20/06/11
18/06/11
Short interview n. 8 > Alessandro Piangiamore
Due solo due, 2011
Art * Text * Pics: Mi spieghi la mostra in poche righe?
Alessandro Piangiamore: Premetto sempre che non sono mai stato un manierista. O meglio: non mi è mai interessata la maniera relativa alla forma quanto più, quella di approccio alle cose.
È sempre difficile parlare del proprio lavoro, probabilmente perché composto di immagini, le quali, per loro natura, sono difficili da comunicare.
Ci sono diversi lavori, tutti realizzati con mezzi differenti: " Una conchiglia vuota gocciola su un pavimento di cemento" consiste in una lastra in cemento in cui è incassata una conchiglia, il cui interno è sempre pieno d'acqua. Mi piacciono i coralli e le conchiglie, è un'affezione che mi ha trasmesso mia madre. Sono degli elemtni che appartengano a quella componente di mondo che, per essere esplorata, richiede uno sforzo in più, un adattamento.
Durante l'inaugurazione della mostra, inoltre, ho chiesto a quattro miei amici molto cari di sollevare ripetutamente la lastra (pesa 200 Kg) in maniera continuata, provando a non far cadere l'acqua. Un'azione apparentemente inutile e dispersiva ma che per me ha il valore di sacrificio. Le persone che hanno realizzato l'azione sono, come dicevo, degli amici, sempre presenti nel mio percorso di vita e di lavoro. Sono i miei giganti. Farlo fare a degli attori non avrebbe avuto alcun senso.
Poi ci sono undici incisioni, riproduzioni di immagini, alcune mie, altre trovate nel corso del tempo. Non saprei definire il meccanismo che mi ha portato a selezionarle. Forse il fatto che mi sembrano delle immagini incerte, non collocabili in una precisa sfera temporale: è difficile e arbitrario definirle. Solo alla fine, quando tutto era pronto, mi sono reso conto che tutte e undici hanno come caratteristica comune l'elevazione.
Inoltre, tradurle in incisione - che è una tecnica sulla quale lavoro da un po' di tempo - deriva dal fatto che l'incisione calcografica è stata il mezzo che ha permesso la diffusione delle immagini e del testo in tempi remoti. La tiratura in due esemplari crea invece quello scarto minimo tra ciò che è un disegno e appunto, la sua possibilità di essere riprodotto.
L’opera "Se la terra è pesante" consiste in una grande tenda, delle dimensioni di un’intera parete, sulla quale è stampato un ghiacciaio. E’ curioso il fatto che anni fa realizzai uno dei miei primi paesaggi divisi in due, dandogli come titolo "Fastitocalon", che è una balena che compare ne "Le mille e una notte". La bestia in questione aveva come caratteristica quella di prendere le sembianze di un'isola, aspettando che i marinai vi approdassero, e quando questi si addormentavano, si immergeva.
C'è un lavoro, forse un po' più criptico, che se dal mio punto di vista richiede solamente un leggero sforzo da parte di chi lo guarda. Si chiama "Due solo due" ed è una riproduzione nei sette colori dell'iride di un occhio leggermente sovradimensionato, quasi ciclopico. Era una vecchia pubblicità di un collirio e la scritta "due solo due" era pre-esistente.
Unica nota: è installato leggermente più in alto dell'occhio di chi guarda.
ATP: Nel testo che hai scritto in occasione della mostra, parli di come le opere nascano da dei 'presagi'. Cosa intendi?
AP: ...dico che non invento nulla a parte ciò che esiste. Le opere sono il risultato, a volte immediato, di una stratificazione che avviene nel tempo. I presagi di cui parlo sono sensazioni personali, in relazione al vissuto, al modo di guardare. Viene tutto dal mondo. Un po' come in "Brevi storie di cadute". Nulla di stupefacente, sono cose che appartengono a tutti, ad ognuno a suo modo.
ATP: Perchè sei alla continua ricerca di archetipi?
AP: Direi che sono alla continua ricerca di nuovi archetipi, è di per sé, una contraddizione in termini. L’archetipo, per sua definizione, è qualcosa di preesistente nella coscienza di ognuno, oltre la conoscenza diretta che si possiede di una cosa specifica. Un archetipo, insomma, non può essere inventato, tutt’al più può essere scoperto. E' una ricerca finalizzata a realizzare immagini che possano permeare me stesso prima di tutto, come se avessero sempre fatto parte del mio vissuto, per poterle poi lasciarle libere di andare in giro.
