totalmente immateriale; il problema sono i contenuti e i codici, il linguaggio. I giovani artisti sembrano invece essere sovraprodotti (non ci sono barriere all'entrata, chiunque può stampare 100 fogli a colori) e appartenere ad una sorta di burocrazia creativa; spesso "operai delle pubbliche relazioni" (che differenza c'è se questi 100 fogli vengono installati in casa, da room o da Gagosian?).

    Quello che determina l'opera, assodata questa come standard, sono le relazioni che la sostengono e i luoghi che la ospitano. Pochi sono i valori consolidati che possono fare la differenza (penso a molti artisti del '900, di prima,e degli anni 90). Pochi sono i remix che escono da uno standard. Allora ecco che l'opera spesso dovrebbe recuperare una certa autenticità/sincerità di visione (penso a plays), per poter tornare al centro.

    luca rossi

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  6. "penso a plays" in che senso? per un artista è così importante avere uno "stile", essere riconoscibile?

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  7. lo stile di un artista è il suo modo di agire. E' 'riconoscibile' se non è appiattito su un cliché. Questo è il problema nell'essere se stessi: che rimane?

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  8. Lo stile, la riconoscibilità diventa una conseguenza, non il fine o il presupposto (quanti giovani scimmiottano le cose che potrebbero andare bene su moussoscope?). lr

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