ATP: 'Tutto ciò che è stato fatto dagli uomini ha sempre potuto essere rifatto dagli uomini'. (Walter Benjamin) Lo pensi davvero?
Lo penso veramente, si. Se si concepisce qualcosa è perchè quella cosa è possibile.
Fare non corrisponde necessariamente a concretizzare. Come dire : qualcosa inizia ad esistere nel momento stesso in cui è concepita, al di là della sua materialità. Così come una storia comincia ad esistere nel momento in cui viene raccontata.
Alessandro Piangiamore: Premetto sempre che non sono mai stato un manierista. O meglio: non mi è mai interessata la maniera relativa alla forma quanto più, quella di approccio alle cose.
È sempre difficile parlare del proprio lavoro, probabilmente perché composto di immagini, le quali, per loro natura, sono difficili da comunicare.
Ci sono diversi lavori, tutti realizzati con mezzi differenti: " Una conchiglia vuota gocciola su un pavimento di cemento" consiste in una lastra in cemento in cui è incassata una conchiglia, il cui interno è sempre pieno d'acqua. Mi piacciono i coralli e le conchiglie, è un'affezione che mi ha trasmesso mia madre. Sono degli elemtni che appartengano a quella componente di mondo che, per essere esplorata, richiede uno sforzo in più, un adattamento.
Durante l'inaugurazione della mostra, inoltre, ho chiesto a quattro miei amici molto cari di sollevare ripetutamente la lastra (pesa 200 Kg) in maniera continuata, provando a non far cadere l'acqua. Un'azione apparentemente inutile e dispersiva ma che per me ha il valore di sacrificio. Le persone che hanno realizzato l'azione sono, come dicevo, degli amici, sempre presenti nel mio percorso di vita e di lavoro. Sono i miei giganti. Farlo fare a degli attori non avrebbe avuto alcun senso.
Poi ci sono undici incisioni, riproduzioni di immagini, alcune mie, altre trovate nel corso del tempo. Non saprei definire il meccanismo che mi ha portato a selezionarle. Forse il fatto che mi sembrano delle immagini incerte, non collocabili in una precisa sfera temporale: è difficile e arbitrario definirle. Solo alla fine, quando tutto era pronto, mi sono reso conto che tutte e undici hanno come caratteristica comune l'elevazione.
Inoltre, tradurle in incisione - che è una tecnica sulla quale lavoro da un po' di tempo - deriva dal fatto che l'incisione calcografica è stata il mezzo che ha permesso la diffusione delle immagini e del testo in tempi remoti. La tiratura in due esemplari crea invece quello scarto minimo tra ciò che è un disegno e appunto, la sua possibilità di essere riprodotto.
L’opera "Se la terra è pesante" consiste in una grande tenda, delle dimensioni di un’intera parete, sulla quale è stampato un ghiacciaio. E’ curioso il fatto che anni fa realizzai uno dei miei primi paesaggi divisi in due, dandogli come titolo "Fastitocalon", che è una balena che compare ne "Le mille e una notte". La bestia in questione aveva come caratteristica quella di prendere le sembianze di un'isola, aspettando che i marinai vi approdassero, e quando questi si addormentavano, si immergeva.
C'è un lavoro, forse un po' più criptico, che se dal mio punto di vista richiede solamente un leggero sforzo da parte di chi lo guarda. Si chiama "Due solo due" ed è una riproduzione nei sette colori dell'iride di un occhio leggermente sovradimensionato, quasi ciclopico. Era una vecchia pubblicità di un collirio e la scritta "due solo due" era pre-esistente.
Unica nota: è installato leggermente più in alto dell'occhio di chi guarda.
ATP: Nel testo che hai scritto in occasione della mostra, parli di come le opere nascano da dei 'presagi'. Cosa intendi?
AP: ...dico che non invento nulla a parte ciò che esiste. Le opere sono il risultato, a volte immediato, di una stratificazione che avviene nel tempo. I presagi di cui parlo sono sensazioni personali, in relazione al vissuto, al modo di guardare. Viene tutto dal mondo. Un po' come in "Brevi storie di cadute". Nulla di stupefacente, sono cose che appartengono a tutti, ad ognuno a suo modo.
ATP: Perchè sei alla continua ricerca di archetipi?
AP: Direi che sono alla continua ricerca di nuovi archetipi, è di per sé, una contraddizione in termini. L’archetipo, per sua definizione, è qualcosa di preesistente nella coscienza di ognuno, oltre la conoscenza diretta che si possiede di una cosa specifica. Un archetipo, insomma, non può essere inventato, tutt’al più può essere scoperto. E' una ricerca finalizzata a realizzare immagini che possano permeare me stesso prima di tutto, come se avessero sempre fatto parte del mio vissuto, per poterle poi lasciarle libere di andare in giro.
ATP: 'Tutto ciò che è stato fatto dagli uomini ha sempre potuto essere rifatto dagli uomini'. (Walter Benjamin) Lo pensi davvero?
Lo penso veramente, si. Se si concepisce qualcosa è perchè quella cosa è possibile.
Fare non corrisponde necessariamente a concretizzare. Come dire : qualcosa inizia ad esistere nel momento stesso in cui è concepita, al di là della sua materialità. Così come una storia comincia ad esistere nel momento in cui viene raccontata.
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17/06/11
Around Basel: Art Parcours 2011

Kris Martin, Festum II, 2010, Courtesy Sies + Höke, Düsseldorf, White Cube Photographer Stephen White
16/06/11
Art Unlimited 2011: puro mercato?
Allen Ruppersberg, Greene Naftali, New York, Galerie Micheline Szwajcer, Antwerpen
Fred Sandback, David Zwirner, New_York, Annemarie Verna Galerie, Zürich***
Tanti vanno ad Art Basel solo per vedere Art Statements o Art Unlimited: per scoprire giovani talenti o per vedere opere dal respiro museale. Ovvio, altri vanno per comprare, altre per capire 'come butta', altri perchè ci vanno tutti e non vogliono essere da meno. Da sempre ci si chiede: puro mercato? “Non ha molto senso, penso, farsi questa domanda” spiega Massimo De Carlo. “Devo solo fare una constatazione. Da oltre sei anni, forse anche di più, tanti visitatori che prima di venire ad Art Basel vedono la Biennale di Venezia, sono dell’opinione che senza dubbio è ‘migliore’ la fiera. Penso che una vera differenza, in realtà, tra le due grandi manifestazioni non ci sia. Sono del parere che la questione ruoti attorno alla qualità delle opere, caratteristica che spesso manca a Venezia. Da sempre l’occhio è più istintivo dell’intelletto, e sicuramente afferra quello che dell’arte è l’aspetto avvincente, la ‘bellezza’. A Basilea, per una questione di investimenti, o semplicemente per l’altissima qualità e professionalità delle gallerie, l’occhio è più soddisfatto rispetto all’intelletto. Questi sono i motivi che la rendono un’esperienza completa, fatta di tante componenti, non ultimo, certo, anche il mercato.”
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15/06/11
Le immagini ingannevoli di Anne Hardy > Galleria Federica Schiavo, Roma
Seducono perchè sono finte, maniacali e ingannevoli. Anne Hardy - presentata alla Galleria Federica Schiavo (Roma) nella mostra Rehearsal, Interval, Tonight - parte da piccoli fatti quotidiani che attirano la sua attenzione, per creare delle surreali ambientazioni nel suo studio. Per mesi ricostruisce dei luoghi immaginari per poi fotografarli e, in un secondo momento, distruggerli. Questa pratica - già 'battuta' in Italia da Giuseppe Gabellone e a livello internazionale da Thomas Demand - diventa per la Hardy un modo per calarsi una realtà che ha vissuto solo nella sua immaginazione. Nell'opera Tonight, che mostra delle pareti nere con dei disegni naïf, l'artista è partita da un banalissimo cartellone pubbliciatario esposto vicino a dove abita. L'affissione avvisa che c'è una stanza disponibile all'affitto per gruppi che vogliono incontrarsi. "Non ho mai visto questa stanza ma ne ho invece costruito un'immagine di ciò che succede lassù, attraverso quello che propone il cartellone: disegno dal vero, fisica delle particelle, sessioni di batteria ecc. Ho immaginato il disegno raffigurato nell'opera come la materializzazione del mondo in cui i pensieri e le esperienze che si avvicendano in quella stanza potrebbero stratificarsi sulle pareti".Parte dalle suggestioni di un mosaico tedesco del 1923 l'opera Rehearsal, dove l'artista ricrea un grande pannello con scene di esagerato ottimismo dove si vedono corpi sani e atletici che danzano. La Hardy crea attorno a quest'opera un contesto da circolo sociale popolare, con tanto di palloncini, moquette macchiata e segatura. Anche in Interval l'artista ricostruisce una scena dove l'occhio vaga tra un sottile gioco di specchi e riflessioni. Si percepisce che qualcuno c'è stato o qualcosa è accaduto, ma nello spazio rimangono solo tracce, segni minuziosi.
Ritengo che, al giorno d'oggi, sia difficile raccontare ancora qualcosa di nuovo con il mezzo fotografico. Questa artista, mescolando scultura, scenografia e linguaggio fotografico, da vita a coinvolgenti (e bellissime) immagini.
"Con i 4 lavori in mostra, sono particolarmente interessata a forzare i limiti e le proprietà dell'immagine fotografica; le relazioni fra le proprietà formali dell'immagine e le loro qualità illusorie".
Photo courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma
Ritengo che, al giorno d'oggi, sia difficile raccontare ancora qualcosa di nuovo con il mezzo fotografico. Questa artista, mescolando scultura, scenografia e linguaggio fotografico, da vita a coinvolgenti (e bellissime) immagini.
"Con i 4 lavori in mostra, sono particolarmente interessata a forzare i limiti e le proprietà dell'immagine fotografica; le relazioni fra le proprietà formali dell'immagine e le loro qualità illusorie".
Photo courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma
14/06/11
The color of the season > Stefania Galegati Shines - GAM Palermo
The color of the season - Stefania Galegati Shines.
L'utilizzo di tecniche espressive differenti, guardando al mondo nella sua complessità, consente un processo di conoscenza della realtà.
Con queste linee di riferimento, mediante un lavoro denso di riferimenti sensoriali e tematici che sondano l'umanità, Stefania Galegati Shines, espone, fino al 26 Giugno 2011, alla Gam di Palermo con The Color of the Season: pittura, fotografia, video, filmati, rivelano intenti documentaristici ed artistici, con un' attenzione al reale, priva di pregiudizi o schemi precostituiti.
Dalla serie intitolata Bonjour Tristesse deriva l'immagine guizzante tra la schiuma salata del mare di un bambino africano, con un sorriso aperto al mondo, un'icona che unifica quella capacità di vedere, suggerita dall'artista, innervata ad un sentire empatico con il mondo, superando i limiti imposti dalle lotte sociali e dalle logiche del potere.
Il percorso artistico si presenta nella prima sala come un'antica quadreria: si accostano opere differenti per la tematica affrontata e le tecniche utilizzate, variazioni di contenuto ed immaginazione, come le creazioni elaborate con il progetto dei fantasmi, le quattro foto dei nani ritagliati nei mobili, il video dei bulldozer che combattono, la serie dei banditi, la serie dei bunker, rappresentazioni di rifugi di guerra ormai in disuso e il video Humans.
Nella seconda sala con la nuova serie dei Pirates, ispirati a individui della pirateria somala, l'artista opera sottili interventi di dislocazione, fissando, in una dimensione estetica, le contraddizioni che emergono quando si rinnega il bisogno umano di convivenza e relazione.
Dalle estetiche visioni di guerra, rese in maniera edulcorata, come cartoline di un passato che ha perso i tratti di maggiore durezza, si passa ai colori e alla vivacità del vivere quotidiano, alle vicende che accomunano e rendono vicini gli esseri viventi, come in The color of the season, Dolce e Cababba, (2009 2010 slide show e musica ), un collage di frammenti di persone e cose accomunate dal denominatore comune del colore viola, fino a rompere ogni legame con le logiche delle tristi vicende della storia umana, attraverso il filmato Passeggiata in Paradiso: un'esaltazione dell'esperienza amorosa di un uomo e di una donna, ormai anziani, che rivivono il tempo della memoria delle lotte partigiane e rinnovano in un impeto di dolce trasporto la loro passione amorosa.
Nell'ultima sala si eleva il ritratto di Giuseppe Garibaldi posizionato su un'Apecar Piaggio:. L'opera di Pietro Volpes è stata prestata dalla Galleria d'Arte Moderna di Palermo, avvicinando la storia alla quotidianità, con contrasti e possibili riflessioni lasciate al fruitore, senza alcuna forma di coercitivo condizionamento.
Al momento dell'inaugurazione, due macchine, contraffatte con imponenti sistemi stereofonici, erano poste nell'atrio interno del convento di Sant'Anna che ospita la Galleria D'Arte Moderna.
Le macchine con gli sportelli aperti lanciavano musica ad alto volume, senza ricorrere a brani musicali elitari, seguendo le hit del momento, un richiamo alla cultura della strada, al trash ed al pop, alla vita che scorre nelle vie di Palermo, che insieme alle sensazioni create dalle opere esposte, stimolano un certo sguardo verso la bellezza e la verità nelle semplici emozioni.
La mostra riassume il percorso creativo dell'artista che come un moderno demiurgo ricrea un' immagine del mondo, raccontando un' umanità non inquadrabile in segmenti statici di pensiero, ma descrivendo un essere umano che scopre con i sensi la vita, non rimanendo succube dei reticoli della mente.
Giuseppe Giovanni Blando
L'utilizzo di tecniche espressive differenti, guardando al mondo nella sua complessità, consente un processo di conoscenza della realtà.
Con queste linee di riferimento, mediante un lavoro denso di riferimenti sensoriali e tematici che sondano l'umanità, Stefania Galegati Shines, espone, fino al 26 Giugno 2011, alla Gam di Palermo con The Color of the Season: pittura, fotografia, video, filmati, rivelano intenti documentaristici ed artistici, con un' attenzione al reale, priva di pregiudizi o schemi precostituiti.
Dalla serie intitolata Bonjour Tristesse deriva l'immagine guizzante tra la schiuma salata del mare di un bambino africano, con un sorriso aperto al mondo, un'icona che unifica quella capacità di vedere, suggerita dall'artista, innervata ad un sentire empatico con il mondo, superando i limiti imposti dalle lotte sociali e dalle logiche del potere.
Il percorso artistico si presenta nella prima sala come un'antica quadreria: si accostano opere differenti per la tematica affrontata e le tecniche utilizzate, variazioni di contenuto ed immaginazione, come le creazioni elaborate con il progetto dei fantasmi, le quattro foto dei nani ritagliati nei mobili, il video dei bulldozer che combattono, la serie dei banditi, la serie dei bunker, rappresentazioni di rifugi di guerra ormai in disuso e il video Humans.
Nella seconda sala con la nuova serie dei Pirates, ispirati a individui della pirateria somala, l'artista opera sottili interventi di dislocazione, fissando, in una dimensione estetica, le contraddizioni che emergono quando si rinnega il bisogno umano di convivenza e relazione.
Dalle estetiche visioni di guerra, rese in maniera edulcorata, come cartoline di un passato che ha perso i tratti di maggiore durezza, si passa ai colori e alla vivacità del vivere quotidiano, alle vicende che accomunano e rendono vicini gli esseri viventi, come in The color of the season, Dolce e Cababba, (2009 2010 slide show e musica ), un collage di frammenti di persone e cose accomunate dal denominatore comune del colore viola, fino a rompere ogni legame con le logiche delle tristi vicende della storia umana, attraverso il filmato Passeggiata in Paradiso: un'esaltazione dell'esperienza amorosa di un uomo e di una donna, ormai anziani, che rivivono il tempo della memoria delle lotte partigiane e rinnovano in un impeto di dolce trasporto la loro passione amorosa.
Nell'ultima sala si eleva il ritratto di Giuseppe Garibaldi posizionato su un'Apecar Piaggio:. L'opera di Pietro Volpes è stata prestata dalla Galleria d'Arte Moderna di Palermo, avvicinando la storia alla quotidianità, con contrasti e possibili riflessioni lasciate al fruitore, senza alcuna forma di coercitivo condizionamento.
Al momento dell'inaugurazione, due macchine, contraffatte con imponenti sistemi stereofonici, erano poste nell'atrio interno del convento di Sant'Anna che ospita la Galleria D'Arte Moderna.
Le macchine con gli sportelli aperti lanciavano musica ad alto volume, senza ricorrere a brani musicali elitari, seguendo le hit del momento, un richiamo alla cultura della strada, al trash ed al pop, alla vita che scorre nelle vie di Palermo, che insieme alle sensazioni create dalle opere esposte, stimolano un certo sguardo verso la bellezza e la verità nelle semplici emozioni.
La mostra riassume il percorso creativo dell'artista che come un moderno demiurgo ricrea un' immagine del mondo, raccontando un' umanità non inquadrabile in segmenti statici di pensiero, ma descrivendo un essere umano che scopre con i sensi la vita, non rimanendo succube dei reticoli della mente.
Giuseppe Giovanni Blando
13/06/11
Ordine di grandezze... ILLUMInations
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